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PER MODIFICARE LE TABELLE MILLESIMALI NON SERVE L'UNANIMITA'.

Posto che l’atto di approvazione delle tabelle millesimali, così come quello di revisione delle stesse, non ha natura negoziale, è legittima la delibera assembleare adottata a maggioranza qualificata ex art. 1136, comma 2, c.c. che disponga la ripartizione delle spese di manutenzione secondo criteri differenti dalle tabelle in vigore.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile - 2, ordinanza n. 30392/19; depositata il 21 novembre)

Alcuni condomini, che si erano visti ingiungere il pagamento degli oneri condominiali relativi a spese di manutenzione, hanno impugnato i decreti ingiuntivi notificati loro invocando l’applicazione della norma del regolamento condominiale che li esonerava dall’obbligo di partecipare al riparto delle spese condominiali.
Il Tribunale di Roma accoglieva l’eccezione del Condominio convenuto circa la natura non contrattuale del regolamento condominiale, ma rilevava che le delibere di riparto delle spese poste a base dei decreti ingiuntivi non avevano rispettato le vigenti tabelle millesimali.
Le opposizioni venivano dunque accolte con revoca dei decreti ingiuntivi.
Nel successivo giudizio di appello la decisione veniva confermata.
La questione è dunque giunta dinanzi alla Suprema Corte.

Secondo il Condominio ricorrente, avendo escluso la natura negoziale del regolamento condominiale, la delibera assembleare adottata con la maggioranza di cui all’art. 1136, comma 2, c.c. poteva legittimamente disporre il riparto delle spese di conservazione delle parti comuni con un criterio difforme dalle tabelle millesimali.
La censura viene condivisa dal Collegio che ricorda come la giurisprudenza abbia già avuto modo di chiarire che l’atto di approvazione delle tabelle millesimali, così come quello di revisione delle stesse, non ha natura negoziale.
Di conseguenza, non è necessaria il consenso unanime dei condomini, essendo a tal fine sufficiente la maggioranza qualificata di cui all’art. 1136, comma 2, c.c. (SS.UU. n. 18477/10).
Il Giudice di merito ha dunque erroneamente ravvisato la nullità delle delibere assembleari con cui erano state ripartite le spese di manutenzione.
Per questi motivi, la Corte accoglie il ricorso e cassa la sentenza impugnata con rinvio della causa alla Corte d’Appello di Roma.
... vedi altrovedi meno

PER MODIFICARE LE TABELLE MILLESIMALI NON SERVE LUNANIMITA.Posto che l’atto di approvazione delle tabelle millesimali, così come quello di revisione delle stesse, non ha natura negoziale, è legittima la delibera assembleare adottata a maggioranza qualificata ex art. 1136, comma 2, c.c. che disponga la ripartizione delle spese di manutenzione secondo criteri differenti dalle tabelle in vigore.(Corte di Cassazione, sez. VI Civile - 2, ordinanza n. 30392/19; depositata il 21 novembre)Alcuni condomini, che si erano visti ingiungere il pagamento degli oneri condominiali relativi a spese di manutenzione, hanno impugnato i decreti ingiuntivi notificati loro invocando l’applicazione della norma del regolamento condominiale che li esonerava dall’obbligo di partecipare al riparto delle spese condominiali.
Il Tribunale di Roma accoglieva l’eccezione del Condominio convenuto circa la natura non contrattuale del regolamento condominiale, ma rilevava che le delibere di riparto delle spese poste a base dei decreti ingiuntivi non avevano rispettato le vigenti tabelle millesimali.
Le opposizioni venivano dunque accolte con revoca dei decreti ingiuntivi.
Nel successivo giudizio di appello la decisione veniva confermata.
La questione è dunque giunta dinanzi alla Suprema Corte.Secondo il Condominio ricorrente, avendo escluso la natura negoziale del regolamento condominiale, la delibera assembleare adottata con la maggioranza di cui all’art. 1136, comma 2, c.c. poteva legittimamente disporre il riparto delle spese di conservazione delle parti comuni con un criterio difforme dalle tabelle millesimali.
La censura viene condivisa dal Collegio che ricorda come la giurisprudenza abbia già avuto modo di chiarire che l’atto di approvazione delle tabelle millesimali, così come quello di revisione delle stesse, non ha natura negoziale.
Di conseguenza, non è necessaria il consenso unanime dei condomini, essendo a tal fine sufficiente la maggioranza qualificata di cui all’art. 1136, comma 2, c.c. (SS.UU. n. 18477/10).
Il Giudice di merito ha dunque erroneamente ravvisato la nullità delle delibere assembleari con cui erano state ripartite le spese di manutenzione.
Per questi motivi, la Corte accoglie il ricorso e cassa la sentenza impugnata con rinvio della causa alla Corte d’Appello di Roma.

CD E DVD COPIATI: BASTA L'ESPOSIZIONE SULLA BANCARELLA PER PARLARE DI "DESTINAZIONE ALLA VENDITA".

Confermata la condanna per un venditore ambulante straniero, ritenuto colpevole di ricettazione e di violazione della legge sul diritto d’autore.
Il dato dell’esposizione dei prodotti al pubblico è ritenuto sufficiente per considerare evidente la destinazione alla vendita.
Irrilevante la mancanza di prove su effettive cessioni dietro pagamento.

(Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza n. 47556/19; depositata il 22 novembre)

Il controllo fatale per il venditore, originario del Marocco, risale all’estate del 2011.
Quell’episodio, certificato dagli agenti delle forze dell’ordine, è sufficiente per arrivare a una condanna: l’uomo è ritenuto colpevole, prima in Tribunale e poi in Appello, per «ricettazione» e per aver violato la legge sul diritto d’autore, ponendo in commercio cd e dvd copiati illegittimamente. Consequenziale la pena, fissata in «8 mesi di reclusione e 400 euro di multa».
La visione e la decisione tracciate in secondo grado vengono confermate in toto dalla Cassazione.
Nessun dubbio, quindi, sulla responsabilità del venditore.
Innanzitutto, i giudici tengono a sottolineare che, normativa alla mano, per parlare di «detenzione per la vendita» è sufficiente «l’esposizione al pubblico dei prodotti su una bancarella», mentre è irrilevante, checché ne dica il difensore, «la mancanza di prove circa l’esistenza di un’effettiva compravendita della merce esposta».
Allo stesso tempo, viene ritenuto evidente anche il reato di «ricettazione», poiché l’uomo sotto processo «non ha giustificato la provenienza della merce detenuta per la vendita» né «ha mai sostenuto di essere stato l’autore della abusiva duplicazione dei cd e dvd» poi esposti sulla bancarella in strada.
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CD E DVD COPIATI: BASTA LESPOSIZIONE SULLA BANCARELLA PER PARLARE DI DESTINAZIONE ALLA VENDITA.Confermata la condanna per un venditore ambulante straniero, ritenuto colpevole di ricettazione e di violazione della legge sul diritto d’autore.
Il dato dell’esposizione dei prodotti al pubblico è ritenuto sufficiente per considerare evidente la destinazione alla vendita.
Irrilevante la mancanza di prove su effettive cessioni dietro pagamento.(Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza n. 47556/19; depositata il 22 novembre)Il controllo fatale per il venditore, originario del Marocco, risale all’estate del 2011.
Quell’episodio, certificato dagli agenti delle forze dell’ordine, è sufficiente per arrivare a una condanna: l’uomo è ritenuto colpevole, prima in Tribunale e poi in Appello, per «ricettazione» e per aver violato la legge sul diritto d’autore, ponendo in commercio cd e dvd copiati illegittimamente. Consequenziale la pena, fissata in «8 mesi di reclusione e 400 euro di multa».
La visione e la decisione tracciate in secondo grado vengono confermate in toto dalla Cassazione.
Nessun dubbio, quindi, sulla responsabilità del venditore.
Innanzitutto, i giudici tengono a sottolineare che, normativa alla mano, per parlare di «detenzione per la vendita» è sufficiente «l’esposizione al pubblico dei prodotti su una bancarella», mentre è irrilevante, checché ne dica il difensore, «la mancanza di prove circa l’esistenza di un’effettiva compravendita della merce esposta».
Allo stesso tempo, viene ritenuto evidente anche il reato di «ricettazione», poiché l’uomo sotto processo «non ha giustificato la provenienza della merce detenuta per la vendita» né «ha mai sostenuto di essere stato l’autore della abusiva duplicazione dei cd e dvd» poi esposti sulla bancarella in strada.

POST RIPETUTI SUI SOCIAL: LO SPASIMANETE RIFIUTATO RISCHIA LA CONDANNA PER STALKING.

Integra il reato di stalking il reiterato invio alla persona offesa di sms e mail, ovvero ripetuti post offensivi su social, piuttosto che la divulgazione di scritti, filmati o fotografie ritraenti la sfera intima e personale della vittima, così violando il diritto alla riservatezza di quest’ultima.

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 47049/19; depositata il 20 novembre)

Rifiuta le avances: lo spasimante risponde con accessi abusivi, missive denigratorie e stalking.
Nel caso di specie due uomini, con ampie conoscenze informatiche, sono stati sottoposti a procedimento penale in relazione a più reati e segnatamente: (i) accesso abusivo a sistema informatico protetto da password, di proprietà di una donna, alla quale venivano sottratti dati personali e fotografie dall’account di pertinenza, dati successivamente usati per contattare terzi in rapporto con la persona offesa ai quali veniva rappresentata la relazione sentimentale di questa con un collega d’ufficio; (ii) stalking, commesso da uno degli imputati (spasimante rifiutato della persona offesa) siccome nei confronti della medesima malcapitata, poneva in essere una attività sistematica di spionaggio e persecuzione con molestie, minacce e ingiurie, tramite telefono e strumenti informatici.

Sentenza di condanna influtta dal Giudice di Primo Grado, confermata in Appello, contro la quale veine proposto Ricorso per Cassazione.

La Corte ha espresso importanti precisazioni in merito all’elemento (oggettivo) essenziale, ai fini dell’integrazione della fattispecie criminosa in discussione, del “mutamento delle abitudini di vita”.
In proposito, si sottolinea come, nell’ottica della configurabilità del reato, «non è necessario che la vittima prospetti espressamente e descriva con esattezza uno o più degli eventi alternativi del delitto, potendo la prova di essi desumersi dal complesso degli elementi fattuali altrimenti acquisiti e dalla condotta stessa dell’agente».
In effetti – si spiega – la prova dell’evento delittuoso (i.e. perdurante stato d’ansia e di paura) va ancorato ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico, ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima di reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente e anche da quest’ultima, considerando sia l’astratta idoneità a cagionare l’evento sia il profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata.

I Giudici del “Palazzaccio” ribadiscono, come in precedenti occasioni, che integra il reato di stalking il reiterato invio di alla persona offesa di sms e mail ovvero ripetuti post su social offensivi piuttosto che la divulgazione di scritti, filmati o fotografie ritraenti la sfera intima e personale della vittima, violando il diritto alla riservatezza di quest’ultima.
La Suprema Corte ha dunque confermato la sentenza della Corte d’Appello.
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POST RIPETUTI SUI SOCIAL: LO SPASIMANETE RIFIUTATO RISCHIA LA CONDANNA PER STALKING.Integra il reato di stalking il reiterato invio alla persona offesa di sms e mail, ovvero ripetuti post offensivi su social, piuttosto che la divulgazione di scritti, filmati o fotografie ritraenti la sfera intima e personale della vittima, così violando il diritto alla riservatezza di quest’ultima.(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 47049/19; depositata il 20 novembre)Rifiuta le avances: lo spasimante risponde con accessi abusivi, missive denigratorie e stalking.
Nel caso di specie due uomini, con ampie conoscenze informatiche, sono stati sottoposti a procedimento penale in relazione a più reati e segnatamente: (i) accesso abusivo a sistema informatico protetto da password, di proprietà di una donna, alla quale venivano sottratti dati personali e fotografie dall’account di pertinenza, dati successivamente usati per contattare terzi in rapporto con la persona offesa ai quali veniva rappresentata la relazione sentimentale di questa con un collega d’ufficio; (ii) stalking, commesso da uno degli imputati (spasimante rifiutato della persona offesa) siccome nei confronti della medesima malcapitata, poneva in essere una attività sistematica di spionaggio e persecuzione con molestie, minacce e ingiurie, tramite telefono e strumenti informatici.Sentenza di condanna influtta dal Giudice di Primo Grado, confermata in Appello, contro la quale veine proposto Ricorso per Cassazione.La Corte ha espresso importanti precisazioni in merito all’elemento (oggettivo) essenziale, ai fini dell’integrazione della fattispecie criminosa in discussione, del “mutamento delle abitudini di vita”.
In proposito, si sottolinea come, nell’ottica della configurabilità del reato, «non è necessario che la vittima prospetti espressamente e descriva con esattezza uno o più degli eventi alternativi del delitto, potendo la prova di essi desumersi dal complesso degli elementi fattuali altrimenti acquisiti e dalla condotta stessa dell’agente».
In effetti – si spiega – la prova dell’evento delittuoso (i.e. perdurante stato d’ansia e di paura) va ancorato ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico, ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima di reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente e anche da quest’ultima, considerando sia l’astratta idoneità a cagionare l’evento sia il profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata.I Giudici del “Palazzaccio” ribadiscono, come in precedenti occasioni, che integra il reato di stalking il reiterato invio di alla persona offesa di sms e mail ovvero ripetuti post su social offensivi piuttosto che la divulgazione di scritti, filmati o fotografie ritraenti la sfera intima e personale della vittima, violando il diritto alla riservatezza di quest’ultima.
La Suprema Corte ha dunque confermato la sentenza della Corte d’Appello.

POSTAZIONE MOBILE PER IL RILEVAMENTO DELLA VELOCITA': SUFFICIENTE LA SEGNALAZIONE CON UN CARTELLO STRADALE FISSO.

Confermata la sanzione per un automobilista, punito col verbale e con la sospensione della patente per sei mesi. Irrilevante il fatto che non vi fossero cartelli mobili a preannunciare la presenza della postazione mobile di rilevamento della velocità.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile - 2, ordinanza n. 30207/19; depositata il 20 novembre)

Un uomo viene sanzionato per la velocità eccessiva della sua vettura: a inchiodarlo è «una postazione mobile di rilevamento» che ne certifica i chilometri in orari in eccesso rispetto al limite previsto sulla strada da lui percorsa. Consequenziale per lui il «verbale», redatto dagli agenti, e «la sospensione della patente per sei mesi».
Tutto regolare, secondo il Giudice di Pace prima e i Giudici del Tribunale poi: condivisa quindi la linea seguita dalla Prefettura.
L’automobilista propone ricorso in Cassazione per contestare la legittimità della sanzione.
A suo dire, va tenuta presente «l’assenza di idonea segnalazione della postazione mobile di rilevamento della velocità, in quanto quest’ultima non era stata preannunciata da cartelli mobili», e aggiunge che «la presenza di segnaletica fissa di avviso sulla strada interessata dal controllo non sarebbe stata sufficiente, posto che in concreto il superamento della velocità massima consentita era stato rilevato non mediante una postazione fissa, bensì attraverso una postazione mobile».

La Cassazione conferma la decisione presa dal Tribunale secondo cui «è sufficiente la segnalazione della postazione di controllo della velocità eseguita mediante segnaletica fissa».
Per spazzar via ogni dubbio i Giudici del ‘Palazzaccio’ tengono a precisare che «nessuna disposizione impone che la postazione mobile di rilevamento della velocità debba obbligatoriamente essere preannunciata dall’apposizione di cartelli mobili».
Ciò perché «la funzione di avviso dell’utenza circa la possibilità di subire un accertamento della velocità di marcia mediante apparecchiature elettroniche su un determinato tratto di strada è infatti adeguatamente assicurata da qualsiasi cartello di avviso, indipendentemente dalla sua natura (fissa o mobile), e senza che rilevi in alcun modo il tipo di postazione di controllo (permanente o temporanea)».
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POSTAZIONE MOBILE PER IL RILEVAMENTO DELLA VELOCITA: SUFFICIENTE LA SEGNALAZIONE CON UN CARTELLO STRADALE FISSO.Confermata la sanzione per un automobilista, punito col verbale e con la sospensione della patente per sei mesi. Irrilevante il fatto che non vi fossero cartelli mobili a preannunciare la presenza della postazione mobile di rilevamento della velocità.(Corte di Cassazione, sez. VI Civile - 2, ordinanza n. 30207/19; depositata il 20 novembre)Un uomo viene sanzionato per la velocità eccessiva della sua vettura: a inchiodarlo è «una postazione mobile di rilevamento» che ne certifica i chilometri in orari in eccesso rispetto al limite previsto sulla strada da lui percorsa. Consequenziale per lui il «verbale», redatto dagli agenti, e «la sospensione della patente per sei mesi».
Tutto regolare, secondo il Giudice di Pace prima e i Giudici del Tribunale poi: condivisa quindi la linea seguita dalla Prefettura.
L’automobilista  propone ricorso in Cassazione per contestare la legittimità della sanzione.
A suo dire, va tenuta presente «l’assenza di idonea segnalazione della postazione mobile di rilevamento della velocità, in quanto quest’ultima non era stata preannunciata da cartelli mobili», e aggiunge che «la presenza di segnaletica fissa di avviso sulla strada interessata dal controllo non sarebbe stata sufficiente, posto che in concreto il superamento della velocità massima consentita era stato rilevato non mediante una postazione fissa, bensì attraverso una postazione mobile».La Cassazione conferma la decisione presa dal Tribunale secondo cui «è sufficiente la segnalazione della postazione di controllo della velocità eseguita mediante segnaletica fissa».
Per spazzar via ogni dubbio i Giudici del ‘Palazzaccio’ tengono a precisare che «nessuna disposizione impone che la postazione mobile di rilevamento della velocità debba obbligatoriamente essere preannunciata dall’apposizione di cartelli mobili».
Ciò perché «la funzione di avviso dell’utenza circa la possibilità di subire un accertamento della velocità di marcia mediante apparecchiature elettroniche su un determinato tratto di strada è infatti adeguatamente assicurata da qualsiasi cartello di avviso, indipendentemente dalla sua natura (fissa o mobile), e senza che rilevi in alcun modo il tipo di postazione di controllo (permanente o temporanea)».

NON GLI DANNO IL CAMBIO PER RECARSI IN BAGNO: RISARCITO IL DIPENDENTE.

Tra gli obblighi del datore di lavoro, nell’ambito di un rapporto di lavoro, ex art. 2087 c.c., rientrano la tutela dell’integrità fisica e della personalità morale del lavoratore, considerati questi come diritti inviolabili della persona.

(Tribunale di Lanciano, sez. Lavoro, sentenza n. 111/19; depositata il 23 settembre)

Un operaio, impiegato a tempo pieno e indeterminato in una s.p.a. e addetto a lavori di produzione dichiarava che durante un turno avvertiva il bisogno di recarsi alla toilette ed azionava il dispositivo di chiamata/emergenza al fine di potersi allontanare dalla postazione di lavoro nel rispetto della procedura, ma nessun preposto si recava alla sua postazione; resisteva per quanto possibile per non abbandonare la sua postazione senza autorizzazione, ma giunto allo stremo della resistenza, lasciava la postazione, correva alla toilette non riuscendo però ad evitare di minzionarsi nei pantaloni; gli veniva negato di cambiarsi immediatamente, ma poteva farlo solo durante la pausa dopo parecchie ore, rimanendo in tal condizione dinanzi ai colleghi.
Chiedeva dunque venisse accertata la lesione del diritto alla dignità della persona sul luogo di lavoro e venisse condannata la società datrice di lavoro al risarcimento del danno subito.

Nell’ambito del rapporto di lavoro, dalla violazione dell’obbligo del datore di lavoro di tutelare non solo l’integrità fisica, ma anche la personalità morale del lavoratore, ex art. 2087 c.c., vengono in considerazione i diritti della persona del lavoratore, diritti inviolabili, la cui lesione dà luogo al risarcimento dei danni non patrimoniali che ne derivano, da inadempimento contrattuale.
Nel caso in esame, infatti, il datore di lavoro non ha adottato tutti gli elementi idonei a salvaguardare la personalità morale del lavoratore, in violazione del succitato art. 2087 c.c..
Dalle prove raccolte in odine alla gravità del suddetto fatto, i Giudici del Tribunale hanno affermato che «il datore di lavoro ha arrecato concreto e grave pregiudizio alla dignità personale del lavoratore nel luogo di lavoro, al suo onore e alla sua reputazione, indubbiamente derivato dall’imbarazzo di essere osservato dai colleghi di lavoro con i pantaloni bagnati per essersi minzionato addosso».
La liquidazione del suddetto danno non può che avvenire in via equitativa in ragione del carattere strettamente personale del diritto leso.
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NON GLI DANNO IL CAMBIO PER RECARSI IN BAGNO: RISARCITO IL DIPENDENTE.Tra gli obblighi del datore di lavoro, nell’ambito di un rapporto di lavoro, ex art. 2087 c.c., rientrano la tutela dell’integrità fisica e della personalità morale del lavoratore, considerati questi come diritti inviolabili della persona.(Tribunale di Lanciano, sez. Lavoro, sentenza n. 111/19; depositata il 23 settembre)Un operaio, impiegato a tempo pieno e indeterminato in una s.p.a. e addetto a lavori di produzione dichiarava che durante un turno avvertiva il bisogno di recarsi alla toilette ed azionava il dispositivo di chiamata/emergenza al fine di potersi allontanare dalla postazione di lavoro nel rispetto della procedura, ma nessun preposto si recava alla sua postazione; resisteva per quanto possibile per non abbandonare la sua postazione senza autorizzazione, ma giunto allo stremo della resistenza, lasciava la postazione, correva alla toilette non riuscendo però ad evitare di minzionarsi nei pantaloni; gli veniva negato di cambiarsi immediatamente, ma poteva farlo solo durante la pausa dopo parecchie ore, rimanendo in tal condizione dinanzi ai colleghi.
Chiedeva dunque venisse accertata la lesione del diritto alla dignità della persona sul luogo di lavoro e venisse condannata la società datrice di lavoro al risarcimento del danno subito.Nell’ambito del rapporto di lavoro, dalla violazione dell’obbligo del datore di lavoro di tutelare non solo l’integrità fisica, ma anche la personalità morale del lavoratore, ex art. 2087 c.c., vengono in considerazione i diritti della persona del lavoratore, diritti inviolabili, la cui lesione dà luogo al risarcimento dei danni non patrimoniali che ne derivano, da inadempimento contrattuale.
Nel caso in esame, infatti, il datore di lavoro non ha adottato tutti gli elementi idonei a salvaguardare la personalità morale del lavoratore, in violazione del succitato art. 2087 c.c..
Dalle prove raccolte in odine alla gravità del suddetto fatto, i Giudici del Tribunale hanno affermato che «il datore di lavoro ha arrecato concreto e grave pregiudizio alla dignità personale del lavoratore nel luogo di lavoro, al suo onore e alla sua reputazione, indubbiamente derivato dall’imbarazzo di essere osservato dai colleghi di lavoro con i pantaloni bagnati per essersi minzionato addosso».
La liquidazione del suddetto danno non può che avvenire in via equitativa in ragione del carattere strettamente personale del diritto leso.

PERMESSI GIORNALIERI IN CASO DI PADRE LAVORATORE DIPENDENTE E MADRE LAVORATRICE AUTONOMA

L'INPS, recependo l'orientamento della Cassazione, fornisce alcune precisazioni circa la fruizione dei permessi giornalieri previsti durante il primo anno di vita del bambino in caso di padre lavoratore dipendente e madre lavoratrice autonoma (

(circolare INPS del 18 novembre 2019 n. 140).

Il padre lavoratore dipendente ha diritto a fruire dei riposi giornalieri (art. 40 d.lgs. 151/2001) anche nel caso in cui la madre, lavoratrice autonoma, abbia ripreso la propria attività professionale subito dopo il parto e stia contemporaneamente percependo l'indennità di maternità (Cass. 12 settembre 2018 n. 22177).
Il padre non può, invece, fruire dei riposi giornalieri nel periodo in cui la madre lavoratrice autonoma si trova in congedo parentale.
In caso di parto plurimo il padre lavoratore dipendente, quando la madre è lavoratrice autonoma, non ha diritto al raddoppio delle ore di permesso (art. 41 d.lgs. 151/2001).
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PERMESSI GIORNALIERI IN CASO DI PADRE LAVORATORE DIPENDENTE E MADRE LAVORATRICE AUTONOMALINPS, recependo lorientamento della Cassazione, fornisce alcune precisazioni circa la fruizione dei permessi giornalieri previsti durante il primo anno di vita del bambino in caso di padre lavoratore dipendente e madre lavoratrice autonoma ((circolare INPS del 18 novembre 2019 n. 140).Il padre lavoratore dipendente ha diritto a fruire dei riposi giornalieri (art. 40 d.lgs. 151/2001) anche nel caso in cui la madre, lavoratrice autonoma, abbia ripreso la propria attività professionale subito dopo il parto e stia contemporaneamente percependo lindennità di maternità (Cass. 12 settembre 2018 n. 22177).
Il padre non può, invece, fruire dei riposi giornalieri nel periodo in cui la madre lavoratrice autonoma si trova in congedo parentale.
In caso di parto plurimo il padre lavoratore dipendente, quando la madre è lavoratrice autonoma, non ha diritto al raddoppio delle ore di permesso (art. 41 d.lgs. 151/2001).

IL SOTTOSUOLO E' PARTE COMUNE: LO SCAVO SENZA IL CONSENSO DEGLI ALTRI PARTECIPANTI E' ILLEGITTIMO.

La Cassazione chiarisce che, in mancanza di un titolo che ne attribuisca la proprietà esclusiva ad uno dei condomini, il sottosuolo, costituito dalla zona esistente in profondità al di sotto dell’area superficiaria che è alla base dell’edificio, va considerato di proprietà condominiale.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza n. 29925/19; depositata il 18 novembre)

La ricorrente propone ricorso per cassazione avverso la sentenza con cui la Corte d’Appello confermava la sua condanna al ripristino del suolo e del livello originario della pavimentazione della cantina.
Con un unico motivo, la condomina lamenta la ritenuta illegittimità dello scavo realizzato nel suolo sottostante la sua cantina,

Secondo la Cassazione, la Corte d’Appello si è correttamente uniformata al costante orientamento giurisprudenziale per il quale, in base all’art. 1117 c.c., «oggetto di proprietà comune non è solo la superficie a livello del piano di campagna, bensì tutta quella porzione del terreno su cui viene a poggiare l’intero fabbricato e dunque immediatamente pure la parte sottostante di esso».
Infatti, dal combinato disposto degli artt. 1117 c.c. e 840 c.c., si evince che il sottosuolo, inteso come zona esistente in profondità al di sotto dell’area superficiaria che è alla base dell’edificio, deve essere considerato di proprietà condominiale, salvo vi sia un titolo che ne attribuisca la proprietà esclusiva ad uno dei condomini.
Pertanto, in mancanza di tale titolo, senza il consenso degli altri partecipanti alla comunione, nessun condomino «può procedere all’escavazione in profondità del sottosuolo per ricavarne nuovi locali o ingrandire quelli preesistenti, poiché verrebbe a ledere il diritto di proprietà degli altri partecipanti, privandoli dell’uso e del godimento ad essa pertinenti».
Per tutti questi motivi, la Corte rigetta il ricorso.
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IL SOTTOSUOLO E PARTE COMUNE: LO SCAVO SENZA IL CONSENSO DEGLI ALTRI PARTECIPANTI E ILLEGITTIMO.La Cassazione chiarisce che, in mancanza di un titolo che ne attribuisca la proprietà esclusiva ad uno dei condomini, il sottosuolo, costituito dalla zona esistente in profondità al di sotto dell’area superficiaria che è alla base dell’edificio, va considerato di proprietà condominiale.(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza n. 29925/19; depositata il 18 novembre)La ricorrente propone ricorso per cassazione avverso la sentenza con cui la Corte d’Appello confermava la sua condanna al ripristino del suolo e del livello originario della pavimentazione della cantina.
Con un unico motivo, la condomina lamenta la ritenuta illegittimità dello scavo realizzato nel suolo sottostante la sua cantina,Secondo la Cassazione, la Corte d’Appello si è correttamente uniformata al costante orientamento giurisprudenziale per il quale, in base all’art. 1117 c.c., «oggetto di proprietà comune non è solo la superficie a livello del piano di campagna, bensì tutta quella porzione del terreno su cui viene a poggiare l’intero fabbricato e dunque immediatamente pure la parte sottostante di esso».
Infatti, dal combinato disposto degli artt. 1117 c.c. e 840 c.c., si evince che il sottosuolo, inteso come zona esistente in profondità al di sotto dell’area superficiaria che è alla base dell’edificio, deve essere considerato di proprietà condominiale, salvo vi sia un titolo che ne attribuisca la proprietà esclusiva ad uno dei condomini.
Pertanto, in mancanza di tale titolo, senza il consenso degli altri partecipanti alla comunione, nessun condomino «può procedere all’escavazione in profondità del sottosuolo per ricavarne nuovi locali o ingrandire quelli preesistenti, poiché verrebbe a ledere il diritto di proprietà degli altri partecipanti, privandoli dell’uso e del godimento ad essa pertinenti».
Per tutti questi motivi, la Corte rigetta il ricorso.

RITIRA L'AUTO ANCHE SE L'AIRBAG NON ERA STATO RIPARATO: ESCLUSA LA RESPONSABILITA' DELL'OFFICINA PER LE LESIONI RIPORTATE NEL SINISTRO.

Deve essere esclusa la responsabilità dell’amministratore di un’officina meccanica per insussistenza del fatto in relazione alle gravi lesioni personali subite da una cliente in un sinistro stradale, posto che la donna aveva ritirato l’auto nonostante fosse stata messa al corrente del fatto che la riparazione dell’airbag non era stata completata.

(Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza n. 46191/19; depositata il 14 novembre)

Il Giudice di Pace di Vicenza dichiarava un imputato responsabile del reato di cui all’art. 590 c.p. per aver, in qualità di amministratore di un’officina meccanica, cagionato lesioni personali gravissime ad una cliente per la negligente esecuzione dei lavori di riparazione degli airbag e delle cinture di sicurezza della sua auto che aveva subito un sinistro stradale.
Dalla ricostruzione della vicenda era emerso che la donna aveva ricevuto una macchina di cortesia che avrebbe dovuto restituire alla conclusione delle riparazioni perché già prenotata da un altro cliente. Tuttavia, nel giorno convenuto per la restituzione, i lavori di riparazione dell’auto della donna non erano ancora stati completati per cause indipendenti dalla stessa officina, ma per ritardi nella consegna dei pezzi di ricambio ordinati. La persona offesa, messa al corrente della situazione, decise comunque di ritirare la sua auto rimanendo d’accordo con il meccanico per il successivo completamento dei lavori. Alcuni giorni dopo però subì un grave incidente d’auto per il quale il GdP ha appunto ritenuto configurabile una responsabilità colposa dell’imputato che non avrebbe dovuto riconsegnare l’auto alla donna in mancanza di airbag e cinture di sicurezza correttamente funzionanti.
La sentenza è stata impugnata con ricorso per cassazione.

Richiamando l’art. 40 cpv. c.p., il Collegio ricorda il fondamentale principio secondo cui il fatto di non impedire un evento è causa di responsabilità dell’agente solo nel caso in cui egli abbia l’obbligo giuridico di impedirlo.
Ai fini dell’operatività di tale c.d. “clausola di equivalenza”, nell’accertamento degli obblighi impeditivi gravanti sul soggetto che versa in posizione di garanzia, l’interprete deve tenere presente la fonte dell’obbligo giuridico in modo da individuare lo specifico contenuto della condotta doverosa in relazione alle finalità protettive e alla natura dei beni tutelati.

La concreta selezione delle diverse posizioni di garanzia che sorgono nei vari casi della vita non è tipizzata dal legislatore, posto che spetta al giudice interpretare il contenuto degli obblighi impeditivi.
Applicando tali principi al caso in esame, la Corte afferma che l’area di rischio che il ricorrente era chiamato a governare, in ragione del contratto stipulato con la persona offesa, doveva intendersi limitata agli eventi collegati ad una non corretta esecuzione dei lavori necessari per rendere efficiente e sicura la circolazione del veicolo.

L’attività dell’officina era stata interrotta dalla volontà della persona offesa la quale era al corrente del fatto che la riparazione non era stata completata, accettando dunque il rischio di esporsi a pericolo in conseguenza ad un processo volitivo che non era stato in alcun modo alterato o condizionato da false rappresentazioni della realtà.
Per questi motivi la Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.
... vedi altrovedi meno

RITIRA LAUTO ANCHE SE LAIRBAG NON ERA STATO RIPARATO: ESCLUSA LA RESPONSABILITA DELLOFFICINA PER LE LESIONI RIPORTATE NEL SINISTRO.Deve essere esclusa la responsabilità dell’amministratore di un’officina meccanica per insussistenza del fatto in relazione alle gravi lesioni personali subite da una cliente in un sinistro stradale, posto che la donna aveva ritirato l’auto nonostante fosse stata messa al corrente del fatto che la riparazione dell’airbag non era stata completata.(Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza n. 46191/19; depositata il 14 novembre)Il Giudice di Pace di Vicenza dichiarava un imputato responsabile del reato di cui all’art. 590 c.p. per aver, in qualità di amministratore di un’officina meccanica, cagionato lesioni personali gravissime ad una cliente per la negligente esecuzione dei lavori di riparazione degli airbag e delle cinture di sicurezza della sua auto che aveva subito un sinistro stradale.
Dalla ricostruzione della vicenda era emerso che la donna aveva ricevuto una macchina di cortesia che avrebbe dovuto restituire alla conclusione delle riparazioni perché già prenotata da un altro cliente. Tuttavia, nel giorno convenuto per la restituzione, i lavori di riparazione dell’auto della donna non erano ancora stati completati per cause indipendenti dalla stessa officina, ma per ritardi nella consegna dei pezzi di ricambio ordinati. La persona offesa, messa al corrente della situazione, decise comunque di ritirare la sua auto rimanendo d’accordo con il meccanico per il successivo completamento dei lavori. Alcuni giorni dopo però subì un grave incidente d’auto per il quale il GdP ha appunto ritenuto configurabile una responsabilità colposa dell’imputato che non avrebbe dovuto riconsegnare l’auto alla donna in mancanza di airbag e cinture di sicurezza correttamente funzionanti.
La sentenza è stata impugnata con ricorso per cassazione.Richiamando l’art. 40 cpv. c.p., il Collegio ricorda il fondamentale principio secondo cui il fatto di non impedire un evento è causa di responsabilità dell’agente solo nel caso in cui egli abbia l’obbligo giuridico di impedirlo.
Ai fini dell’operatività di tale c.d. “clausola di equivalenza”, nell’accertamento degli obblighi impeditivi gravanti sul soggetto che versa in posizione di garanzia, l’interprete deve tenere presente la fonte dell’obbligo giuridico in modo da individuare lo specifico contenuto della condotta doverosa in relazione alle finalità protettive e alla natura dei beni tutelati.La concreta selezione delle diverse posizioni di garanzia che sorgono nei vari casi della vita non è tipizzata dal legislatore, posto che spetta al giudice interpretare il contenuto degli obblighi impeditivi.
Applicando tali principi al caso in esame, la Corte afferma che l’area di rischio che il ricorrente era chiamato a governare, in ragione del contratto stipulato con la persona offesa, doveva intendersi limitata agli eventi collegati ad una non corretta esecuzione dei lavori necessari per rendere efficiente e sicura la circolazione del veicolo.L’attività dell’officina era stata interrotta dalla volontà della persona offesa la quale era al corrente del fatto che la riparazione non era stata completata, accettando dunque il rischio di esporsi a pericolo in conseguenza ad un processo volitivo che non era stato in alcun modo alterato o condizionato da false rappresentazioni della realtà.
Per questi motivi la Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.

REGISTARE IL NUMERO DI TELEFONO ALTRUI SU UNA CHAT EROTICA COSTITUISCE REATO.

Integra il reato di trattamento abusivo dei dati di traffico, tra i quali rientra il numero dell'utenza cellulare, la condotta consistita nel registrare quest'ultimo in una chat a contenuto erotico all'insaputa del suo titolare.

(Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza n. 46376/19; depositata il 14 novembre)

All'imputata è costato caro, invece, l'aver creato un account su una chat a contenuto erotico sfruttando i dati di una terza persona, inserendone il numero cellulare e invitando gli scostumati frequentatori di quel portale a luci rosse a contattarla per chiederne i favori sessuali.
Violazione della privacy, questa l'imputazione per la quale viene emessa una doppia conforme di condanna.
Il ricorso per cassazione, giudicato inammissibile, è tuttavia l'occasione per individuare correttamente i requisiti essenziali della fattispecie di trattamento illecito dei dati personali, soprattutto alla luce dell'adeguamento del sistema normativo nazionale, avvenuto nel 2018, alla disciplina del Regolamento Europeo sulla Privacy.

In questa materia, infatti, la norma applicabile in un'ipotesi come quella oggetto del processo – prima del 2018 – puniva il trattamento illecito dei dati personali, facendo precedere la rilevanza penale del fatto da una clausola di riserva (“salvo che il fatto costituisca più grave reato”), se dal fatto ne derivava nocumento.
Dopo la modifica, avvenuta nel 2018 con il recepimento delle indicazioni del Regolamento Europeo sulla protezione dei dati (solitamente abbreviato in GDPR), non si è più fatto cenno al concetto di “trattamento” e, inoltre, si è introdotto – tra gli elementi costitutivi della fattispecie, con ricadute anche sul dolo specifico – l'aver cagionato un danno all'interessato.

Secondo i Supremi Giudici la modifica normativa introdotta nel 2018 non priva di rilevanza penale la condotta consistita nell'avere registrato abusivamente il numero di cellulare di una terza persona su una chat.
Ed infatti, i dati personali di traffico – tra i quali si può annoverare il numero di un'utenza telefonica – sono tutt'ora oggetto di tutela penale e l'averne abusivamente eseguito il trattamento (l'operazione di registrazione è senz'altro così qualificabile) assume chiara rilevanza penale.
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REGISTARE IL NUMERO DI TELEFONO ALTRUI SU UNA CHAT EROTICA COSTITUISCE REATO.Integra il reato di trattamento abusivo dei dati di traffico, tra i quali rientra il numero dellutenza cellulare, la condotta consistita nel registrare questultimo in una chat a contenuto erotico allinsaputa del suo titolare.(Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza n. 46376/19; depositata il 14 novembre)Allimputata è costato caro, invece, laver creato un account su una chat a contenuto erotico sfruttando i dati di una terza persona, inserendone il numero cellulare e invitando gli scostumati frequentatori di quel portale a luci rosse a contattarla per chiederne i favori sessuali.
Violazione della privacy, questa limputazione per la quale viene emessa una doppia conforme di condanna.
Il ricorso per cassazione, giudicato inammissibile, è tuttavia loccasione per individuare correttamente i requisiti essenziali della fattispecie di trattamento illecito dei dati personali, soprattutto alla luce delladeguamento del sistema normativo nazionale, avvenuto nel 2018, alla disciplina del Regolamento Europeo sulla Privacy.In questa materia, infatti, la norma applicabile in unipotesi come quella oggetto del processo – prima del 2018 – puniva il trattamento illecito dei dati personali, facendo precedere la rilevanza penale del fatto da una clausola di riserva (“salvo che il fatto costituisca più grave reato”), se dal fatto ne derivava nocumento.
Dopo la modifica, avvenuta nel 2018 con il recepimento delle indicazioni del Regolamento Europeo sulla protezione dei dati (solitamente abbreviato in GDPR), non si è più fatto cenno al concetto di “trattamento” e, inoltre, si è introdotto – tra gli elementi costitutivi della fattispecie, con ricadute anche sul dolo specifico – laver cagionato un danno allinteressato.Secondo i Supremi Giudici la modifica normativa introdotta nel 2018 non priva di rilevanza penale la condotta consistita nellavere registrato abusivamente il numero di cellulare di una terza persona su una chat.
Ed infatti, i dati personali di traffico – tra i quali si può annoverare il numero di unutenza telefonica – sono tuttora oggetto di tutela penale e laverne abusivamente eseguito il trattamento (loperazione di registrazione è senzaltro così qualificabile) assume chiara rilevanza penale.

SOSPETTO DEL GINECOLOGO NON COMUNICATO ALLA DONNA INCINTA: RESPONSABILITA' EVIDENTE E RISARCIMENTO POSSIBILE

Una volta concluso il parto, è emerso che la bambina appena nata era affetta da malformazioni dovute ad una infezione. Sotto accusa il medico, che non ha comunicato alla donna in gravidanza il sospetto relativo a quella infezione.
Ella avrebbe potuto decidere di effettuare esami più invasivi per fare chiarezza.
Necessario un terzo processo in Appello per decidere sui danni subiti dalla donna.

(Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 29497/19; depositata il 14 novembre)

La delicata vicenda, cominciata nel lontano 1996 con la nascita della bambina, ha avuto un lunghissimo strascico giudiziario: per ben due volte è stata presa in esame in appello la posizione del medico, alla luce della richiesta risarcitoria presentata dai due genitori.
E ora anche la Cassazione è costretta a pronunciarsi una seconda volta, smentendo nuovamente i giudici di secondo grado che hanno escluso la responsabilità del ginecologo per la mancata comunicazione alla donna e al marito del «sospetto» relativo a una infezione contratta dal feto.
I Giudici del ‘Palazzaccio’ ribadiscono che non solo è stata «affermata in astratto la sussistenza dell’obbligo di informazione» da parte del sanitario, ma si è anche accertato che in questa vicenda «il ginecologo non ha adempiuto al proprio obbligo di informazione, impedendo così alla donna di fruire della conoscibilità, già all’epoca sussistente, della situazione del feto» e così «le ha sottratto la libertà di decidere, i suoi diritti inviolabili all’autodeterminazione nel sottoporsi o mano ad indagini ed accertamenti citogenetici, ancorché invasivi e rischiosi per il feto – amniocentesi, villocentesi, funicolocentesi (eseguibili dalla diciottesima settimana)» per poter «affrontare una maternità cosciente e responsabile».
Di conseguenza, è evidente la responsabilità del medico, mentre va approfondito – con un terzo processo in Appello – se si possa parlare di «danni» arrecati alla donna «per il mancato esercizio del diritto all’interruzione volontaria della gravidanza».
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SOSPETTO DEL GINECOLOGO NON COMUNICATO ALLA DONNA INCINTA: RESPONSABILITA EVIDENTE E RISARCIMENTO POSSIBILEUna volta concluso il parto, è emerso che la bambina appena nata era affetta da malformazioni dovute ad una infezione. Sotto accusa il medico, che non ha comunicato alla donna in gravidanza il sospetto relativo a quella infezione.
Ella avrebbe potuto decidere di effettuare esami più invasivi per fare chiarezza.
Necessario un terzo processo in Appello per decidere sui danni subiti dalla donna.(Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 29497/19; depositata il 14 novembre)La delicata vicenda, cominciata nel lontano 1996 con la nascita della bambina, ha avuto un lunghissimo strascico giudiziario: per ben due volte è stata presa in esame in appello la posizione del medico, alla luce della richiesta risarcitoria presentata dai due genitori.
E ora anche la Cassazione è costretta a pronunciarsi una seconda volta, smentendo nuovamente i giudici di secondo grado che hanno escluso la responsabilità del ginecologo per la mancata comunicazione alla donna e al marito del «sospetto» relativo a una infezione contratta dal feto.
I Giudici del ‘Palazzaccio’ ribadiscono che non solo è stata «affermata in astratto la sussistenza dell’obbligo di informazione» da parte del sanitario, ma si è anche accertato che in questa vicenda «il ginecologo non ha adempiuto al proprio obbligo di informazione, impedendo così alla donna di fruire della conoscibilità, già all’epoca sussistente, della situazione del feto» e così «le ha sottratto la libertà di decidere, i suoi diritti inviolabili all’autodeterminazione nel sottoporsi o mano ad indagini ed accertamenti citogenetici, ancorché invasivi e rischiosi per il feto – amniocentesi, villocentesi, funicolocentesi (eseguibili dalla diciottesima settimana)» per poter «affrontare una maternità cosciente e responsabile».
Di conseguenza, è evidente la responsabilità del medico, mentre va approfondito – con un terzo processo in Appello – se si possa parlare di «danni» arrecati alla donna «per il mancato esercizio del diritto all’interruzione volontaria della gravidanza».

L'ASSEGNO UNA TANTUM CORRISPOSTO ALL'EX MOGLIE NON E' DEDUCIBILE AI FINI IRPEF

Ai sensi dell’art. 10, comma 1, lett. c), d.P.R. n. 917/1986, è deducibile dal reddito ai fini IRPEF il solo assegno periodico corrisposto al coniuge in conseguenza di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, nella misura in cui risulta da un provvedimento dell’autorità giudiziaria.

(Corte di Cassazione, sez. Tributaria Civile, sentenza n. 29178/19; depositata il 12 novembre)

L’Agenzia delle Entrate proponeva appello avverso la sentenza della CTP di Milano che aveva accolto il ricorso di un contribuente contro l’avviso con cui l’Ufficio aveva accertato il maggior reddito imponibile ai fini IRPEF derivante dal recupero a tassazione dell’onere relativo al versamento una tantum effettuato alla moglie in ottemperanza ad atto di transazione stipulato dai coniugi in sede di separazione giudiziale.
A seguito della conferma della decisione da parte della CTR, l’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per cassazione assumendo l’indeducibilità ex art. 10, comma 1, lett. c), d.P.R. n. 917/1986 del predetto componente positivo dl reddito imponibile per difetto del carattere della periodicità e per la mancanza di un provvedimento giudiziario.

Premettendo che non è in contestazione la qualificazione dell’assegno in questione come assegno assistenziale o alimentare deducibile ex art. 10 cit., qualificazione che risulta dunque definitiva, la Corte richiama il consolidato orientamento secondo cui, in tema di oneri deducibili ai fini IRPEF, la norma citata limita la deducibilità al solo assegno periodico al coniuge in conseguenza di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, nella misura in cui risulta da un provvedimento dell’autorità giudiziaria.

È stato poi precisato che in tema di IRPEF e ILOR, l’art. 10 d.P.R. n. 597/1973, oggi confluito dell’art. 10 d.P.R. n. 917/1986, esclude la deducibilità dal reddito dell’assegno corrisposto in un’unica soluzione all’ex coniuge ai sensi dell’art. 5, comma 8, l. n. 898/1970. La legittimità di tale scelta legislativa è stata avvallata anche dalla Corte Costituzionale che, con le pronunce nn. 383/2001 e 113/2007, ha fatto leva non solo sulla natura agevolativa della norma che ne esclude l’estensione, ma anche sul fatto che l’assegno periodico e l’assegno una tantum costituiscono forme di adempimento dell’obbligo a carico del divorziato differenti per natura giuridica, struttura e finalità.
In conclusione, la Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito rigetta il ricorso introduttivo del contribuente.
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LASSEGNO UNA TANTUM CORRISPOSTO ALLEX MOGLIE NON E DEDUCIBILE AI FINI IRPEFAi sensi dell’art. 10, comma 1, lett. c), d.P.R. n. 917/1986, è deducibile dal reddito ai fini IRPEF il solo assegno periodico corrisposto al coniuge in conseguenza di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, nella misura in cui risulta da un provvedimento dell’autorità giudiziaria.(Corte di Cassazione, sez. Tributaria Civile, sentenza n. 29178/19; depositata il 12 novembre)L’Agenzia delle Entrate proponeva appello avverso la sentenza della CTP di Milano che aveva accolto il ricorso di un contribuente contro l’avviso con cui l’Ufficio aveva accertato il maggior reddito imponibile ai fini IRPEF derivante dal recupero a tassazione dell’onere relativo al versamento una tantum effettuato alla moglie in ottemperanza ad atto di transazione stipulato dai coniugi in sede di separazione giudiziale.
A seguito della conferma della decisione da parte della CTR, l’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per cassazione assumendo l’indeducibilità ex art. 10, comma 1, lett. c), d.P.R. n. 917/1986 del predetto componente positivo dl reddito imponibile per difetto del carattere della periodicità e per la mancanza di un provvedimento giudiziario.Premettendo che non è in contestazione la qualificazione dell’assegno in questione come assegno assistenziale o alimentare deducibile ex art. 10 cit., qualificazione che risulta dunque definitiva, la Corte richiama il consolidato orientamento secondo cui, in tema di oneri deducibili ai fini IRPEF, la norma citata limita la deducibilità al solo assegno periodico al coniuge in conseguenza di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, nella misura in cui risulta da un provvedimento dell’autorità giudiziaria.È stato poi precisato che in tema di IRPEF e ILOR, l’art. 10 d.P.R. n. 597/1973, oggi confluito dell’art. 10 d.P.R. n. 917/1986, esclude la deducibilità dal reddito dell’assegno corrisposto in un’unica soluzione all’ex coniuge ai sensi dell’art. 5, comma 8, l. n. 898/1970. La legittimità di tale scelta legislativa è stata avvallata anche dalla Corte Costituzionale che, con le pronunce nn. 383/2001 e 113/2007, ha fatto leva non solo sulla natura agevolativa della norma che ne esclude l’estensione, ma anche sul fatto che l’assegno periodico e l’assegno una tantum costituiscono forme di adempimento dell’obbligo a carico del divorziato differenti per natura giuridica, struttura e finalità.
In conclusione, la Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito rigetta il ricorso introduttivo del contribuente.

STRADA PEDONALE RIFATTA A NORMA: IL COMUNE AVREBBE POTUTO FARE DI PIU' MA CIO' NON BASTA AD ADDEBITARGLI LA CADUTA DI UNA PASSANTE.

Respinta la richiesta di risarcimento avanzata da una donna.
A suo dire il capitombolo è stato provocato dalla eccessiva pendenza e dai materiali.
Questa visione è però smentita dalla relazione del consulente tecnico che cancella ogni ipotesi di colpa dell’ente locale.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile - 3, ordinanza n. 29302/19; depositata il 12 novembre)

Scenario dell’episodio, verificatosi a metà dicembre del 2008, è il centro storico di un piccolo paese in Abruzzo.
Lì una donna sta camminando tranquillamente quando finisce a terra mentre percorre un marciapiede rifatto da poco dal Comune.
Ripresasi fisicamente, la donna pone sotto accusa l’ente locale, addebitandogli la responsabilità per la propria caduta.
A suo dire, difatti, il tratto di strada che l’ha vista finire a terra è stato realizzato «in violazione delle norme di sicurezza e di settore», anche perché l’elevata pendenza l’aveva resa una sorta di barriera architettonica e quindi «l’amministrazione comunale avrebbe dovuto prevedere la realizzazione di scale, e non una pavimentazione in porfido e in travertino che risulta particolarmente scivolosa nei mesi invernali».
Questa visione viene però respinta dai Giudici di merito che prima in Tribunale e poi in Appello osservano che nessun addebito è possibile a carico dell’ente locale, poiché innanzitutto «non sussisteva una normativa specifica per la realizzazione delle strade pedonali dei centri storico» e poi in questo caso «la strada risultava comunque realizzata ad arte, con una pendenza consentita e con pavimentazione in porfido antisdrucciolevole».

A cancellare definitivamente ogni pretesa della donna nei confronti del Comune provvedono ora i giudici della Cassazione, confermando in toto la visione tracciata in appello e poggiata anche sulla relazione depositata dal consulente tecnico.
Pomo della discordia anche in terzo grado sono proprio i contenuti della relazione.
In particolare, è vero che il consulente ha osservato che «sarebbe stato possibile» fare di più nella realizzazione della strada pedonale incriminata, ma comunque ciò che «è stato fatto» dall’ente comunale rispetta i paletti fissati dalla legge.
Irrilevante, quindi, il richiamo fatto dal legale della donna alla normativa in materia di barriere architettoniche, proprio perché è stato osservato che la pendenza di quel tratto di strada era assolutamente nei limiti consentiti.
Tutto ciò permette di dedurre che il capitombolo è addebitabile esclusivamente alla condotta della donna, che quindi non può pretendere nulla dal Comune.
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STRADA PEDONALE RIFATTA A NORMA: IL COMUNE AVREBBE POTUTO FARE DI PIU MA CIO NON BASTA AD ADDEBITARGLI LA CADUTA DI UNA PASSANTE.Respinta la richiesta di risarcimento avanzata da una donna.
A suo dire il capitombolo è stato provocato dalla eccessiva pendenza e dai materiali.
Questa visione è però smentita dalla relazione del consulente tecnico che cancella ogni ipotesi di colpa dell’ente locale.(Corte di Cassazione, sez. VI Civile - 3, ordinanza n. 29302/19; depositata il 12 novembre)
Scenario dell’episodio, verificatosi a metà dicembre del 2008, è il centro storico di un piccolo paese in Abruzzo.
Lì una donna sta camminando tranquillamente quando finisce a terra mentre percorre un marciapiede rifatto da poco dal Comune.
Ripresasi fisicamente, la donna pone sotto accusa l’ente locale, addebitandogli la responsabilità per la propria caduta.
A suo dire, difatti, il tratto di strada che l’ha vista finire a terra è stato realizzato «in violazione delle norme di sicurezza e di settore», anche perché l’elevata pendenza l’aveva resa una sorta di barriera architettonica e quindi «l’amministrazione comunale avrebbe dovuto prevedere la realizzazione di scale, e non una pavimentazione in porfido e in travertino che risulta particolarmente scivolosa nei mesi invernali».
Questa visione viene però respinta dai Giudici di merito che prima in Tribunale e poi in Appello osservano che nessun addebito è possibile a carico dell’ente locale, poiché innanzitutto «non sussisteva una normativa specifica per la realizzazione delle strade pedonali dei centri storico» e poi in questo caso «la strada risultava comunque realizzata ad arte, con una pendenza consentita e con pavimentazione in porfido antisdrucciolevole».A cancellare definitivamente ogni pretesa della donna nei confronti del Comune provvedono ora i giudici della Cassazione, confermando in toto la visione tracciata in appello e poggiata anche sulla relazione depositata dal consulente tecnico.
Pomo della discordia anche in terzo grado sono proprio i contenuti della relazione.
In particolare, è vero che il consulente ha osservato che «sarebbe stato possibile» fare di più nella realizzazione della strada pedonale incriminata, ma comunque ciò che «è stato fatto» dall’ente comunale rispetta i paletti fissati dalla legge.
Irrilevante, quindi, il richiamo fatto dal legale della donna alla normativa in materia di barriere architettoniche, proprio perché è stato osservato che la pendenza di quel tratto di strada era assolutamente nei limiti consentiti.
Tutto ciò permette di dedurre che il capitombolo è addebitabile esclusivamente alla condotta della donna, che quindi non può pretendere nulla dal Comune.

LICENZIABILE IL DIPENDENTE PUBBLICO SOTTO ACCUSA PER CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA.

Confermata anche in Cassazione la linea già seguita dai giudici del Tribunale e della Corte d’Appello: sacrosanto il provvedimento adottato da un Comune. Evidente la gravità dei fatti contestati al lavoratore.

(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza n. 28741/19; depositata il 7 novembre)

Riflettori puntati su un Comune siciliano.
A finire nel mirino è un dipendente che viene sottoposto a «indagini penali» e a «carcerazione preventiva» perché accusato di «concorso esterno in associazione mafiosa».
Il quadro è ritenuto sufficiente dall’ente pubblico per adottare il provvedimento più drastico nei confronti del lavoratore, ossia il «licenziamento disciplinare».
E questa valutazione è ritenuta corretta sia dai giudici del Tribunale che dai giudici della Corte d’Appello: in particolare, in secondo grado viene sottolineata «l’irrilevanza della mancata affissione del codice disciplinare» poiché «il fatto, per cui la misura era stata irrogata, superava i limiti del cosiddetto ‘minimo etico’».

La visione tracciata in appello viene condivisa e fatta propria anche dalla Cassazione, che respinge di conseguenza il ricorso proposto dal legale dell’oramai ex dipendente del Comune.
I Magistrati tengono a sottolineare che «un reato di stampo mafioso entra in contrasto con il cosiddetto ‘minimo etico’», a maggior ragione poi per «chi lavora presso la pubblica amministrazione, il cui operato va salvaguardato al massimo dal rischio di interferenze esterne di interessi devianti, in sé contraddittorie rispetto all’obbligo di fedeltà».
Ciò rende priva di valore «ogni questione sulla previa affissione o meno del codice disciplinare», chiosano i Giudici.
Ininfluente anche il richiamo difensivo all’ipotesi che i fatti oggetto di indagini penali abbiano riguardato una sfera extra lavoro.
Su questo fronte i Magistrati ribattono che «la contestazione» nei confronti del dipendente si è poggiata su un passaggio del contratto nazionale che «non limita espressamente l’ipotesi sanzionatoria al caso di fatti commessi in servizio, ma fa riferimento a violazioni anche nei confronti di terzi».
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LICENZIABILE IL DIPENDENTE PUBBLICO SOTTO ACCUSA PER CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA.Confermata anche in Cassazione la linea già seguita dai giudici del Tribunale e della Corte d’Appello: sacrosanto il provvedimento adottato da un Comune. Evidente la gravità dei fatti contestati al lavoratore.(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza n. 28741/19; depositata il 7 novembre)Riflettori puntati su un Comune siciliano.
A finire nel mirino è un dipendente che viene sottoposto a «indagini penali» e a «carcerazione preventiva» perché accusato di «concorso esterno in associazione mafiosa».
Il quadro è ritenuto sufficiente dall’ente pubblico per adottare il provvedimento più drastico nei confronti del lavoratore, ossia il «licenziamento disciplinare».
E questa valutazione è ritenuta corretta sia dai giudici del Tribunale che dai giudici della Corte d’Appello: in particolare, in secondo grado viene sottolineata «l’irrilevanza della mancata affissione del codice disciplinare» poiché «il fatto, per cui la misura era stata irrogata, superava i limiti del cosiddetto ‘minimo etico’».La visione tracciata in appello viene condivisa e fatta propria anche dalla Cassazione, che respinge di conseguenza il ricorso proposto dal legale dell’oramai ex dipendente del Comune.
I Magistrati tengono a sottolineare che «un reato di stampo mafioso entra in contrasto con il cosiddetto ‘minimo etico’», a maggior ragione poi per «chi lavora presso la pubblica amministrazione, il cui operato va salvaguardato al massimo dal rischio di interferenze esterne di interessi devianti, in sé contraddittorie rispetto all’obbligo di fedeltà».
Ciò rende priva di valore «ogni questione sulla previa affissione o meno del codice disciplinare», chiosano i Giudici.
Ininfluente anche il richiamo difensivo all’ipotesi che i fatti oggetto di indagini penali abbiano riguardato una sfera extra lavoro.
Su questo fronte i Magistrati ribattono che «la contestazione» nei confronti del dipendente si è poggiata su un passaggio del contratto nazionale che «non limita espressamente l’ipotesi sanzionatoria al caso di fatti commessi in servizio, ma fa riferimento a violazioni anche nei confronti di terzi».

GENITORI ALCOLISTI, IL PERCORSO DI RECUPERO NON BASTA PER EVITARE L'ADOTTABILITA' DEL FIGLIO.

Respinta definitivamente l’opposizione della madre alla decisione dei Giudici di autorizzare l’adozione del minore. Decisive le carenze genitoriali della coppia.
Significativi ma non sufficienti i progressi da loro compiuti nel recupero dalla condizione di dipendenza dalle sostanze alcoliche.

(Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza n. 28522/19; depositata il 6 novembre)

Inutili, per i Giudici di primo e di secondo grado, le proteste dei genitori per «lo stato di adottabilità» del figlio.
A inchiodarli alle loro responsabilità, anzi alle loro colpe, i comportamenti tenuti e concretizzatisi in un alcolismo grave per entrambi.
Esemplare, a questo proposito, il fatto che «il bambino presentava alla nascita tracce di sostanze alcoliche nelle urine, in conseguenza dell’uso di alcol anche in gravidanza da parte della madre».
Non a caso, il minore «era stato collocato immediatamente», appena nato, «presso una struttura», una volta preso atto che «entrambi i genitori facevano uso di sostanze alcoliche», e poi «era stato affidato ai ‘Servizi sociali’ e collocato presso una coppia idonea all’adozione, non essendo ipotizzabile un rientro presso la madre e il padre o un collocamento intrafamiliare».
Tale valutazione non è messa in discussione, spiegano i Giudici d’Appello, neanche dai «percorsi di riabilitazione dall’uso di alcolici» intrapreso da entrambi i genitori.

In Cassazione proprio «il significativo impegno» della coppia per «il superamento delle problematiche personali, familiari ed economiche» è centrale nel ricorso presentato dalla madre del bambino per contestarne «l’adottabilità».
In particolare, la donna non si limita a sottolineare genericamente «i progressi compiuti» da lei e dal compagno, ma spiega nel dettaglio che «ella ha cessato il suo stato di alcolista e ha iniziato a lavorare a tempo indeterminato come collaboratrice domestica, avendo a disposizione per vivere un immobile in comodato attiguo al posto di lavoro».
I giudici mostrano di prendere atto delle «positive modifiche intervenute nello stile di vita e nelle abitudini di vita dei genitori del minore e dei progressi da loro compiuti», ma allo stesso tempo ne sottolineano «il carattere precario».
A questo proposito, viene precisato che «il percorso della donna per il superamento dell’abuso di sostanze alcoliche è appena iniziato ed è dipendente dal supporto di persone terze, ossia datrice di lavoro e strutture socio-sanitarie».

Allo stesso tempo, i Giudici sostengono che comunque «è lontano il raggiungimento della idoneità genitoriale», alla luce delle scarse «capacità di rapportarsi con le esigenze di vita del minore» e del mancato raggiungimento di uno stato di «autonomia» da parte di entrambi i genitori.
A fronte di questo quadro, l’ipotesi di un «prolungamento dell’affidamento temporaneo», sollecitata dai genitori, non è accettabile.
E a questo proposito vengono sottolineate «la peculiare condizione del minore che sin dalla nascita ha visto svolgersi sempre la sua vita al di fuori della famiglia naturale, con cui aveva avuto rapporti solo in occasione degli incontri realizzati in forma protetta, e le sue esigenze di certezze».
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GENITORI ALCOLISTI, IL PERCORSO DI RECUPERO NON BASTA PER EVITARE LADOTTABILITA DEL FIGLIO.Respinta definitivamente l’opposizione della madre alla decisione dei Giudici di autorizzare l’adozione del minore. Decisive le carenze genitoriali della coppia.
Significativi ma non sufficienti i progressi da loro compiuti nel recupero dalla condizione di dipendenza dalle sostanze alcoliche.(Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza n. 28522/19; depositata il 6 novembre)Inutili, per i Giudici di primo e di secondo grado, le proteste dei genitori per «lo stato di adottabilità» del figlio.
A inchiodarli alle loro responsabilità, anzi alle loro colpe, i comportamenti tenuti e concretizzatisi in un alcolismo grave per entrambi.
Esemplare, a questo proposito, il fatto che «il bambino presentava alla nascita tracce di sostanze alcoliche nelle urine, in conseguenza dell’uso di alcol anche in gravidanza da parte della madre».
Non a caso, il minore «era stato collocato immediatamente», appena nato, «presso una struttura», una volta preso atto che «entrambi i genitori facevano uso di sostanze alcoliche», e poi «era stato affidato ai ‘Servizi sociali’ e collocato presso una coppia idonea all’adozione, non essendo ipotizzabile un rientro presso la madre e il padre o un collocamento intrafamiliare».
Tale valutazione non è messa in discussione, spiegano i Giudici d’Appello, neanche dai «percorsi di riabilitazione dall’uso di alcolici» intrapreso da entrambi i genitori.In Cassazione proprio «il significativo impegno» della coppia per «il superamento delle problematiche personali, familiari ed economiche» è centrale nel ricorso presentato dalla madre del bambino per contestarne «l’adottabilità».
In particolare, la donna non si limita a sottolineare genericamente «i progressi compiuti» da lei e dal compagno, ma spiega nel dettaglio che «ella ha cessato il suo stato di alcolista e ha iniziato a lavorare a tempo indeterminato come collaboratrice domestica, avendo a disposizione per vivere un immobile in comodato attiguo al posto di lavoro».
I giudici mostrano di prendere atto delle «positive modifiche intervenute nello stile di vita e nelle abitudini di vita dei genitori del minore e dei progressi da loro compiuti», ma allo stesso tempo ne sottolineano «il carattere precario».
A questo proposito, viene precisato che «il percorso della donna per il superamento dell’abuso di sostanze alcoliche è appena iniziato ed è dipendente dal supporto di persone terze, ossia datrice di lavoro e strutture socio-sanitarie».Allo stesso tempo, i Giudici sostengono che comunque «è lontano il raggiungimento della idoneità genitoriale», alla luce delle scarse «capacità di rapportarsi con le esigenze di vita del minore» e del mancato raggiungimento di uno stato di «autonomia» da parte di entrambi i genitori.
A fronte di questo quadro, l’ipotesi di un «prolungamento dell’affidamento temporaneo», sollecitata dai genitori, non è accettabile.
E a questo proposito vengono sottolineate «la peculiare condizione del minore che sin dalla nascita ha visto svolgersi sempre la sua vita al di fuori della famiglia naturale, con cui aveva avuto rapporti solo in occasione degli incontri realizzati in forma protetta, e le sue esigenze di certezze».

IL REATO DI OMESSO VERSAMENTO DELL'ASSEGNO PERIODICO PER IL MANTENIMENTO DEI FIGLI, DI CUI ALL'ART. 570 BIS C.P., SI CONFIGURA ANCHE IN CASO DI VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI NATURA PATRIMONIALE NEI CONFRONTI DI FIGLI MINORI NATI DA GENITORI NON LEGATI DAL VINCOLO DEL FORMALE MATRIMONIO.

(Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza n. 44695/19; depositata il 4 novembre)

Il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello territorialmente competente ricorre avverso la sentenza con cui il Tribunale assolveva l’imputato per il reato di inidoneo versamento alla madre dei suoi figli minori della somma stabilita dal Tribunale per i minorenni, perché il fatto non sussiste dalla legge come reato, giustificando l’assoluzione dal fatto che con il d.lgs. n. 21/2018 è stato introdotto l’art. 570-bis c.p. che considera reato proprio del coniuge, mentre l’imputato non era mai stato unito in matrimonio alla madre dei suoi figli.

Intervengono, dunque, i Giudici della Suprema Corte di Cassazione.
Per il Collegio il ricorso è fondato.
Infatti, il reato di omesso versamento dell’assegno periodico per il mantenimento, l’educazione e l’istruzione dei figli, di cui all’art. 570-bis c.p., è configurabile anche in caso di violazione degli obblighi di natura patrimoniale stabiliti nei confronti di figli minori nati da genitori non legati dal vincolo formale del matrimonio.
Da qui l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio al Tribunale in composizione monocratica affinché questo proceda a nuovo giudizio in coerenza con il predetto richiamato principio.
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IL REATO DI OMESSO VERSAMENTO DELLASSEGNO PERIODICO PER IL MANTENIMENTO DEI FIGLI, DI CUI ALLART. 570 BIS C.P., SI CONFIGURA ANCHE IN CASO DI VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI NATURA PATRIMONIALE NEI CONFRONTI DI FIGLI MINORI NATI DA GENITORI NON LEGATI DAL VINCOLO DEL FORMALE MATRIMONIO.(Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza n. 44695/19; depositata il 4 novembre)Il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello territorialmente competente ricorre avverso la sentenza con cui il Tribunale assolveva l’imputato per il reato di inidoneo versamento alla madre dei suoi figli minori della somma stabilita dal Tribunale per i minorenni, perché il fatto non sussiste dalla legge come reato, giustificando l’assoluzione dal fatto che con il d.lgs. n. 21/2018 è stato introdotto l’art. 570-bis c.p. che considera reato proprio del coniuge, mentre l’imputato non era mai stato unito in matrimonio alla madre dei suoi figli.Intervengono, dunque, i Giudici della Suprema Corte di Cassazione.
Per il Collegio il ricorso è fondato.
Infatti, il reato di omesso versamento dell’assegno periodico per il mantenimento, l’educazione e l’istruzione dei figli, di cui all’art. 570-bis c.p., è configurabile anche in caso di violazione degli obblighi di natura patrimoniale stabiliti nei confronti di figli minori nati da genitori non legati dal vincolo formale del matrimonio.
Da qui l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio al Tribunale in composizione monocratica affinché questo proceda a nuovo giudizio in coerenza con il predetto richiamato principio.
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