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CONDANNATO PER TELEFONATE E CITOFONATE CHE INFASTIDISCONO IL DESTINATARIO.

Pena limitata a 350 euro di ammenda.
Corposo, invece, il risarcimento per la persona offesa: 2mila e 500 euro.
Decisivo il racconto fatto dal destinatario di telefonate, quasi sempre mute, e citofonate.

(Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza n. 21855/21; depositata il 3 giugno)

Ricostruita l’assurda vicenda, andata avanti per oltre tre settimane, i giudici del Tribunale condannano l’uomo sotto processo, ritenendolo colpevole di «avere, per petulanza e, comunque, per biasimevole motivo, recato molestia e disturbo a un suo conoscente mediante numerose telefonate notturne ‘mute’ e mediante il suono del citofono in varie ore del giorno e della notte».

Mite la pena: 350 euro di ammenda.
Molto più corposo, invece, il risarcimento destinato alla persona offesa: ben 2mila e 500 euro.

A sancire la responsabilità penale dell’uomo sotto processo è la Cassazione, confermando in pieno il pronunciamento del Tribunale.

Decisiva «l’attendibilità della persona offesa» che «ha ricostruito i fatti in modo coerente, preciso e completo, senza lacune o contraddizioni che potessero inficiare il suo narrato» e che, soprattutto, «ha dichiarato di avere visto dal balcone» il suo conoscente – ora sul banco degli imputati – «scappare dopo avere effettuato una citofonata e di averne riconosciuto la voce nel corso di una telefonata eccezionalmente non muta».

Peraltro, pur non essendo stati acquisiti i tabulati telefonici, «l’accertamento della provenienza delle molestie telefoniche dall’utenza dell’imputato» è stato basato sulle «precise dichiarazioni della persona offesa, nonché di quelle di un maresciallo con specifico riguardo alla circostanza che la persona offesa gli aveva riferito il numero da cui provenivano le telefonate, risultato essere quello dell’utenza intestata all’uomo sotto processo», e quest’ultimo, infine, «ha ammesso di avere fatto qualche citofonata, anche se ha aggiunto di non avere mai avuto alcun intento di molestare» il suo conoscente.

Secondo i Giudici della Cassazione, quindi, la condanna è sacrosanta, anche tenendo presente il principio secondo cui «il reato di molestia non è necessariamente abituale, per cui può essere realizzato attraverso una condotta di disturbo o molestia, purché ispirata da biasimevole motivo o avente il carattere della petulanza, che consiste in un modo di agire pressante e indiscreto, tale da interferire sgradevolmente nella sfera privata di altri».
... vedi altrovedi meno

CONDANNATO PER TELEFONATE E CITOFONATE CHE INFASTIDISCONO IL DESTINATARIO.

Pena limitata a 350 euro di ammenda. 
Corposo, invece, il risarcimento per la persona offesa: 2mila e 500 euro.
Decisivo il racconto fatto dal destinatario di telefonate, quasi sempre mute, e citofonate.  

(Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza n. 21855/21; depositata il 3 giugno)

Ricostruita l’assurda vicenda, andata avanti per oltre tre settimane, i giudici del Tribunale condannano l’uomo sotto processo, ritenendolo colpevole di «avere, per petulanza e, comunque, per biasimevole motivo, recato molestia e disturbo a un suo conoscente mediante numerose telefonate notturne ‘mute’ e mediante il suono del citofono in varie ore del giorno e della notte».

Mite la pena: 350 euro di ammenda. 
Molto più corposo, invece, il risarcimento destinato alla persona offesa: ben 2mila e 500 euro.

A sancire la responsabilità penale dell’uomo sotto processo è la Cassazione, confermando in pieno il pronunciamento del Tribunale.

Decisiva «l’attendibilità della persona offesa» che «ha ricostruito i fatti in modo coerente, preciso e completo, senza lacune o contraddizioni che potessero inficiare il suo narrato» e che, soprattutto, «ha dichiarato di avere visto dal balcone» il suo conoscente – ora sul banco degli imputati – «scappare dopo avere effettuato una citofonata e di averne riconosciuto la voce nel corso di una telefonata eccezionalmente non muta».

Peraltro, pur non essendo stati acquisiti i tabulati telefonici, «l’accertamento della provenienza delle molestie telefoniche dall’utenza dell’imputato» è stato basato sulle «precise dichiarazioni della persona offesa, nonché di quelle di un maresciallo con specifico riguardo alla circostanza che la persona offesa gli aveva riferito il numero da cui provenivano le telefonate, risultato essere quello dell’utenza intestata all’uomo sotto processo», e quest’ultimo, infine, «ha ammesso di avere fatto qualche citofonata, anche se ha aggiunto di non avere mai avuto alcun intento di molestare» il suo conoscente.

Secondo i Giudici della Cassazione, quindi, la condanna è sacrosanta, anche tenendo presente il principio secondo cui «il reato di molestia non è necessariamente abituale, per cui può essere realizzato attraverso una condotta di disturbo o molestia, purché ispirata da biasimevole motivo o avente il carattere della petulanza, che consiste in un modo di agire pressante e indiscreto, tale da interferire sgradevolmente nella sfera privata di altri».

LAVORATORE CENSURATO GRAZIE AI DATI PRESENTI IN UNA MAILING LIST SINDACALE: NESSUNA VIOLAZIONE DELLA PRIVACY.

Offese al direttore generale nei messaggi di posta elettronica. Legittimo l’utilizzo di quei dati da parte dell’azienda, che ha sanzionato con la censura il dipendente sindacalista.
Decisivo il fatto che i dati siano stati segnalati all’azienda da uno dei componenti della mailing list.

(Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza n. 15161/21; depositata il 31 maggio)


Riflettori puntati su una Azienda sanitaria locale.
A un dipendente – che è anche segretario aziendale di una organizzazione sindacale – viene comunicata «una nota di contestazione disciplinare in relazione al contenuto offensivo di alcune email, da lui inviate nella mailing list del sindacato, nei confronti dei vertici aziendali».

Il procedimento disciplinare si conclude con l’irrogazione della «sanzione della censura», che il lavoratore impugna con ricorso ad hoc.

Altro fronte, però, è quello relativo all’utilizzo, da parte dell’azienda, dei dati presenti nella mailing list, dati che sono stati «segnalati da uno dei partecipanti alla mailing list», ossia un dirigente dell’Azienda sanitaria locale.

Il lavoratore «ravvisa nell’utilizzo della predetta corrispondenza di posta elettronica per fini disciplinari una violazione del codice della privacy» e chiede perciò «il blocco dei dati trattati».

Questa visione viene respinta innanzitutto dal Garante per la protezione dei dati personali, il quale spiega che «le comunicazioni di posta elettronica inerivano a dati personali e soggiacevano alla disciplina del codice, ma non erano illecite, essendo state trasmesse all’azienda a corredo di una segnalazione effettuata da un altro partecipante alla mailing list, al fine di sollecitarne una valutazione in sede disciplinare». In sostanza, l’azienda «non aveva avuto alcun ruolo nella raccolta dei dati, né aveva effettuato indagini o controlli sulle opinioni del lavoratore, ma li aveva trattati nell’ambito del potere disciplinare spettante ad esso».

Identica posizione assume anche il Tribunale, respingendo anch’esso le obiezioni proposte dal lavoratore.

La Cassazione conferma la decisione del Garante per la privacy.

In premessa viene chiarito che «i messaggi di posta elettronica rientrano nella nozione di dato personale» tutelato dal Codice della privacy.
Ciò nonostante, non vi è, in questa vicenda, «alcun illecito trattamento di tali dati», poiché, osservano i Giudici, l’azione dell’azienda «non era diretta ad indagare sugli orientamenti sindacali o sulle opinioni del lavoratore, ma esclusivamente a sanzionare gli apprezzamenti offensivi o inopportuni nei confronti del direttore generale dell’Azienda sanitaria locale».

In questo quadro si inserisce anche l’osservazione fatta dal Garante, osservazione con cui viene evidenziato che «l’azienda non ha avuto alcun ruolo attivo nella raccolta dei dati relativi al dipendente.
Questi ultimi, infatti, sono ad essa pervenuti tramite la segnalazione di un’altra dipendente, la quale era stata inclusa tra i destinatari delle comunicazioni» inviate dal lavoratore sindacalista.
Pertanto, «non vi è stata alcuna operazione di controllo o verifica della casella di posta elettronica del lavoratore».

Confermata, poi, anche la valutazione compiuta dai giudici del Tribunale, i quali hanno sostenuto che «il trattamento dei dati in questione, seppure in ipotesi configurabili come sensibili, non richiedeva il consenso del lavoratore», essendo il trattamento necessario per «adempiere ad un obbligo imposto dalla legge, rientrando nei compiti di istituto connessi all’esercizio del potere disciplinare dell’Azienda sanitaria, quale pubblica amministrazione, nei confronti dei propri dipendenti».
... vedi altrovedi meno

LAVORATORE CENSURATO GRAZIE AI DATI PRESENTI IN UNA MAILING LIST SINDACALE: NESSUNA VIOLAZIONE DELLA PRIVACY.

Offese al direttore generale nei messaggi di posta elettronica. Legittimo l’utilizzo di quei dati da parte dell’azienda, che ha sanzionato con la censura il dipendente sindacalista. 
Decisivo il fatto che i dati siano stati segnalati all’azienda da uno dei componenti della mailing list.  

(Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza n. 15161/21; depositata il 31 maggio)

 
Riflettori puntati su una Azienda sanitaria locale. 
A un dipendente – che è anche segretario aziendale di una organizzazione sindacale – viene comunicata «una nota di contestazione disciplinare in relazione al contenuto offensivo di alcune email, da lui inviate nella mailing list del sindacato, nei confronti dei vertici aziendali».

Il procedimento disciplinare si conclude con l’irrogazione della «sanzione della censura», che il lavoratore impugna con ricorso ad hoc.

Altro fronte, però, è quello relativo all’utilizzo, da parte dell’azienda, dei dati presenti nella mailing list, dati che sono stati «segnalati da uno dei partecipanti alla mailing list», ossia un dirigente dell’Azienda sanitaria locale.

Il lavoratore «ravvisa nell’utilizzo della predetta corrispondenza di posta elettronica per fini disciplinari una violazione del codice della privacy» e chiede perciò «il blocco dei dati trattati».

Questa visione viene respinta innanzitutto dal Garante per la protezione dei dati personali, il quale spiega che «le comunicazioni di posta elettronica inerivano a dati personali e soggiacevano alla disciplina del codice, ma non erano illecite, essendo state trasmesse all’azienda a corredo di una segnalazione effettuata da un altro partecipante alla mailing list, al fine di sollecitarne una valutazione in sede disciplinare». In sostanza, l’azienda «non aveva avuto alcun ruolo nella raccolta dei dati, né aveva effettuato indagini o controlli sulle opinioni del lavoratore, ma li aveva trattati nell’ambito del potere disciplinare spettante ad esso».

Identica posizione assume anche il Tribunale, respingendo anch’esso le obiezioni proposte dal lavoratore.

La Cassazione conferma la decisione del Garante per la privacy.

In premessa viene chiarito che «i messaggi di posta elettronica rientrano nella nozione di dato personale» tutelato dal Codice della privacy. 
Ciò nonostante, non vi è, in questa vicenda, «alcun illecito trattamento di tali dati», poiché, osservano i Giudici, l’azione dell’azienda «non era diretta ad indagare sugli orientamenti sindacali o sulle opinioni del lavoratore, ma esclusivamente a sanzionare gli apprezzamenti offensivi o inopportuni nei confronti del direttore generale dell’Azienda sanitaria locale».

In questo quadro si inserisce anche l’osservazione fatta dal Garante, osservazione con cui viene evidenziato che «l’azienda non ha avuto alcun ruolo attivo nella raccolta dei dati relativi al dipendente.
Questi ultimi, infatti, sono ad essa pervenuti tramite la segnalazione di un’altra dipendente, la quale era stata inclusa tra i destinatari delle comunicazioni» inviate dal lavoratore sindacalista. 
Pertanto, «non vi è stata alcuna operazione di controllo o verifica della casella di posta elettronica del lavoratore».

Confermata, poi, anche la valutazione compiuta dai giudici del Tribunale, i quali hanno sostenuto che «il trattamento dei dati in questione, seppure in ipotesi configurabili come sensibili, non richiedeva il consenso del lavoratore», essendo il trattamento necessario per «adempiere ad un obbligo imposto dalla legge, rientrando nei compiti di istituto connessi all’esercizio del potere disciplinare dell’Azienda sanitaria, quale pubblica amministrazione, nei confronti dei propri dipendenti».

L'AUTISTA DEL TRASPORTO PUBBLICO CHE HA RAGGIUNTO L'ETA' PENSIONABILE MA CHE VUOLE RIMANERE IN SERVIZIO NON PUO' ESSERE LICENZIATO.

Nelle aziende addette ai pubblici servizi di trasporto, per le quali opera il regime previdenziale speciale introdotto dal d.lgs. 29 giugno 1996, n. 414, un addetto al personale viaggiante ultrasessantenne in possesso del requisito anagrafico per il conseguimento della pensione di vecchiaia anticipata, previsto al raggiungimento di un’età ridotta di 5 anni rispetto a quella, tempo per tempo, in vigore nel regime generale obbligatorio, non può essere licenziato ai sensi dell’art. 4, comma 2, l. n. 108/1990 in presenza di una volontà espressa del lavoratore medesimo volta a non accedere al pensionamento anticipato ed a permanere in servizio.

(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza n. 14393/21; depositata il 25 maggio)

A seguito del licenziamento intimato ad un conducente di autobus adibiti al trasporto pubblico, per raggiungimento dei requisiti pensionistici previsti per legge, il Tribunale di Napoli aveva accolto l’impugnazione proposta dal lavoratore disponendone la reintegrazione nel posto di lavoro e la condanna all’indennità risarcitoria pari a 12 mensilità. La società ha proposto ricorso per cassazione.

Il Collegio ha rigettato il ricorso affermando il principio secondo cui «nelle aziende addette ai pubblici servizi di trasporto, per le quali opera il regime previdenziale speciale introdotto dal d.lgs. 29 giugno 1996, n. 414, un addetto al personale viaggiane ultrasessantenne in possesso del requisito anagrafico per il conseguimento della pensione di vecchiaia anticipata, previsto al raggiungimento di un’età ridotta di 5 anni rispetto a quella, tempo per tempo, in vigore nel regime generale obbligatorio, non può essere licenziato ai sensi dell’art. 4, comma 2, l. n. 108/1990 in presenza di una volontà espressa del lavoratore medesimo volta a non accedere al pensionamento anticipato ed a permanere in servizio».
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LAUTISTA DEL TRASPORTO PUBBLICO CHE HA RAGGIUNTO LETA PENSIONABILE MA CHE VUOLE RIMANERE IN SERVIZIO NON PUO ESSERE LICENZIATO.

Nelle aziende addette ai pubblici servizi di trasporto, per le quali opera il regime previdenziale speciale introdotto dal d.lgs. 29 giugno 1996, n. 414, un addetto al personale viaggiante ultrasessantenne in possesso del requisito anagrafico per il conseguimento della pensione di vecchiaia anticipata, previsto al raggiungimento di un’età ridotta di 5 anni rispetto a quella, tempo per tempo, in vigore nel regime generale obbligatorio, non può essere licenziato ai sensi dell’art. 4, comma 2, l. n. 108/1990 in presenza di una volontà espressa del lavoratore medesimo volta a non accedere al pensionamento anticipato ed a permanere in servizio.  

(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza n. 14393/21; depositata il 25 maggio)

A seguito del licenziamento intimato ad un conducente di autobus adibiti al trasporto pubblico, per raggiungimento dei requisiti pensionistici previsti per legge, il Tribunale di Napoli aveva accolto l’impugnazione proposta dal lavoratore disponendone la reintegrazione nel posto di lavoro e la condanna all’indennità risarcitoria pari a 12 mensilità. La società ha proposto ricorso per cassazione.

Il Collegio ha rigettato il ricorso affermando il principio secondo cui «nelle aziende addette ai pubblici servizi di trasporto, per le quali opera il regime previdenziale speciale introdotto dal d.lgs. 29 giugno 1996, n. 414, un addetto al personale viaggiane ultrasessantenne in possesso del requisito anagrafico per il conseguimento della pensione di vecchiaia anticipata, previsto al raggiungimento di un’età ridotta di 5 anni rispetto a quella, tempo per tempo, in vigore nel regime generale obbligatorio, non può essere licenziato ai sensi dell’art. 4, comma 2, l. n. 108/1990 in presenza di una volontà espressa del lavoratore medesimo volta a non accedere al pensionamento anticipato ed a permanere in servizio».

OMESSO MANTENIMENTO PER I FIGLI: REATO CONCRETIZZABILE ANCHE SENZA IL VINCOLO CONIUGALE

Per i Giudici è applicabile la nuova previsione fissata dall’art. 570-bis del Codice Penale anche al genitore che non è stato sposato con l’ex compagna e madre dei figli.

(Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza n. 20721/21; depositata il 25 maggio)

Per i giudici del Tribunale è evidente la colpevolezza dell’uomo, resosi responsabile del reato di «violazione degli obblighi di assistenza familiare», avendo «omesso per otto mesi di corrispondere all’ex compagna l’assegno mensile, fissato in 600 euro dall’autorità giudiziaria civile, per il mantenimento dei loro figli minori, nonché di concorrere al 50 per cento alle spese di natura straordinaria degli stessi figli».

I giudici hanno in sostanza riqualificato il fatto, «originariamente contestato ai sensi dell’articolo 3 della legge numero 54 dell’8 febbraio 2006, in relazione all’articolo 12-sexies della legge numero 898 del 1970».

La decisione viene contestata però dalla Procura della Repubblica, che col ricorso in Cassazione deduce «la violazione di legge, in relazione all’articolo 570-bis del Codice Penale, per avere il Tribunale, nel riqualificare il fatto contestato, erroneamente ritenuto che la fattispecie incriminatrice prevista da tale nuovo articolo non fosse applicabile all’uomo in quanto non coniugato con la madre dei due figli minori, laddove è pacifico», sostiene la Procura, «che vi è continuità normativa tra tale fattispecie incriminatrice e quella prevista dal citato articolo 3 della legge numero 54 del 2006, che non deve, perciò, ritenersi abrogata».

A fare chiarezza provvede la Cassazione, condividendo la posizione assunta dalla Procura.
In sostanza, «il delitto di omesso versamento dell’assegno periodico per il mantenimento, l’educazione e l’istruzione dei figli, previsto dall’articolo 570-bis del Codice Penale, è configurabile anche in caso di violazione degli obblighi di natura patrimoniale stabiliti nei confronti di figli minori nati da genitori non legati da vincolo formale di matrimonio, dato che, in relazione ai fatti commessi prima dell’entrata in vigore del decreto legislativo numero 21 dell’1 marzo 2018, va riconosciuta una continuità normativa tra la fattispecie prevista dall’articolo 3 della legge numero 54 dell’8 febbraio 2006 e quella prevista dal predetto articolo 570-bis del Codice Penale».

Per i Giudici è chiaro che «il reato di cui al menzionato articolo 3 è configurabile nel caso di omesso versamento da parte del genitore dell’assegno periodico disposto dall’autorità giudiziaria civile per il mantenimento anche dei figli nati fuori dal matrimonio», e ciò «non solo in base ad una lettura costituzionalmente orientata della disciplina, ma anche alla luce delle specifiche modifiche introdotte dalla legge numero 76 del 20 maggio 2016 e dal decreto legislativo numero 154 del 28 dicembre 2013 in materia di unioni civili e di responsabilità genitoriale nei confronti dei figli, che avevano imposto che le norme della legge numero 54 del 2006 dovevano ritenersi applicabili anche ai procedimenti relativi ai figli nati da genitori non coniugati».
... vedi altrovedi meno

OMESSO MANTENIMENTO PER I FIGLI: REATO CONCRETIZZABILE ANCHE SENZA IL VINCOLO CONIUGALE

Per i Giudici è applicabile la nuova previsione fissata dall’art. 570-bis del Codice Penale anche al genitore che non è stato sposato con l’ex compagna e madre dei figli.      

(Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza n. 20721/21; depositata il 25 maggio)

Per i giudici del Tribunale è evidente la colpevolezza dell’uomo, resosi responsabile del reato di «violazione degli obblighi di assistenza familiare», avendo «omesso per otto mesi di corrispondere all’ex compagna l’assegno mensile, fissato in 600 euro dall’autorità giudiziaria civile, per il mantenimento dei loro figli minori, nonché di concorrere al 50 per cento alle spese di natura straordinaria degli stessi figli».

I giudici hanno in sostanza riqualificato il fatto, «originariamente contestato ai sensi dell’articolo 3 della legge numero 54 dell’8 febbraio 2006, in relazione all’articolo 12-sexies della legge numero 898 del 1970».

La decisione viene contestata però dalla Procura della Repubblica, che col ricorso in Cassazione deduce «la violazione di legge, in relazione all’articolo 570-bis del Codice Penale, per avere il Tribunale, nel riqualificare il fatto contestato, erroneamente ritenuto che la fattispecie incriminatrice prevista da tale nuovo articolo non fosse applicabile all’uomo in quanto non coniugato con la madre dei due figli minori, laddove è pacifico», sostiene la Procura, «che vi è continuità normativa tra tale fattispecie incriminatrice e quella prevista dal citato articolo 3 della legge numero 54 del 2006, che non deve, perciò, ritenersi abrogata».

A fare chiarezza provvede la Cassazione, condividendo la posizione assunta dalla Procura.
In sostanza, «il delitto di omesso versamento dell’assegno periodico per il mantenimento, l’educazione e l’istruzione dei figli, previsto dall’articolo 570-bis del Codice Penale, è configurabile anche in caso di violazione degli obblighi di natura patrimoniale stabiliti nei confronti di figli minori nati da genitori non legati da vincolo formale di matrimonio, dato che, in relazione ai fatti commessi prima dell’entrata in vigore del decreto legislativo numero 21 dell’1 marzo 2018, va riconosciuta una continuità normativa tra la fattispecie prevista dall’articolo 3 della legge numero 54 dell’8 febbraio 2006 e quella prevista dal predetto articolo 570-bis del Codice Penale».

Per i Giudici è chiaro che «il reato di cui al menzionato articolo 3 è configurabile nel caso di omesso versamento da parte del genitore dell’assegno periodico disposto dall’autorità giudiziaria civile per il mantenimento anche dei figli nati fuori dal matrimonio», e ciò «non solo in base ad una lettura costituzionalmente orientata della disciplina, ma anche alla luce delle specifiche modifiche introdotte dalla legge numero 76 del 20 maggio 2016 e dal decreto legislativo numero 154 del 28 dicembre 2013 in materia di unioni civili e di responsabilità genitoriale nei confronti dei figli, che avevano imposto che le norme della legge numero 54 del 2006 dovevano ritenersi applicabili anche ai procedimenti relativi ai figli nati da genitori non coniugati».

PAGA IL PARCHEGGIO MA LASCIA FERMA L'AUTO OLTRE L'ORARIO INDICATO: LEGITTIMO IL VERBALE.

La sosta a pagamento su suolo pubblico oltre l’orario per cui è stata corrisposta la tariffa costituisce un illecito amministrativo sanzionato dall’art. 7, comma 15, c.d.s..

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza n. 14083/21; depositata il 21 maggio).

Il Tribunale di Oristano, in riforma della sentenza del Giudice di Pace, rigettava l’opposizione avanzata da un automobilista avverso il verbale a lui elevato da parte della Polizia locale per la sosta in zona a pagamento oltre al tempo consentito (art. 7, commi 1-15, c.d.s.).

La pronuncia è stata impugnata dinanzi alla Cassazione dell’automobilista che lamenta la mancata considerazione del fatto per cui la sosta esuberante la tariffa pagata era inferiore a 30 minuti, soglia determinata dal Comune di Oristano come soggetta a pagamento. Il parcheggio prevedeva infatti una tariffa pari a 0,5 euro ogni 30 minuti.

La doglianza risulta priva di fondamento avendo la giurisprudenza di legittimità costantemente affermato che la sosta a pagamento su suolo pubblico oltre l’orario per cui è stata corrisposta la tariffa costituisce un illecito amministrativo sanzionato dall’art. 7, comma 15, c.d.s., con esclusione della configurabilità di un inadempimento contrattuale. Si tratta infatti di un’evasione tariffaria posta in essere in violazione delle norme sulla “sosta regolamentata”.

Per questi motivi, il ricorso viene dichiarato inammissibile.
... vedi altrovedi meno

PAGA IL PARCHEGGIO MA LASCIA FERMA LAUTO OLTRE LORARIO INDICATO: LEGITTIMO IL  VERBALE.

La sosta a pagamento su suolo pubblico oltre l’orario per cui è stata corrisposta la tariffa costituisce un illecito amministrativo sanzionato dall’art. 7, comma 15, c.d.s..  

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza n. 14083/21; depositata il 21 maggio).

Il Tribunale di Oristano, in riforma della sentenza del Giudice di Pace, rigettava l’opposizione avanzata da un automobilista avverso il verbale a lui elevato da parte della Polizia locale per la sosta in zona a pagamento oltre al tempo consentito (art. 7, commi 1-15, c.d.s.).

La pronuncia è stata impugnata dinanzi alla Cassazione dell’automobilista che lamenta la mancata considerazione del fatto per cui la sosta esuberante la tariffa pagata era inferiore a 30 minuti, soglia determinata dal Comune di Oristano come soggetta a pagamento. Il parcheggio prevedeva infatti una tariffa pari a 0,5 euro ogni 30 minuti.

La doglianza risulta priva di fondamento avendo la giurisprudenza di legittimità costantemente affermato che la sosta a pagamento su suolo pubblico oltre l’orario per cui è stata corrisposta la tariffa costituisce un illecito amministrativo sanzionato dall’art. 7, comma 15, c.d.s., con esclusione della configurabilità di un inadempimento contrattuale. Si tratta infatti di un’evasione tariffaria posta in essere in violazione delle norme sulla “sosta regolamentata”.

Per questi motivi, il ricorso viene dichiarato inammissibile.

IL CLIENTE DEVE ACCETTARE LA SOSTITUZIONE DELLO SMARTPHONE, INDIPENDENTEMENTE DAL COLORE

Niente risoluzione del contratto e niente restituzione del prezzo, escluso anche il risarcimento.
Nessun addebito è possibile nei confronti dell’azienda produttrice che ha provveduto a sostituire l’apparecchio rivelatosi difettoso dopo l’acquisto.
Irrilevante il colore dello smartphone.

(Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza n. 14106/21; depositata il 24 maggio).

All’origine della vicenda vi sono i problemi riscontrati dopo l’acquisto di un nuovo telefonino di marca Motorola.
L'acquirente sostiene che «l’apparecchio telefonico presentava, già al momento dell’acquisto, gravi difetti di trasmissione e ricezione della voce» e per questo «la società produttrice aveva provveduto alla sostituzione del cellulare», ma «il telefono consegnatogli dal centro assistenza era di colore grigio e non di colore bianco perla» – il colore da lui scelto al momento dell’acquisto – e a causa di questo dettaglio «ha provveduto nuovamente a restituire lo smartphone, chiedendone l’ulteriore sostituzione».

Quest’ultima richiesta è stata però ritenuta illogica dal venditore, e il cliente ha reagito citando in giudizio direttamente la Motorola spa e chiedendo «la risoluzione del contratto, la conseguente restituzione del prezzo e il risarcimento dei danni».

Per i giudici di merito, però, l’azione giudiziaria proposta dal compratore è priva di fondamento, soprattutto perché «è irrilevante la consegna di un telefono di colore diverso da quello precedentemente acquistato, trattandosi di uno strumento di lavoro e non di un bene voluttuario».
Senza dimenticare, poi, che comunque il compratore «aveva accettato la sostituzione con un telefono di diverso colore» rispetto a quello da lui originariamente acquistato.

Identica posizione assumono anche i Magistrati della Cassazione, condividendo le valutazioni compiute dai giudici del Tribunale.

In sostanza, in merito alla ««differenza di colore – grigio e non bianco perla –» tra il cellulare comprato, e rivelatosi difettoso, e quello ottenuto in sostituzione dall’azienda produttrice, si è correttamente «tenuto conto dell’utilizzo dell’apparecchio come strumento di lavoro e non come bene voluttuario».
Ciò basta per «escludere la disciplina del codice del consumo, trattandosi di acquisto ad uso professionale», ribadiscono dalla Cassazione, ricordando poi che «è sufficiente che il contratto sia stipulato al fine di soddisfare interessi anche solo connessi od accessori rispetto allo svolgimento dell’attività imprenditoriale o professionale».

Per fare ancor più chiarezza, comunque, i Magistrati aggiungono che, richiamando anche in questo caso la valutazione espressa dal Tribunale, «va escluso, anche sotto il profilo della disciplina consumeristica, che un telefono di colore diverso, consegnato in sostituzione di quello non funzionante, della medesima marca e modello, possa essere qualificato come prodotto difettoso, in quanto idoneo all’uso al quale era destinato».
Impossibile, quindi, «profilarsi un grave inadempimento del venditore per vizi della cosa venduta», tanto più che, in questo caso, il compratore «ha ritirato personalmente il nuovo apparecchio telefonico presso il ‘centro assistenza’, constatandone le caratteristiche ed il funzionamento, e ha accettato un prodotto di suo gradimento, anche se di colore diverso».
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IL CLIENTE DEVE ACCETTARE LA SOSTITUZIONE DELLO SMARTPHONE, INDIPENDENTEMENTE DAL COLORE 

Niente risoluzione del contratto e niente restituzione del prezzo, escluso anche il risarcimento. 
Nessun addebito è possibile nei confronti dell’azienda produttrice che ha provveduto a sostituire l’apparecchio rivelatosi difettoso dopo l’acquisto. 
Irrilevante il colore dello smartphone.  

(Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza n. 14106/21; depositata il 24 maggio).

All’origine della vicenda vi sono i problemi riscontrati dopo l’acquisto di un nuovo telefonino di marca Motorola. 
Lacquirente sostiene che «l’apparecchio telefonico presentava, già al momento dell’acquisto, gravi difetti di trasmissione e ricezione della voce» e per questo «la società produttrice aveva provveduto alla sostituzione del cellulare», ma «il telefono consegnatogli dal centro assistenza era di colore grigio e non di colore bianco perla»  – il colore da lui scelto al momento dell’acquisto – e a causa di questo dettaglio «ha provveduto nuovamente a restituire lo smartphone, chiedendone l’ulteriore sostituzione». 

Quest’ultima richiesta è stata però ritenuta illogica dal venditore, e il cliente ha reagito citando in giudizio direttamente la Motorola spa e chiedendo «la risoluzione del contratto, la conseguente restituzione del prezzo e il risarcimento dei danni».

Per i giudici di merito, però, l’azione giudiziaria proposta dal compratore è priva di fondamento, soprattutto perché «è irrilevante la consegna di un telefono di colore diverso da quello precedentemente acquistato, trattandosi di uno strumento di lavoro e non di un bene voluttuario». 
Senza dimenticare, poi, che comunque il compratore «aveva accettato la sostituzione con un telefono di diverso colore» rispetto a quello da lui originariamente acquistato.

Identica posizione assumono anche i Magistrati della Cassazione, condividendo le valutazioni compiute dai giudici del Tribunale.

In sostanza, in merito alla ««differenza di colore – grigio e non bianco perla –» tra il cellulare comprato, e rivelatosi difettoso, e quello ottenuto in sostituzione dall’azienda produttrice, si è correttamente «tenuto conto dell’utilizzo dell’apparecchio come strumento di lavoro e non come bene voluttuario». 
Ciò basta per «escludere la disciplina del codice del consumo, trattandosi di acquisto ad uso professionale», ribadiscono dalla Cassazione, ricordando poi che «è sufficiente che il contratto sia stipulato al fine di soddisfare interessi anche solo connessi od accessori rispetto allo svolgimento dell’attività imprenditoriale o professionale».

Per fare ancor più chiarezza, comunque, i Magistrati aggiungono che, richiamando anche in questo caso la valutazione espressa dal Tribunale, «va escluso, anche sotto il profilo della disciplina consumeristica, che un telefono di colore diverso, consegnato in sostituzione di quello non funzionante, della medesima marca e modello, possa essere qualificato come prodotto difettoso, in quanto idoneo all’uso al quale era destinato». 
Impossibile, quindi, «profilarsi un grave inadempimento del venditore per vizi della cosa venduta», tanto più che, in questo caso, il compratore «ha ritirato personalmente il nuovo apparecchio telefonico presso il ‘centro assistenza’, constatandone le caratteristiche ed il funzionamento, e ha accettato un prodotto di suo gradimento, anche se di colore diverso».

VIOLAZIONE DEI LIMITI DI VELOCITA' : E ONERE DELLA PROVA: LA POLIZIA LOCALE DEVE SEMPRE CONSTATARE L'INFRAZIONE

Deve ritenersi sempre e comunque necessario l’intervento degli organi di polizia locale nell’espletamento del procedimento di accertamento e contestazione dell’infrazione al c.d.s. per violazione dei limiti di velocità, procedimento che – atteso il carattere pubblicistico e la sua rilevanza – non può essere assolutamente fatto oggetto di una assoluta privatizzazione a società private noleggiatrici delle apparecchiature di rilevazione automatica della velocità.

(Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza n. 14108/21; depositata il 24 maggio)

Il Giudice di Pace di Terralba accoglieva l’opposizione di un cittadino, annullando alcuni verbali di accertamento per la violazione dell’art. 142, comma 8 c.d.s., non essendo stato soddisfatto l’onere dell’Amministrazione di dimostrare la postazione dei cartelli, la loro distanza dalla postazione fissa di rilevamento della velocità e la loro dimensione.

Il Tribunale di Oristano, in funzione di giudice d’appello, accoglieva l’opposizione da parte del Comune.

Il cittadino ricorre quindi in Cassazione.

La sentenza impugnata è illegittima in quanto si è erroneamente ritenuto, relativamente all’art. 5 del contratto di noleggio dell’apparecchiatura di rilevamento della velocità tra Comune ed una società privata, che la Polizia urbana aveva assunto la piena disponibilità della stessa.
E dallo stesso contratto di noleggio è emerso che, solo attraverso un improprio sistema di validazione dei dati si sarebbe concretizzato l’intervento della Polizia locale.

La Corte di Cassazione ha quindi affermato a riguardo il principio secondo cui: «deve ritenersi sempre e comunque necessario l’intervento degli organi di polizia locale nell’espletamento del procedimento di accertamento e contestazione dell’infrazione al C.d.S. per violazione dei limiti di velocità, procedimento che – atteso il carattere pubblicistico e la sua rilevanza – non può essere assolutamente fatto oggetto di una assoluta privatizzazione a società private noleggiatrici delle apparecchiature di rilevazione automatica della velocità».

Per questi motivi il Collegio accoglie il suddetto ricorso ed annulla i verbali impugnati.
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VIOLAZIONE DEI LIMITI DI VELOCITA : E ONERE DELLA PROVA: LA POLIZIA LOCALE DEVE SEMPRE CONSTATARE LINFRAZIONE 

Deve ritenersi sempre e comunque necessario l’intervento degli organi di polizia locale nell’espletamento del procedimento di accertamento e contestazione dell’infrazione al c.d.s. per violazione dei limiti di velocità, procedimento che – atteso il carattere pubblicistico e la sua rilevanza – non può essere assolutamente fatto oggetto di una assoluta privatizzazione a società private noleggiatrici delle apparecchiature di rilevazione automatica della velocità.  

(Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza n. 14108/21; depositata il 24 maggio)
    
Il Giudice di Pace di Terralba accoglieva l’opposizione di un cittadino, annullando alcuni verbali di accertamento per la violazione dell’art. 142, comma 8 c.d.s., non essendo stato soddisfatto l’onere dell’Amministrazione di dimostrare la postazione dei cartelli, la loro distanza dalla postazione fissa di rilevamento della velocità e la loro dimensione.

Il Tribunale di Oristano, in funzione di giudice d’appello, accoglieva l’opposizione da parte del Comune.

Il cittadino ricorre quindi in Cassazione.

La sentenza impugnata è illegittima in quanto si è erroneamente ritenuto, relativamente all’art. 5 del contratto di noleggio dell’apparecchiatura di rilevamento della velocità tra Comune ed una società privata, che la Polizia urbana aveva assunto la piena disponibilità della stessa. 
E dallo stesso contratto di noleggio è emerso che, solo attraverso un improprio sistema di validazione dei dati si sarebbe concretizzato l’intervento della Polizia locale.

La Corte di Cassazione ha quindi affermato a riguardo il principio secondo cui: «deve ritenersi sempre e comunque necessario l’intervento degli organi di polizia locale nell’espletamento del procedimento di accertamento e contestazione dell’infrazione al C.d.S. per violazione dei limiti di velocità, procedimento che – atteso il carattere pubblicistico e la sua rilevanza – non può essere assolutamente fatto oggetto di una assoluta privatizzazione a società private noleggiatrici delle apparecchiature di rilevazione automatica della velocità».

Per questi motivi il Collegio accoglie il suddetto ricorso ed annulla i verbali impugnati.

2 settimane fa

Pavan & Girotto Studio Legale

Un ottimo risultato per il Comune di San Donà di Piave, difeso dal nostro Studio. ... vedi altrovedi meno

Un ottimo risultato per il Comune di San Donà di Piave, difeso dal nostro Studio.

IL LICENZIAMENTO PER CESSATA ATTIVITA' ESCLUDE L'INDENNITA' DI MATERNITA' PER LA LAVORATRICE MADRE.

Respinta definitivamente la richiesta presentata dalla donna nei confronti dell’INPS.
Decisiva, secondo i giudici, la constatazione che ella è stata licenziata a causa della cessazione dell’attività alla quale era addetta.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – L, ordinanza n. 13861/21; depositata il 20 maggio)

Concordi i giudici di merito: priva di fondamento la richiesta della lavoratrice nei confronti dell’INPS, richiesta mirata all’ottenimento della indennità di maternità nel periodo di astensione facoltativa per puerperio.

In particolare, in Appello viene evidenziato che «la lavoratrice è stata licenziata per cessazione dell’attività della azienda» nell’estate del 2012 e quindi «non ha diritto alla indennità, trattandosi di causa di recesso derogativa rispetto al generale divieto di licenziamento della lavoratrice madre stabilito dalla legge numero 151 del 2001».

Col ricorso in Cassazione la lavoratrice contesta le valutazioni dei giudici di merito, sostenendo che essi hanno compiuto un errore con l’affermare che «il divieto di licenziamento della lavoratrice madre è escluso solo nel caso di cessazione totale dell’attività aziendale, non valutando l’operatività del divieto anche nel caso di cessazione dell’attività di un ramo d’azienda o reparto autonomo cui la lavoratrice è addetta».

In premessa, però, i Giudici di terzo grado osservano che, come evidenziato in Appello, «la lavoratrice è stata licenziata a causa della cessazione dell’attività alla quale era addetta e che ella non ha mai eccepito nel corso del giudizio, neppure incidenter tantum e neppure a seguito della costituzione in giudizio dell’INPS, la nullità del licenziamento, così come mai ha dedotto che la cessazione dell’attività alla quale era addetta riguardasse solo una unità produttiva e non l’intera azienda».

Correttamente, quindi, si è ritenuto «non operativo il divieto di licenziamento sancito dalla l. n. 151/2001, in quanto riferito, secondo le circostanze acquisite nel processo, ad una situazione di totale cessazione della attività dell’azienda alla quale la lavoratrice era addetta», chiariscono i Giudici.

A inchiodare l’azienda è la mancanza di prove in merito alla ipotesi di «cessazione solo parziale dell’attività aziendale (del singolo ramo o reparto cui era addetta)».

Ciò porta alla conferma della decisione presa in secondo grado, laddove si è applicata «la norma relativa al divieto di licenziamento della lavoratrice madre» con inevitabili «conseguenze quanto alle tutele (indennità di maternità)».

Decisione in linea, infine, col principio secondo cui «in tema di tutela della lavoratrice madre, la deroga al divieto di licenziamento, dall’inizio della gestazione fino al compimento dell’età di un anno del bambino, opera solo in caso di cessazione dell’intera attività aziendale, sicché, trattandosi di fattispecie normativa di stretta interpretazione, essa non può essere applicata in via estensiva od analogica alle ipotesi di cessazione dell’attività di un singolo reparto dell’azienda, ancorché dotato di autonomia funzionale».
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IL LICENZIAMENTO PER CESSATA ATTIVITA ESCLUDE LINDENNITA DI MATERNITA PER LA LAVORATRICE MADRE.

Respinta definitivamente la richiesta presentata dalla donna nei confronti dell’INPS. 
Decisiva, secondo i giudici, la constatazione che ella è stata licenziata a causa della cessazione dell’attività alla quale era addetta.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – L, ordinanza n. 13861/21; depositata il 20 maggio)

Concordi i giudici di merito: priva di fondamento la richiesta della lavoratrice nei confronti dell’INPS, richiesta mirata all’ottenimento della indennità di maternità nel periodo di astensione facoltativa per puerperio.

In particolare, in Appello viene evidenziato che «la lavoratrice è stata licenziata per cessazione dell’attività della azienda» nell’estate del 2012 e quindi «non ha diritto alla indennità, trattandosi di causa di recesso derogativa rispetto al generale divieto di licenziamento della lavoratrice madre stabilito dalla legge numero 151 del 2001».

Col ricorso in Cassazione la lavoratrice contesta le valutazioni dei giudici di merito, sostenendo che essi hanno compiuto un errore con l’affermare che «il divieto di licenziamento della lavoratrice madre è escluso solo nel caso di cessazione totale dell’attività aziendale, non valutando l’operatività del divieto anche nel caso di cessazione dell’attività di un ramo d’azienda o reparto autonomo cui la lavoratrice è addetta».

In premessa, però, i Giudici di terzo grado osservano che, come evidenziato in Appello, «la lavoratrice è stata licenziata a causa della cessazione dell’attività alla quale era addetta e che ella non ha mai eccepito nel corso del giudizio, neppure incidenter tantum e neppure a seguito della costituzione in giudizio dell’INPS, la nullità del licenziamento, così come mai ha dedotto che la cessazione dell’attività alla quale era addetta riguardasse solo una unità produttiva e non l’intera azienda».

Correttamente, quindi, si è ritenuto «non operativo il divieto di licenziamento sancito dalla l. n. 151/2001, in quanto riferito, secondo le circostanze acquisite nel processo, ad una situazione di totale cessazione della attività dell’azienda alla quale la lavoratrice era addetta», chiariscono i Giudici.

A inchiodare l’azienda è la mancanza di prove in merito alla ipotesi di «cessazione solo parziale dell’attività aziendale (del singolo ramo o reparto cui era addetta)».

Ciò porta alla conferma della decisione presa in secondo grado, laddove si è applicata «la norma relativa al divieto di licenziamento della lavoratrice madre» con inevitabili «conseguenze quanto alle tutele (indennità di maternità)».

Decisione in linea, infine, col principio secondo cui «in tema di tutela della lavoratrice madre, la deroga al divieto di licenziamento, dall’inizio della gestazione fino al compimento dell’età di un anno del bambino, opera solo in caso di cessazione dell’intera attività aziendale, sicché, trattandosi di fattispecie normativa di stretta interpretazione, essa non può essere applicata in via estensiva od analogica alle ipotesi di cessazione dell’attività di un singolo reparto dell’azienda, ancorché dotato di autonomia funzionale».

CAOS AL PRONTO SOCCORSO CON AGGRESSIONI VERBALI A MEDICI E INFERMIERI: CONDANNATO PER INTERRUZIONE DI PUBBLICO SERVIZIO.

Decisiva la durata dell’episodio.
La condotta aggressiva e violenta posta in essere dall’uomo si è protratta per almeno mezz’ora.
Ciò ha comportato, secondo i giudici, una significativa e duratura interruzione delle attività svolte all’interno di quell’importante reparto del nosocomio.

(Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza n. 19853/21; depositata il 19 maggio)

Scenario della vicenda è una struttura ospedaliera in Puglia.
Lì, nel contesto del Pronto Soccorso, un uomo dà in escandescenze, aggredendo a parole e minacciando un medico e alcuni infermieri.

L’episodio ha un inevitabile strascico giudiziario, e l’uomo si ritrova condannato, sia in primo che in secondo grado, per «avere cagionato l’interruzione, e comunque turbato, la regolarità del servizio pubblico di Pronto Soccorso dell’ospedale, aggredendo verbalmente e minacciando violenza fisica a una dottoressa e agli infermieri» e così «impedendo di fatto, per un rilevante intervallo, al personale sanitario di turno di assicurare all’utenza il servizio di Pronto Soccorso».

In Cassazione il difensore dell’uomo sotto processo osserva che al suo cliente non è addebitato di «avere causato l’interruzione ovvero il turbamento di un singolo atto» ma, tuttavia, gli viene contestato di avere impedito «la funzionalità complessiva dell’ufficio».

A questa obiezione i Giudici del ‘Palazzaccio’ ribattono richiamando i dettagli acclarati tra primo e secondo grado, e in particolare la durata dell’episodio.

In sostanza, si è appurato che «la condotta aggressiva e violenta posta in essere dall’uomo all’interno del Pronto Soccorso dell’ospedale — così come descritta dal medico all’indirizzo del quale quelle minacciose e violente iniziative sono state tenute, e riscontrate dal filmato registrato da una videocamere posta all’interno dei locali —» è «durata per un considerevole periodo», ossia tra mezz’ora e un’ora.
Ciò ha causato, sottolineano i giudici, «una significativa e duratura interruzione, ovvero un turbamento, di tutte le attività svolte all’interno di quell’importante reparto del nosocomio».
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CAOS AL PRONTO SOCCORSO CON AGGRESSIONI VERBALI A MEDICI E INFERMIERI: CONDANNATO PER INTERRUZIONE DI PUBBLICO SERVIZIO.

Decisiva la durata dell’episodio. 
La condotta aggressiva e violenta posta in essere dall’uomo si è protratta per almeno mezz’ora. 
Ciò ha comportato, secondo i giudici, una significativa e duratura interruzione delle attività svolte all’interno di quell’importante reparto del nosocomio.  

(Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza n. 19853/21; depositata il 19 maggio)

Scenario della vicenda è una struttura ospedaliera in Puglia.
Lì, nel contesto del Pronto Soccorso, un uomo dà in escandescenze, aggredendo a parole e minacciando un medico e alcuni infermieri.

L’episodio ha un inevitabile strascico giudiziario, e l’uomo si ritrova condannato, sia in primo che in secondo grado, per «avere cagionato l’interruzione, e comunque turbato, la regolarità del servizio pubblico di Pronto Soccorso dell’ospedale, aggredendo verbalmente e minacciando violenza fisica a una dottoressa e agli infermieri» e così «impedendo di fatto, per un rilevante intervallo, al personale sanitario di turno di assicurare all’utenza il servizio di Pronto Soccorso».

In Cassazione il difensore dell’uomo sotto processo osserva che al suo cliente non è addebitato di «avere causato l’interruzione ovvero il turbamento di un singolo atto» ma, tuttavia, gli viene contestato di avere impedito «la funzionalità complessiva dell’ufficio».

A questa obiezione i Giudici del ‘Palazzaccio’ ribattono richiamando i dettagli acclarati tra primo e secondo grado, e in particolare la durata dell’episodio.

In sostanza, si è appurato che «la condotta aggressiva e violenta posta in essere dall’uomo all’interno del Pronto Soccorso dell’ospedale — così come descritta dal medico all’indirizzo del quale quelle minacciose e violente iniziative sono state tenute, e riscontrate dal filmato registrato da una videocamere posta all’interno dei locali —» è «durata per un considerevole periodo», ossia tra mezz’ora e un’ora. 
Ciò ha causato, sottolineano i giudici, «una significativa e duratura interruzione, ovvero un turbamento, di tutte le attività svolte all’interno di quell’importante reparto del nosocomio».

NON E' NECESSARIO ANCHE UN SEGNALE LUMINOSO PER AVVISARE DELLA PRESENZA DELL'AUTOVELOX.

Respinta la tesi difensiva proposta dall’automobilista, sanzionata per eccesso di velocità.

(Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza n. 13630/21; depositata il 19 maggio)

Scenario della vicenda è il territorio di un Comune abruzzese.
Lì una donna viene sanzionata dalla Polizia municipale per «eccesso di velocità»: fatale il dato registrato dall’autovelox.

A sorpresa, però, il Giudice di Pace cancella il verbale, sottolineando che «in loco non era stato apposto alcun dispositivo luminoso di segnalazione, o comunque alcun cartello indicante la tipologia di controllo effettuato».

Visione opposta, invece, quella dei giudici del Tribunale, i quali danno torto all’automobilista, ritenendo privo di senso il riferimento alla presunta necessità di una segnalazione luminosa dell’autovelox.

Identica posizione, sfavorevole all’automobilista, assume la Cassazione, richiamando i paletti stabiliti dal Codice della strada «in tema di segnalazione delle postazioni di rilevamento della velocità» dei veicoli.

Secondo la donna, non può bastare «la sola segnaletica» ma serve «una ulteriore, necessaria segnaletica di tipo luminoso».
Questa considerazione viene ritenuta risibile dai Giudici, i quali sottolineano che «non risulta da alcuna normativa che la segnaletica di avvertimento del controllo debba essere anche luminescente».
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NON E NECESSARIO ANCHE UN SEGNALE LUMINOSO PER AVVISARE DELLA PRESENZA DELLAUTOVELOX.

Respinta la tesi difensiva proposta dall’automobilista, sanzionata per eccesso di velocità. 

(Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza n. 13630/21; depositata il 19 maggio)
 
Scenario della vicenda è il territorio di un Comune abruzzese. 
Lì una donna viene sanzionata dalla Polizia municipale per «eccesso di velocità»: fatale il dato registrato dall’autovelox.

A sorpresa, però, il Giudice di Pace cancella il verbale, sottolineando che «in loco non era stato apposto alcun dispositivo luminoso di segnalazione, o comunque alcun cartello indicante la tipologia di controllo effettuato».

Visione opposta, invece, quella dei giudici del Tribunale, i quali danno torto all’automobilista, ritenendo privo di senso il riferimento alla presunta necessità di una segnalazione luminosa dell’autovelox.

Identica posizione, sfavorevole all’automobilista, assume la Cassazione, richiamando i paletti stabiliti dal Codice della strada «in tema di segnalazione delle postazioni di rilevamento della velocità» dei veicoli.

Secondo la donna, non può bastare «la sola segnaletica» ma serve «una ulteriore, necessaria segnaletica di tipo luminoso». 
Questa considerazione viene ritenuta risibile dai Giudici, i quali sottolineano che «non risulta da alcuna normativa che la segnaletica di avvertimento del controllo debba essere anche luminescente».

LEI CON LE FIGLIE NEL PICCOLO PAESE, LUI A FAR CARRIERA IN CITTA': SI ALL' ASSEGNO DIVORZILE PER LA MOGLIE.

Evidenti, secondo i Giudici, il sacrificio affrontato dalla donna, che ha rinunciato alla prospettiva di incarichi più prestigiosi, e il vantaggio tratto dall’uomo, che si è potuto dedicare alla carriera in maniera più proficua.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile, ordinanza n. 13459/21; depositata il 18 maggio)

In Appello i giudici accolgono le richieste avanzate dalla donna e condannano l’ex marito a «corrisponderle ogni mese un assegno divorzile pari a 2mila euro», a cui si aggiunge anche «l’obbligo di contribuire al mantenimento delle figlie minori con un assegno mensile di complessivi 2mila e 800 euro (1.400 euro per ciascuna figlia) da corrispondersi alla madre » e «il concorso alle spese mediche straordinarie, scolastiche, sportive, culturali, per vacanze estive ed invernali».

L’uomo non ritiene corretto il pagamento dell’assegno divorzile.
Questo è, difatti, l’elemento centrale del ricorso da lui proposto in Cassazione.

In particolare, egli sostiene che «la rilevante disparità nella situazione economico-patrimoniale» tra lui e l’ex moglie va messa in discussione, o, quantomeno, letta in un’ottica diversa.
Soprattutto perché l’ex moglie «svolgeva un’attività lavorativa di un certo prestigio» all’interno della pubblica amministrazione e quindi «per ritenerne il sacrificio i giudici avrebbero dovuto accertare la probabilità per lei di svolgere lavori più prestigiosi o più redditizi», osserva l’uomo.

Riflettori puntati, quindi, soprattutto sulle «scelte lavorative» della donna, che era tornata in un piccolo paese «portando con sé le figlie e scegliendo così di non rimanere in città, ove il marito svolgeva la propria attività professionale, e di non ricercare lì una occupazione».

Per i Giudici della Cassazione, però, «l’esigenza perequativa assolta dall’assegno divorzile ben può maturare rispetto ad un ménage familiare in cui i coniugi, per esigenze lavorative, si siano trovati a vivere in due distinte città»

Per l’uomo, però, è ancora più illogico sostenere che «la scelta della moglie di tornare in piccolo paese per riprendere, dopo la nascita delle figlie, il suo lavoro rappresentava una opzione fatta a favore dell’attività e della carriera dell’ex marito, cosa che avrebbe potuto dirsi ove la donna avesse lasciato il proprio lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla famiglia in città o là dove ella avesse accettato in città un lavoro meno redditizio, rimanendo però accanto al marito».

E inoltre, sempre secondo l’uomo, è ancor più illogico ritenere che «la scelta fatta» ha impedito alla donna di «far carriera nella pubblica amministrazione», comportando per lei «un sacrificio nella conduzione domestica».
Su questo fronte, aggiunge l’uomo, non è stato «valutato il sacrificio» da lui compiuto e consistito nel «dover vivere quotidianamente senza la famiglia e senza i figli», mentre si è sostenuto che tale situazione ne abbia «favorito la carriera».

Per i Giudici di terzo grado, però, queste osservazioni non sono sufficienti a mettere in discussione le valutazioni compiute in Appello, laddove si è valutata la condotta della donna come frutto di una scelta condivisa col marito e come un passo indietro che ha consentito, all’epoca, un progresso economico per l’uomo.
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LEI CON LE FIGLIE NEL PICCOLO PAESE, LUI A FAR CARRIERA IN CITTA: SI ALL ASSEGNO DIVORZILE PER LA MOGLIE.

Evidenti, secondo i Giudici, il sacrificio affrontato dalla donna, che ha rinunciato alla prospettiva di incarichi più prestigiosi, e il vantaggio tratto dall’uomo, che si è potuto dedicare alla carriera in maniera più proficua.  

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile, ordinanza n. 13459/21; depositata il 18 maggio) 
 
In Appello i giudici accolgono le richieste avanzate dalla donna e condannano l’ex marito a «corrisponderle ogni mese un assegno divorzile pari a 2mila euro», a cui si aggiunge anche «l’obbligo di contribuire al mantenimento delle figlie minori con un assegno mensile di complessivi 2mila e 800 euro (1.400 euro per ciascuna figlia) da corrispondersi alla madre » e «il concorso alle spese mediche straordinarie, scolastiche, sportive, culturali, per vacanze estive ed invernali».

 L’uomo non ritiene corretto il pagamento dell’assegno divorzile. 
Questo è, difatti, l’elemento centrale del ricorso da lui proposto in Cassazione.

In particolare, egli sostiene che «la rilevante disparità nella situazione economico-patrimoniale» tra lui e l’ex moglie va messa in discussione, o, quantomeno, letta in un’ottica diversa. 
Soprattutto perché l’ex moglie «svolgeva un’attività lavorativa di un certo prestigio» all’interno della pubblica amministrazione e quindi «per ritenerne il sacrificio i giudici avrebbero dovuto accertare la probabilità per lei di svolgere lavori più prestigiosi o più redditizi», osserva l’uomo.

Riflettori puntati, quindi, soprattutto sulle «scelte lavorative» della donna, che era tornata in un piccolo paese «portando con sé le figlie e scegliendo così di non rimanere in città, ove il marito svolgeva la propria attività professionale, e di non ricercare lì una occupazione».

Per i Giudici della Cassazione, però, «l’esigenza perequativa assolta dall’assegno divorzile ben può maturare rispetto ad un ménage familiare in cui i coniugi, per esigenze lavorative, si siano trovati a vivere in due distinte città»

Per l’uomo, però, è ancora più illogico sostenere che «la scelta della moglie di tornare in piccolo paese per riprendere, dopo la nascita delle figlie, il suo lavoro rappresentava una opzione fatta a favore dell’attività e della carriera dell’ex marito, cosa che avrebbe potuto dirsi ove la donna avesse lasciato il proprio lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla famiglia in città o là dove ella avesse accettato in città un lavoro meno redditizio, rimanendo però accanto al marito».

E inoltre, sempre secondo l’uomo, è ancor più illogico ritenere che «la scelta fatta» ha impedito alla donna di «far carriera nella pubblica amministrazione», comportando per lei «un sacrificio nella conduzione domestica». 
Su questo fronte, aggiunge l’uomo, non è stato «valutato il sacrificio» da lui compiuto e consistito nel «dover vivere quotidianamente senza la famiglia e senza i figli», mentre si è sostenuto che tale situazione ne abbia «favorito la carriera».

Per i Giudici di terzo grado, però, queste osservazioni non sono sufficienti a mettere in discussione le valutazioni compiute in Appello, laddove si è valutata la condotta della donna come frutto di una scelta condivisa col marito e come un passo indietro che ha consentito, all’epoca, un progresso economico per l’uomo.

3 settimane fa

Pavan & Girotto Studio Legale

Anche il Comune di Pasiano di Pordenone, dopo i successi in cause simili ottenuti a favore dei Comuni di Chions e Azzano Decimo, si affida al nostro Studio per recuperare i canoni di locazione non pagati da una compagnia telefonica. ... vedi altrovedi meno

Anche il Comune di Pasiano di Pordenone, dopo i successi in cause simili ottenuti a favore dei Comuni di Chions e Azzano Decimo, si affida al nostro Studio per recuperare i canoni di locazione non pagati da una compagnia telefonica.

MARITO TRADITORE INCHIODATO DAI MESSAGGI TELEMATICI: COLPEVOLE PER LA SEPARAZIONE

Confermata la vittoria della donna.
Addebitata al coniuge la responsabilità per l’irreversibile crisi coniugale.
Decisivo il peso probatorio riconosciuto ai messaggi amorosi inviati dall’uomo per via telematica.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza n. 12794/21; depositata il 13 maggio)

Ufficializzata la separazione tra moglie e marito, i giudici di merito ritengono evidente come l’uomo abbia dato il ‘la’ alla irreversibile crisi della coppia.
Su questo fronte, in particolare, è considerata acclarata la relazione extraconiugale da lui avuta con un’altra donna: inequivocabili, difatti, i messaggi amorosi da lui spediti per via telematica.

In particolare, in Appello viene rilevato che «l’uomo non ha mai contraddetto la riferibilità alla sua persona delle emergenze telematiche relative a frasi dimostrative di una relazione sentimentale», anzi «la circostanza relativa all’intrattenimento di un legame extraconiugale è stata oggetto di una confessione stragiudiziale resa dall’uomo» e quanto da lui dichiarato «ha trovato conferma sia nel contenuto inequivoco dei messaggi acquisiti in giudizio».

Respinta, invece, la ricostruzione fatta dall’uomo e centrata sull’illegittimo «prelievo di contanti» effettuato dalla moglie sul conto a lui intestato e sull’«abbandono della casa coniugale» da parte della donna.
Questi elementi, difatti, «non assumono rilievo ai fini del giudizio di addebito della separazione», secondo i giudici d’Appello, visto «il loro logico collegamento con la condotta fedifraga del marito».

Col ricorso in Cassazione l’uomo prova a contestare l’accusa a suo carico.
In particolare, egli sostiene di avere «smentito in più occasioni di essere l’autore dei messaggi inoltrati per via telematica che attesterebbero l’esistenza di una relazione extraconiugale» e aggiunge che, comunque, è illogico risalire a un tradimento solo sulla base di comunicazioni telematiche».

Queste obiezioni non sono sufficienti però per mettere in discussione l’efficacia probatoria delle riproduzioni informatiche che, come sancito dai giudici di merito, certificano la relazione avuta dall’uomo «in costanza di matrimonio» e segnalata dalla moglie.

I Giudici del ‘Palazzaccio’ tengono però a precisare che a dare ancor più peso alle «comunicazioni telematiche, che contenevano espressioni dal significato inequivoco, e cioè frasi amorose e dimostrative della relazione sentimentale» ha provveduto proprio l’uomo con una chiara «confessione stragiudiziale», cioè «ammettendo la propria relazione extraconiugale» e spiegando di «non poterla interrompere».

Infine, in Cassazione ribadiscono anche che, come già sancito dai giudici d’Appello, «il prelievo di denaro operato dalla donna sul conto del marito» e la decisione della donna di «abbandonare la casa coniugale» non possono essere considerati «causa della compromissione dell’unione matrimoniale», essendo, invece, una sorta di reazione alla «la condotta fedifraga del marito».
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MARITO TRADITORE INCHIODATO DAI MESSAGGI TELEMATICI: COLPEVOLE PER LA SEPARAZIONE

Confermata la vittoria della donna. 
Addebitata al coniuge la responsabilità per l’irreversibile crisi coniugale. 
Decisivo il peso probatorio riconosciuto ai messaggi amorosi inviati dall’uomo per via telematica.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza n. 12794/21; depositata il 13 maggio)

Ufficializzata la separazione tra moglie e marito, i giudici di merito ritengono evidente come l’uomo abbia dato il ‘la’ alla irreversibile crisi della coppia. 
Su questo fronte, in particolare, è considerata acclarata la relazione extraconiugale da lui avuta con un’altra donna: inequivocabili, difatti, i messaggi amorosi da lui spediti per via telematica.

In particolare, in Appello viene rilevato che «l’uomo non ha mai contraddetto la riferibilità alla sua persona delle emergenze telematiche relative a frasi dimostrative di una relazione sentimentale», anzi «la circostanza relativa all’intrattenimento di un legame extraconiugale è stata oggetto di una confessione stragiudiziale resa dall’uomo» e quanto da lui dichiarato «ha trovato conferma sia nel contenuto inequivoco dei messaggi acquisiti in giudizio».

Respinta, invece, la ricostruzione fatta dall’uomo e centrata sull’illegittimo «prelievo di contanti» effettuato dalla moglie sul conto a lui intestato e sull’«abbandono della casa coniugale» da parte della donna. 
Questi elementi, difatti, «non assumono rilievo ai fini del giudizio di addebito della separazione», secondo i giudici d’Appello, visto «il loro logico collegamento con la condotta fedifraga del marito».

Col ricorso in Cassazione l’uomo prova a contestare l’accusa a suo carico. 
In particolare, egli sostiene di avere «smentito in più occasioni di essere l’autore dei messaggi inoltrati per via telematica che attesterebbero l’esistenza di una relazione extraconiugale» e aggiunge che, comunque, è illogico risalire a un tradimento solo sulla base di comunicazioni telematiche».

Queste obiezioni non sono sufficienti però per mettere in discussione l’efficacia probatoria delle riproduzioni informatiche che, come sancito dai giudici di merito, certificano la relazione avuta dall’uomo «in costanza di matrimonio» e segnalata dalla moglie.

I Giudici del ‘Palazzaccio’ tengono però a precisare che a dare ancor più peso alle «comunicazioni telematiche, che contenevano espressioni dal significato inequivoco, e cioè frasi amorose e dimostrative della relazione sentimentale» ha provveduto proprio l’uomo con una chiara «confessione stragiudiziale», cioè «ammettendo la propria relazione extraconiugale» e spiegando di «non poterla interrompere».

Infine, in Cassazione ribadiscono anche che, come già sancito dai giudici d’Appello, «il prelievo di denaro operato dalla donna sul conto del marito» e la decisione della donna di «abbandonare la casa coniugale» non possono essere considerati «causa della compromissione dell’unione matrimoniale», essendo, invece, una sorta di reazione alla «la condotta fedifraga del marito».

CONTRATTO DI ASSICURAZIONE, DIRITTO DI RIVALSA E STATO DI EBBREZZA

Se il contratto di assicurazione obbligatoria per i veicoli a motore attribuisce all’impresa di assicurazione il diritto di rivalsa verso l’assicurato per l’ipotesi di guida in stato di ebbrezza, senza specificazioni convenzionali di quest’ultimo stato, esso va identificato con lo stato di ebbrezza previsto dal Codice della strada.

(Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 12900/21; depositata il 13 aprile)

A seguito di un tamponamento tra un autoarticolato ed una Fiat Punto, il terzo trasportato da quest’ultima decedeva dopo esser stato investito da altri veicoli sopraggiunti, essendo stato sbalzato fuori dal veicolo su cui viaggiava.

La società assicuratrice risarciva gli eredi della vittima.

L’Assicurazione conveniva quindi in giudizio il suo assicurato di fronte al Tribunale di Bologna, chiedendone la condanna al pagamento della somma di 268.202,40 euro.
Il giudice di merito accoglieva la domanda.

Il conducente ricorreva quindi presso la Corte d’Appello del capoluogo emiliano, la quale rigettava l’appello.

Ne consegue il ricorso per cassazione che prevede, tra i vari motivi, la violazione o falsa applicazione della legge, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c.. il ricorrente osserva infatti che per negare l’operatività della garanzia (vessatoria e contra ius, quindi inapplicabile per genericità e indeterminatezza) può essere invocato solo il superamento della soglia di punibilità prevista dalla legge (art. 186 c.d.s. – tasso alcolemico superiore a 0,5 g/l e non a 0,8 g/l).

I motivi di doglianza sono fondati, in quanto in base all’accertamento del giudice di merito, la clausola “esclusione e rivalsa” prevede che «l’assicurazione non è operante: - nel caso di veicolo guidato da persona in stato di ebbrezza o sotto l’influenza di sostanze stupefacenti…».
Quindi non è compito del Collegio affrontare il tema della delimitazione pattizia dello stato di ebbrezza.

L’art. 379, comma 1, del Regolamento di esecuzione e di attuazione del nuovo c.d.s. prevede inoltre che «l’accertamento dello stato di ebbrezza ai sensi dell’articolo 186, comma 4, del codice, si effettua mediante l’analisi dell’aria alveolare espirata: qualora, in base al valore della concentrazione di alcool nell’aria alveolare espirata, la concentrazione alcoolemica corrisponda o superi a 0,8 grammi per litro, il soggetto viene ritenuto in stato di ebbrezza».

Nel caso di specie il giudice di merito ha accertato che i referti ematici avevano evidenziato valori alcolometrici non eccedenti il limite oltre il quale scatta la sanzione di legge.

Ne consegue che la Corte di Cassazione enuncia a riguardo il seguente principio di diritto: «se il contratto di assicurazione obbligatoria per i veicoli a motore attribuisce all’impresa di assicurazione il diritto di rivalsa verso l’assicurato per l’ipotesi di guida in stato di ebbrezza, senza specificazioni convenzionali di quest’ultimo stato, esso va identificato con lo stato di ebbrezza previsto dal Codice della strada».
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CONTRATTO DI ASSICURAZIONE, DIRITTO DI RIVALSA E STATO DI EBBREZZA

Se il contratto di assicurazione obbligatoria per i veicoli a motore attribuisce all’impresa di assicurazione il diritto di rivalsa verso l’assicurato per l’ipotesi di guida in stato di ebbrezza, senza specificazioni convenzionali di quest’ultimo stato, esso va identificato con lo stato di ebbrezza previsto dal Codice della strada.  

(Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 12900/21; depositata il 13 aprile)

A seguito di un tamponamento tra un autoarticolato ed una Fiat Punto, il terzo trasportato da quest’ultima decedeva dopo esser stato investito da altri veicoli sopraggiunti, essendo stato sbalzato fuori dal veicolo su cui viaggiava.

La società assicuratrice risarciva gli eredi della vittima.

L’Assicurazione conveniva quindi in giudizio il suo assicurato di fronte al Tribunale di Bologna, chiedendone la condanna al pagamento della somma di 268.202,40 euro. 
Il giudice di merito accoglieva la domanda.

Il conducente ricorreva quindi presso la Corte d’Appello del capoluogo emiliano, la quale rigettava l’appello.

Ne consegue il ricorso per cassazione che prevede, tra i vari motivi, la violazione o falsa applicazione della legge, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c.. il ricorrente osserva infatti che per negare l’operatività della garanzia (vessatoria e contra ius, quindi inapplicabile per genericità e indeterminatezza) può essere invocato solo il superamento della soglia di punibilità prevista dalla legge (art. 186 c.d.s. – tasso alcolemico superiore a 0,5 g/l e non a 0,8 g/l).

I motivi di doglianza sono fondati, in quanto in base all’accertamento del giudice di merito, la clausola “esclusione e rivalsa” prevede che «l’assicurazione non è operante: - nel caso di veicolo guidato da persona in stato di ebbrezza o sotto l’influenza di sostanze stupefacenti…». 
Quindi non è compito del Collegio affrontare il tema della delimitazione pattizia dello stato di ebbrezza.

L’art. 379, comma 1, del Regolamento di esecuzione e di attuazione del nuovo c.d.s. prevede inoltre che «l’accertamento dello stato di ebbrezza ai sensi dell’articolo 186, comma 4, del codice, si effettua mediante l’analisi dell’aria alveolare espirata: qualora, in base al valore della concentrazione di alcool nell’aria alveolare espirata, la concentrazione alcoolemica corrisponda o superi a 0,8 grammi per litro, il soggetto viene ritenuto in stato di ebbrezza».

Nel caso di specie il giudice di merito ha accertato che i referti ematici avevano evidenziato valori alcolometrici non eccedenti il limite oltre il quale scatta la sanzione di legge.
 
Ne consegue che la Corte di Cassazione enuncia a riguardo il seguente principio di diritto: «se il contratto di assicurazione obbligatoria per i veicoli a motore attribuisce all’impresa di assicurazione il diritto di rivalsa verso l’assicurato per l’ipotesi di guida in stato di ebbrezza, senza specificazioni convenzionali di quest’ultimo stato, esso va identificato con lo stato di ebbrezza previsto dal Codice della strada».
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