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Pavan & Girotto Studio Legale

Pavan & Girotto Studio Legale

Fondato nel 1982 dall'Avv. Giorgio Pavan, dal 1994 diviene Studio Associato.
Da oltre 35 anni troviamo soluzioni ai Vostri problemi. Never Give In.
Avv. Francesco Pavan, Avv. Prof. Dimitri Girotto

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STRADA A DOPPIA CORSIA: SUFFICIENTE LA SEGNALAZIONE DELL'AUTOVELOX SU UN SOLO LATO

Confermata la multa comminata a un motociclista per eccesso di velocità.
I giudici chiariscono che il segnale di preavviso va posizionato lungo la corsia destinata all’attività di rilevamento elettronico della velocità, purché idoneamente visibile.
Respinta la tesi del motociclista, secondo cui è da ritenere necessaria, invece, l’installazione del cartello su entrambi i lati in caso di strada a doppia corsia.

Cass. civ., sez. II, ord., 3 agosto 2022, n. 24016

Concordi i giudici di merito: è sacrosanta la multa comminata a un motociclista che è stato beccato, nel settembre del 2015, a viaggiare nel Bergamasco a una velocità – 100 chilometri orari – doppia a quella massima consentita.
Confermata, sia in primo che in secondo grado, anche la sospensione del titolo di guida.

Il conducente multato si lamenta del fatto che «nel tratto stradale in cui era avvenuto il rilevamento elettronico – tramite telelaser – della velocità il cartello di preavviso» in merito alla presenza della postazione per il controllo elettronico della velocità «era stato posizionato dagli agenti solo sul lato destro della carreggiata».

Osservano i giudici di secondo grado, «sulla scorta della normativa applicabile con riguardo alle postazioni di controllo per il rilevamento elettronico della velocità sulla rete stradale non deve considerarsi vigente alcuna prescrizione circa l'obbligo di collocare due cartelli di preavviso, uno sul lato destro e uno sul lato sinistro della strada a due corsie».

Inutile il ricorso in Cassazione, anche per i giudici di terzo grado, difatti, il quadro probatorio tracciato tra primo e secondo grado è chiarissimo.

Innanzitutto, si è accertato che «l'uomo aveva superato, alla guida del proprio motociclo, il limite di velocità di 50 chilometri orari» e che «la constatazione del superamento del limite di velocità era scaturita dall'esecuzione del rilevamento con apposito strumento – tipo tele laser – tramite puntatore» e, infine, che «il cartello di preavviso del rilevamento elettronico della velocità, installato sulla strada, era risultato posizionato solo sul margine della corsia destra e non anche sul margine della corsia sinistra». Inoltre, per quanto concerne «le condizioni della strada e del traffico» durante la corsa del motociclista «dal verbale di accertamento (e dalle foto ad esso allegate) si è desunto che la ‘due ruote' circolava isolata e sulla corsia di destra, senza, peraltro, che alcun altro veicolo potesse occultare la vista della segnaletica di preavviso» relativa alla postazione per il rilevamento della velocità.

Ciò nonostante, però, è necessario fare chiarezza, osservano i giudici, cioè dire in modo netto se è obbligatoria o meno «l'apposizione del segnale di preavviso del rilevamento elettronico della velocità su entrambi i lati di una strada a doppia corsia, ancorché il rilevamento sia stato organizzato per il controllo dei veicoli circolanti su una sola corsia», cioè, nel caso riguardante il motociclista, «solo quella di destra» da lui percorsa con la ‘due ruote', come attestato nel verbale di accertamento.

Su questo fronte i giudici prendono posizione in maniera esplicita: in sostanza, Codice stradale alla mano e alla luce dei «decreti ministeriali attuativi sulle modalità di impiego delle varie tipologie di autovelox», si deve ritenere sufficiente che «il segnale di preavviso sia posizionato lungo la corsia destinata all'attività di rilevamento elettronico della velocità, purché idoneamente visibile».
... Guarda di piùGuarda di meno

STRADA A DOPPIA CORSIA: SUFFICIENTE LA SEGNALAZIONE DELLAUTOVELOX SU UN SOLO LATO

Confermata la multa comminata a un motociclista per eccesso di velocità. 
I giudici chiariscono che il segnale di preavviso va posizionato lungo la corsia destinata all’attività di rilevamento elettronico della velocità, purché idoneamente visibile.
Respinta la tesi del motociclista, secondo cui è da ritenere necessaria, invece, l’installazione del cartello su entrambi i lati in caso di strada a doppia corsia.

Cass. civ., sez. II, ord., 3 agosto 2022, n. 24016

Concordi i giudici di merito: è sacrosanta la multa comminata a un motociclista che è stato beccato, nel settembre del 2015, a viaggiare nel Bergamasco a una velocità – 100 chilometri orari – doppia a quella massima consentita. 
Confermata, sia in primo che in secondo grado, anche la sospensione del titolo di guida.

Il conducente multato si lamenta del fatto che «nel tratto stradale in cui era avvenuto il rilevamento elettronico – tramite telelaser – della velocità il cartello di preavviso» in merito alla presenza della postazione per il controllo elettronico della velocità «era stato posizionato dagli agenti solo sul lato destro della carreggiata».

Osservano i giudici di secondo grado, «sulla scorta della normativa applicabile con riguardo alle postazioni di controllo per il rilevamento elettronico della velocità sulla rete stradale non deve considerarsi vigente alcuna prescrizione circa lobbligo di collocare due cartelli di preavviso, uno sul lato destro e uno sul lato sinistro della strada a due corsie».

Inutile il ricorso in Cassazione, anche per i giudici di terzo grado, difatti, il quadro probatorio tracciato tra primo e secondo grado è chiarissimo.

Innanzitutto, si è accertato che «luomo aveva superato, alla guida del proprio motociclo, il limite di velocità di 50 chilometri orari» e che «la constatazione del superamento del limite di velocità era scaturita dallesecuzione del rilevamento con apposito strumento – tipo tele laser – tramite puntatore» e, infine, che «il cartello di preavviso del rilevamento elettronico della velocità, installato sulla strada, era risultato posizionato solo sul margine della corsia destra e non anche sul margine della corsia sinistra». Inoltre, per quanto concerne «le condizioni della strada e del traffico» durante la corsa del motociclista «dal verbale di accertamento (e dalle foto ad esso allegate) si è desunto che la ‘due ruote circolava isolata e sulla corsia di destra, senza, peraltro, che alcun altro veicolo potesse occultare la vista della segnaletica di preavviso» relativa alla postazione per il rilevamento della velocità.

Ciò nonostante, però, è necessario fare chiarezza, osservano i giudici, cioè dire in modo netto se è obbligatoria o meno «lapposizione del segnale di preavviso del rilevamento elettronico della velocità su entrambi i lati di una strada a doppia corsia, ancorché il rilevamento sia stato organizzato per il controllo dei veicoli circolanti su una sola corsia», cioè, nel caso riguardante il motociclista, «solo quella di destra» da lui percorsa con la ‘due ruote, come attestato nel verbale di accertamento.

Su questo fronte i giudici prendono posizione in maniera esplicita: in sostanza, Codice stradale alla mano e alla luce dei «decreti ministeriali attuativi sulle modalità di impiego delle varie tipologie di autovelox», si deve ritenere sufficiente che «il segnale di preavviso sia posizionato lungo la corsia destinata allattività di rilevamento elettronico della velocità, purché idoneamente visibile».

PRIMA CASA: IL PRECEDENTE ACQUISTO IN COMUNIONE CON IL CONIUGE PRECLUDE I BENEFICI

Il Fisco conferma l'orientamento secondo cui l'acquisto agevolato effettuato da uno dei coniugi in regime di comunione legale dei beni comporta l'esclusione dall'agevolazione per entrambi i coniugi per i successivi acquisti.
(Risp. AE 1° agosto 2022 n. 400).

Ai fini dei benefici “prima casa”, qualora l'acquirente sia titolare, anche in comunione legale, di una casa di abitazione acquistata in regime agevolato dallo stesso o dal coniuge, non può avvalersi nuovamente dell'agevolazione tributaria di cui alla Nota II-bis, art. 1 Tariffa, Parte prima, All. DPR 131/86. Ciò in quanto l'acquisto agevolato effettuato da uno dei coniugi in regime di comunione legale dei beni comporta l'esclusione dall'agevolazione per entrambi i coniugi per i successivi acquisti. È, parimenti, esclusa l'applicabilità dell'agevolazione "prima casa" anche in caso di titolarità, in comunione con il coniuge, di altra casa di abitazione nel territorio del Comune in cui si intende acquistare un nuovo immobile.

I principi, già espressi in passato, sono stati ribadito dal Fisco nella Risposta a interpello n. 400 dello scorso 1° agosto.

Nel caso in esame il marito intende stipulare un atto di permuta per effetto del quale cederà la piena proprietà di un immobile residenziale acquistato prima del matrimonio e di esclusiva proprietà, per il quale ha usufruito dell'agevolazione "prima casa", per acquistare la piena proprietà di altro immobile residenziale sito nello stesso Comune.
L'acquisto dell'immobile verrà qualificato quale suo bene personale.
Ciò premesso, il marito risulta già proprietario, in regime di comunione legale, di una casa di abitazione per la quale la moglie, seppur relativamente alla sua quota, ha fruito dell'agevolazione "prima casa".
Tramite interpello, chiede di poter beneficiare dei benefici prima casa in relazione all'immobile di cui di cui diverrà titolare per effetto della permuta.

Secondo l'amministrazione finanziaria, il precedente acquisto dei coniugi relativo all'immobile residenziale in altro Comune, effettuato in regime di comunione legale, per il quale la moglie ha usufruito dell'agevolazione "prima casa" per la sua quota pari al 50%, è ostativo alla fruizione da parte del marito del regime agevolativo in relazione all'immobile da acquistare in sede di permuta, in quanto si produce ope legis un'estensione dell'agevolazione anche in capo al marito, seppur non abbia fruito del regime di favore sulla propria quota.
Pertanto, permanendo detta situazione di titolarità, per entrambi i coniugi è preclusa la possibilità di avvalersi di nuovo dei benefici "prima casa".
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PRIMA CASA: IL PRECEDENTE ACQUISTO IN COMUNIONE CON IL CONIUGE PRECLUDE I BENEFICI

Il Fisco conferma lorientamento secondo cui lacquisto agevolato effettuato da uno dei coniugi in regime di comunione legale dei beni comporta lesclusione dallagevolazione per entrambi i coniugi per i successivi acquisti.
(Risp. AE 1° agosto 2022 n. 400).

Ai fini dei benefici “prima casa”, qualora lacquirente sia titolare, anche in comunione legale, di una casa di abitazione acquistata in regime agevolato dallo stesso o dal coniuge, non può avvalersi nuovamente dellagevolazione tributaria di cui alla Nota II-bis, art. 1 Tariffa, Parte prima, All. DPR 131/86. Ciò in quanto lacquisto agevolato effettuato da uno dei coniugi in regime di comunione legale dei beni comporta lesclusione dallagevolazione per entrambi i coniugi per i successivi acquisti. È, parimenti, esclusa lapplicabilità dellagevolazione prima casa anche in caso di titolarità, in comunione con il coniuge, di altra casa di abitazione nel territorio del Comune in cui si intende acquistare un nuovo immobile.

I principi, già espressi in passato, sono stati ribadito dal Fisco nella Risposta a interpello n. 400 dello scorso 1° agosto.

Nel caso in esame il marito intende stipulare un atto di permuta per effetto del quale cederà la piena proprietà di un immobile residenziale acquistato prima del matrimonio e di esclusiva proprietà, per il quale ha usufruito dellagevolazione prima casa, per acquistare la piena proprietà di altro immobile residenziale sito nello stesso Comune. 
Lacquisto dellimmobile verrà qualificato quale suo bene personale. 
Ciò premesso, il marito risulta già proprietario, in regime di comunione legale, di una casa di abitazione per la quale la moglie, seppur relativamente alla sua quota, ha fruito dellagevolazione prima casa. 
Tramite interpello, chiede di poter beneficiare dei benefici prima casa in relazione allimmobile di cui di cui diverrà titolare per effetto della permuta.

Secondo lamministrazione finanziaria, il precedente acquisto dei coniugi relativo allimmobile residenziale in altro Comune, effettuato in regime di comunione legale, per il quale la moglie ha usufruito dellagevolazione prima casa per la sua quota pari al 50%, è ostativo alla fruizione da parte del marito del regime agevolativo in relazione allimmobile da acquistare in sede di permuta, in quanto si produce ope legis unestensione dellagevolazione anche in capo al marito, seppur non abbia fruito del regime di favore sulla propria quota. 
Pertanto, permanendo detta situazione di titolarità, per entrambi i coniugi è preclusa la possibilità di avvalersi di nuovo dei benefici prima casa.

CONDANNATO IL PROPRIETARIO DELL'IMMOBILE CHE VI SI INTRODUCE CON VIOLENZA

Rilevante il fatto che l’immobile venga utilizzato uti dominus, da oltre venti anni, dal vecchio proprietario. Impossibile, secondo i Giudici, catalogare l’episodio come autoreintegrazione nel possesso, vista e considerata la tempistica.

Cass. pen., sez. VI, ud. 10 giugno 2022 (dep. 1° agosto 2022), n. 30328

Sanzione penale per il proprietario dell'immobile che vi si introduce con violenza, ignorando, in sostanza, la posizione della persona che glielo ha venduto e che lo utilizza pacificamente da oltre 20 anni come se fosse il padrone.

Ricostruito nei dettagli l'episodio incriminato, i giudici di merito condannano, sia in primo che in secondo grado, l'uomo sotto processo, ritenendolo colpevole di «avere esercitato arbitrariamente le proprie ragioni relativamente al diritto di proprietà di un immobile in cui si è introdotto con violenza sulle cose» e ciò ai danni dell'uomo che quell'immobile gli ha venduto e che ha continuato a utilizzarlo per oltre 20 anni come se fosse il padrone.

In Cassazione, però, l'uomo sotto accusa prova a difendersi giustificando le azioni da lui compiute, e in questa ottica egli sostiene siano «inattendibili le dichiarazioni della persona offesa (che ha affermato di essere da anni in possesso dell'immobile)», anche perché vi è «il contenuto dell'atto notarile di compravendita attestante la vendita» a lui «della proprietà dell'immobile» da parte della persona offesa.

Per i giudici di terzo grado, però, sono inequivocabili le ripetute condotte dell'uomo sotto processo, condotte che «furono evidente manifestazione della sua volontà di esercitare il diritto di proprietà o il possesso, essendo significativamente consistite nella reiterata rottura e asportazione delle catene e del lucchetto del cancello di ingresso, nella rimozione della recinzione dell'area di pertinenza dell'immobile e delle masserizie presenti nella casa, nella realizzazione di una pavimentazione in cemento».

Di conseguenza, non è rilevante «la deposizione della parte lesa che», secondo la difesa, «dovrebbe riconoscere di avere concesso all'uomo sotto processo di pulire l'area per sistemarla e renderla civile abitazione (e non rimessa per i maiali)», anche perché «il contenuto degli atti» compiuti dall'uomo sotto processo è sicuramente eccessivo rispetto all'«asserito esercizio di tale autorizzazione».

I giudici precisano poi che «non rileva il fatto che l'uomo sotto processo abbia prodotto un suo atto di acquisto dell'immobile dalla persona offesa, giacché comunque lo spoglio è avvenuto nei confronti» del vecchio proprietario che «da oltre 20 anni utilizzava pacificamente uti dominus l'immobile».

Legittima, quindi, la condanna per «esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose».

I giudici chiariscono che «l'arbitrarietà dell'esercizio delle proprie ragioni può escludersi solo se la persona attua un comportamento violento per mantenere il suo possesso attuale (violenza manutentiva) o per recuperarlo nell'immediatezza dello spoglio subito (violenza reintegrativa) perché in entrambi i casi l'ordine giuridico preesistente è conservato e non turbato».

Di conseguenza, «l'autoreintegrazione nel possesso di una cosa, della quale il soggetto sia spogliato clandestinamente o con violenza, opera come causa speciale di giustificazione solo quando sia impossibile il ricorso al giudice e l'azione relativa avvenga nell'immediatezza di quella lesiva del diritto, per l'impellente necessità di ripristinare il possesso perduto».

Mentre invece in questa vicenda il possesso uti dominus del vecchio proprietario dell'immobile è andato avanti per oltre venti anni, sottolineano i giudici.
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CONDANNATO IL PROPRIETARIO DELLIMMOBILE CHE VI SI INTRODUCE CON VIOLENZA

Rilevante il fatto che l’immobile venga utilizzato uti dominus, da oltre venti anni, dal vecchio proprietario. Impossibile, secondo i Giudici, catalogare l’episodio come autoreintegrazione nel possesso, vista e considerata la tempistica.

Cass. pen., sez. VI, ud. 10 giugno 2022 (dep. 1° agosto 2022), n. 30328

Sanzione penale per il proprietario dellimmobile che vi si introduce con violenza, ignorando, in sostanza, la posizione della persona che glielo ha venduto e che lo utilizza pacificamente da oltre 20 anni come se fosse il padrone.

Ricostruito nei dettagli lepisodio incriminato, i giudici di merito condannano, sia in primo che in secondo grado, luomo sotto processo, ritenendolo colpevole di «avere esercitato arbitrariamente le proprie ragioni relativamente al diritto di proprietà di un immobile in cui si è introdotto con violenza sulle cose» e ciò ai danni delluomo che quellimmobile gli ha venduto e che ha continuato a utilizzarlo per oltre 20 anni come se fosse il padrone.

In Cassazione, però, luomo sotto accusa prova a difendersi giustificando le azioni da lui compiute, e in questa ottica egli sostiene siano «inattendibili le dichiarazioni della persona offesa (che ha affermato di essere da anni in possesso dellimmobile)», anche perché vi è «il contenuto dellatto notarile di compravendita attestante la vendita» a lui «della proprietà dellimmobile» da parte della persona offesa.

Per i giudici di terzo grado, però, sono inequivocabili le ripetute condotte delluomo sotto processo, condotte che «furono evidente manifestazione della sua volontà di esercitare il diritto di proprietà o il possesso, essendo significativamente consistite nella reiterata rottura e asportazione delle catene e del lucchetto del cancello di ingresso, nella rimozione della recinzione dellarea di pertinenza dellimmobile e delle masserizie presenti nella casa, nella realizzazione di una pavimentazione in cemento».

Di conseguenza, non è rilevante «la deposizione della parte lesa che», secondo la difesa, «dovrebbe riconoscere di avere concesso alluomo sotto processo di pulire larea per sistemarla e renderla civile abitazione (e non rimessa per i maiali)», anche perché «il contenuto degli atti» compiuti dalluomo sotto processo è sicuramente eccessivo rispetto all«asserito esercizio di tale autorizzazione».

I giudici precisano poi che «non rileva il fatto che luomo sotto processo abbia prodotto un suo atto di acquisto dellimmobile dalla persona offesa, giacché comunque lo spoglio è avvenuto nei confronti» del vecchio proprietario che «da oltre 20 anni utilizzava pacificamente uti dominus limmobile».

Legittima, quindi, la condanna per «esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose».

I giudici chiariscono che «larbitrarietà dellesercizio delle proprie ragioni può escludersi solo se la persona attua un comportamento violento per mantenere il suo possesso attuale (violenza manutentiva) o per recuperarlo nellimmediatezza dello spoglio subito (violenza reintegrativa) perché in entrambi i casi lordine giuridico preesistente è conservato e non turbato».

Di conseguenza, «lautoreintegrazione nel possesso di una cosa, della quale il soggetto sia spogliato clandestinamente o con violenza, opera come causa speciale di giustificazione solo quando sia impossibile il ricorso al giudice e lazione relativa avvenga nellimmediatezza di quella lesiva del diritto, per limpellente necessità di ripristinare il possesso perduto».

Mentre invece in questa vicenda il possesso uti dominus del vecchio proprietario dellimmobile è andato avanti per oltre venti anni, sottolineano i giudici.

LA MOGLIE HA DIRITTO ALL'ASSEGNO DIVORZILE SE SI PROCURA LAVORI SALTUARI.

Il contributo ha infatti natura assistenziale, compensativa e perequativa.

Cass. civ., sez. I, sent., 28 luglio 2022, n. 23583

Con la sentenza in esame, la Suprema Corte è stata chiamata a pronunciarsi sul ricorso proposto da una donna al fine di ottenere il contributo al mantenimento mensile.
In particolare, la donna lamenta che si era vista negare l'assegno divorzile pur avendo dovuto sacrificare le proprie attività professionali per provvedere alle necessità dei figli, accontentandosi di lavori saltuari.

La Suprema Corte, nell'accogliere il ricorso, ha evidenziato che è del tutto irrilevante «la generica e astratta possibilità del coniuge di procurarsi lavori saltuari»: un'indagine di questo genere, infatti, «deve esprimersi sul piano della concretezza e dell'effettività, tenendo conto di tutti gli elementi e fattori (individuali, ambientali, territoriali, economico sociale) della specifica fattispecie».

Non solo: «il riconoscimento dell'assegno di divorzio in favore dell'ex coniuge, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi dell'art. 5, comma 6, l. n. 898/1970, richiede l'accertamento dell'inadeguatezza dei mezzi dell'ex coniuge istante, e dell'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, applicandosi i criteri equiordinati di cui alla prima parte della norma, i quali costituiscono il parametro cui occorre attenersi per decidere sia sulla attribuzione sia sulla quantificazione dell'assegno.
Il giudizio dovrà essere espresso, in particolare, alla luce di una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune, nonché di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio ed all'età dell'avente diritto».

In altre parole, «all'assegno di divorzio in favore dell'ex coniuge deve attribuirsi, oltre alla natura assistenziale, anche natura perequativo-compensativa, che discende direttamente dalla declinazione del principio costituzionale di solidarietà, e conduce al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge richiedente non il conseguimento dell'autosufficienza economica sulla base di un parametro astratto, bensì il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate».

Insomma: con riguardo alla capacità lavorativa del coniuge beneficiario dell'assegno, l'indagine del giudice di merito, al fine di verificare se risulti integrato o escluso il presupposto dell'attribuzione dell'assegno, va condotta «secondo criteri di particolare rigore e pregnanza, non potendo una attività concretamente espletata soltanto saltuariamente giustificare l'affermazione della "esistenza di una fonte adeguata di reddito", specie a fronte della rilevazione del carattere meramente episodico e occasionale di tale attività, e non potendosi, in tal caso, legittimamente inferire la presunzione della effettiva capacità del coniuge a procurarsi un reddito adeguato» (Cass. civ., n. 6468/1998; Cass. civ., n. 4584/2000).
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LA MOGLIE HA DIRITTO ALLASSEGNO DIVORZILE SE SI PROCURA LAVORI SALTUARI.

Il contributo ha infatti natura assistenziale, compensativa e perequativa.

Cass. civ., sez. I, sent., 28 luglio 2022, n. 23583

Con la sentenza in esame, la Suprema Corte è stata chiamata a pronunciarsi sul ricorso proposto da una donna al fine di ottenere il contributo al mantenimento mensile. 
In particolare, la donna lamenta che si era vista negare lassegno divorzile pur avendo dovuto sacrificare le proprie attività professionali per provvedere alle necessità dei figli, accontentandosi di lavori saltuari.

La Suprema Corte, nellaccogliere il ricorso, ha evidenziato che è del tutto irrilevante «la generica e astratta possibilità del coniuge di procurarsi lavori saltuari»: unindagine di questo genere, infatti, «deve esprimersi sul piano della concretezza e delleffettività, tenendo conto di tutti gli elementi e fattori (individuali, ambientali, territoriali, economico sociale) della specifica fattispecie».

Non solo: «il riconoscimento dellassegno di divorzio in favore dellex coniuge, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi dellart. 5, comma 6, l. n. 898/1970, richiede laccertamento dellinadeguatezza dei mezzi dellex coniuge istante, e dellimpossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, applicandosi i criteri equiordinati di cui alla prima parte della norma, i quali costituiscono il parametro cui occorre attenersi per decidere sia sulla attribuzione sia sulla quantificazione dellassegno. 
Il giudizio dovrà essere espresso, in particolare, alla luce di una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune, nonché di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio ed alletà dellavente diritto».

In altre parole, «allassegno di divorzio in favore dellex coniuge deve attribuirsi, oltre alla natura assistenziale, anche natura perequativo-compensativa, che discende direttamente dalla declinazione del principio costituzionale di solidarietà, e conduce al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge richiedente non il conseguimento dellautosufficienza economica sulla base di un parametro astratto, bensì il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate».

Insomma: con riguardo alla capacità lavorativa del coniuge beneficiario dellassegno, lindagine del giudice di merito, al fine di verificare se risulti integrato o escluso il presupposto dellattribuzione dellassegno, va condotta «secondo criteri di particolare rigore e pregnanza, non potendo una attività concretamente espletata soltanto saltuariamente giustificare laffermazione della esistenza di una fonte adeguata di reddito, specie a fronte della rilevazione del carattere meramente episodico e occasionale di tale attività, e non potendosi, in tal caso, legittimamente inferire la presunzione della effettiva capacità del coniuge a procurarsi un reddito adeguato» (Cass. civ., n. 6468/1998; Cass. civ., n. 4584/2000).

IL REDDITO DI CITTADINANZA NON SI PERDE SE SI FORNISCONO FALSE DICHIARAZIONI.

La Corte di Cassazione torna ad occuparsi del reddito di cittadinanza, specificando che le false dichiarazioni relative ai propri guadagni non comportano la possibilità di accedere comunque al beneficio.

Cass. pen., sez. II, ud. 8 giugno 2022 (dep. 27 luglio 2022), n. 29910

La Corte di Cassazione con sentenza n. 29910/2022 si è occupata di un caso di sequestro preventivo avente ad oggetto la carta di pagamento per l'accredito del reddito di cittadinanza, quale profitto del reato di cui all'art. 7 l. n. 26/2019.

L'indagata proponeva ricorso per Cassazione sulla base di tre motivi di doglianza e il Collegio lo dichiarava fondato.

Il Collegio, nel caso in esame, si è discostato dall'orientamento maggioritario che prevede che il reato di cui all'art. 7 l. n. 26/2019, sarebbe ascrivibile in automatico in virtù delle notizie non veritiere sulla condizione economica di chi chiede l'accesso al sostegno economico.

Specifica invece la Corte di Cassazione che «la struttura del fatto tipico, come delineata dalla norma incriminatrice con particolare riguardo alla specificazione dell'elemento soggettivo (…) conducono ad escludere rilevanza penale alle condotte e il risultato dell'indebita percezione della misura».

Infatti, il dato letterale nella norma che sanziona il rilascio e l'utilizzazione di false dichiarazioni o documenti in sede di richiesta per il riconoscimento del reddito di cittadinanza, descrive l'elemento soggettivo della fattispecie richiesta perché assuma rilevanza la condotta decettiva al fine di ottenere indebitamente il beneficio.

Il Collegio specifica che «la finalizzazione della condotta non può ridursi alla verifica dell'atteggiamento psicologico tenuto dal soggetto agente, indipendentemente dall'idoneità della condotta nel perseguire l'obiettivo descritto dalla norma, risultando più aderente ad una concezione del principio di offensività coerente con i canoni costituzionali».

È importante anche specificare che emerge da questa vicenda l'importanza del nesso funzionale che perviene dai controlli che vengono effettuati per le istanze di accesso alla misura, che prevede comunque l'obbligo di trasmissione all'autorità giudiziaria della documentazione amministrativa.

Pertanto, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, in quanto non è possibile sanzionare una condotta che non ha effetti sul diritto al beneficio.
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IL REDDITO DI CITTADINANZA NON SI PERDE SE SI FORNISCONO FALSE DICHIARAZIONI.

La Corte di Cassazione torna ad occuparsi del reddito di cittadinanza, specificando che le false dichiarazioni relative ai propri guadagni non comportano la possibilità di accedere comunque al beneficio.

Cass. pen., sez. II, ud. 8 giugno 2022 (dep. 27 luglio 2022), n. 29910

La Corte di Cassazione con sentenza n. 29910/2022 si è occupata di un caso di sequestro preventivo avente ad oggetto la carta di pagamento per laccredito del reddito di cittadinanza, quale profitto del reato di cui allart. 7 l. n. 26/2019.

Lindagata proponeva ricorso per Cassazione sulla base di tre motivi di doglianza e il Collegio lo dichiarava fondato.

Il Collegio, nel caso in esame, si è discostato dallorientamento maggioritario che prevede che il reato di cui allart. 7 l. n. 26/2019, sarebbe ascrivibile in automatico in virtù delle notizie non veritiere sulla condizione economica di chi chiede laccesso al sostegno economico.

Specifica invece la Corte di Cassazione che «la struttura del fatto tipico, come delineata dalla norma incriminatrice con particolare riguardo alla specificazione dellelemento soggettivo (…) conducono ad escludere rilevanza penale alle condotte e il risultato dellindebita percezione della misura».

Infatti, il dato letterale nella norma che sanziona il rilascio e lutilizzazione di false dichiarazioni o documenti in sede di richiesta per il riconoscimento del reddito di cittadinanza, descrive lelemento soggettivo della fattispecie richiesta perché assuma rilevanza la condotta decettiva al fine di ottenere indebitamente il beneficio.

Il Collegio specifica che «la finalizzazione della condotta non può ridursi alla verifica dellatteggiamento psicologico tenuto dal soggetto agente, indipendentemente dallidoneità della condotta nel perseguire lobiettivo descritto dalla norma, risultando più aderente ad una concezione del principio di offensività coerente con i canoni costituzionali».

È importante anche specificare che emerge da questa vicenda limportanza del nesso funzionale che perviene dai controlli che vengono effettuati per le istanze di accesso alla misura, che prevede comunque lobbligo di trasmissione allautorità giudiziaria della documentazione amministrativa.

Pertanto, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, in quanto non è possibile sanzionare una condotta che non ha effetti sul diritto al beneficio.
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