Passare il fucile all’amico, senza porto d’ami, che spara, è reato.
Per i Giudici è sufficiente la disponibilità per pochi istanti dell’arma, affidata nelle mani di un soggetto non titolare di porto d’armi.
 
Cass. pen., sez. I, ud. 12 marzo 2021 (dep. 23 settembre 2021), n. 35298

I fatti

A incastrare i due uomini sotto processo, il cacciatore e il suo amico, c’è un video.
Infatti, col proprio smartphone il proprietario del fucile ha filmato l’amico che prendeva l’arma e sparava un colpo.
 I giudici di merito condannano i due uomini, ritenuti colpevoli per l’«illegale porto di armi» e puniti con «cinque mesi e dieci giorni di reclusione più 900 euro di multa» a testa.
In Appello viene respinta la tesi difensiva mirata a presentare l’episodio come «un atto goliardico o compiuto per gioco».
Per i Giudici «l’arma non solo transitò temporaneamente nella disponibilità del soggetto non abilitato ma venne anche da costui utilizzata, mentre il cacciatore lo riprendeva con il proprio cellulare».
Di conseguenza, va sanzionata «l’azione di cessione di arma da soggetto titolare di porto d’armi a soggetto sprovvisto» di tale titolo anche se «essa si è estrinsecata in modo temporaneo».
In Cassazione il cacciatore sostiene che «le circostanze di fatto non permettono» di catalogare l’episodio come «una cessione in senso proprio, in senso giuridico e penalmente rilevante, del fucile», poiché, aggiunge, «la condotta di porto dell’arma esige l’esercizio di un potere di fatto sull’arma, non di un momentaneo rapporto di pochi minuti sotto il diretto controllo del soggetto titolato».

La decisione della Cassazione

In premessa viene ricordato che «in tema di armi la legislazione è ispirata ad un condivisibile rigore, in ragione delle potenziali conseguenze lesive di condotte poste in essere da soggetti inesperti» che «il rapporto, anche temporaneo, con l’arma – purché di durata apprezzabile – comporta l’obbligo della denunzia (e la verifica dei requisiti soggettivi di idoneità), anche se la detenzione deriva da affidamento, cessione o qualsivoglia altro motivo».
In questa vicenda si è appurato «il trasferimento dell’arma, durante la battuta di caccia, dal soggetto titolato, cioè il cacciatore, a quello non titolato, cioè l’amico, che ha adoperato l’arma» e ha sparato un colpo.
Corretto, quindi, parlare di «illiceità del porto», spiegano i Giudici, atteso che «non si è trattato di una semplice esibizione dell’arma ma di un – sia pur temporaneo – impossessamento da parte del soggetto sprovvisto di abilitazione».
E a nulla rileva «la compresenza del soggetto titolato», cioè il cacciatore, poiché «la durata apprezzabile del rapporto diretto tra il soggetto non titolato e l’arma determina la fuoriuscita di questa dalla sfera di controllo del legittimo detentore e – specularmente – l’ingresso nel dominio volontaristico della persona sprovvista di titolo», e questo dettaglio è sufficiente a concretizzare «l’illegittimità del porto, proprio per l’assenza di una reale volontà di cessione definitiva».
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Avv. Francesco Pavan