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Pavan & Girotto Studio Legale

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LEGITTIMO PER L'AZIENDA L'USO DEI DATI RECUPERATI SUL COMPUTER RIPORTATO DAL DIRIGENTE DIMISSIONARIO.

Il lavoratore aveva cancellato tantissimi dati. L’azienda si è affidata a un tecnico informatico per recuperare quel materiale e utilizzarlo a sostegno di una richiesta di risarcimento nei confronti dell’ex dipendente.

Cass. civ., sez. lav., sent., 12 novembre 2021, n. 33809

Scontro totale tra l’azienda e l’oramai ex – causa dimissioni per ragioni familiari – direttore commerciale.
A quest’ultimo vengono addebitati, tra l’altro, «relazioni con soggetti concorrenti, rivelazione a terzi di informazioni tecniche sui metodi di produzione aziendali, partecipazione a prove tecniche di campioni di prodotto concorrente, omessa segnalazione ai vertici aziendali della perdita di clientela e di calo di fatturato in due regioni».

Consequenziale la richiesta risarcitoria – almeno 1.200.000 euro – presentata dalla società nei confronti dell’ex dirigente per i danni patrimoniali subiti.
Da conteggiare a parte, poi, sempre secondo l’azienda, il danno all’immagine e alla reputazione commerciale della società.

In primo grado la domanda di risarcimento viene accolta: l’ex dirigente viene condannato a versare all’azienda ben 370.000 euro.
In secondo grado, invece, a essere condannata è la società datrice di lavoro, obbligata a versare oltre 23.000 euro all’ex dipendente come indennità di mancato preavviso.

Per i Giudici di Appello non vi sono prove sugli «addebiti di violazione dell’obbligo di fedeltà del dipendente».
Ciò «per l’inutilizzabilità delle conversazioni acquisite illegittimamente», secondo i giudici, «dalla società datrice, una volta riconsegnato dal dipendente il computer aziendale in dotazione, sul suo account privato Skype, in violazione della segretezza della corrispondenza (tale essendo anche quella informatica o telematica) e pure della password personale di accesso del lavoratore, mai avendo la società ritenuto di fornirne una aziendale, nonostante l’impiego dell’applicativo Skype anche per lo svolgimento dell’attività lavorativa».

Nel contesto della Cassazione, però, i legali della società parlano di «legittima attività di recupero dei documenti, dati e informazioni contenuti nei dispositivi aziendali – dati in dotazione al dirigente e pure integranti patrimonio aziendali – e dolosamente cancellati dal dirigente prima della riconsegna».
I legali sottolineano poi che i dati recuperati «sono stati lasciati dallo stesso dirigente impressi sul computer» e «riguardano l’attività lavorativa e sono stati scambiati con altri referenti della rete commerciale, attraverso l’applicativo Skype ordinariamente utilizzato dai dipendenti attraverso la rete internet aziendale».
In sostanza, secondo i legali, non si può parlare di «una incursione in una corrispondenza privata chiusa» ma si deve invece «ritenere la neutralità della password di accesso a Skype, siccome non finalizzata alla protezione di dati personali ma relativa a comunicazioni aziendali, al pari di quella di utilizzazione della casella di posta elettronica in dotazione».
Per completare il ragionamento, poi, i legali sottolineano «il diritto di difesa della società, a fronte del grave danneggiamento dei beni aziendali, a fronte della cancellazione – incontestata – di tutti i dati, messaggi email, documenti, numeri di telefono contenuti nel computer riconsegnato dopo la sua formattazione».
E proprio per questo l’azienda si è posta nella condizione di «verificare, tramite un consulente informatico, la possibilità del recupero di quei dati».

I Giudici di terzo grado partono da un dato di fatto fondamentale: «la riconsegna dal dirigente dei dispositivi aziendali svuotati di tutti i dati».
Questo passaggio è fondamentale poiché, osservano i giudici, «anche la cancellazione, che non escluda la possibilità di recupero se non con l’uso anche dispendioso di particolari procedure, integra gli estremi oggettivi della fattispecie delittuosa» prevista in caso di «danneggiamento di dati informatici altrui». Ed è ciò che è avvenuto in questo caso, osservano i Giudici, vista la necessità da parte della società di «affidare l’hard disk del computer formattato ad un perito informatico per le relative analisi, che hanno consentito di recuperare una serie di conversazioni scritte effettuate dal dirigente sull’applicativo Skype».

A fronte di tale quadro, i giudici ribadiscono che «la produzione in giudizio di documenti contenenti dati personali è sempre consentita ove sia necessaria per esercitare il proprio diritto di difesa, anche in assenza del consenso del titolare e quali che siano le modalità con cui è stata acquisita la loro conoscenza».
In questa vicenda, invece, si è omesso in appello di «bilanciare i diritti di difesa e di tutela della riservatezza, posto che, in materia di trattamento dei dati personali, il diritto di difesa in giudizio prevale su quello di inviolabilità della corrispondenza, consentendo la normativa di prescindere dal consenso della parte interessata per il trattamento di dati personali, quando esso sia necessario per la tutela dell’esercizio di un diritto in sede giudiziaria, a condizione che i dati siano trattati esclusivamente per tale finalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento», spiegano i giudici di Cassazione.
E «il diritto di difesa non è limitato alla pura e semplice sede processuale, estendendosi a tutte quelle attività dirette ad acquisire prove in essa utilizzabili, ancor prima che la controversia sia stata formalmente instaurata mediante citazione o ricorso», aggiungono ancora i giudici.

In questa vicenda, quindi, «l’attività di recupero dei dati, cancellati dal dirigente prima della riconsegna del computer avuto in dotazione e integranti patrimonio aziendale, dopo la cessazione del rapporto di lavoro, è stata compiuta dalla società in funzione del giudizio risarcitorio, sul presupposto della distruzione da parte del dipendente di beni aziendali, quali appunto quelli memorizzati nel personal computer», condotta, questa, «integrante violazione dei doveri di fedeltà e di diligenza, tale da costituire giusta causa di licenziamento», concludono i Giudici.

Necessario, quindi, un nuovo processo in Appello, laddove, alla luce delle indicazioni fornite dalla Cassazione, sarà doveroso tenere conto dei dati informatici recuperati dal computer affidato all’ex dirigente.
... Guarda di piùGuarda di meno

LEGITTIMO PER LAZIENDA LUSO DEI DATI RECUPERATI SUL COMPUTER RIPORTATO DAL DIRIGENTE DIMISSIONARIO.

Il lavoratore aveva cancellato tantissimi dati. L’azienda si è affidata a un tecnico informatico per recuperare quel materiale e utilizzarlo a sostegno di una richiesta di risarcimento nei confronti dell’ex dipendente.

Cass. civ., sez. lav., sent., 12 novembre 2021, n. 33809

Scontro totale tra l’azienda e l’oramai ex – causa dimissioni per ragioni familiari – direttore commerciale. 
A quest’ultimo vengono addebitati, tra l’altro, «relazioni con soggetti concorrenti, rivelazione a terzi di informazioni tecniche sui metodi di produzione aziendali, partecipazione a prove tecniche di campioni di prodotto concorrente, omessa segnalazione ai vertici aziendali della perdita di clientela e di calo di fatturato in due regioni».

Consequenziale la richiesta risarcitoria – almeno 1.200.000 euro – presentata dalla società nei confronti dell’ex dirigente per i danni patrimoniali subiti. 
Da conteggiare a parte, poi, sempre secondo l’azienda, il danno all’immagine e alla reputazione commerciale della società.

In primo grado la domanda di risarcimento viene accolta: l’ex dirigente viene condannato a versare all’azienda ben 370.000 euro. 
In secondo grado, invece, a essere condannata è la società datrice di lavoro, obbligata a versare oltre 23.000 euro all’ex dipendente come indennità di mancato preavviso.

Per i Giudici di Appello non vi sono prove sugli «addebiti di violazione dell’obbligo di fedeltà del dipendente». 
Ciò «per l’inutilizzabilità delle conversazioni acquisite illegittimamente», secondo i giudici, «dalla società datrice, una volta riconsegnato dal dipendente il computer aziendale in dotazione, sul suo account privato Skype, in violazione della segretezza della corrispondenza (tale essendo anche quella informatica o telematica) e pure della password personale di accesso del lavoratore, mai avendo la società ritenuto di fornirne una aziendale, nonostante l’impiego dell’applicativo Skype anche per lo svolgimento dell’attività lavorativa».

Nel contesto della Cassazione, però, i legali della società parlano di «legittima attività di recupero dei documenti, dati e informazioni contenuti nei dispositivi aziendali – dati in dotazione al dirigente e pure integranti patrimonio aziendali – e dolosamente cancellati dal dirigente prima della riconsegna».
I legali sottolineano poi che i dati recuperati «sono stati lasciati dallo stesso dirigente impressi sul computer» e «riguardano l’attività lavorativa e sono stati scambiati con altri referenti della rete commerciale, attraverso l’applicativo Skype ordinariamente utilizzato dai dipendenti attraverso la rete internet aziendale».
In sostanza, secondo i legali, non si può parlare di «una incursione in una corrispondenza privata chiusa» ma si deve invece «ritenere la neutralità della password di accesso a Skype, siccome non finalizzata alla protezione di dati personali ma relativa a comunicazioni aziendali, al pari di quella di utilizzazione della casella di posta elettronica in dotazione».
Per completare il ragionamento, poi, i legali sottolineano «il diritto di difesa della società, a fronte del grave danneggiamento dei beni aziendali, a fronte della cancellazione – incontestata – di tutti i dati, messaggi email, documenti, numeri di telefono contenuti nel computer riconsegnato dopo la sua formattazione».
E proprio per questo l’azienda si è posta nella condizione di «verificare, tramite un consulente informatico, la possibilità del recupero di quei dati».

I Giudici di terzo grado partono da un dato di fatto fondamentale: «la riconsegna dal dirigente dei dispositivi aziendali svuotati di tutti i dati».
Questo passaggio è fondamentale poiché, osservano i giudici, «anche la cancellazione, che non escluda la possibilità di recupero se non con l’uso anche dispendioso di particolari procedure, integra gli estremi oggettivi della fattispecie delittuosa» prevista in caso di «danneggiamento di dati informatici altrui». Ed è ciò che è avvenuto in questo caso, osservano i Giudici, vista la necessità da parte della società di «affidare l’hard disk del computer formattato ad un perito informatico per le relative analisi, che hanno consentito di recuperare una serie di conversazioni scritte effettuate dal dirigente sull’applicativo Skype».

A fronte di tale quadro, i giudici ribadiscono che «la produzione in giudizio di documenti contenenti dati personali è sempre consentita ove sia necessaria per esercitare il proprio diritto di difesa, anche in assenza del consenso del titolare e quali che siano le modalità con cui è stata acquisita la loro conoscenza».
In questa vicenda, invece, si è omesso in appello di «bilanciare i diritti di difesa e di tutela della riservatezza, posto che, in materia di trattamento dei dati personali, il diritto di difesa in giudizio prevale su quello di inviolabilità della corrispondenza, consentendo la normativa di prescindere dal consenso della parte interessata per il trattamento di dati personali, quando esso sia necessario per la tutela dell’esercizio di un diritto in sede giudiziaria, a condizione che i dati siano trattati esclusivamente per tale finalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento», spiegano i giudici di Cassazione. 
E «il diritto di difesa non è limitato alla pura e semplice sede processuale, estendendosi a tutte quelle attività dirette ad acquisire prove in essa utilizzabili, ancor prima che la controversia sia stata formalmente instaurata mediante citazione o ricorso», aggiungono ancora i giudici.

In questa vicenda, quindi, «l’attività di recupero dei dati, cancellati dal dirigente prima della riconsegna del computer avuto in dotazione e integranti patrimonio aziendale, dopo la cessazione del rapporto di lavoro, è stata compiuta dalla società in funzione del giudizio risarcitorio, sul presupposto della distruzione da parte del dipendente di beni aziendali, quali appunto quelli memorizzati nel personal computer», condotta, questa, «integrante violazione dei doveri di fedeltà e di diligenza, tale da costituire giusta causa di licenziamento», concludono i Giudici.

Necessario, quindi, un nuovo processo in Appello, laddove, alla luce delle indicazioni fornite dalla Cassazione, sarà doveroso tenere conto dei dati informatici recuperati dal computer affidato all’ex dirigente.

ASSEGNO DIVORZILE, LE SPESE UNIVERSITARIE DELLA PROLE SONO CONSIDERATE "ORDINARIE"

Incorre in un errore di sussunzione il giudice che esclude le spese per l’istruzione universitaria del figlio dalle spese ordinarie senza che ne siano evidenziati i caratteri di imprevedibilità ed imponderabilità che contribuiscono ad includerle nelle spese straordinarie.

Cass. civ., sez. I, ord., 12 novembre 2021, n. 34100

Con riguardo alla quantificazione dell’assegno divorzile, nel caso in esame, la Corte d’Appello qualificava, ripartendone il carico tra entrambi i genitori, come spese straordinarie le tasse universitarie, rette di collegio e libri di studio, posto che «per uno studente universitario corrispondono a bisogni ordinari ed attuali che non hanno carattere di eccezionalità o imprevedibilità, essendo anche nel caso di specie quantificabili in anticipo».

Al riguardo, intervenendo i Giudici di legittimità, essi ribadiscono che devono intendersi spese "straordinarie" quelle che, vista la loro imprevedibilità, esulano dall’ordinario regime di vita dei figli.
Pertanto, la loro inclusione in via forfettaria nell’ammontare dell’assegno, posto a carico di uno dei genitori, può rivelarsi in contrasto con il principio di proporzionalità di cui all’art. 155 c.c. e con quello dell’adeguatezza del mantenimento, nonché recare grave nocumento alla prole, «che potrebbe essere privata, non consentendolo le possibilità economiche del solo genitore beneficiario dell’assegno "cumulativo"»

Ed inoltre, prosegue la Corte, in materia di rimborso delle spese c.d. straordinarie sostenute dai genitori per il mantenimento del figlio, occorre distinguere tra gli esborsi che sono destinati ai bisogni ordinari del figlio e le spese che, imprevedibili e rilevanti nel loro ammontare, in grado di recidere ogni legame con i caratteri di ordinarietà dell’assegno di contributo al mantenimento, richiedono, per la loro azionabilità l’esercizio di un’autonoma azione di accertamento «in cui convergono il rispetto del principio dell’adeguatezza della posta alle esigenze del figlio e quello della proporzione del contributo alle condizioni economico patrimoniali del genitore onerato in comparazione con quanto statuito dal giudice che si sia pronunciato sul tema della responsabilità genitoriale a seguito di separazione, divorzio, annullamento e nullità del vincolo matrimoniale e comunque in ordine ai figli nati fuori dal matrimonio».

Ha errato, dunque, il giudice del merito nell’escludere le spese per l’istruzione universitaria del figlio dalle spese ordinarie senza che ne siano evidenziati i caratteri imprevedibilità ed imponderabilità che contribuiscono ad includerle nelle spese straordinarie.
... Guarda di piùGuarda di meno

ASSEGNO DIVORZILE, LE SPESE UNIVERSITARIE DELLA PROLE SONO CONSIDERATE ORDINARIE

Incorre in un errore di sussunzione il giudice che esclude le spese per l’istruzione universitaria del figlio dalle spese ordinarie senza che ne siano evidenziati i caratteri di imprevedibilità ed imponderabilità che contribuiscono ad includerle nelle spese straordinarie.

Cass. civ., sez. I, ord., 12 novembre 2021, n. 34100

Con riguardo alla quantificazione dell’assegno divorzile, nel caso in esame, la Corte d’Appello qualificava, ripartendone il carico tra entrambi i genitori, come spese straordinarie le tasse universitarie, rette di collegio e libri di studio, posto che «per uno studente universitario corrispondono a bisogni ordinari ed attuali che non hanno carattere di eccezionalità o imprevedibilità, essendo anche nel caso di specie quantificabili in anticipo».

Al riguardo, intervenendo i Giudici di legittimità, essi ribadiscono che devono intendersi spese straordinarie quelle che, vista la loro imprevedibilità, esulano dall’ordinario regime di vita dei figli. 
Pertanto, la loro inclusione in via forfettaria nell’ammontare dell’assegno, posto a carico di uno dei genitori, può rivelarsi in contrasto con il principio di proporzionalità di cui all’art. 155 c.c. e con quello dell’adeguatezza del mantenimento, nonché recare grave nocumento alla prole, «che potrebbe essere privata, non consentendolo le possibilità economiche del solo genitore beneficiario dell’assegno cumulativo»

Ed inoltre, prosegue la Corte, in materia di rimborso delle spese c.d. straordinarie sostenute dai genitori per il mantenimento del figlio, occorre distinguere tra gli esborsi che sono destinati ai bisogni ordinari del figlio e le spese che, imprevedibili e rilevanti nel loro ammontare, in grado di recidere ogni legame con i caratteri di ordinarietà dell’assegno di contributo al mantenimento, richiedono, per la loro azionabilità l’esercizio di un’autonoma azione di accertamento «in cui convergono il rispetto del principio dell’adeguatezza della posta alle esigenze del figlio e quello della proporzione del contributo alle condizioni economico patrimoniali del genitore onerato in comparazione con quanto statuito dal giudice che si sia pronunciato sul tema della responsabilità genitoriale a seguito di separazione, divorzio, annullamento e nullità del vincolo matrimoniale e comunque in ordine ai figli nati fuori dal matrimonio».

Ha errato, dunque, il giudice del merito nell’escludere le spese per l’istruzione universitaria del figlio dalle spese ordinarie senza che ne siano evidenziati i caratteri imprevedibilità ed imponderabilità che contribuiscono ad includerle nelle spese straordinarie.

CONTROVERSIA PER IL VOLO CANCELLATO: GIURISDIZIONE DELLO STATO PRESSO CUI IL VOLO SAREBBE DOVUTO PARTIRE.

Ai fini della determinazione della giurisdizione, l’attore può radicare la causa nel luogo di esecuzione dell’obbligazione e più esattamente, con riferimento ad un contratto di trasporto aereo, nel Paese dove il servizio è stato o avrebbe dovuto essere prestato (nella specie il luogo di partenza del volo) a prescindere dalla nazionalità dei passeggeri.

Cass. civ., sez. unite, ord., 10 novembre 2021, n. 33002

Una società di assistenza legale conveniva in giudizio una compagnia aerea in qualità di cessionaria del credito di due passeggeri russi a cui, essendo stato cancellato un volo in partenza da Milano, veniva riconosciuto il diritto a ricevere una compensazione pecuniaria.

La compagnia aerea proponeva tuttavia regolamento di giurisdizione, rilevando come la giurisdizione non potesse essere del Giudice italiano in quanto i viaggiatori erano entrambi di nazionalità extraeuropea e non vi era altro collegamento oggettivo con la giurisdizione italiana.
Ciò in quanto che la controversia verteva sulla cessione del credito, oltretutto stipulata fuori dal territorio italiano.

La società cessionaria contrastava tale soluzione, rilevando come in tal caso la cessione del credito non apportasse alcuna modifica ai criteri di individuazione della giurisdizione, che avrebbe dovuto viceversa radicarsi - richiamandosi ai pronunciamenti della Corte di Giustizia ed il Reg. UE n. 1215 del 2012 - nello Stato membro presso cui il servizio avrebbe dovuto essere prestato (nella specie, in Italia).

Ai fini della corretta determinazione della giurisdizione, la Corte di Cassazione precisa innanzitutto, conformandosi ad un univoco orientamento giurisprudenziale, che il rapporto nella specie dedotto in giudizio è il contratto di trasporto aereo e non di cessione del credito.
Sul punto chiarisce che la statuizione sulla giurisdizione prevista in un contratto rimane applicabile anche se il credito scaturente dal vincolo sia ceduto, per cui la cessione del credito non può in alcun modo incidere sui criteri determinativi della giurisdizione.

Ritiene inoltre la Corte, previa disamina della normativa di riferimento (in particolare la Legge n. 218/1995, la Convenzione di Bruxelles del 1968, dapprima sostituita con Regolamento (CE) n. 44/2001 e successivamente con Regolamento (UE) n. 1215/2012 vigente da gennaio 2015), che il criterio di collegamento con la giurisdizione italiana, costituito nella specie dal luogo di partenza del volo, possa essere determinante ai fini dell'applicazione del Regolamento UE n. 1215 del 2021, che reca una disciplina puntuale circa i criteri determinativi della giurisdizione in materia civile e commerciale. In particolare, il riferimento è all'art. 7 del citato Regolamento, che indica tra le ‘competenze speciali' il luogo di esecuzione dell'obbligazione dedotta in giudizio, specificando che nei contratti aventi ad oggetto la prestazione di servizi, la giurisdizione può radicarsi nel luogo in cui i servizi sono stati prestati o avrebbero dovuto essere prestati secondo il contratto.

Ciò premesso, la Corte a Sezioni Unite conclude che, in forza del suindicato art. 7 Punto 1 lett. a) del Reg. Ue 1215/2012, l'attore ha correttamente radicato la causa nel luogo di esecuzione dell'obbligazione, che nel presente contratto di trasporto coincide con il luogo in cui la prestazione avrebbe dovuto iniziare partenza del volo).
Ne consegue la dichiarazione di giurisdizione del Giudice italiano.
... Guarda di piùGuarda di meno

CONTROVERSIA PER IL VOLO CANCELLATO: GIURISDIZIONE DELLO STATO PRESSO CUI IL VOLO SAREBBE DOVUTO PARTIRE.

Ai fini della determinazione della giurisdizione, l’attore può radicare la causa nel luogo di esecuzione dell’obbligazione e più esattamente, con riferimento ad un contratto di trasporto aereo, nel Paese dove il servizio è stato o avrebbe dovuto essere prestato (nella specie il luogo di partenza del volo) a prescindere dalla nazionalità dei passeggeri.

Cass. civ., sez. unite, ord., 10 novembre 2021, n. 33002

Una società di assistenza legale conveniva in giudizio una compagnia aerea in qualità di cessionaria del credito di due passeggeri russi a cui, essendo stato cancellato un volo in partenza da Milano, veniva riconosciuto il diritto a ricevere una compensazione pecuniaria.

La compagnia aerea proponeva tuttavia regolamento di giurisdizione, rilevando come la giurisdizione non potesse essere del Giudice italiano in quanto i viaggiatori erano entrambi di nazionalità extraeuropea e non vi era altro collegamento oggettivo con la giurisdizione italiana. 
Ciò in quanto che la controversia verteva sulla cessione del credito, oltretutto stipulata fuori dal territorio italiano. 

La società cessionaria contrastava tale soluzione, rilevando come in tal caso la cessione del credito non apportasse alcuna modifica ai criteri di individuazione della giurisdizione, che avrebbe dovuto viceversa radicarsi - richiamandosi ai pronunciamenti della Corte di Giustizia ed il Reg. UE n. 1215 del 2012 - nello Stato membro presso cui il servizio avrebbe dovuto essere prestato (nella specie, in Italia).

Ai fini della corretta determinazione della giurisdizione, la Corte di Cassazione precisa innanzitutto, conformandosi ad un univoco orientamento giurisprudenziale, che il rapporto nella specie dedotto in giudizio è il contratto di trasporto aereo e non di cessione del credito. 
Sul punto chiarisce che la statuizione sulla giurisdizione prevista in un contratto rimane applicabile anche se il credito scaturente dal vincolo sia ceduto, per cui la cessione del credito non può in alcun modo incidere sui criteri determinativi della giurisdizione.

Ritiene inoltre la Corte, previa disamina della normativa di riferimento (in particolare la Legge n. 218/1995, la Convenzione di Bruxelles del 1968, dapprima sostituita con Regolamento (CE) n. 44/2001 e successivamente con Regolamento (UE) n. 1215/2012 vigente da gennaio 2015), che il criterio di collegamento con la giurisdizione italiana, costituito nella specie dal luogo di partenza del volo, possa essere determinante ai fini dellapplicazione del Regolamento UE n. 1215 del 2021, che reca una disciplina puntuale circa i criteri determinativi della giurisdizione in materia civile e commerciale. In particolare, il riferimento è allart. 7 del citato Regolamento, che indica tra le ‘competenze speciali il luogo di esecuzione dellobbligazione dedotta in giudizio, specificando che nei contratti aventi ad oggetto la prestazione di servizi, la giurisdizione può radicarsi nel luogo in cui i servizi sono stati prestati o avrebbero dovuto essere prestati secondo il contratto.

Ciò premesso, la Corte a Sezioni Unite conclude che, in forza del suindicato art. 7 Punto 1 lett. a) del Reg. Ue 1215/2012, lattore ha correttamente radicato la causa nel luogo di esecuzione dellobbligazione, che nel presente contratto di trasporto coincide con il luogo in cui la prestazione avrebbe dovuto iniziare partenza del volo). 
Ne consegue la dichiarazione di giurisdizione del Giudice italiano.

CADE RIENTRANDO IN UFFICIO DOPO LA PAUSA CAFFE': NIENTE RISTORO ECONOMICO A CARICO DELL'INAIL.

Smentite in Cassazione le valutazioni che in appello avevano portato i Giudici ad accogliere la richiesta di una dipendente di una Procura.
La lavoratrice si è esposta volontariamente a un rischio non connesso al lavoro e per un bisogno non impellente.

Cass. civ., sez. lav., ord., 8 novembre 2021, n. 32473

Riflettori puntati sulla disavventura vissuta da una dipendente della Procura della Repubblica di Firenze. A essere passata al vaglio è la richiesta da lei presentata all’INAIL e mirata ad ottenere «l’indennità di malattia per inabilità assoluta temporanea, oltre a un indennizzo corrispondente ad un danno permanente del 10%, in relazione ad un infortunio occorsole, nell’estate di oltre dieci anni fa, lungo il tragitto che stava percorrendo a piedi» nel rientro in ufficio «dopo una breve pausa caffè».

Nonostante l’opposizione dell’INAIL, i Giudici di merito ritengono legittima la pretesa avanzata dalla lavoratrice, poiché «il rischio» da lei assunto era collegato all’attività lavorativa, posto che «la pausa era stata autorizzata dal datore di lavoro ed era assente il servizio bar all’interno dell’ufficio».
In sostanza, per i Giudici di merito «l’evento» va considerato «accessorio all’attività di lavoro».

Col ricorso in Cassazione l’INAIL prova a smentire la prospettiva fornita dalla lavoratrice, e sottolinea che «ella osservava un orario di lavoro continuato 9-15 e aveva timbrato il cartellino in uscita per effettuare, insieme a due colleghe, la cosiddetta pausa caffè di metà mattina presso un vicino bar» e che «in tale frangente era caduta mentre percorreva un breve tragitto a piedi, procurandosi un trauma al polso destro».
A fronte di questi dati, l’INAIL sostiene che «il rischio» è stato «assunto volontariamente dalla lavoratrice», non potendo «ravvisarsi nell’esigenza di prendere un caffè i caratteri del necessario bisogno fisiologico che avrebbero consentito di mantenere la stretta connessione con l’attività lavorativa».

Le obiezioni proposte dall’INAIL convincono appieno i Giudici della Cassazione, i quali sanciscono che «è da escludere l’indennizzabilità dell’infortunio subito dalla lavoratrice durante una pausa al di fuori dell’ufficio giudiziario ove prestava la propria attività e lungo il percorso seguito per andare al bar a prendere un caffè».
Per i Giudici «la lavoratrice, allontanandosi dall’ufficio per raggiungere un vicino pubblico esercizio, si è volontariamente esposta ad un rischio non necessariamente connesso all’attività lavorativa per il bisogno di un bisogno certamente procrastinabile e non impellente, interrompendo così la necessaria connessione causale tra attività lavorativa ed incidente».

Irrilevante, invece, chiariscono i Giudici, «la circostanza della tolleranza espressa dal datore di lavoro in ordine alla consuetudine dei dipendenti» di recarsi fuori dall’ufficio per un caffè.
... Guarda di piùGuarda di meno

CADE RIENTRANDO IN UFFICIO DOPO LA PAUSA CAFFE: NIENTE RISTORO ECONOMICO A CARICO DELLINAIL.

Smentite in Cassazione le valutazioni che in appello avevano portato i Giudici ad accogliere la richiesta di una dipendente di una Procura. 
La lavoratrice si è esposta volontariamente a un rischio non connesso al lavoro e per un bisogno non impellente.

Cass. civ., sez. lav., ord., 8 novembre 2021, n. 32473

Riflettori puntati sulla disavventura vissuta da una dipendente della Procura della Repubblica di Firenze. A essere passata al vaglio è la richiesta da lei presentata all’INAIL e mirata ad ottenere «l’indennità di malattia per inabilità assoluta temporanea, oltre a un indennizzo corrispondente ad un danno permanente del 10%, in relazione ad un infortunio occorsole, nell’estate di oltre dieci anni fa, lungo il tragitto che stava percorrendo a piedi» nel rientro in ufficio «dopo una breve pausa caffè».

Nonostante l’opposizione dell’INAIL, i Giudici di merito ritengono legittima la pretesa avanzata dalla lavoratrice, poiché «il rischio» da lei assunto era collegato all’attività lavorativa, posto che «la pausa era stata autorizzata dal datore di lavoro ed era assente il servizio bar all’interno dell’ufficio».
In sostanza, per i Giudici di merito «l’evento» va considerato «accessorio all’attività di lavoro».

Col ricorso in Cassazione l’INAIL prova a smentire la prospettiva fornita dalla lavoratrice, e sottolinea che «ella osservava un orario di lavoro continuato 9-15 e aveva timbrato il cartellino in uscita per effettuare, insieme a due colleghe, la cosiddetta pausa caffè di metà mattina presso un vicino bar» e che «in tale frangente era caduta mentre percorreva un breve tragitto a piedi, procurandosi un trauma al polso destro».
A fronte di questi dati, l’INAIL sostiene che «il rischio» è stato «assunto volontariamente dalla lavoratrice», non potendo «ravvisarsi nell’esigenza di prendere un caffè i caratteri del necessario bisogno fisiologico che avrebbero consentito di mantenere la stretta connessione con l’attività lavorativa».

Le obiezioni proposte dall’INAIL convincono appieno i Giudici della Cassazione, i quali sanciscono che «è da escludere l’indennizzabilità dell’infortunio subito dalla lavoratrice durante una pausa al di fuori dell’ufficio giudiziario ove prestava la propria attività e lungo il percorso seguito per andare al bar a prendere un caffè». 
Per i Giudici «la lavoratrice, allontanandosi dall’ufficio per raggiungere un vicino pubblico esercizio, si è volontariamente esposta ad un rischio non necessariamente connesso all’attività lavorativa per il bisogno di un bisogno certamente procrastinabile e non impellente, interrompendo così la necessaria connessione causale tra attività lavorativa ed incidente».

Irrilevante, invece, chiariscono i Giudici, «la circostanza della tolleranza espressa dal datore di lavoro in ordine alla consuetudine dei dipendenti» di recarsi fuori dall’ufficio per un caffè.

ALUNNO CADE A TERRA PER UNO SPINTONE DURANTE L'ORARIO SCOLASTICO, CONDANNATA LA SCUOLA

L'ammissione dell'allievo a scuola determina l'instaurazione di un vincolo negoziale dal quale sorge, a carico dell'istituto, l'obbligazione di vigilare sulla sicurezza e l'incolumità dell'alunno nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica.

Cass. civ., sez. VI – 3, ord., 8 novembre 2021, n. 32377

Uno studente conveniva in giudizio il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, per ottenerne la condanna, previo accertamento della responsabilità dell'amministrazione scolastica, al risarcimento dei danni subiti durante lo svolgimento dell'orario scolastico, in conseguenza di uno spintonamento da parte di un altro alunno che lo faceva cadere a terra ed urtare con la schiena il piedistallo in legno di supporto alla lavagna: nello specifico, il ricorrente lamentava che il danno si fosse verificato a causa della scarsa vigilanza prestata dall'Istituto didattico, ai sensi dell'art. 2048 c.c. e dell'art. 1218 c.c., in virtù del vincolo negoziale sussistente tra l'alunno e l'Amministrazione scolastica.

La Corte d'Appello, in riforma della decisione di primo grado, condannava il Ministero al pagamento, a titolo risarcitorio, della somma di euro 314.282,37 a favore dello studente, ritenendo che l'accoglimento della domanda di iscrizione, con la conseguente ammissione dell'allievo a scuola avesse determinato l'instaurazione di un rapporto negoziale, fonte di un obbligo a carico dell'istituto scolastico e dei soggetti che in esso vigilano sulla sicurezza e sulla incolumità degli alunni, con applicazione della responsabilità contrattuale e, quindi, del termine di prescrizione ordinario.

Il Ministero ricorre in Cassazione, deducendo la violazione dell'art. 1218 c.c.: secondo il Ministero, infatti, la responsabilità ex art. 1218 c.c. è invocabile solo nel caso di danno autocagionato, mentre in caso di danno eterocagionato, cioè causato all'allievo da altro allievo, il titolo di responsabilità invocabile sarebbe quello fondato sull'art. 2048, comma 2, c.c.

La Corte di Cassazione, infatti, ritiene sussistente la responsabilità ex art. 1218 c.c. quando l'alunno riporti un danno sia autocagionato che eterocagionato, per responsabilità ascrivibili a difetto di vigilanza o di controllo degli organi scolastici.

Sul punto, la Suprema Corte ha già avuto modo di ribadire la natura contrattuale della responsabilità tanto dell'istituto scolastico quanto dell'insegnante «atteso che, quanto all'istituto, l'instaurazione del vincolo negoziale consegue all'accoglimento della domanda di iscrizione, e, quanto al precettore, il rapporto giuridico con l'allievo sorge in forza di contatto sociale» (Cass. civ., n. 10516/2021).

L'ammissione dell'allievo a scuola, pertanto, determina l'instaurazione di un vincolo negoziale dal quale sorge, a carico dell'istituto, l'obbligazione di vigilare sulla sicurezza e l'incolumità dell'alunno nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica e, quindi, di predisporre gli accorgimenti necessari affinché non venga arrecato danno agli alunni in relazione alle circostanze del caso concreto: da quelle ordinarie, tra le quali l'età degli alunni, che impone una vigilanza crescente con la diminuzione dell'età anagrafica, a quelle eccezionali, che implicano la prevedibilità di pericoli derivanti dalle cose e da persone, anche estranee alla scuola e non conosciute dalla direzione didattica, ma autorizzate a circolare liberamente per il compimento della loro attività (Cass. civ., n. 22752/2013).

Per questi motivi, la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso e condanna il Ministero al pagamento delle spese processuali.
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ALUNNO CADE A TERRA PER UNO SPINTONE DURANTE LORARIO SCOLASTICO, CONDANNATA LA SCUOLA

Lammissione dellallievo a scuola determina linstaurazione di un vincolo negoziale dal quale sorge, a carico dellistituto, lobbligazione di vigilare sulla sicurezza e lincolumità dellalunno nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica.

Cass. civ., sez. VI – 3, ord., 8 novembre 2021, n. 32377

Uno studente conveniva in giudizio il Ministero dellIstruzione, dellUniversità e della Ricerca, per ottenerne la condanna, previo accertamento della responsabilità dellamministrazione scolastica, al risarcimento dei danni subiti durante lo svolgimento dellorario scolastico, in conseguenza di uno spintonamento da parte di un altro alunno che lo faceva cadere a terra ed urtare con la schiena il piedistallo in legno di supporto alla lavagna: nello specifico, il ricorrente lamentava che il danno si fosse verificato a causa della scarsa vigilanza prestata dallIstituto didattico, ai sensi dellart. 2048 c.c. e dellart. 1218 c.c., in virtù del vincolo negoziale sussistente tra lalunno e lAmministrazione scolastica.

La Corte dAppello, in riforma della decisione di primo grado, condannava il Ministero al pagamento, a titolo risarcitorio, della somma di euro 314.282,37 a favore dello studente, ritenendo che laccoglimento della domanda di iscrizione, con la conseguente ammissione dellallievo a scuola avesse determinato linstaurazione di un rapporto negoziale, fonte di un obbligo a carico dellistituto scolastico e dei soggetti che in esso vigilano sulla sicurezza e sulla incolumità degli alunni, con applicazione della responsabilità contrattuale e, quindi, del termine di prescrizione ordinario.

Il Ministero ricorre in Cassazione, deducendo la violazione dellart. 1218 c.c.: secondo il Ministero, infatti, la responsabilità ex art. 1218 c.c. è invocabile solo nel caso di danno autocagionato, mentre in caso di danno eterocagionato, cioè causato allallievo da altro allievo, il titolo di responsabilità invocabile sarebbe quello fondato sullart. 2048, comma 2, c.c.

La Corte di Cassazione, infatti, ritiene sussistente la responsabilità ex art. 1218 c.c. quando lalunno riporti un danno sia autocagionato che eterocagionato, per responsabilità ascrivibili a difetto di vigilanza o di controllo degli organi scolastici.

Sul punto, la Suprema Corte ha già avuto modo di ribadire la natura contrattuale della responsabilità tanto dellistituto scolastico quanto dellinsegnante «atteso che, quanto allistituto, linstaurazione del vincolo negoziale consegue allaccoglimento della domanda di iscrizione, e, quanto al precettore, il rapporto giuridico con lallievo sorge in forza di contatto sociale» (Cass. civ., n. 10516/2021).

Lammissione dellallievo a scuola, pertanto, determina linstaurazione di un vincolo negoziale dal quale sorge, a carico dellistituto, lobbligazione di vigilare sulla sicurezza e lincolumità dellalunno nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica e, quindi, di predisporre gli accorgimenti necessari affinché non venga arrecato danno agli alunni in relazione alle circostanze del caso concreto: da quelle ordinarie, tra le quali letà degli alunni, che impone una vigilanza crescente con la diminuzione delletà anagrafica, a quelle eccezionali, che implicano la prevedibilità di pericoli derivanti dalle cose e da persone, anche estranee alla scuola e non conosciute dalla direzione didattica, ma autorizzate a circolare liberamente per il compimento della loro attività (Cass. civ., n. 22752/2013).

Per questi motivi, la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso e condanna il Ministero al pagamento delle spese processuali.
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