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NON VIOLA LA PRIVACY LA NOTA INTERNA AZIENDALE RELATIVA ALLA MALATTIA DEL DIPENDENTE

Respinte definitivamente le contestazioni proposte dal lavoratore.
Per i Giudici, come già per il Garante Privacy, è fondamentale constatare che la notizia della patologia del dipendente era stata già palesata nell’ambiente di lavoro, e che la nota era una segnalazione di carattere interno mirata alla tutela della salute del prestatore di lavoro e degli utenti del servizio.

(Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza n. 16560/20; depositata il 31 luglio)

A far scoppiare il caso è una nota interna con cui viene evidenziata «l’opportunità della sottoposizione» di un dipendente «a una visita straordinaria presso il medico competente del Servizio di prevenzione e protezione di medicina del lavoro per problemi di iperglicemia» e per la conseguente terapia.
La comunicazione provoca l’irritazione del lavoratore che si rivolge al Garante per la protezione dei dati personali per «lamentare l’illecita diffusione, a opera del datore di lavoro, di taluni dati inerenti le proprie condizioni di salute».
Tale azione si rivela però inutile: per il Garante la condotta dell’azienda ospedaliera è regolare.

E sulla stessa linea si attesta anche il Tribunale. Per i Giudici, difatti, bisogna tener presente che «la notizia della patologia era stata già palesata nell’ambiente di lavoro» poiché era stato lo stesso dipendente a renderne partecipi alcuni dei propri colleghi.
Peraltro, la nota ritenuta illegittima dal lavoratore «non era una comunicazione destinata alla diffusione, bensì una segnalazione di carattere interno», basata sulla «esigenza superiore di tutela della salute del prestatore di lavoro e degli utenti del servizio».
Ciò significa, secondo i Giudici del Tribunale, che «la tutela della riservatezza doveva necessariamente affievolire in presenza di dati già divulgati dal lavoratore, essendo la condotta di pubblica ostensione di dati sensibili una forma di consenso implicito al loro trattamento».


Il lavoratore ricorre in Cassazione per censurare la valutazione del Garante e la decisione del Tribunale, ponendo in evidenza, tra l’altro, che «la normativa sulla riservatezza e la giurisprudenza in materia non distinguono una comunicazione interna da una comunicazione esterna», e che «il dato diffuso atteneva alla sfera di salute e a dati sensibili, la cui diffusione si sarebbe potuta ritenere lecita solo dinanzi a una norma di legge autorizzativa, e unicamente se ad essa avesse dato corso un soggetto abilitato».
Allo stesso tempo, il lavoratore osserva che la normativa «rende acquisibili i dati personali, in difetto di consenso, solo in caso di emergenza sanitaria o di igiene pubblica, e non anche in relazione a vicende come quella in esame», e poi pone in evidenza la violazione compiuta, a suo dire, con «l’avvenuta specificazione della patologia e delle terapie», assolutamente non giustificata dal fatto di «averne parlato con i propri colleghi di lavoro».
In ultimo, poi, il lavoratore sostiene che «non si sarebbe potuta giustificare la condotta dell’azienda neppure a fronte dell’argomentazione del Garante basata sull’articolo 5 dello Statuto dei lavoratori, che consente al datore di lavoro di sottoporre a visita il lavoratore» ma «non rende necessario, né pertinente, specificare le malattie del dipendente e le terapie cui egli abbia a sottoporsi, o la trasmissione a uffici o a soggetti diversi dal medico competente».

Per i Giudici della Cassazione, difatti, è corretta e condivisibile la valutazione compiuta in Tribunale, laddove si è osservato che, checché ne dica il lavoratore, ci si trova di fronte a «una semplice comunicazione interna con fini di tutela della salute dello stesso lavoratore e di terze persone, in un ambito in cui, peraltro, le informazioni sensibili erano state già ampiamente diffuse dallo stesso soggetto interessato».
Ad avere un peso, ovviamente, anche il fatto che «il Garante aveva a sua volta inteso la nota come una richiesta interna, inoltrata ai superiori gerarchici», finalizzata alla previsione fissata dall’articolo 5 dello Statuto dei lavoratori.
Tirando le somme, «la diffusione del dato» relativo allo stato di salute del lavoratore, è da ritenere «non esorbitante e anzi doverosa in rapporto al fine di sollecitare la sottoposizione a visita del lavoratore, anche nel suo interesse», concludono i giudici della Cassazione.
... vedi altrovedi meno

NON VIOLA LA PRIVACY LA NOTA INTERNA AZIENDALE RELATIVA ALLA MALATTIA DEL DIPENDENTE

Respinte definitivamente le contestazioni proposte dal lavoratore. 
Per i Giudici, come già per il Garante Privacy, è fondamentale constatare che la notizia della patologia del dipendente era stata già palesata nell’ambiente di lavoro, e che la nota era una segnalazione di carattere interno mirata alla tutela della salute del prestatore di lavoro e degli utenti del servizio.  

(Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza n. 16560/20; depositata il 31 luglio)

A far scoppiare il caso è una nota interna con cui viene evidenziata «l’opportunità della sottoposizione» di un dipendente «a una visita straordinaria presso il medico competente del Servizio di prevenzione e protezione di medicina del lavoro per problemi di iperglicemia» e per la conseguente terapia.
La comunicazione provoca l’irritazione del lavoratore che si rivolge al Garante per la protezione dei dati personali per «lamentare l’illecita diffusione, a opera del datore di lavoro, di taluni dati inerenti le proprie condizioni di salute». 
Tale azione si rivela però inutile: per il Garante la condotta dell’azienda ospedaliera è regolare.

E sulla stessa linea si attesta anche il Tribunale. Per i Giudici, difatti, bisogna tener presente che «la notizia della patologia era stata già palesata nell’ambiente di lavoro» poiché era stato lo stesso dipendente a renderne partecipi alcuni dei propri colleghi. 
Peraltro, la nota ritenuta illegittima dal lavoratore «non era una comunicazione destinata alla diffusione, bensì una segnalazione di carattere interno», basata sulla «esigenza superiore di tutela della salute del prestatore di lavoro e degli utenti del servizio».
Ciò significa, secondo i Giudici del Tribunale, che «la tutela della riservatezza doveva necessariamente affievolire in presenza di dati già divulgati dal lavoratore, essendo la condotta di pubblica ostensione di dati sensibili una forma di consenso implicito al loro trattamento».

 
Il lavoratore ricorre in Cassazione per censurare la valutazione del Garante e la decisione del Tribunale, ponendo in evidenza, tra l’altro, che «la normativa sulla riservatezza e la giurisprudenza in materia non distinguono una comunicazione interna da una comunicazione esterna», e che «il dato diffuso atteneva alla sfera di salute e a dati sensibili, la cui diffusione si sarebbe potuta ritenere lecita solo dinanzi a una norma di legge autorizzativa, e unicamente se ad essa avesse dato corso un soggetto abilitato».
Allo stesso tempo, il lavoratore osserva che la normativa «rende acquisibili i dati personali, in difetto di consenso, solo in caso di emergenza sanitaria o di igiene pubblica, e non anche in relazione a vicende come quella in esame», e poi pone in evidenza la violazione compiuta, a suo dire, con «l’avvenuta specificazione della patologia e delle terapie», assolutamente non giustificata dal fatto di «averne parlato con i propri colleghi di lavoro».
In ultimo, poi, il lavoratore sostiene che «non si sarebbe potuta giustificare la condotta dell’azienda neppure a fronte dell’argomentazione del Garante basata sull’articolo 5 dello Statuto dei lavoratori, che consente al datore di lavoro di sottoporre a visita il lavoratore» ma «non rende necessario, né pertinente, specificare le malattie del dipendente e le terapie cui egli abbia a sottoporsi, o la trasmissione a uffici o a soggetti diversi dal medico competente».

Per i Giudici della Cassazione, difatti, è corretta e condivisibile la valutazione compiuta in Tribunale, laddove si è osservato che, checché ne dica il lavoratore, ci si trova di fronte a «una semplice comunicazione interna con fini di tutela della salute dello stesso lavoratore e di terze persone, in un ambito in cui, peraltro, le informazioni sensibili erano state già ampiamente diffuse dallo stesso soggetto interessato».
Ad avere un peso, ovviamente, anche il fatto che «il Garante aveva a sua volta inteso la nota come una richiesta interna, inoltrata ai superiori gerarchici», finalizzata alla previsione fissata dall’articolo 5 dello Statuto dei lavoratori.
Tirando le somme, «la diffusione del dato» relativo allo stato di salute del lavoratore, è da ritenere «non esorbitante e anzi doverosa in rapporto al fine di sollecitare la sottoposizione a visita del lavoratore, anche nel suo interesse», concludono i giudici della Cassazione.

RAPINARE UN ANZIANO IN APERTA CAMPAGNA RENDE PIU' GRAVE LA CONDOTTA CRIMINOSA.

Condanna confermata, e nessun dubbio sull’aggravante prevista per la cosiddetta “minorata difesa”. Rilevante il dato anagrafico della vittima, riconoscono i Giudici, ma anche il contesto e la prestanza fisica dei rapinatori.

(Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza n. 23347/20; depositata il 30 luglio)

Sotto processo due uomini, accusati di aver preso di mira una persona anziana col chiaro obiettivo di rubarle denaro e oggetti.
Ricostruito l’episodio incriminato, verificatosi in aperta campagna, i Giudici di merito ritengono sacrosanta una condanna per rapina.
A rendere più difficile la posizione dei rapinatori è il riconoscimento della aggravante prevista per la minorata difesa della anziana vittima.
Proprio su questo tasto però batte il difensore di uno dei due uomini sotto processo.
Col ricorso in Cassazione, difatti, il legale contesta la visione dei Giudici di secondo grado, visione che, a suo dire, è stata basata esclusivamente sul «dato anagrafico» della vittima della rapina.

I Giudici del Palazzaccio ritengono plausibile l’osservazione proposta dal difensore, ricordando che, in effetti, «l’età avanzata della persona offesa non realizza una presunzione assoluta di minorata difesa per la ridotta capacità di resistenza della vittima».
Subito dopo, però, essi aggiungono che vanno valutate anche altre «situazioni che denotano la particolare vulnerabilità del soggetto passivo» da cui il malfattore «trae consapevolmente vantaggio».
Ebbene, in questa vicenda, c’è di sicuro «il dato anagrafico della vittima – oltre 80 anni di età –» ma ci sono anche «le specifiche condizioni in cui si svolse l’azione delittuosa, indici di maggiore fragilità di cui il rapinatore ha approfittato», cioè «ambiente isolato, in aperta campagna» e «aggressione da parte di due persone molto più giovani e prestanti dell’anziano rapinato».
... vedi altrovedi meno

RAPINARE UN ANZIANO IN APERTA CAMPAGNA RENDE PIU GRAVE LA CONDOTTA CRIMINOSA.

Condanna confermata, e nessun dubbio sull’aggravante prevista per la cosiddetta “minorata difesa”. Rilevante il dato anagrafico della vittima, riconoscono i Giudici, ma anche il contesto e la prestanza fisica dei rapinatori.

(Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza n. 23347/20; depositata il 30 luglio)

Sotto processo due uomini, accusati di aver preso di mira una persona anziana col chiaro obiettivo di rubarle denaro e oggetti.
Ricostruito l’episodio incriminato, verificatosi in aperta campagna, i Giudici di merito ritengono sacrosanta una condanna per rapina.
A rendere più difficile la posizione dei rapinatori è il riconoscimento della aggravante prevista per la minorata difesa della anziana vittima.
Proprio su questo tasto però batte il difensore di uno dei due uomini sotto processo. 
Col ricorso in Cassazione, difatti, il legale contesta la visione dei Giudici di secondo grado, visione che, a suo dire, è stata basata esclusivamente sul «dato anagrafico» della vittima della rapina.

I Giudici del Palazzaccio ritengono plausibile l’osservazione proposta dal difensore, ricordando che, in effetti, «l’età avanzata della persona offesa non realizza una presunzione assoluta di minorata difesa per la ridotta capacità di resistenza della vittima». 
Subito dopo, però, essi aggiungono che vanno valutate anche altre «situazioni che denotano la particolare vulnerabilità del soggetto passivo» da cui il malfattore «trae consapevolmente vantaggio».
Ebbene, in questa vicenda, c’è di sicuro «il dato anagrafico della vittima – oltre 80 anni di età –» ma ci sono anche «le specifiche condizioni in cui si svolse l’azione delittuosa, indici di maggiore fragilità di cui il rapinatore ha approfittato», cioè «ambiente isolato, in aperta campagna» e «aggressione da parte di due persone molto più giovani e prestanti dell’anziano rapinato».

REVOCATA L'ASSEGNAZIONE DELLA CASA FAMILIARE SE MANCA LA DIMORA ABITUALE DEL FIGLIO DISABILE AFFIDATO ALLA MADRE

Confermata dalla Cassazione la decisione con cui è stata accolta la richiesta avanzata dall’uomo. Revocata l’originaria assegnazione della casa familiare alla donna e al figlio disabile. Decisiva la constatazione che quell’immobile non costituiva più, da tempo, la dimora abituale del ragazzo.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza n. 16286/20; depositata il 30 luglio)

Terreno di scontro tra moglie e marito nel giudizio di divorzio è anche la casa familiare.
In prima battuta l’immobile viene assegnato alla donna in quanto «collocataria in via prevalente del figlio disabile, maggiorenne ma non economicamente autosufficiente». Successivamente, però, i Giudici d’Appello revocano tale decisione, ponendo in evidenza le difficoltà economiche dell’uomo e il fatto che figlio disabile e madre non vivano più nella casa familiare.

Questo provvedimento suscita la reazione della donna, che propone ricorso in Cassazione, sostenendo che i Giudici di merito «abbiano revocato l’assegnazione tenendo preminentemente conto dell’interesse economico del marito e non dell’interesse prioritario del figlio».

Dalla Cassazione mostrano difatti di condividere la valutazione compiuta in Appello, valutazione centrata sul fatto che «la casa familiare non costituiva più, da tempo, la dimora abituale del ragazzo, e quindi non soddisfaceva il suo interesse abitativo».
... vedi altrovedi meno

REVOCATA LASSEGNAZIONE DELLA CASA FAMILIARE SE MANCA LA DIMORA ABITUALE DEL FIGLIO DISABILE AFFIDATO ALLA MADRE

Confermata dalla Cassazione la decisione con cui è stata accolta la richiesta avanzata dall’uomo. Revocata l’originaria assegnazione della casa familiare alla donna e al figlio disabile. Decisiva la constatazione che quell’immobile non costituiva più, da tempo, la dimora abituale del ragazzo.  

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza n. 16286/20; depositata il 30 luglio)

Terreno di scontro tra moglie e marito nel giudizio di divorzio è anche la casa familiare. 
In prima battuta l’immobile viene assegnato alla donna in quanto «collocataria in via prevalente del figlio disabile, maggiorenne ma non economicamente autosufficiente». Successivamente, però, i Giudici d’Appello revocano tale decisione, ponendo in evidenza le difficoltà economiche dell’uomo e il fatto che figlio disabile e madre non vivano più nella casa familiare.

Questo provvedimento suscita la reazione della donna, che propone ricorso in Cassazione, sostenendo che i Giudici di merito «abbiano revocato l’assegnazione tenendo preminentemente conto dell’interesse economico del marito e non dell’interesse prioritario del figlio».

Dalla Cassazione mostrano difatti di condividere la valutazione compiuta in Appello, valutazione centrata sul fatto che «la casa familiare non costituiva più, da tempo, la dimora abituale del ragazzo, e quindi non soddisfaceva il suo interesse abitativo».

RISOLUZIONE DEL CONTRATTO DI ACQUISTO DELL'AUTO DIFETTOSA: IL RISARCIMENTO DOVRA' TENER CONTO DELL'USO FATTONE DAL COMPRATORE.

In caso di risoluzione del contratto di acquisto di un’auto affetta di vizi, il giudice, nella determinazione del prezzo da restituire al compratore, dovrà tenere in considerazione l’uso del veicolo da parte di quest’ultimo in modo da garantire l’equilibrio tra le reciproche prestazioni restitutorie delle parti ed evitare un’illegittima locupletazione dell’acquirente.

(Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza n. 16077/20; depositata il 28 luglio)

A seguito dell’acquisto di un’auto, il compratore conveniva in giudizio la società venditrice chiedendo la risoluzione del contratto per la presenza di vizi che rendevano il veicolo inidoneo all’uso, come riscontrato anche da accertamento tecnico preventivo.
L’attore chiedeva anche il risarcimento dei danni. Il Tribunale accoglieva la domanda e condannava la convenuta alla restituzione di oltre 30mila euro, mentre la società importatrice dell’auto, chiamata in manleva dalla soccombente, veniva condannata al risarcimento del danno.
In sede di appello, veniva confermata la risoluzione del contratto ritenendo irrilevante il fatto che l’acquirente avesse continuato ad utilizzare l’auto per diversi anni a causa del protrarsi della lite.
La sentenza d’appello provvedeva dunque a disporre la restituzione del veicolo.

La questione è giunta all’attenzione della Suprema Corte su ricorso del venditore soccombente che lamenta la violazione degli artt. 1490 e 1492 c.c. per aver la Corte territoriale confermato la risoluzione del contratto con conseguente integrale restituzione del prezzo di acquisto e restituzione dell’auto nello stato in cui si trovava al momento della pronuncia.
Tale soluzione configura una disparità di trattamento sotto il profilo della reciprocità degli effetti restitutori. L’acquirente infatti pur avendo continuato ad utilizzare per anni l’auto, risultata poi affetta da vizi che – evidentemente – non ne avevano del tutto impedito l’uso, aveva visto riconosciuta la restituzione dell’intero prezzo corrisposto al momento dell’acquisto a fronte dell’ordine di restituzione del veicolo stessa che però fosse riconosciuta la relativa svalutazione per effetto dell’uso fattone.

Il Collegio afferma difatti che «in virtù dell’operatività del nesso sinallagmatico che connota il contratto di vendita ed in dipendenza degli effetti retroattivi riconducibili alla risoluzione contrattuale (ai sensi dell’art. 1458, comma 1, c.c. in correlazione con l’art. 1493 c.c.), nella determinazione del prezzo da restituire al compratore di un’autovettura che abbia agito vittoriosamente in redibitoria si deve tener conto dell’uso del bene fatto dal medesimo, dovendosi, sul piano oggettivo, garantire l’equilibrio anche tra le reciproche prestazioni restitutorie delle parti ed evitare un’illegittima locupletazione dell’acquirente, ove lo stesso abbia continuato ad utilizzare il bene (ancorchè accertato come viziato ma non completamente inidoneo al suo uso), determinandone una sua progressiva e fisiologica perdita di valore».
La pronuncia impugnata viene dunque annullata sotto tale profilo con rinvio alla Corte d’Appello.
... vedi altrovedi meno

RISOLUZIONE DEL CONTRATTO DI ACQUISTO DELLAUTO DIFETTOSA: IL RISARCIMENTO DOVRA TENER CONTO DELLUSO FATTONE DAL COMPRATORE.

In caso di risoluzione del contratto di acquisto di un’auto affetta di vizi, il giudice, nella determinazione del prezzo da restituire al compratore, dovrà tenere in considerazione l’uso del veicolo da parte di quest’ultimo in modo da garantire l’equilibrio tra le reciproche prestazioni restitutorie delle parti ed evitare un’illegittima locupletazione dell’acquirente.

(Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza n. 16077/20; depositata il 28 luglio)

A seguito dell’acquisto di un’auto, il compratore conveniva in giudizio la società venditrice chiedendo la risoluzione del contratto per la presenza di vizi che rendevano il veicolo inidoneo all’uso, come riscontrato anche da accertamento tecnico preventivo. 
L’attore chiedeva anche il risarcimento dei danni. Il Tribunale accoglieva la domanda e condannava la convenuta alla restituzione di oltre 30mila euro, mentre la società importatrice dell’auto, chiamata in manleva dalla soccombente, veniva condannata al risarcimento del danno.
In sede di appello, veniva confermata la risoluzione del contratto ritenendo irrilevante il fatto che l’acquirente avesse continuato ad utilizzare l’auto per diversi anni a causa del protrarsi della lite. 
La sentenza d’appello provvedeva dunque a disporre la restituzione del veicolo.

La questione è giunta all’attenzione della Suprema Corte su ricorso del venditore soccombente che lamenta la violazione degli artt. 1490 e 1492 c.c. per aver la Corte territoriale confermato la risoluzione del contratto con conseguente integrale restituzione del prezzo di acquisto e restituzione dell’auto nello stato in cui si trovava al momento della pronuncia. 
Tale soluzione configura una disparità di trattamento sotto il profilo della reciprocità degli effetti restitutori. L’acquirente infatti pur avendo continuato ad utilizzare per anni l’auto, risultata poi affetta da vizi che – evidentemente – non ne avevano del tutto impedito l’uso, aveva visto riconosciuta la restituzione dell’intero prezzo corrisposto al momento dell’acquisto a fronte dell’ordine di restituzione del veicolo stessa che però fosse riconosciuta la relativa svalutazione per effetto dell’uso fattone.

Il Collegio afferma difatti che «in virtù dell’operatività del nesso sinallagmatico che connota il contratto di vendita ed in dipendenza degli effetti retroattivi riconducibili alla risoluzione contrattuale (ai sensi dell’art. 1458, comma 1, c.c. in correlazione con l’art. 1493 c.c.), nella determinazione del prezzo da restituire al compratore di un’autovettura che abbia agito vittoriosamente in redibitoria si deve tener conto dell’uso del bene fatto dal medesimo, dovendosi, sul piano oggettivo, garantire l’equilibrio anche tra le reciproche prestazioni restitutorie delle parti ed evitare un’illegittima locupletazione dell’acquirente, ove lo stesso abbia continuato ad utilizzare il bene (ancorchè accertato come viziato ma non completamente inidoneo al suo uso), determinandone una sua progressiva e fisiologica perdita di valore».
La pronuncia impugnata viene dunque annullata sotto tale profilo con rinvio alla Corte d’Appello.

CONCESSO IL PERNOTTAMENTO DEL MINORE PRESSO IL GENITORE NON COLLOCATARIO PER PRESERVARE LA RELAZIONE GENITORIALE.

I provvedimenti dell’autorità giudiziaria in materia di affidamento dei figli minori consentono restrizioni al diritto di visita dei genitori solo nell’interesse superiore del minore, assicurando sempre il rispetto del principio della bigenitorialità.

(Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza n. 16125/20; depositata il 28 luglio)

Accogliendo in parte il reclamo proposto dal un padre contro il decreto del Tribunale che, escludendo ogni possibilità di pernottamento, aveva regolato il diritto di visita del figlio minore, la Corte d’Appello territorialmente competente disponeva, invece, che il padre potesse almeno una notte a settimana tenere il figlio con sé, con varianti per i fine settimana e i periodi feriali.
La madre del minore propone così ricorso per cassazione avverso tale decisione, denunciando violazione dell’art. 337-ter c.c., per aver la Corte distrettuale omesso di considerare l’interesse prioritario del minore (di 2 anni); inoltre, la stessa ricorrente sostiene di aver documentato, anche in sede di mediazione familiare, episodi di disagio del minore ove distaccato da ella, vista la sua tenera età.

Per la Suprema Corte, i suddetti motivi di ricorso appaiono inammissibili.
Infatti, come più volte affermato dai Giudici di Legittimità, i provvedimenti dell’autorità giudiziaria in materia di affidamento dei figli minori consentono restrizioni al diritto di visita dei genitori solo nell’interesse superiore del minore, assicurando sempre il rispetto del principio della bigenitorialità, quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, così da garantirgli una stabile abitudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi i genitori, i quali dovranno cooperare nell’assistenza, nell’educazione e nell’istruzione del figlio stesso.
Ebbene, nel caso in esame, correttamente la Corte territoriale ha stabilito che la regolazione dei pernottamenti così come da essa indicata nel provvedimento impugnato era da considerarsi consona a preservare la relazione genitoriale con entrambi i genitori, fondamentale per la crescita del minore, nell’interesse prioritario di questi.
Da qui l’inammissibilità del ricorso.
... vedi altrovedi meno

CONCESSO IL PERNOTTAMENTO DEL MINORE PRESSO IL GENITORE NON COLLOCATARIO PER PRESERVARE LA RELAZIONE GENITORIALE.

I provvedimenti dell’autorità giudiziaria in materia di affidamento dei figli minori consentono restrizioni al diritto di visita dei genitori solo nell’interesse superiore del minore, assicurando sempre il rispetto del principio della bigenitorialità.

(Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza n. 16125/20; depositata il 28 luglio)
 
Accogliendo in parte il reclamo proposto dal un padre contro il decreto del Tribunale che, escludendo ogni possibilità di pernottamento, aveva regolato il diritto di visita del figlio minore, la Corte d’Appello territorialmente competente disponeva, invece, che il padre potesse almeno una notte a settimana tenere il figlio con sé, con varianti per i fine settimana e i periodi feriali. 
La madre del minore propone così ricorso per cassazione avverso tale decisione, denunciando violazione dell’art. 337-ter c.c., per aver la Corte distrettuale omesso di considerare l’interesse prioritario del minore (di 2 anni); inoltre, la stessa ricorrente sostiene di aver documentato, anche in sede di mediazione familiare, episodi di disagio del minore ove distaccato da ella, vista la sua tenera età. 

Per la Suprema Corte, i suddetti motivi di ricorso appaiono inammissibili. 
Infatti, come più volte affermato dai Giudici di Legittimità, i provvedimenti dell’autorità giudiziaria in materia di affidamento dei figli minori consentono restrizioni al diritto di visita dei genitori solo nell’interesse superiore del minore, assicurando sempre il rispetto del principio della bigenitorialità, quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, così da garantirgli una stabile abitudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi i genitori, i quali dovranno cooperare nell’assistenza, nell’educazione e nell’istruzione del figlio stesso. 
Ebbene, nel caso in esame, correttamente la Corte territoriale ha stabilito che la regolazione dei pernottamenti così come da essa indicata nel provvedimento impugnato era da considerarsi consona a preservare la relazione genitoriale con entrambi i genitori, fondamentale per la crescita del minore, nell’interesse prioritario di questi. 
Da qui l’inammissibilità del ricorso.

AGEVOLAZIONE PRIMA CASA, L'AGENZIA DELLE ENTRATE ILLUSTRA L'UTILIZZO DEL CREDITO DI IMPOSTA.

Se il bonus prima casa viene utilizzato solo parzialmente, in diminuzione dell'imposta di registro dovuta in relazione all'atto di acquisto che lo determina, l'importo residuo potrà essere speso dal contribuente in diminuzione dall'IRPEF o in compensazione (risp. AE 22 luglio 2020 n. 223).

L'art. 7 L. 448/98 stabilisce che ai contribuenti che provvedono ad acquisire, a qualsiasi titolo, entro un anno dall'alienazione dell'immobile per il quale si è fruito dell'aliquota agevolata prevista ai fini dell'imposta di registro e dell'imposta sul valore aggiunto per la prima casa, un'altra casa di abitazione non di lusso, in presenza delle condizioni di legge è attribuito un credito d'imposta fino a concorrenza dell'imposta di registro o dell'IVA corrisposta in relazione al precedente acquisto agevolato.

Il credito d'imposta può essere portato in diminuzione dall'imposta di registro dovuta sull'atto di acquisto agevolato che lo determina, ovvero, per l'intero importo, dalle imposte di registro, ipotecaria, catastale, sulle successioni e donazioni dovute sugli atti e sulle denunce presentati dopo la data di acquisizione del credito, ovvero può essere utilizzato in diminuzione delle imposte sui redditi delle persone fisiche dovute in base alla dichiarazione da presentare successivamente alla data del nuovo acquisto; può altresì essere utilizzato in compensazione ai sensi del D.Lgs. 241/97. Il credito d'imposta in ogni caso non dà luogo a rimborsi.

Il credito di imposta spetta al contribuente anche nell'ipotesi in cui proceda all'acquisto della nuova abitazione prima della vendita dell'immobile posseduto (Circ. AE 8 aprile 2016 n. 12/E).

Il contribuente può utilizzare il credito d'imposta portandolo in diminuzione dalla imposta di registro dovuta per l'atto di acquisto che lo determina, oppure può utilizzarlo nei seguenti modi:
- per l'intero importo in diminuzione dalle imposte di registro, ipotecarie e catastali, sulle successioni e donazioni dovute sugli atti e sulle denunce presentati dopo la data di acquisizione del credito;
- in diminuzione dalle imposte sui redditi delle persone fisiche dovute in base alla dichiarazione da presentare successivamente alla data del nuovo acquisto;
- in compensazione delle somme dovute.

Per fruire del credito d'imposta è necessario che il contribuente manifesti la propria volontà nell'atto di acquisto del nuovo immobile, specificando se intende o meno utilizzarlo in detrazione dall'imposta di registro dovuta per lo stipulando atto.

Pertanto, l'atto di acquisto del nuovo immobile deve contenere, oltre alle dichiarazioni previste dalla all'art. 1 Nota II-bis Parte I TUR, l'espressa richiesta del beneficio in argomento con l'indicazione degli elementi necessari per la determinazione del credito.

I contribuenti hanno la facoltà di scegliere la modalità di utilizzo del credito di imposta loro spettante. Nell'ipotesi in cui il credito di imposta venga utilizzato in diminuzione dell'imposta di registro dovuta in relazione all'atto di acquisto che lo determina, solo parzialmente, l'importo residuo potrà essere utilizzato dal contribuente in diminuzione dalle imposte sui redditi delle persone fisiche, o in compensazione delle somme dovute ai sensi del D.Lgs. 241/97 (come chiarito dalla Circ. AE 24 aprile 2015 n. 17/E).

Nelle ipotesi in cui, effettuata la scelta, vi sia un residuo di credito inutilizzato, è possibile riutilizzare il suddetto secondo le altre modalità prescritte dal citato art. 7. Dunque, con riferimento alla fattispecie in esame, in cui l'interpellante non potendo utilizzare il credito d'imposta per l'atto di acquisto, in quanto soggetto ad IVA, ha utilizzato solo parzialmente, per incapienza, il credito in dichiarazione in diminuzione dell'IRPEF, si ritiene che l'istante possa chiedere di poter utilizzare il residuo del proprio credito d'imposta in diminuzione delle imposte di registro, ipotecaria, catastale dovute per lo stipulando atto di compravendita.
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AGEVOLAZIONE PRIMA CASA, LAGENZIA DELLE ENTRATE ILLUSTRA LUTILIZZO DEL CREDITO DI IMPOSTA.

Se il bonus prima casa viene utilizzato solo parzialmente, in diminuzione dellimposta di registro dovuta in relazione allatto di acquisto che lo determina, limporto residuo potrà essere speso dal contribuente in diminuzione dallIRPEF o in compensazione (risp. AE 22 luglio 2020 n. 223).  

Lart. 7 L. 448/98 stabilisce che ai contribuenti che provvedono ad acquisire, a qualsiasi titolo, entro un anno dallalienazione dellimmobile per il quale si è fruito dellaliquota agevolata prevista ai fini dellimposta di registro e dellimposta sul valore aggiunto per la prima casa, unaltra casa di abitazione non di lusso, in presenza delle condizioni di legge è attribuito un credito dimposta fino a concorrenza dellimposta di registro o dellIVA corrisposta in relazione al precedente acquisto agevolato. 

Il credito dimposta può essere portato in diminuzione dallimposta di registro dovuta sullatto di acquisto agevolato che lo determina, ovvero, per lintero importo, dalle imposte di registro, ipotecaria, catastale, sulle successioni e donazioni dovute sugli atti e sulle denunce presentati dopo la data di acquisizione del credito, ovvero può essere utilizzato in diminuzione delle imposte sui redditi delle persone fisiche dovute in base alla dichiarazione da presentare successivamente alla data del nuovo acquisto; può altresì essere utilizzato in compensazione ai sensi del D.Lgs. 241/97. Il credito dimposta in ogni caso non dà luogo a rimborsi.

Il credito di imposta spetta al contribuente anche nellipotesi in cui proceda allacquisto della nuova abitazione prima della vendita dellimmobile posseduto (Circ. AE 8 aprile 2016 n. 12/E).

Il contribuente può utilizzare il credito dimposta portandolo in diminuzione dalla imposta di registro dovuta per latto di acquisto che lo determina, oppure può utilizzarlo nei seguenti modi:
- per lintero importo in diminuzione dalle imposte di registro, ipotecarie e catastali, sulle successioni e donazioni dovute sugli atti e sulle denunce presentati dopo la data di acquisizione del credito;
- in diminuzione dalle imposte sui redditi delle persone fisiche dovute in base alla dichiarazione da presentare successivamente alla data del nuovo acquisto;
- in compensazione delle somme dovute.

Per fruire del credito dimposta è necessario che il contribuente manifesti la propria volontà nellatto di acquisto del nuovo immobile, specificando se intende o meno utilizzarlo in detrazione dallimposta di registro dovuta per lo stipulando atto.

Pertanto, latto di acquisto del nuovo immobile deve contenere, oltre alle dichiarazioni previste dalla allart. 1 Nota II-bis Parte I TUR, lespressa richiesta del beneficio in argomento con lindicazione degli elementi necessari per la determinazione del credito.

I contribuenti hanno la facoltà di scegliere la modalità di utilizzo del credito di imposta loro spettante. Nellipotesi in cui il credito di imposta venga utilizzato in diminuzione dellimposta di registro dovuta in relazione allatto di acquisto che lo determina, solo parzialmente, limporto residuo potrà essere utilizzato dal contribuente in diminuzione dalle imposte sui redditi delle persone fisiche, o in compensazione delle somme dovute ai sensi del D.Lgs. 241/97 (come chiarito dalla Circ. AE 24 aprile 2015 n. 17/E).

Nelle ipotesi in cui, effettuata la scelta, vi sia un residuo di credito inutilizzato, è possibile riutilizzare il suddetto secondo le altre modalità prescritte dal citato art. 7. Dunque, con riferimento alla fattispecie in esame, in cui linterpellante non potendo utilizzare il credito dimposta per latto di acquisto, in quanto soggetto ad IVA, ha utilizzato solo parzialmente, per incapienza, il credito in dichiarazione in diminuzione dellIRPEF, si ritiene che listante possa chiedere di poter utilizzare il residuo del proprio credito dimposta in diminuzione delle imposte di registro, ipotecaria, catastale dovute per lo stipulando atto di compravendita.

OMESSO VERSAMENTO DELL'ASSEGNO DI MANTENIMENTO PER I FIGLI PER DIVERSI MESI: ESCLUSA LA PARTICOLARE TENUITA' DEL FATTO.

Deve essere esclusa l’applicabilità della causa di esclusione della punibilità per la particolare tenuità del fatto in relazione al reato di cui alla l. 8 febbraio 2006, n. 54, art. 3, in caso di reiterate omissioni nel versamento del contributo al mantenimento dei figli minori, essendo l’abitualità del comportamento ostativa al riconoscimento del beneficio ed essendo irrilevante la particolare tenuità di ogni singola azione od omissione.

(Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza n. 22523/20; depositata il 27 luglio)

Il Tribunale di Ravenna pronunciava sentenza di proscioglimento ex art. 131-bis c.p. nei confronti di un uomo imputato per il reato di cui all’art. 570, comma 2, c.p. al quale veniva contestato l’omesso versamento delle somme stabilite dal Tribunale a favore dei figli minorenni.

Il Procuratore della Repubblica ha impugnato la decisione dinanzi alla Suprema Corte denunciando la violazione dell’art. 131-bis c.p. avendo l’imputato posto in essere condotte abituali, stante la protratta omissione del contributo per diversi mesi, con conseguente inapplicabilità dell’istituto della non punibilità.

Dagli accertamenti fattuali compiuti, risulta infatti che l’uomo, a fronte dell’obbligo stabilito dal Tribunale civile di versamento della somma di 400 euro mensili per il mantenimento dei figli minori, oltre al 50% delle spese straordinarie, ha omesso tale versamento per 4 mesi consecutivi, per ulteriori due mensilità ha adempiuto solo parzialmente, mentre per tutto il periodo considerato ha provveduto solo in parte alle spese straordinarie.
Sussiste dunque secondo la S.C. l’abitualità della condotta che si è protratta per un arco di tempo significativo.

La pronuncia ribadisce in conclusione il consolidato principio secondo cui «la causa di esclusione della punibilità per la particolare tenuità del fatto non si applica al reato di cui alla l. 8 febbraio 2006, n. 54, art. 3, in caso di reiterate omissioni nel versamento del contributo al mantenimento dei figli minori, essendo l’abitualità del comportamento ostativa al riconoscimento del beneficio ed essendo irrilevante la particolare tenuità di ogni singola azione od omissione».
La sentenza impugnata viene così annullata con rinvio alla Corte d’Appello di Bologna.
... vedi altrovedi meno

OMESSO VERSAMENTO DELLASSEGNO DI MANTENIMENTO PER I FIGLI PER DIVERSI MESI: ESCLUSA LA PARTICOLARE TENUITA DEL FATTO.

Deve essere esclusa l’applicabilità della causa di esclusione della punibilità per la particolare tenuità del fatto in relazione al reato di cui alla l. 8 febbraio 2006, n. 54, art. 3, in caso di reiterate omissioni nel versamento del contributo al mantenimento dei figli minori, essendo l’abitualità del comportamento ostativa al riconoscimento del beneficio ed essendo irrilevante la particolare tenuità di ogni singola azione od omissione.

(Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza n. 22523/20; depositata il 27 luglio)

Il Tribunale di Ravenna pronunciava sentenza di proscioglimento ex art. 131-bis c.p. nei confronti di un uomo imputato per il reato di cui all’art. 570, comma 2, c.p. al quale veniva contestato l’omesso versamento delle somme stabilite dal Tribunale a favore dei figli minorenni.

Il Procuratore della Repubblica ha impugnato la decisione dinanzi alla Suprema Corte denunciando la violazione dell’art. 131-bis c.p. avendo l’imputato posto in essere condotte abituali, stante la protratta omissione del contributo per diversi mesi, con conseguente inapplicabilità dell’istituto della non punibilità.

Dagli accertamenti fattuali compiuti, risulta infatti che l’uomo, a fronte dell’obbligo stabilito dal Tribunale civile di versamento della somma di 400 euro mensili per il mantenimento dei figli minori, oltre al 50% delle spese straordinarie, ha omesso tale versamento per 4 mesi consecutivi, per ulteriori due mensilità ha adempiuto solo parzialmente, mentre per tutto il periodo considerato ha provveduto solo in parte alle spese straordinarie.
Sussiste dunque secondo la S.C. l’abitualità della condotta che si è protratta per un arco di tempo significativo. 

La pronuncia ribadisce in conclusione il consolidato principio secondo cui «la causa di esclusione della punibilità per la particolare tenuità del fatto non si applica al reato di cui alla l. 8 febbraio 2006, n. 54, art. 3, in caso di reiterate omissioni nel versamento del contributo al mantenimento dei figli minori, essendo l’abitualità del comportamento ostativa al riconoscimento del beneficio ed essendo irrilevante la particolare tenuità di ogni singola azione od omissione».
La sentenza impugnata viene così annullata con rinvio alla Corte d’Appello di Bologna.

LO STRANIERO RESIDENTE DEVE PRESTARE ATTENZIONE ALLA SCADENZA DELLA SUA PATENTE.

La patente straniera senza scadenza diventa un boomerang per il titolare residente in Italia da oltre 2 anni che incorrerà nella sanzione prevista dall’art. 136 c.d.s. in caso di mancata conversione tempestiva. Ma non necessariamente anche nella revisione del titolo da effettuarsi mediante nuovo esame di idoneità tecnica.

(TAR Sardegna, sez. I, sentenza n. 375/20; depositata il 3 luglio)

Un cittadino tedesco residente da anni in Sardegna è stato sanzionato dalla polizia locale di Cagliari per aver circolato senza aver richiesto la conversione della sua patente di guida senza limiti di validità amministrativa.
Al ricevimento del verbale e della patente ritirata ai sensi dell’art. 136 del codice stradale la motorizzazione ha adottato anche un provvedimento di revisione della licenza di guida mediante nuovo esame di idoneità tecnica, stante la richiesta di conversione tardiva dell’interessato, presentata qualche settimana dopo l’accertamento.
Contro questo provvedimento l’utente stradale ha proposto con successo ricorso al collegio.

Un provvedimento di revisione adottato ai sensi dell’art. 128 c.d.s. non può fondarsi solo sulla mancata tempestiva richiesta di conversione di una patente straniera.

I dubbi sull’idoneità alla guida, infatti, devono essere adeguatamente documentati e non possono essere desunti in via automatica da una richiesta tardiva di adempimenti formali.
Il ritardo dell’interessato non interferisce infatti con la sua idoneità alla guida.
E le motivazioni integrative fornite dalla motorizzazione circa il mancato esercizio della guida per tre anni non risultano provate.
Quindi il ricorso deve essere accolto con condanna alle spese dell’amministrazione pubblica resistente.
... vedi altrovedi meno

LO STRANIERO RESIDENTE DEVE PRESTARE ATTENZIONE ALLA SCADENZA DELLA SUA PATENTE.

La patente straniera senza scadenza diventa un boomerang per il titolare residente in Italia da oltre 2 anni che incorrerà nella sanzione prevista dall’art. 136 c.d.s. in caso di mancata conversione tempestiva. Ma non necessariamente anche nella revisione del titolo da effettuarsi mediante nuovo esame di idoneità tecnica.

(TAR Sardegna, sez. I, sentenza n. 375/20; depositata il 3 luglio)

Un cittadino tedesco residente da anni in Sardegna è stato sanzionato dalla polizia locale di Cagliari per aver circolato senza aver richiesto la conversione della sua patente di guida senza limiti di validità amministrativa.
Al ricevimento del verbale e della patente ritirata ai sensi dell’art. 136 del codice stradale la motorizzazione ha adottato anche un provvedimento di revisione della licenza di guida mediante nuovo esame di idoneità tecnica, stante la richiesta di conversione tardiva dell’interessato, presentata qualche settimana dopo l’accertamento. 
Contro questo provvedimento l’utente stradale ha proposto con successo ricorso al collegio.

Un provvedimento di revisione adottato ai sensi dell’art. 128 c.d.s. non può fondarsi solo sulla mancata tempestiva richiesta di conversione di una patente straniera.

I dubbi sull’idoneità alla guida, infatti, devono essere adeguatamente documentati e non possono essere desunti in via automatica da una richiesta tardiva di adempimenti formali. 
Il ritardo dell’interessato non interferisce infatti con la sua idoneità alla guida. 
E le motivazioni integrative fornite dalla motorizzazione circa il mancato esercizio della guida per tre anni non risultano provate. 
Quindi il ricorso deve essere accolto con condanna alle spese dell’amministrazione pubblica resistente.

NEI PRESSI DI UN PARCHEGGIO A PAGAMENTO IL COMUNE DEVE SEMPRE RISERVARE UNA ZONA DESTINATA A PARCHEGGIO SENZA CUSTODIA?

In relazione all’obbligo per il conducente di segnalare l’orario di sosta nei parcheggi ove essa è consentita per un tempo limitato, è onere della P.A. dare prova dell’adozione dei necessari provvedimenti amministrativi individuanti un’adeguata area destinata a parcheggio senza custodia; o in mancanza di ciò, provare l’adozione dei provvedimenti amministrativi atti a rendere inoperante l’obbligo di riservare un’area adeguata al parcheggio senza custodia.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile - 2, ordinanza n. 15678/20; depositata il 23 luglio)

Il Prefetto ingiungeva all’opponente innanzi al GdP il pagamento di una somma di denaro a seguito dell’accertamento della violazione-sosta senza esposizione del titolo di pagamento.
In particolare, l’opponente sosteneva che in quella zona il Comune aveva proceduto alla creazione di parcheggi a pagamento e ciò aveva comportato l’illegittima restrizione della strada.
Il Giudice adito rigettava l’opposizione e anche il Tribunale, in secondo grado rigettava l’appello.
La causa giunge dunque dinanzi alla Corte di Cassazione.

Sul punto, la S.C. ribadisce che nel giudizio di opposizione a verbale di accertamento di infrazione del codice della strada, grava sull’autorità amministrativa opposta, a fronte di una contestazione da parte dell’opponente che lamenti la mancata riserva di un’adeguata area destinata a parcheggio libero, la prova dell’esistenza della delibera che esclude la sussistenza di tale obbligo.

E nel caso in esame, gli elementi indicati dalla ricorrente, sia il restringimento della strada nel luogo della contestata infrazione in dipendenza della presenza di parcheggi a pagamento sia l’esiguità delle aree riservate al parcheggio gratuito rivestono valenza, giacché costituiscono fatti da riscontrare alla luce dell’onere probatorio gravante sul Comune.

Alla luce di ciò i Supremi Giudici affermano che in relazione agli obblighi di cui all’art. 157, comma 6, c.d.s. - “nei luoghi ove la sosta è permessa per un tempo limitato è fatto obbligo ai conducenti di segnalare, in modo chiaramente visibile, l’orario in cui la sosta ha avuto inizio.
Ove esiste il dispositivo di controllo della durata della sosta è fatto obbligo di porlo in funzione” - è onere della P.A. «sia dare prova dell’adozione dei necessari provvedimenti amministrativi individuanti un’adeguata area destinata a parcheggio senza custodia o senza dispositivi di controllo di durata della sosta, sia, in mancanza, dare prova dell’adozione dei provvedimenti amministrativi, segnatamente della Giunta comunale, atti a rendere inoperante l’obbligo di cui all’art. 7 C.d.S., comma 8, prima parte, (di riservare, cioè, un’area adeguata al parcheggio senza custodia o senza dispositivi di controllo di durata della sosta)».
Il ricorso viene pertanto accolto.
... vedi altrovedi meno

NEI PRESSI DI UN PARCHEGGIO A PAGAMENTO IL COMUNE DEVE SEMPRE RISERVARE UNA ZONA DESTINATA A PARCHEGGIO SENZA CUSTODIA?

In relazione all’obbligo per il conducente di segnalare l’orario di sosta nei parcheggi ove essa è consentita per un tempo limitato, è onere della P.A. dare prova dell’adozione dei necessari provvedimenti amministrativi individuanti un’adeguata area destinata a parcheggio senza custodia; o in mancanza di ciò, provare l’adozione dei provvedimenti amministrativi atti a rendere inoperante l’obbligo di riservare un’area adeguata al parcheggio senza custodia.  

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile - 2, ordinanza n. 15678/20; depositata il 23 luglio)

Il Prefetto ingiungeva all’opponente innanzi al GdP il pagamento di una somma di denaro a seguito dell’accertamento della violazione-sosta senza esposizione del titolo di pagamento. 
In particolare, l’opponente sosteneva che in quella zona il Comune aveva proceduto alla creazione di parcheggi a pagamento e ciò aveva comportato l’illegittima restrizione della strada. 
Il Giudice adito rigettava l’opposizione e anche il Tribunale, in secondo grado rigettava l’appello. 
La causa giunge dunque dinanzi alla Corte di Cassazione.

Sul punto, la S.C. ribadisce che nel giudizio di opposizione a verbale di accertamento di infrazione del codice della strada, grava sull’autorità amministrativa opposta, a fronte di una contestazione da parte dell’opponente che lamenti la mancata riserva di un’adeguata area destinata a parcheggio libero, la prova dell’esistenza della delibera che esclude la sussistenza di tale obbligo.

E nel caso in esame, gli elementi indicati dalla ricorrente, sia il restringimento della strada nel luogo della contestata infrazione in dipendenza della presenza di parcheggi a pagamento sia l’esiguità delle aree riservate al parcheggio gratuito rivestono valenza, giacché costituiscono fatti da riscontrare alla luce dell’onere probatorio gravante sul Comune.

Alla luce di ciò i Supremi Giudici affermano che in relazione agli obblighi di cui all’art. 157, comma 6, c.d.s. - “nei luoghi ove la sosta è permessa per un tempo limitato è fatto obbligo ai conducenti di segnalare, in modo chiaramente visibile, l’orario in cui la sosta ha avuto inizio. 
Ove esiste il dispositivo di controllo della durata della sosta è fatto obbligo di porlo in funzione” -  è onere della P.A. «sia dare prova dell’adozione dei necessari provvedimenti amministrativi individuanti un’adeguata area destinata a parcheggio senza custodia o senza dispositivi di controllo di durata della sosta, sia, in mancanza, dare prova dell’adozione dei provvedimenti amministrativi, segnatamente della Giunta comunale, atti a rendere inoperante l’obbligo di cui all’art. 7 C.d.S., comma 8, prima parte, (di riservare, cioè, un’area adeguata al parcheggio senza custodia o senza dispositivi di controllo di durata della sosta)».
Il ricorso viene pertanto accolto.

SUPERBONUS DEL 110% SEMPRE NECESSARIA L'ATTESTAZIONE.

La nuova Guida dell'Agenzia delle Entrate sull'utilizzo del bonus richiede l'attestazione della congruità delle spese sostenute anche per l'utilizzo diretto della detrazione (Guida Superbonus 110% AE 24 luglio 2020)

L'attestazione della congruità delle spese sostenute in relazione agli interventi agevolati deve essere acquisita anche ai fini del Superbonus 110%, indipendentemente dall'esercizio dell'opzione, da parte del contribuente, per lo sconto in fattura o per la cessione della detrazione.

È quanto emerge dalla Guida al Superbonus 110%, pubblicata dall'Agenzia delle Entrate e dedicata all'agevolazione introdotta dal DL Rilancio che prevede una detrazione del 110% delle spese sostenute dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021 per gli interventi che aumentano l'efficienza energetica degli edifici e per quelli antisismici (art. 119 DL 34/2020 conv. in L. 77/2020).

Attestazione di congruità

La disciplina contenuta nel DL Rilancio prevede che, in aggiunta agli adempimenti ordinariamente previsti per le c.d. “detrazioni casa”, ai fini dell'esercizio dell'opzione, per lo sconto o cessione, del Superbonus 110% il contribuente deve acquisire anche:

- il visto di conformità dei dati relativi alla documentazione che attesta la sussistenza dei presupposti che danno diritto alla detrazione d'imposta, rilasciato dagli intermediari abilitati alla trasmissione telematica delle dichiarazioni (dottori commercialisti, ragionieri, periti commerciali e consulenti del lavoro) nonché dai CAF;

- la asseverazione tecnica relativa agli interventi di efficienza energetica e di riduzione del rischio sismico, – da parte, rispettivamente, dei tecnici abilitati al rilascio delle certificazioni energetiche e dei professionisti incaricati della progettazione strutturale, direzione dei lavori delle strutture e collaudo statico per gli interventi finalizzati alla riduzione del rischio sismico - che certifichi il rispetto dei requisiti tecnici necessari ai fini delle agevolazioni fiscali e la congruità delle spese sostenute in relazione agli interventi agevolati, in accordo ai previsti decreti ministeriali.

In ordine a tale ultima attestazione di congruità delle spese sostenute in relazione agli interventi agevolati, la Guida precisa che la medesima “deve essere acquisita anche ai fini del Superbonus, indipendentemente dall'esercizio dell'opzione, da parte del contribuente, per lo sconto in fattura o per la cessione della detrazione”. Ne deriva, pertanto, che è necessaria anche per l'utilizzo diretto della detrazione.

L'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA), per gli interventi di efficienza energetica, effettua controlli, sia documentali che attraverso sopralluoghi, per verificare la sussistenza delle condizioni necessarie per usufruire delle detrazioni.

Fruibilità e beneficiari

La detrazione spetta ai soggetti che possiedono o detengono l'immobile oggetto dell'intervento in base ad un titolo idoneo al momento di avvio dei lavori o al momento del sostenimento delle spese, se antecedente il predetto avvio. Si tratta, in particolare di:

- proprietario;

- nudo proprietario o del titolare di altro diritto reale di godimento (usufrutto, uso, abitazione o superficie);

-detentore dell'immobile in base ad un contratto di locazione, anche finanziaria, o di comodato, regolarmente registrato, in possesso del consenso all'esecuzione dei lavori da parte del proprietario nonché dei familiari del possessore o detentore dell'immobile.

I titolari di reddito d'impresa o professionale rientrano tra i beneficiari nella sola ipotesi di partecipazione alle spese per interventi trainanti effettuati dal condominio sulle parti comuni.



Interventi di efficientamento energetico

Ai fini del Superbonus, gli interventi di efficientamento energetico, trainanti e gli eventuali trainati (art. 14 DL 63/2013 conv. in L. 90/2013), devono assicurare, nel loro complesso, anche congiuntamente agli interventi di installazione di impianti fotovoltaici con eventuali sistemi di accumulo, il miglioramento di almeno due classi energetiche ovvero, se non possibile, il conseguimento della classe energetica più alta, nonché i requisiti degli interventi ammessi al Superbonus.

Fotovoltaico

Il limite di spesa per l'installazione dell'impianto fotovoltaico e del sistema di accumulo è ridotto ad euro 1.600 per ogni kW di potenza nel caso in cui sia contestuale ad un intervento di ristrutturazione edilizia, di nuova costruzione o di ristrutturazione urbanistica (art. 3 c. 1 lett. d) e) ed f) DPR 380/2001).
... vedi altrovedi meno

SUPERBONUS DEL 110% SEMPRE NECESSARIA LATTESTAZIONE.

La nuova Guida dellAgenzia delle Entrate sullutilizzo del bonus richiede lattestazione della congruità delle spese sostenute anche per lutilizzo diretto della detrazione (Guida Superbonus 110% AE 24 luglio 2020)

Lattestazione della congruità delle spese sostenute in relazione agli interventi agevolati deve essere acquisita anche ai fini del Superbonus 110%, indipendentemente dallesercizio dellopzione, da parte del contribuente, per lo sconto in fattura o per la cessione della detrazione.

È quanto emerge dalla Guida al Superbonus 110%, pubblicata dallAgenzia delle Entrate e dedicata allagevolazione introdotta dal DL Rilancio che prevede una detrazione del 110% delle spese sostenute dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021 per gli interventi che aumentano lefficienza energetica degli edifici e per quelli antisismici (art. 119 DL 34/2020 conv. in L. 77/2020).

Attestazione di congruità

La disciplina contenuta nel DL Rilancio prevede che, in aggiunta agli adempimenti ordinariamente previsti per le c.d. “detrazioni casa”, ai fini dellesercizio dellopzione, per lo sconto o cessione, del Superbonus 110% il contribuente deve acquisire anche:

- il visto di conformità dei dati relativi alla documentazione che attesta la sussistenza dei presupposti che danno diritto alla detrazione dimposta, rilasciato dagli intermediari abilitati alla trasmissione telematica delle dichiarazioni (dottori commercialisti, ragionieri, periti commerciali e consulenti del lavoro) nonché dai CAF;

- la asseverazione tecnica relativa agli interventi di efficienza energetica e di riduzione del rischio sismico, – da parte, rispettivamente, dei tecnici abilitati al rilascio delle certificazioni energetiche e dei professionisti incaricati della progettazione strutturale, direzione dei lavori delle strutture e collaudo statico per gli interventi finalizzati alla riduzione del rischio sismico - che certifichi il rispetto dei requisiti tecnici necessari ai fini delle agevolazioni fiscali e la congruità delle spese sostenute in relazione agli interventi agevolati, in accordo ai previsti decreti ministeriali.

In ordine a tale ultima attestazione di congruità delle spese sostenute in relazione agli interventi agevolati, la Guida precisa che la medesima “deve essere acquisita anche ai fini del Superbonus, indipendentemente dallesercizio dellopzione, da parte del contribuente, per lo sconto in fattura o per la cessione della detrazione”. Ne deriva, pertanto, che è necessaria anche per lutilizzo diretto della detrazione.

LAgenzia nazionale per le nuove tecnologie, lenergia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA), per gli interventi di efficienza energetica, effettua controlli, sia documentali che attraverso sopralluoghi, per verificare la sussistenza delle condizioni necessarie per usufruire delle detrazioni.

Fruibilità e beneficiari

La detrazione spetta ai soggetti che possiedono o detengono limmobile oggetto dellintervento in base ad un titolo idoneo al momento di avvio dei lavori o al momento del sostenimento delle spese, se antecedente il predetto avvio. Si tratta, in particolare di:

- proprietario;

- nudo proprietario o del titolare di altro diritto reale di godimento (usufrutto, uso, abitazione o superficie);

-detentore dellimmobile in base ad un contratto di locazione, anche finanziaria, o di comodato, regolarmente registrato, in possesso del consenso allesecuzione dei lavori da parte del proprietario nonché dei familiari del possessore o detentore dellimmobile.

I titolari di reddito dimpresa o professionale rientrano tra i beneficiari nella sola ipotesi di partecipazione alle spese per interventi trainanti effettuati dal condominio sulle parti comuni.

 

Interventi di efficientamento energetico

Ai fini del Superbonus, gli interventi di efficientamento energetico, trainanti e gli eventuali trainati (art. 14 DL 63/2013 conv. in L. 90/2013), devono assicurare, nel loro complesso, anche congiuntamente agli interventi di installazione di impianti fotovoltaici con eventuali sistemi di accumulo, il miglioramento di almeno due classi energetiche ovvero, se non possibile, il conseguimento della classe energetica più alta, nonché i requisiti degli interventi ammessi al Superbonus.

Fotovoltaico

Il limite di spesa per linstallazione dellimpianto fotovoltaico e del sistema di accumulo è ridotto ad euro 1.600 per ogni kW di potenza nel caso in cui sia contestuale ad un intervento di ristrutturazione edilizia, di nuova costruzione o di ristrutturazione urbanistica (art. 3 c. 1 lett. d) e) ed f) DPR 380/2001).

ERRORE DI POSIZIONAMENTO DELL'AUTOVELOX: SALVO IL CONDUCENTE CHE HA SUPERATO IL LIMITE DI VELOCITA'

Sconfitta per il Comune.
Decisivo il richiamo al decreto prefettizio di installazione del rilevatore.

(Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza n. 15760/20; depositata il 23 luglio)

A dare il ‘la’ alla vicenda è la contestazione elevata da un Comune molisano ai danni di una azienda.
Fatale il rilevamento tramite autovelox che ha permesso di registrare l’eccesso di velocità compiuto da un veicolo della società.
Per i giudici di merito, però, la sanzione adottata dal Comune è illegittima. I
n particolare, in Tribunale, viene chiarito che «l’autovelox era stato illegittimamente apposto sul lato destro mentre il decreto prefettizio autorizzava il posizionamento sul lato sinistro della carreggiata», viene poi precisato che non può avere «rilevanza probatoria la nota dell’Anas – successiva all’atto autorizzatorio – con cui si chiariva che il decreto consentiva il posizionamento dell’autovelox su entrambi i lati della strada».

Col ricorso in Cassazione l’avvocato del Comune sostiene che «è sufficiente l’accertamento dell’infrazione nel tratto di strada individuato dal decreto» mentre «non è necessario specificare il senso di marcia».

La linea proposta dal Comune non convince la Cassazione, che prosegue sulla linea tracciata in passato, ribadendo che «ove il decreto prefettizio abbia previsto il posizionamento dell’autovelox lungo soltanto un senso di marcia e, invece, l’accertamento sia stato effettuato per il tramite di un autovelox posizionato sul senso di marcia contrapposto, il verbale di contestazione della violazione è illegittimo, anche se siano in seguito intervenute note di chiarimento da parte dell’amministrazione in senso contrario».

Ciò perché "in tale ipotesi difetta a monte l’adozione di uno specifico provvedimento autorizzativo, sicché il verbale di accertamento della violazione deve ritenersi affetto da “illegittimità derivata".
... vedi altrovedi meno

ERRORE DI POSIZIONAMENTO DELLAUTOVELOX: SALVO IL CONDUCENTE CHE HA SUPERATO IL LIMITE DI VELOCITA

Sconfitta per il Comune.
Decisivo il richiamo al decreto prefettizio di installazione del rilevatore.

(Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza n. 15760/20; depositata il 23 luglio)

A dare il ‘la’ alla vicenda è la contestazione elevata da un Comune molisano ai danni di una azienda. 
Fatale il rilevamento tramite autovelox che ha permesso di registrare l’eccesso di velocità compiuto da un veicolo della società.
Per i giudici di merito, però, la sanzione adottata dal Comune è illegittima. I
n particolare, in Tribunale, viene chiarito che «l’autovelox era stato illegittimamente apposto sul lato destro mentre il decreto prefettizio autorizzava il posizionamento sul lato sinistro della carreggiata», viene poi precisato che non può avere «rilevanza probatoria la nota dell’Anas – successiva all’atto autorizzatorio – con cui si chiariva che il decreto consentiva il posizionamento dell’autovelox su entrambi i lati della strada».

Col ricorso in Cassazione l’avvocato del Comune sostiene che «è sufficiente l’accertamento dell’infrazione nel tratto di strada individuato dal decreto» mentre «non è necessario specificare il senso di marcia». 

La linea proposta dal Comune non convince la Cassazione, che prosegue sulla linea tracciata in passato, ribadendo che «ove il decreto prefettizio abbia previsto il posizionamento dell’autovelox lungo soltanto un senso di marcia e, invece, l’accertamento sia stato effettuato per il tramite di un autovelox posizionato sul senso di marcia contrapposto, il verbale di contestazione della violazione è illegittimo, anche se siano in seguito intervenute note di chiarimento da parte dell’amministrazione in senso contrario». 

Ciò perché in tale ipotesi difetta a monte l’adozione di uno specifico provvedimento autorizzativo, sicché il verbale di accertamento della violazione deve ritenersi affetto da “illegittimità derivata.

MODIFICA DELLE CONDIZIONI DI AFFIDAMENTO DEI FIGLI: A DECIDERE IL TRIBUNALE COMPETENTE E' LA RESIDENZA ABITUALE DEI MINORI.

Il Giudice competente a decidere sulla domanda di revisione delle condizioni di affidamento e mantenimento dei figli minori a seguito della cessazione degli effetti civili del matrimonio, è quello del luogo di residenza abituale dei minori.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza n. 15421/20; depositata il 20 luglio)


Il Collegio ha accolto il ricorso riconoscendo la competenza in capo al Tribunale di Sondrio in quanto luogo coincidente con la residenza abituale dei minori, nonché luogo dove l’obbligazione doveva essere eseguita.

Tale soluzione deriva sia dal diritto eurounitario, tra cui in particolare il regolamento CE n. 2201/2003, che dalle norme interne. L’art. 709-ter c.p.c. infatti, in tema di conseguenze dell’inadempimento degli obblighi inerenti all’esercizio della responsabilità genitoriale, fissa un principio che la giurisprudenza ha assunto come indicatore esplicito del foro competente anche alle determinazioni sui figli minori conseguenti al divorzio, in mancanza di altre indicazioni nella l. n. 898/1970.

Precisa inoltre il Collegio che tale principio non è scalfito dall’art. 12-quater l. n. 898/1970 il quale si limita a prevedere come foro concorrente quello del luogo in cui deve essere eseguita l’obbligazione, senza comunque escludere l’applicazione di quello individuato dalla residenza abituale dei minori.
In conclusione, la Corte accoglie il ricorso e dichiara la competenza per territorio del Tribunale di Sondrio cui rimette il giudizio.
... vedi altrovedi meno

MODIFICA DELLE CONDIZIONI DI AFFIDAMENTO DEI FIGLI: A DECIDERE IL TRIBUNALE COMPETENTE E LA RESIDENZA ABITUALE DEI MINORI.

Il Giudice competente a decidere sulla domanda di revisione delle condizioni di affidamento e mantenimento dei figli minori a seguito della cessazione degli effetti civili del matrimonio, è quello del luogo di residenza abituale dei minori.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza n. 15421/20; depositata il 20 luglio)
 

Il Collegio ha accolto il ricorso riconoscendo la competenza in capo al Tribunale di Sondrio in quanto luogo coincidente con la residenza abituale dei minori, nonché luogo dove l’obbligazione doveva essere eseguita. 

Tale soluzione deriva sia dal diritto eurounitario, tra cui in particolare il regolamento CE n. 2201/2003, che dalle norme interne. L’art. 709-ter c.p.c. infatti, in tema di conseguenze dell’inadempimento degli obblighi inerenti all’esercizio della responsabilità genitoriale, fissa un principio che la giurisprudenza ha assunto come indicatore esplicito del foro competente anche alle determinazioni sui figli minori conseguenti al divorzio, in mancanza di altre indicazioni nella l. n. 898/1970.

Precisa inoltre il Collegio che tale principio non è scalfito dall’art. 12-quater l. n. 898/1970 il quale si limita a prevedere come foro concorrente quello del luogo in cui deve essere eseguita l’obbligazione, senza comunque escludere l’applicazione di quello individuato dalla residenza abituale dei minori.
In conclusione, la Corte accoglie il ricorso e dichiara la competenza per territorio del Tribunale di Sondrio cui rimette il giudizio.

L'OMESSA CONVOCAZIONE E' MOTIVO DI ANNULLABILITA' DELLA DELIBERA CONDOMINIALE

L’omesso avviso di convocazione da parte dell’amministratore di condominio nei confronti dei condomini non determina la nullità della deliberazione, bensì l’annullabilità della stessa, che ove non impugnata nel termine di trenta giorni dalla comunicazione per condomini assenti e dall’approvazione per quelli dissenzienti è valida ed efficace nei confronti di tutti i condomini.

(Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza n. 15301/20; depositata il 17 luglio)

Una condomina si opponeva a decreto ingiuntivo emesso dal Giudice di pace competente per il mancato pagamento di quote ordinarie e straordinarie di oneri condominiali, eccependo la illegittimità della delibera di approvazione dei bilanci posta a fondamento provvedimento monitorio nonché la propria la carenza di legittimazione passiva.
Costituendosi in giudizio, il condominio opposto, di contro, eccepiva l’infondatezza delle contestazioni mosse.
Sia in primo grado che in secondo, i Giudici di merito rigettavano, poiché totalmente infondata, l’opposizione, confermando il provvedimento monitorio.

Avverso la decisione la condomina ricorreva in Cassazione.
In particolare, secondo la ricorrente, la delibera di approvazione del bilancio, posta a fondamento del decreto ingiuntivo emesso, era affetta da nullità in quanto adottata in mancanza di rituale convocazione di tutti i condomini.

I Giudici di legittimità hanno evidenziato che la censura mossa dalla ricorrente, in ordine all’eccepita nullità della delibera per omessa convocazione dei condomini, così come correttamente affermato dal giudice di appello, è del tutto infondata atteso che la mancata convocazione non determina la nullità della delibera, bensì l’annullabilità della stessa con la conseguenza che se l’atto collettivo non viene impugnato nel termine di trenta giorni (art. 1137 c.c.) dalla comunicazione ai condomini assenti e dall’approvazione per quelli dissenzienti ed astenuti, è valido ed efficace nei confronti di tutti i condomini
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LOMESSA CONVOCAZIONE E MOTIVO DI ANNULLABILITA DELLA DELIBERA CONDOMINIALE

L’omesso avviso di convocazione da parte dell’amministratore di condominio nei confronti dei condomini non determina la nullità della deliberazione, bensì l’annullabilità della stessa, che ove non impugnata nel termine di trenta giorni dalla comunicazione per condomini assenti e dall’approvazione per quelli dissenzienti è valida ed efficace nei confronti di tutti i condomini.

(Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza n. 15301/20; depositata il 17 luglio)

Una condomina si opponeva a decreto ingiuntivo emesso dal Giudice di pace competente per il mancato pagamento di quote ordinarie e straordinarie di oneri condominiali, eccependo la illegittimità della delibera di approvazione dei bilanci posta a fondamento provvedimento monitorio nonché la propria la carenza di legittimazione passiva.
Costituendosi in giudizio, il condominio opposto, di contro, eccepiva l’infondatezza delle contestazioni mosse. 
Sia in primo grado che in secondo, i Giudici di merito rigettavano, poiché totalmente infondata, l’opposizione, confermando il provvedimento monitorio. 

Avverso la decisione la condomina ricorreva in Cassazione.
In particolare, secondo la ricorrente, la delibera di approvazione del bilancio, posta a fondamento del decreto ingiuntivo emesso, era affetta da nullità in quanto adottata in mancanza di rituale convocazione di tutti i condomini.
 
I Giudici di legittimità hanno evidenziato che la censura mossa dalla ricorrente, in ordine all’eccepita nullità della delibera per omessa convocazione dei condomini, così come correttamente affermato dal giudice di appello, è del tutto infondata atteso che la mancata convocazione non determina la nullità della delibera, bensì l’annullabilità della stessa con la conseguenza che se l’atto collettivo non viene impugnato nel termine di trenta giorni (art. 1137 c.c.) dalla comunicazione ai condomini assenti e dall’approvazione per quelli dissenzienti ed astenuti, è valido ed efficace nei confronti di tutti i condomini

IL CAPITOLATO D'APPALTO COMPORTA LA SOPPRESSIONE DI UN POSTO DI LAVORO: PLAUSIBILE IL LICENZIAMENTO.

Riprende solidità la posizione dell’azienda, che sia in primo che in secondo grado aveva visto censurata la propria decisione di allontanare una dipendente.
Per quest’ultima, invece, vacilla fortemente la prospettiva della reintegrazione in azienda.
Decisivo il richiamo al vincolo previsto nel capitolato d’appalto.

(Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, ordinanza n. 15400/20, depositata il 20 luglio)

A provocare lo scontro tra azienda e dipendente è l’applicazione dei vincoli previsti nel capitolato della gara d’appalto – per il servizio di trasporto scolastico –, con specifico riferimento alla previsione di un solo assistente per ogni mezzo destinato al trasporto degli alunni.
Proprio alla luce di questo paletto, difatti, l’azienda mette alla porta la lavoratrice, richiamando «la soppressione del suo posto di lavoro».
Per i giudici di merito, però, la decisione presa dalla società è illegittima.
Ciò significa che è impossibile parlare di «licenziamento per giustificato motivo oggettivo» e quindi la dipendente ha diritto alla «reintegrazione nel posto di lavoro» e alla «indennità risarcitoria in misura di dodici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto».

A mettere in discussione le valutazioni compiute dai giudici d’Appello provvede la Cassazione, ritenendo non prive di fondamento le obiezioni sollevate dai legali dell’azienda.
In particolare, i rappresentanti della società puntano sui «motivi indicati nella comunicazione di recesso» e sulla «effettività della riorganizzazione aziendale comportante la soppressione di due posizioni di lavoro, divenute superflue rispetto alla gestione del servizio di trasporto degli alunni».

Obiettivo dei legali è dimostrare che «l’opera di riorganizzazione aziendale» è stata «effettiva e non pretestuosa» ed è «consistita» anche «nella soppressione della posizione della lavoratrice».
Per i giudici del ‘Palazzaccio non solo è acclarata, in questa vicenda, «l’effettiva soppressione della posizione della lavoratrice licenziata», ma è anche dimostrata «la sua diretta dipendenza causale dalla ragione riorganizzativa aziendale, comunicata nella lettera di licenziamento e poi realizzata».
Ciò significa che l’operato dell’azienda non pare censurabile, e in questa ottica è erronea, spiegano dalla Cassazione, la valutazione compiuta in secondo grado, laddove ci si è soffermati solo sulla presunta «assenza di effettive motivazioni economiche» alla base del licenziamento, richiamando «il non dimostrato squilibrio tra costi di gestione e margini di competitività dell’impresa» e «la mancanza di allegazione della variabile di incidenza dei costi e degli effetti sulla redditività nel mercato», e infine l’assenza di prove sul fronte della «insostenibilità economica di un organico composto da due ulteriori unità».

Queste osservazioni non sono però condivisibili, chiariscono dalla Cassazione, poiché esse comportano «una valutazione di scelte imprenditoriali», valutazione che si pone in contrasto con l’articolo 41 della Costituzione, secondo cui «l’iniziativa economica privata è libera».
Di queste considerazioni dovranno ora tenere conto i giudici d’Appello che, chiamati ad esaminare nuovamente la vicenda, non potranno ignorare che per il licenziamento «è sufficiente che la scelta imprenditoriale abbia comportato la soppressione del posto di lavoro», a patto, però, che quella scelta poggi su basi solide.
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IL CAPITOLATO DAPPALTO COMPORTA LA SOPPRESSIONE DI UN POSTO DI LAVORO: PLAUSIBILE IL LICENZIAMENTO.

Riprende solidità la posizione dell’azienda, che sia in primo che in secondo grado aveva visto censurata la propria decisione di allontanare una dipendente. 
Per quest’ultima, invece, vacilla fortemente la prospettiva della reintegrazione in azienda. 
Decisivo il richiamo al vincolo previsto nel capitolato d’appalto.  

(Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, ordinanza n. 15400/20, depositata il 20 luglio)

A provocare lo scontro tra azienda e dipendente è l’applicazione dei vincoli previsti nel capitolato della gara d’appalto – per il servizio di trasporto scolastico –, con specifico riferimento alla previsione di un solo assistente per ogni mezzo destinato al trasporto degli alunni. 
Proprio alla luce di questo paletto, difatti, l’azienda mette alla porta la lavoratrice, richiamando «la soppressione del suo posto di lavoro».
Per i giudici di merito, però, la decisione presa dalla società è illegittima. 
Ciò significa che è impossibile parlare di «licenziamento per giustificato motivo oggettivo» e quindi la dipendente ha diritto alla «reintegrazione nel posto di lavoro» e alla «indennità risarcitoria in misura di dodici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto».

A mettere in discussione le valutazioni compiute dai giudici d’Appello provvede la Cassazione, ritenendo non prive di fondamento le obiezioni sollevate dai legali dell’azienda.
In particolare, i rappresentanti della società puntano sui «motivi indicati nella comunicazione di recesso» e sulla «effettività della riorganizzazione aziendale comportante la soppressione di due posizioni di lavoro, divenute superflue rispetto alla gestione del servizio di trasporto degli alunni».

Obiettivo dei legali è dimostrare che «l’opera di riorganizzazione aziendale» è stata «effettiva e non pretestuosa» ed è «consistita» anche «nella soppressione della posizione della lavoratrice».
Per i giudici del ‘Palazzaccio non solo è acclarata, in questa vicenda, «l’effettiva soppressione della posizione della lavoratrice licenziata», ma è anche dimostrata «la sua diretta dipendenza causale dalla ragione riorganizzativa aziendale, comunicata nella lettera di licenziamento e poi realizzata».
Ciò significa che l’operato dell’azienda non pare censurabile, e in questa ottica è erronea, spiegano dalla Cassazione, la valutazione compiuta in secondo grado, laddove ci si è soffermati solo sulla presunta «assenza di effettive motivazioni economiche» alla base del licenziamento, richiamando «il non dimostrato squilibrio tra costi di gestione e margini di competitività dell’impresa» e «la mancanza di allegazione della variabile di incidenza dei costi e degli effetti sulla redditività nel mercato», e infine l’assenza di prove sul fronte della «insostenibilità economica di un organico composto da due ulteriori unità».

Queste osservazioni non sono però condivisibili, chiariscono dalla Cassazione, poiché esse comportano «una valutazione di scelte imprenditoriali», valutazione che si pone in contrasto con l’articolo 41 della Costituzione, secondo cui «l’iniziativa economica privata è libera».
Di queste considerazioni dovranno ora tenere conto i giudici d’Appello che, chiamati ad esaminare nuovamente la vicenda, non potranno ignorare che per il licenziamento «è sufficiente che la scelta imprenditoriale abbia comportato la soppressione del posto di lavoro», a patto, però, che quella scelta poggi su basi solide.
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