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LA REALIZZAZIONE DI UNA TERRAZZA SULL'IMMOBILE ABUSIVO COSTITUISCE UN NUOVO REATO.

In tema di reati edilizi, qualsiasi intervento eseguito su una costruzione realizzata abusivamente costituisce una ripresa dell’attività criminosa originaria, che integra un nuovo reato.

(Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza n. 25985/20; depositata il 15 settembre)

La Corte d’Appello di Napoli confermava la decisione di prime cure con cui l’imputato era stato condannato per il reato di cui all’art. 4 d.P.R. n. 380/2001 per aver realizzato, in assenza di atti autorizzativi, un manufatto in cemento di copertura su un lastrico solare e una copertura in legno su un edificio abusivo.
L’imputato ha proposto ricorso per cassazione.

La giurisprudenza di legittimità afferma pacificamente che la violazione di cui all’art. 4 d.P.R. n. 380/2001 è configurabile per ogni intervento, anche di manutenzione ordinaria, effettuato su un immobile abusivo, come accertato nel caso di specie a seguito di sopralluogo dalla Polizia Municipale.
Ed infatti «in tema di reati edilizi, qualsiasi intervento effettuato su una costruzione realizzata abusivamente, ancorché l’abuso non sia stato represso, costituisce una ripresa dell’attività criminosa originaria, che integra un nuovo reato, anche se consista in un intervento di manutenzione ordinaria, perché anche tale categoria di interventi edilizi presuppone che l’edificio sul quale si interviene sia stato costruito legittimamente (Cass.Pen. n. 48026/19; n. 51427/14 e n. 26367/14)».
In conclusione, la Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
... vedi altrovedi meno

LA REALIZZAZIONE DI UNA TERRAZZA SULLIMMOBILE ABUSIVO COSTITUISCE UN NUOVO REATO.

In tema di reati edilizi, qualsiasi intervento eseguito su una costruzione realizzata abusivamente costituisce una ripresa dell’attività criminosa originaria, che integra un nuovo reato.

(Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza n. 25985/20; depositata il 15 settembre)

La Corte d’Appello di Napoli confermava la decisione di prime cure con cui l’imputato era stato condannato per il reato di cui all’art. 4 d.P.R. n. 380/2001 per aver realizzato, in assenza di atti autorizzativi, un manufatto in cemento di copertura su un lastrico solare e una copertura in legno su un edificio abusivo.
L’imputato ha proposto ricorso per cassazione.

La giurisprudenza di legittimità afferma pacificamente che la violazione di cui all’art. 4 d.P.R. n. 380/2001 è configurabile per ogni intervento, anche di manutenzione ordinaria, effettuato su un immobile abusivo, come accertato nel caso di specie a seguito di sopralluogo dalla Polizia Municipale. 
Ed infatti «in tema di reati edilizi, qualsiasi intervento effettuato su una costruzione realizzata abusivamente, ancorché l’abuso non sia stato represso, costituisce una ripresa dell’attività criminosa originaria, che integra un nuovo reato, anche se consista in un intervento di manutenzione ordinaria, perché anche tale categoria di interventi edilizi presuppone che l’edificio sul quale si interviene sia stato costruito legittimamente (Cass.Pen. n. 48026/19; n. 51427/14 e n. 26367/14)».
In conclusione, la Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

SULLA TEMPESTIVITA' DEL RECESSO IN CASO DI LICENZIAMENTO PER AVVENUTO SUPERAMENTO DEL PERIODO DI COMPORTO.

Nel caso di licenziamento del lavoratore per l’avvenuto superamento del periodo di comporto, il giudizio sulla tempestività del recesso non può derivare da un’applicazione rigida di criteri cronologici predeterminati, dovendo il giudice verificare caso per caso le circostanze significative in concreto mediante apposita valutazione di congruità.

(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza n. 18960/20; depositata l’11 settembre)

La Corte d’Appello di Reggio Calabria accoglieva il reclamo proposto da una società e rigettava la domanda di un suo dipendente che aveva chiesto l’accertamento dell’illegittimità del suo licenziamento per via dell’avvenuto superamento del periodo di comporto.
A tal proposito, la Corte evidenziava che il lavoratore non aveva contestato l’effettività delle giornate di assenza per malattia, bensì la tardività del licenziamento a lui intimato a distanza di mesi dalla maturazione del periodo di comporto, mentre l’attuale ricorrente aveva ripreso il servizio senza chiedere altre aspettative per ragioni di salute ed alternando periodi di servizio e di malattia.

Contro tale decisione, propone ricorso per cassazione il lavoratore, il quale, tra i diversi motivi, lamenta il fatto che il Giudice abbia ritenuto che la facoltà di recedere dal rapporto fosse stata esercitata legittimamente, trascurando che durante il compimento del periodo di comporto egli fosse rientrato in servizio, riprendendo per 3 mesi l’attività di lavoro con le consuete modalità.

La Corte di Cassazione non accoglie la suddetta censura del lavoratore, condividendo l’orientamento giurisprudenziale che ha chiarito in quale modo la tempestività del recesso refluisca sulla sua legittimità nell’ipotesi in cui esso sia intimato a causa dell’avvenuto superamento del periodo di comporto.
La Suprema Corte sottolinea, infatti, che il tal caso la tempestività non può risolversi in un dato cronologico fisso e predeterminato, costituendo oggetto di una valutazione di congruità insindacabile in sede di legittimità quando sia motivata in modo adeguato dal giudice di merito caso per caso, facendo riferimento all’insieme delle circostanze significative.
La Corte aggiunge che «sarà il lavoratore invece a dover provare che l’intervallo temporale tra il superamento del periodo di comporto e la comunicazione del recesso ha superato i limiti di adeguatezza e ragionevolezza, sì da far ritenere la sussistenza di una volontà tacita del datore di lavoro di rinunciare alla facoltà di recedere dal rapporto».

Ciò posto, la Corte rileva che nel caso di specie il Giudice di seconde cure ha illustrato chiaramente le motivazioni per cui il tempo intercorso tra il compimento del periodo di comporto ed il licenziamento non fosse significativo di una volontà tacita di rinunciare alla facoltà di recedere dal rapporto, ma fosse finalizzata piuttosto a verificare la sussistenza di margini residui di «persistente utilizzabilità della prestazione con un equilibrato bilanciamento dei concorrenti interessi delle parti».

Ciò affermato, la Corte rigetta il ricorso.
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SULLA TEMPESTIVITA DEL RECESSO IN CASO DI LICENZIAMENTO PER AVVENUTO SUPERAMENTO DEL PERIODO DI COMPORTO.

Nel caso di licenziamento del lavoratore per l’avvenuto superamento del periodo di comporto, il giudizio sulla tempestività del recesso non può derivare da un’applicazione rigida di criteri cronologici predeterminati, dovendo il giudice verificare caso per caso le circostanze significative in concreto mediante apposita valutazione di congruità.  

(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza n. 18960/20; depositata l’11 settembre)

La Corte d’Appello di Reggio Calabria accoglieva il reclamo proposto da una società e rigettava la domanda di un suo dipendente che aveva chiesto l’accertamento dell’illegittimità del suo licenziamento per via dell’avvenuto superamento del periodo di comporto.
A tal proposito, la Corte evidenziava che il lavoratore non aveva contestato l’effettività delle giornate di assenza per malattia, bensì la tardività del licenziamento a lui intimato a distanza di mesi dalla maturazione del periodo di comporto, mentre l’attuale ricorrente aveva ripreso il servizio senza chiedere altre aspettative per ragioni di salute ed alternando periodi di servizio e di malattia.

Contro tale decisione, propone ricorso per cassazione il lavoratore, il quale, tra i diversi motivi, lamenta il fatto che il Giudice abbia ritenuto che la facoltà di recedere dal rapporto fosse stata esercitata legittimamente, trascurando che durante il compimento del periodo di comporto egli fosse rientrato in servizio, riprendendo per 3 mesi l’attività di lavoro con le consuete modalità.

La Corte di Cassazione non accoglie la suddetta censura del lavoratore, condividendo l’orientamento giurisprudenziale che ha chiarito in quale modo la tempestività del recesso refluisca sulla sua legittimità nell’ipotesi in cui esso sia intimato a causa dell’avvenuto superamento del periodo di comporto.
La Suprema Corte sottolinea, infatti, che il tal caso la tempestività non può risolversi in un dato cronologico fisso e predeterminato, costituendo oggetto di una valutazione di congruità insindacabile in sede di legittimità quando sia motivata in modo adeguato dal giudice di merito caso per caso, facendo riferimento all’insieme delle circostanze significative.
La Corte aggiunge che «sarà il lavoratore invece a dover provare che l’intervallo temporale tra il superamento del periodo di comporto e la comunicazione del recesso ha superato i limiti di adeguatezza e ragionevolezza, sì da far ritenere la sussistenza di una volontà tacita del datore di lavoro di rinunciare alla facoltà di recedere dal rapporto».

Ciò posto, la Corte rileva che nel caso di specie il Giudice di seconde cure ha illustrato chiaramente le motivazioni per cui il tempo intercorso tra il compimento del periodo di comporto ed il licenziamento non fosse significativo di una volontà tacita di rinunciare alla facoltà di recedere dal rapporto, ma fosse finalizzata piuttosto a verificare la sussistenza di margini residui di «persistente utilizzabilità della prestazione con un equilibrato bilanciamento dei concorrenti interessi delle parti».

Ciò affermato, la Corte rigetta il ricorso.

CAMBIO DI SCUOLA PER IL FIGLIO: GRAVE LA CONDOTTA DELLA MADRE CHE ATTESTA FALSAMENTE IL CONSENSO DEL PADRE.

Sotto accusa una madre, che ha compiuto l’operazione dopo avere rotto la relazione con il padre.
Per i giudici del Tribunale, però, la condotta è valutabile come non punibile, poiché inquadrata in una situazione di conflitto tra i due genitori.
Di diverso parere i Giudici della Cassazione, che escludono la modesta offensività dell’addebito, essendo evidente l’intento di mendacio perseguito dalla madre, pienamente realizzato e reso ancor più grave dalla circostanza di coinvolgere gli interessi di un figlio piccolo.

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 25941/20; depositata l’11 settembre)

A finire sotto processo è una madre.
Sotto i riflettori l’azione con cui, rotta la relazione col compagno, ha portato a termine il trasferimento scolastico del figlio.
Più precisamente, «secondo l’ipotesi accusatoria, la madre ha attestato falsamente – in una dichiarazione presentata al dirigente di un istituto scolastico – di avere effettuato con il consenso dell’altro genitore la scelta per l’iscrizione del proprio figlio minore presso il medesimo istituto» mentre «invece ella aveva trasferito il piccolo all’insaputa del padre», spostandolo tra due regioni differenti.

A sorpresa, però, in Tribunale, nonostante le verifiche effettuate sull’episodio incriminato, la madre si salva: i Giudici optano per «la declaratoria di assoluzione», ritenendo evidente «la particolare tenuità del fatto»

Questa visione viene severamente contestata dal Pubblico Ministero.
In particolare, viene evidenziato che «secondo il giudice la minima offensività dell’episodio deriverebbe dalle modalità della condotta, occorsa in un quadro di conflittualità fra i due genitori», ma tale rilievo è illogico, poiché «semmai l’esistenza di un pregresso contenzioso dovrebbe accrescere la gravità del reato, almeno in punto di intensità del dolo», osserva il Pubblico Ministero.

Per i giudici della Cassazione sono plausibili le obiezioni mosse dal Pubblico Ministero.
Per il Tribunale «non può contestarsi che la condotta della donna, la quale – a seguito dell’interruzione della relazione col compagno ha cambiato residenza, trasferendo inevitabilmente anche il figlio – si è limitata ad attestare, nella “dichiarazione di responsabilità genitoriale”, la sussistenza del consenso di entrambi i genitori, non risulta connotata da particolare perspicacia e scaltrezza, dovendo essere letta, peraltro, nell’ambito di una controversia evidentemente di accesa conflittualità» fra il padre e la madre.
Dal Palazzaccio i magistrati ribaltano tale prospettiva, e chiariscono che, invece, «il riferimento alla astiosità tra i due protagonisti della vicenda non sembra giustificare in alcun modo la ritenuta, modesta offensività dell’addebito, quand’anche fosse da interpretare come contrapposizione reciproca e non certo unilaterale». E la stessa descrizione del fatto «palesa al contrario il chiaro intento di mendacio perseguito dalla donna, pienamente realizzato e reso ancor più grave dalla circostanza di coinvolgere gli interessi di un figlio di ancor tenera età».
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CAMBIO DI SCUOLA PER IL FIGLIO: GRAVE LA CONDOTTA DELLA MADRE CHE ATTESTA FALSAMENTE IL CONSENSO DEL PADRE.

Sotto accusa una madre, che ha compiuto l’operazione dopo avere rotto la relazione con il padre. 
Per i giudici del Tribunale, però, la condotta è valutabile come non punibile, poiché inquadrata in una situazione di conflitto tra i due genitori. 
Di diverso parere i Giudici della Cassazione, che escludono la modesta offensività dell’addebito, essendo evidente l’intento di mendacio perseguito dalla madre, pienamente realizzato e reso ancor più grave dalla circostanza di coinvolgere gli interessi di un figlio piccolo.  

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 25941/20; depositata l’11 settembre)

A finire sotto processo è una madre. 
Sotto i riflettori l’azione con cui, rotta la relazione col compagno, ha portato a termine il trasferimento scolastico del figlio. 
Più precisamente, «secondo l’ipotesi accusatoria, la madre ha attestato falsamente – in una dichiarazione presentata al dirigente di un istituto scolastico – di avere effettuato con il consenso dell’altro genitore la scelta per l’iscrizione del proprio figlio minore presso il medesimo istituto» mentre «invece ella aveva trasferito il piccolo all’insaputa del padre», spostandolo tra due regioni differenti.

A sorpresa, però, in Tribunale, nonostante le verifiche effettuate sull’episodio incriminato, la madre si salva: i Giudici optano per «la declaratoria di assoluzione», ritenendo evidente «la particolare tenuità del fatto»

Questa visione viene severamente contestata dal Pubblico Ministero. 
In particolare, viene evidenziato che «secondo il giudice la minima offensività dell’episodio deriverebbe dalle modalità della condotta, occorsa in un quadro di conflittualità fra i due genitori», ma tale rilievo è illogico, poiché «semmai l’esistenza di un pregresso contenzioso dovrebbe accrescere la gravità del reato, almeno in punto di intensità del dolo», osserva il Pubblico Ministero.

Per i giudici della Cassazione sono plausibili le obiezioni mosse dal Pubblico Ministero.
Per il Tribunale «non può contestarsi che la condotta della donna, la quale – a seguito dell’interruzione della relazione col compagno ha cambiato residenza, trasferendo inevitabilmente anche il figlio – si è limitata ad attestare, nella “dichiarazione di responsabilità genitoriale”, la sussistenza del consenso di entrambi i genitori, non risulta connotata da particolare perspicacia e scaltrezza, dovendo essere letta, peraltro, nell’ambito di una controversia evidentemente di accesa conflittualità» fra il padre e la madre.
Dal Palazzaccio i magistrati ribaltano tale prospettiva, e chiariscono che, invece, «il riferimento alla astiosità tra i due protagonisti della vicenda non sembra giustificare in alcun modo la ritenuta, modesta offensività dell’addebito, quand’anche fosse da interpretare come contrapposizione reciproca e non certo unilaterale». E la stessa descrizione del fatto «palesa al contrario il chiaro intento di mendacio perseguito dalla donna, pienamente realizzato e reso ancor più grave dalla circostanza di coinvolgere gli interessi di un figlio di ancor tenera età».

CELLULARE ACQUISTATO EVITANDO I CANALI USUALI DI COMMERCIALIZZAZIONE: SI TRATTA DI RICETTAZIONE.

Condanna definitiva per una donna, “beccata” in possesso di un telefonino di provenienza furtiva.
Impossibile, secondo i Giudici, parlare di scarsa diligenza da parte dell’acquirente.
Decisiva la constatazione che l’acquisto è stato effettuato evitando i canali ufficiali di commercializzazione.

(Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza n. 25578/20; depositata il 9 settembre)

Sotto accusa una donna perché trovata in possesso di un cellulare di provenienza illecita.
Il quadro probatorio è ritenuto chiaro dai Giudici di merito: così, prima in Tribunale e poi in Corte d’Appello, l’acquirente viene condannata perché ritenuta colpevole di ricettazione.

Nonostante le obiezioni difensive, però, dalla Cassazione confermano la linea tracciata in Appello, linea secondo cui «la responsabilità» della donna «per il delitto di ricettazione» risulta evidente alla luce della «accertata, e mai convincentemente giustificata, disponibilità del telefonino di provenienza furtiva in oggetto», disponibilità «acquisita fuori dai canali ordinari e legittimi di circolazione».

Applicato il principio secondo cui «ai fini della configurabilità del reato di ricettazione, la prova dell’elemento soggettivo può essere raggiunta anche sulla base dell’omessa o non attendibile indicazione della provenienza della cosa ricevuta, la quale è sicuramente rivelatrice della volontà di occultamento, logicamente spiegabile con un acquisto in mala fede».

Per escludere il dolo è sufficiente, precisano i Giudici, «soltanto fornire una attendibile spiegazione dell’origine del possesso delle cosa».
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CELLULARE ACQUISTATO EVITANDO I CANALI USUALI DI COMMERCIALIZZAZIONE: SI TRATTA DI RICETTAZIONE.

Condanna definitiva per una donna, “beccata” in possesso di un telefonino di provenienza furtiva. 
Impossibile, secondo i Giudici, parlare di scarsa diligenza da parte dell’acquirente. 
Decisiva la constatazione che l’acquisto è stato effettuato evitando i canali ufficiali di commercializzazione.  

(Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza n. 25578/20; depositata il 9 settembre)

Sotto accusa una donna perché trovata in possesso di un cellulare di provenienza illecita. 
Il quadro probatorio è ritenuto chiaro dai Giudici di merito: così, prima in Tribunale e poi in Corte d’Appello, l’acquirente viene condannata perché ritenuta colpevole di ricettazione.

Nonostante le obiezioni difensive, però, dalla Cassazione confermano la linea tracciata in Appello, linea secondo cui «la responsabilità» della donna «per il delitto di ricettazione» risulta evidente alla luce della «accertata, e mai convincentemente giustificata, disponibilità del telefonino di provenienza furtiva in oggetto», disponibilità «acquisita fuori dai canali ordinari e legittimi di circolazione».
 
Applicato il principio secondo cui «ai fini della configurabilità del reato di ricettazione, la prova dell’elemento soggettivo può essere raggiunta anche sulla base dell’omessa o non attendibile indicazione della provenienza della cosa ricevuta, la quale è sicuramente rivelatrice della volontà di occultamento, logicamente spiegabile con un acquisto in mala fede».

Per escludere il dolo è sufficiente, precisano i Giudici, «soltanto fornire una attendibile spiegazione dell’origine del possesso delle cosa».

FORNiSCE LA PROPRIA AUTO AD UN COMMANDO DI KILLER: SI RISPONDE DI CONCORSO IN OMICIDIO ?

Anche un contributo limitato alla sola fase preparatoria è sufficiente affinché un soggetto debba rispondere di concorso in omicidio volontario, purché la condotta del concorrente sia sorretta dalla consapevolezza - o dalla accettazione del rischio - che la propria condotta sia inserita in un programma criminoso finalizzato a commettere quello specifico tipo di reato.

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 25221/20; depositata il 7 settembre)

La storia del giudizio è caratterizzata da una doppia conforme in relazione ad alcune delle imputazioni elevate ad uno dei suoi protagonisti, tra le quali il concorso in omicidio per avere fornito l'autovettura utilizzata per commettere il delitto.
La questione è : fornire l'autovettura ad un gruppo di fuoco che commetterà un omicidio costituisce partecipazione concorsuale in quel delitto? E, in caso positivo, a quali condizioni?

Il punto nodale è la prova dell'elemento soggettivo: il dolo di partecipazione. Il processo terminato con la sentenza impugnata era un processo indiziario: non vi era prova diretta della partecipazione concorsuale al delitto, ma erano stati raccolti e messi in fila una serie di indizi costituiti per lo più, come dicevamo, da materiale captativo.
Non vi era una chiara presa di distanza dal fatto di sangue, ma nemmeno la prova di una adesione ad esso.
E in più, l'autovettura “prestata” al commando era intestata proprio all'imputato.
La Cassazione ricorda che, affinché possa perfezionarsi la fattispecie di concorso in un delitto, oltre all'elemento materiale - e cioè il contributo causalmente collegato e diretto alla commissione di uno specifico fatto di reato - è necessario che sussista la prova del fatto che l'azione del concorrente sia stata sorretta da una adesione psichica, non necessariamente sconfinante nel previo accordo, all'evento delittuoso.

La manifestazione del dolo concorsuale può essere di diversa tipologia, spiega la Corte.
Oltre alla forma più chiara e diretta, consistente nella piena adesione contributiva al verificarsi di una azione illecita, concretamente tradottasi in un atto anche soltanto agevolativo (un recente orientamento del 2019 sostiene questa tesi), può palesarsi anche nelle forme del dolo eventuale. In questo caso, secondo i Supremi Giudici, dovrà ricavarsi dal materiale in atti la prova dell'accettazione del rischio che il contributo dell'agente fosse comunque diretto alla commissione di un delitto.

Nel caso di specie andava fornita la prova della consapevolezza che l'autovettura prestata ai killer sarebbe stata utilizzata per la commissione di un omicidio, e non di un reato qualsiasi.
Come sempre avviene in questi casi, la prova dell'elemento soggettivo dovrà essere ricavata da una serie di indici rivelatori che la corte elenca senza pretesa di completezza: personalità dell'agente, pregresse esperienze criminose, comportamento successivo al fatto, eccetera sono tutti elementi in grado di guidare il giudizio sulla sussistenza o sulla esclusione dell'elemento soggettivo del reato.
Ecco perché la soluzione non può che essere un nuovo annullamento con rinvio: dovranno riesaminarsi gli indizi raccolti per dimostrare o per escludere la consapevolezza del ricorrente in ordine alla sua partecipazione all'omicidio.
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FORNiSCE LA PROPRIA AUTO AD UN COMMANDO DI KILLER: SI RISPONDE DI CONCORSO IN OMICIDIO ?

Anche un contributo limitato alla sola fase preparatoria è sufficiente affinché un soggetto debba rispondere di concorso in omicidio volontario, purché la condotta del concorrente sia sorretta dalla consapevolezza - o dalla accettazione del rischio - che la propria condotta sia inserita in un programma criminoso finalizzato a commettere quello specifico tipo di reato.  

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 25221/20; depositata il 7 settembre)

La storia del giudizio è caratterizzata da una doppia conforme in relazione ad alcune delle imputazioni elevate ad uno dei suoi protagonisti, tra le quali il concorso in omicidio per avere fornito lautovettura utilizzata per commettere il delitto. 
La questione è : fornire lautovettura ad un gruppo di fuoco che commetterà un omicidio costituisce partecipazione concorsuale in quel delitto? E, in caso positivo, a quali condizioni?

Il punto nodale è la prova dellelemento soggettivo: il dolo di partecipazione. Il processo terminato con la sentenza impugnata era un processo indiziario: non vi era prova diretta della partecipazione concorsuale al delitto, ma erano stati raccolti e messi in fila una serie di indizi costituiti per lo più, come dicevamo, da materiale captativo. 
Non vi era una chiara presa di distanza dal fatto di sangue, ma nemmeno la prova di una adesione ad esso. 
E in più, lautovettura “prestata” al commando era intestata proprio allimputato. 
La Cassazione ricorda che, affinché possa perfezionarsi la fattispecie di concorso in un delitto, oltre allelemento materiale - e cioè il contributo causalmente collegato e diretto alla commissione di uno specifico fatto di reato - è necessario che sussista la prova del fatto che lazione del concorrente sia stata sorretta da una adesione psichica, non necessariamente sconfinante nel previo accordo, allevento delittuoso.

La manifestazione del dolo concorsuale può essere di diversa tipologia, spiega la Corte. 
Oltre alla forma più chiara e diretta, consistente nella piena adesione contributiva al verificarsi di una azione illecita, concretamente tradottasi in un atto anche soltanto agevolativo (un recente orientamento del 2019 sostiene questa tesi), può palesarsi anche nelle forme del dolo eventuale. In questo caso, secondo i Supremi Giudici, dovrà ricavarsi dal materiale in atti la prova dellaccettazione del rischio che il contributo dellagente fosse comunque diretto alla commissione di un delitto.

Nel caso di specie andava fornita la prova della consapevolezza che lautovettura prestata ai killer sarebbe stata utilizzata per la commissione di un omicidio, e non di un reato qualsiasi. 
Come sempre avviene in questi casi, la prova dellelemento soggettivo dovrà essere ricavata da una serie di indici rivelatori che la corte elenca senza pretesa di completezza: personalità dellagente, pregresse esperienze criminose, comportamento successivo al fatto, eccetera sono tutti elementi in grado di guidare il giudizio sulla sussistenza o sulla esclusione dellelemento soggettivo del reato. 
Ecco perché la soluzione non può che essere un nuovo annullamento con rinvio: dovranno riesaminarsi gli indizi raccolti per dimostrare o per escludere la consapevolezza del ricorrente in ordine alla sua partecipazione allomicidio.

ASSEGNO DIVORZILE E CONCRETA VERIFICA DELL'ATTITUDINE DELL'EX CONIUGE AL LAVORO

In tema di diritto all’assegno divorzile, l’attitudine dell’ex coniuge al lavoro assume rilievo solo se venga riscontrata una effettiva sopravvenuta possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale, e non già sulla base di mere valutazioni astratte e ipotetiche.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile - 1, ordinanza n. 18522/20; depositata il 4 settembre)

La Corte respingeva la richiesta, proposta dall’ex marito, di revoca dell’assegno divorzile di euro 400, disposto a favore della ex moglie con la sentenza definitiva di cessazione degli effetti civili del matrimonio pronunciata dal Tribunale.
Avverso la decisione l’ex marito propone ricorso lamentando che la ex moglie fosse in grado di cercare un’occupazione e di lavorare, incombendo sulla stessa almeno l’onere di provare l’impossibilità di trovare un impiego. Inoltre, il ricorrente, richiamando quanto stabilito dalla sentenza n. 789/17 della Corte, sostiene che la sua situazione economica è aggravata dall’esistenza di figli avuti con un’altra donna.

La Cassazione, ritenendo inammissibile il ricorso, osserva che contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, la Corte territoriale ha operato una valutazione in ordine all’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, posto che la donna negli anni aveva partecipato a concorsi e aveva accettato lavori a termine.
Inoltre, i Giudici rilevano che il riferimento alla decisione n. 789/17 non è pertinente poiché, anzi, afferma che «il diritto alimentare del coniuge beneficiario non è recessivo rispetto a quello dei nuovi figli e che l’attitudine del coniuge al lavoro assume rilievo solo se venga riscontrata in termini di effettiva sopravvenuta possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale, e non già di mere valutazioni astratte e ipotetiche».
Pertanto, la Cassazione dichiara inammissibile il ricorso.
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ASSEGNO DIVORZILE E CONCRETA VERIFICA DELLATTITUDINE DELLEX CONIUGE AL LAVORO 

In tema di diritto all’assegno divorzile, l’attitudine dell’ex coniuge al lavoro assume rilievo solo se venga riscontrata una effettiva sopravvenuta possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale, e non già sulla base di mere valutazioni astratte e ipotetiche.  

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile - 1, ordinanza n. 18522/20; depositata il 4 settembre)

La Corte respingeva la richiesta, proposta dall’ex marito, di revoca dell’assegno divorzile di euro 400, disposto a favore della ex moglie con la sentenza definitiva di cessazione degli effetti civili del matrimonio pronunciata dal Tribunale.
Avverso la decisione l’ex marito propone ricorso lamentando che la ex moglie fosse in grado di cercare un’occupazione e di lavorare, incombendo sulla stessa almeno l’onere di provare l’impossibilità di trovare un impiego. Inoltre, il ricorrente, richiamando quanto stabilito dalla sentenza n. 789/17 della Corte, sostiene che la sua situazione economica è aggravata dall’esistenza di figli avuti con un’altra donna.

La Cassazione, ritenendo inammissibile il ricorso, osserva che contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, la Corte territoriale ha operato una valutazione in ordine all’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, posto che la donna negli anni aveva partecipato a concorsi e aveva accettato lavori a termine.
Inoltre, i Giudici rilevano che il riferimento alla decisione n. 789/17 non è pertinente poiché, anzi, afferma che «il diritto alimentare del coniuge beneficiario non è recessivo rispetto a quello dei nuovi figli e che l’attitudine del coniuge al lavoro assume rilievo solo se venga riscontrata in termini di effettiva sopravvenuta possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale, e non già di mere valutazioni astratte e ipotetiche».
Pertanto, la Cassazione dichiara inammissibile il ricorso.

RUBATA UNA BICI LASCIATA IN STRADA SENZA CATENA ANTIFURTO: RICONOSCIUTA L'AGGRAVANTE DELLA "ESPOSIZIONE ALLA PUBBLICA FEDE".

Confermata in Cassazione la condanna così come pronunciata in Appello. Per i Giudici l’aggravante prevista per l’esposizione di un bene alla pubblica fede va collegata non solo alla consuetudine ma anche alla necessità di lasciare il velocipede in strada.
Questo ragionamento non può essere messo in discussione dalla mancata apposizione, da parte del proprietario del veicolo, di una catena antifurto e dalla presenza in zona di impianti di sorveglianza.

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 25035/20; depositata il 3 settembre)

A rendere più severa la pena, però, è l’applicazione dell’aggravante prevista «per l’esposizione del bene alla pubblica fede», viene sancito in Appello.
Proprio su quest’ultimo dettaglio si sofferma il difensore dell’uomo sotto processo.
Col ricorso in Cassazione il legale sostiene, in particolare, che «il bene non era esposto né per necessità né per consuetudine alla pubblica fede» e per dar forza a tale tesi evidenzia «la circostanza della mancata assicurazione del velocipede con una chiusura; la durata prolungata della sosta; la presenza di un impianto di videosorveglianza».
In conclusione, il difensore «insiste per la derubricazione della fattispecie aggravata in quella semplice, con conseguente proscioglimento per mancanza di querela», essendovi agli atti «solo una denunzia della persona offesa».

Per i giudici della Cassazione, però, la prospettiva è diversa chiarendo che «il furto di una bicicletta parcheggiata sulla pubblica via integra l’aggravante in parola, sub specie di esposizione per necessità alla pubblica fede».
Ciò anche tenendo presente che «nel caso di una bici, a ben guardare, non è un comportamento più o meno consolidato negli usi delle persone a giustificarne l’esposizione alla pubblica fede, quando il detentore l’abbia impiegata come mezzo di trasporto per raggiungere una destinazione diversa dalla propria abitazione e relative pertinenze (un negozio, un ufficio, l’appartamento di un conoscente), bensì la pratica necessità che egli la lasci lungo la pubblica via, essendo certamente impossibilitato a portarsela dietro».
Peraltro, «può esservi o non esservi consuetudine, semmai, nell’apprestare sistemi di tutela contro il furto, appunto per impedire che altri se ne impossessino, ma ciò non implica conseguenze di sorta sull’indefettibile e presupposta necessità che il veicolo rimanga esposto alla pubblica fede, e non già perché esiste una consolidata abitudine in tal senso, bensì perché non sarebbe possibile fare altrimenti, quanto meno per elementare ragionevolezza» poiché «un ciclista potrebbe anche sollevare la sua bici e salire le scale di un palazzo, ma si tratterebbe di condotta francamente assurda».
E «la validità di tale ragionamento» non può essere messa in discussione dalla circostanza che «vi fossero impianti di sorveglianza in zona», poiché «l’aggravante dell’esposizione della cosa alla pubblica fede non è esclusa dall’esistenza, nel luogo in cui si consuma il delitto, di un sistema di tal fatta, sistema che non garantisce l’interruzione immediata dell’azione criminosa», concludono dalla Cassazione.
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RUBATA UNA BICI LASCIATA IN STRADA SENZA CATENA ANTIFURTO: RICONOSCIUTA LAGGRAVANTE DELLA ESPOSIZIONE ALLA PUBBLICA FEDE.

Confermata in Cassazione la condanna così come pronunciata in Appello. Per i Giudici l’aggravante prevista per l’esposizione di un bene alla pubblica fede va collegata non solo alla consuetudine ma anche alla necessità di lasciare il velocipede in strada. 
Questo ragionamento non può essere messo in discussione dalla mancata apposizione, da parte del proprietario del veicolo, di una catena antifurto e dalla presenza in zona di impianti di sorveglianza.  

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 25035/20; depositata il 3 settembre) 

A rendere più severa la pena, però, è l’applicazione dell’aggravante prevista «per l’esposizione del bene alla pubblica fede», viene sancito in Appello.
Proprio su quest’ultimo dettaglio si sofferma il difensore dell’uomo sotto processo. 
Col ricorso in Cassazione il legale sostiene, in particolare, che «il bene non era esposto né per necessità né per consuetudine alla pubblica fede» e per dar forza a tale tesi evidenzia «la circostanza della mancata assicurazione del velocipede con una chiusura; la durata prolungata della sosta; la presenza di un impianto di videosorveglianza».
In conclusione, il difensore «insiste per la derubricazione della fattispecie aggravata in quella semplice, con conseguente proscioglimento per mancanza di querela», essendovi agli atti «solo una denunzia della persona offesa».

Per i giudici della Cassazione, però, la prospettiva è diversa chiarendo che «il furto di una bicicletta parcheggiata sulla pubblica via integra l’aggravante in parola, sub specie di esposizione per necessità alla pubblica fede». 
Ciò anche tenendo presente che «nel caso di una bici, a ben guardare, non è un comportamento più o meno consolidato negli usi delle persone a giustificarne l’esposizione alla pubblica fede, quando il detentore l’abbia impiegata come mezzo di trasporto per raggiungere una destinazione diversa dalla propria abitazione e relative pertinenze (un negozio, un ufficio, l’appartamento di un conoscente), bensì la pratica necessità che egli la lasci lungo la pubblica via, essendo certamente impossibilitato a portarsela dietro». 
Peraltro, «può esservi o non esservi consuetudine, semmai, nell’apprestare sistemi di tutela contro il furto, appunto per impedire che altri se ne impossessino, ma ciò non implica conseguenze di sorta sull’indefettibile e presupposta necessità che il veicolo rimanga esposto alla pubblica fede, e non già perché esiste una consolidata abitudine in tal senso, bensì perché non sarebbe possibile fare altrimenti, quanto meno per elementare ragionevolezza» poiché «un ciclista potrebbe anche sollevare la sua bici e salire le scale di un palazzo, ma si tratterebbe di condotta francamente assurda».
E «la validità di tale ragionamento» non può essere messa in discussione dalla circostanza che «vi fossero impianti di sorveglianza in zona», poiché «l’aggravante dell’esposizione della cosa alla pubblica fede non è esclusa dall’esistenza, nel luogo in cui si consuma il delitto, di un sistema di tal fatta, sistema che non garantisce l’interruzione immediata dell’azione criminosa», concludono dalla Cassazione.

PACCHETTO DOMESTICO PER VEDERE SKY, MA LA SMART-CARD E' UTILIZZATA IN UN LOCALE PUBBLICO: ABBONATO CONDANNATO.

Confermata la decisione con cui i Giudici del Tribunale hanno ritenuto legittima la pretesa avanzata dalla società, cioè vedere l’abbonato obbligato a versare oltre 4mila euro a titolo di penale.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza n. 18277/20; depositata il 3 settembre)

Decisivo un controllo compiuto da un agente della società Sky.
Così emerge l’abuso compiuto da un abbonato che «ha in essere un contratto per la visione di programmi televisivi ad uso privato» ma che impiega la propria smart-card «nell’esercizio pubblico da lui gestito» per consentire ai clienti «la visione di una partita di calcio criptata».
Pronta la reazione di Sky che agisce in giudizio «per chiedere il pagamento della penale pattuita per l’uso della smart-card, uso non conforme al contratto» e quantificata «nella misura di 4mila e 120 euro».
Inutile l’opposizione dell’abbonato: prima il Giudice di Pace e poi i Giudici del Tribunale lo condannano a versare la cifra richiesta dalla società.

A chiudere il caso provvede ora la Cassazione, ritenendo privo di ogni fondamento il ricorso proposto dall’abbonato di Sky.
Corretta la visione tracciata in Tribunale, laddove si è ritenuta fornita «la prova dell’uso scorretto – contrattualmente non autorizzato – della smart-card», alla luce della «prova testimoniale assunta», ossia il resoconto fornito dall’agente della società.
Di conseguenza, è sacrosanto il ricorso da parte di Sky «alla penale contrattuale» che «non è eccessiva e non è iniqua», rientrando «nella misura imposta dai contrapposti interessi delle parti» del contratto.
Inutili le obiezioni mosse dall’abbonato, obiezioni secondo cui è stato ritenuto provato «l’uso indebito della smart-card» senza però «prove sufficienti», essendo a disposizione dei giudici «solo la testimonianza dell’agente di Sky».
Impossibile, infine, secondo i Giudici, mettere in discussione il quantum della penale applicata all’abbonato, anche perché mancano elementi per ipotizzare «l’iniquità della clausola».
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PACCHETTO DOMESTICO PER VEDERE SKY, MA LA SMART-CARD E UTILIZZATA IN UN LOCALE PUBBLICO: ABBONATO CONDANNATO.

Confermata la decisione con cui i Giudici del Tribunale hanno ritenuto legittima la pretesa avanzata dalla società, cioè vedere l’abbonato obbligato a versare oltre 4mila euro a titolo di penale.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza n. 18277/20; depositata il 3 settembre)

Decisivo un controllo compiuto da un agente della società Sky. 
Così emerge l’abuso compiuto da un abbonato che «ha in essere un contratto per la visione di programmi televisivi ad uso privato» ma che impiega la propria smart-card «nell’esercizio pubblico da lui gestito» per consentire ai clienti «la visione di una partita di calcio criptata».
Pronta la reazione di Sky che agisce in giudizio «per chiedere il pagamento della penale pattuita per l’uso della smart-card, uso non conforme al contratto» e quantificata «nella misura di 4mila e 120 euro».
Inutile l’opposizione dell’abbonato: prima il Giudice di Pace e poi i Giudici del Tribunale lo condannano a versare la cifra richiesta dalla società.

A chiudere il caso provvede ora la Cassazione, ritenendo privo di ogni fondamento il ricorso proposto dall’abbonato di Sky.
Corretta la visione tracciata in Tribunale, laddove si è ritenuta fornita «la prova dell’uso scorretto – contrattualmente non autorizzato – della smart-card», alla luce della «prova testimoniale assunta», ossia il resoconto fornito dall’agente della società.
Di conseguenza, è sacrosanto il ricorso da parte di Sky «alla penale contrattuale» che «non è eccessiva e non è iniqua», rientrando «nella misura imposta dai contrapposti interessi delle parti» del contratto.
Inutili le obiezioni mosse dall’abbonato, obiezioni secondo cui è stato ritenuto provato «l’uso indebito della smart-card» senza però «prove sufficienti», essendo a disposizione dei giudici «solo la testimonianza dell’agente di Sky».
Impossibile, infine, secondo i Giudici, mettere in discussione il quantum della penale applicata all’abbonato, anche perché mancano elementi per ipotizzare «l’iniquità della clausola».

TROPPO SPESSO AL BAR PER UN CAFFE': LICENZIATO L'AUSILIARIO DELLA SOSTA.

Inutile il ricorso proposto in Cassazione da una lavoratrice. Acclarate le condotte a lei addebitate, e certificate dalle parole di due testimoni.
Definitivo il drastico provvedimento della società datrice di lavoro, che svolgeva l’incarico per conto del Comune.

(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza n. 18246/20; depositata il 2 settembre)

Riflettori puntati sulle condotte tenute da una donna, che opera come «ausiliario della sosta» e «addetta al controllo del pagamento del ticket delle automobili parcheggiate» in qualità di dipendente di una società a cui tale attività è stata affidata dal Comune.
In particolare, è emerso che la lavoratrice si è resa colpevole di «soste al bar di vari minuti – eccedenti i 20 minuti – per ben sei occasioni», così tralasciando «per il corrispondente arco temporale il controllo delle vetture in sosta».
In aggiunta, poi, si è appurato che ella in un’occasione si è «fermata mezz’ora in ufficio» e ha «indicato in modo erroneo l’orario di una sanzione, risultata applicata in coincidenza di una sua sosta al bar».
I comportamenti tenuti dalla donna sono ritenuti gravi dalla società, che, preso atto della ripetuta «interruzione del servizio», adotta il provvedimento più drastico: il licenziamento.

Legittimo, quindi, il licenziamento, secondo i giudici di merito.
E su questa posizione si attesta anche la Cassazione.
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TROPPO SPESSO AL BAR PER UN CAFFE: LICENZIATO LAUSILIARIO DELLA SOSTA.

Inutile il ricorso proposto in Cassazione da una lavoratrice. Acclarate le condotte a lei addebitate, e certificate dalle parole di due testimoni. 
Definitivo il drastico provvedimento della società datrice di lavoro, che svolgeva l’incarico per conto del Comune.  

(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza n. 18246/20; depositata il 2 settembre)

Riflettori puntati sulle condotte tenute da una donna, che opera come «ausiliario della sosta» e «addetta al controllo del pagamento del ticket delle automobili parcheggiate» in qualità di dipendente di una società a cui tale attività è stata affidata dal Comune.
In particolare, è emerso che la lavoratrice si è resa colpevole di «soste al bar di vari minuti – eccedenti i 20 minuti – per ben sei occasioni», così tralasciando «per il corrispondente arco temporale il controllo delle vetture in sosta». 
In aggiunta, poi, si è appurato che ella in un’occasione si è «fermata mezz’ora in ufficio» e ha «indicato in modo erroneo l’orario di una sanzione, risultata applicata in coincidenza di una sua sosta al bar».
I comportamenti tenuti dalla donna sono ritenuti gravi dalla società, che, preso atto della ripetuta «interruzione del servizio», adotta il provvedimento più drastico: il licenziamento.

Legittimo, quindi, il licenziamento, secondo i giudici di merito. 
E su questa posizione si attesta anche la Cassazione.

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DA QUALI SPESE PROCESSUALI HA DIRITTO AD ESSERE TENUTO INDENNE L'ASSICURATO DAL PROPRIO ASSICURATORE?

Qualora l’assicurato contro i rischi della responsabilità civile commetta un fatto illecito dal quale scaturisca una lite giudiziaria, egli può andare incontro a tre tipologie di spese processuali.
La Corte di Cassazione enuncia un principio di diritto nel quale specifica di quali tra esse l’assicurato ha diritto di essere tenuto indenne dal proprio assicuratore ed in quale misura.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza n. 18076/20; depositata il 31 agosto)

La Corte d’Appello di Napoli condannava una compagnia assicuratrice a rivalere l’assicurato di tutte le somme poste a suo carico ed a favore della controparte oggetto della pronuncia appellata e di quella emessa dalla stessa Corte, comprese le spese di c.t.u. e quelle di giudizio.
Contro tale pronuncia, l’assicurato propone ricorso per cassazione, lamentando, tra i diversi motivi, l’omessa regolamentazione degli esborsi e compensi professionali nell’ambito del rapporto assicurato-assicuratore, avendo il Giudice condannato l’assicuratore a rifondere all’assicurato solo le spese di soccombenza e non anche quelle di resistenza.

I Giudici di legittimità dichiarano fondato il motivo di ricorso prospettato dall’assicurato, richiamando un precedente giurisprudenziale che mette in risalto l’ipotesi in cui l’assicurato contro i rischi della responsabilità civile commetta un illecito da cui scaturisca una lite giudiziaria, elencando i tre diversi tipi di spese processuali a cui può andare incontro:
le spese di soccombenza,
le spese di resistenza,
le spese di chiamata in causa.

Ora, mentre l’assicurato ha diritto di ottenere dall’assicuratore le spese di soccombenza nei limiti del massimale, le spese di resistenza rientrano nel genus delle spese di salvataggio previste dall’art. 1914 c.c., poiché sostenute per un interesse comune tanto all’assicurato quanto all’assicuratore.
Per questo motivo, esse possono eccedere il limite del massimale nella proporzione prevista dal terzo comma dell’art. 1917 c.c.

Ciò posto, nel caso concreto, la Corte d’Appello aveva condannato l’assicuratore a rifondere all’assicurato le sole spese di soccombenza e non anche quelle di resistenza, cioè quelle sostenute per remunerare il proprio difensore allo scopo di contrastare la pretesa dell’attore, violando così l’art. 1917 c.c., avendo negato al ricorrente un diritto che costituisce effetto naturale del contratto di assicurazione della responsabilità civile.

A seguito di tali argomentazioni, la Corte di Cassazione accoglie il motivo di ricorso e rinvia gli atti al Giudice di seconda istanza, il quale sarà tenuto ad applicare il seguente principio di diritto: «l’assicurato contro i rischi della responsabilità civile ha diritto di essere tenuto indenne dal proprio assicuratore delle spese processuali che è stato costretto a rifondere al terzo danneggiato, entro i limiti del massimale; nonché delle spese sostenute per resistere alla pretesa di quegli, anche in eccedenza rispetto al massimale, purché entro il limite stabilito dall’art. 1917, comma terzo, cod. civ.».
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DA QUALI SPESE PROCESSUALI HA DIRITTO AD ESSERE TENUTO INDENNE LASSICURATO DAL PROPRIO ASSICURATORE?

Qualora l’assicurato contro i rischi della responsabilità civile commetta un fatto illecito dal quale scaturisca una lite giudiziaria, egli può andare incontro a tre tipologie di spese processuali. 
La Corte di Cassazione enuncia un principio di diritto nel quale specifica di quali tra esse l’assicurato ha diritto di essere tenuto indenne dal proprio assicuratore ed in quale misura.  

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza n. 18076/20; depositata il 31 agosto)

La Corte d’Appello di Napoli condannava una compagnia assicuratrice a rivalere l’assicurato di tutte le somme poste a suo carico ed a favore della controparte oggetto della pronuncia appellata e di quella emessa dalla stessa Corte, comprese le spese di c.t.u. e quelle di giudizio.
Contro tale pronuncia, l’assicurato propone ricorso per cassazione, lamentando, tra i diversi motivi, l’omessa regolamentazione degli esborsi e compensi professionali nell’ambito del rapporto assicurato-assicuratore, avendo il Giudice condannato l’assicuratore a rifondere all’assicurato solo le spese di soccombenza e non anche quelle di resistenza.

I Giudici di legittimità dichiarano fondato il motivo di ricorso prospettato dall’assicurato, richiamando un precedente giurisprudenziale che mette in risalto l’ipotesi in cui l’assicurato contro i rischi della responsabilità civile commetta un illecito da cui scaturisca una lite giudiziaria, elencando i tre diversi tipi di spese processuali a cui può andare incontro: 
le spese di soccombenza, 
le spese di resistenza,
le spese di chiamata in causa.

Ora, mentre l’assicurato ha diritto di ottenere dall’assicuratore le spese di soccombenza nei limiti del massimale, le spese di resistenza rientrano nel genus delle spese di salvataggio previste dall’art. 1914 c.c., poiché sostenute per un interesse comune tanto all’assicurato quanto all’assicuratore. 
Per questo motivo, esse possono eccedere il limite del massimale nella proporzione prevista dal terzo comma dell’art. 1917 c.c.

Ciò posto, nel caso concreto, la Corte d’Appello aveva condannato l’assicuratore a rifondere all’assicurato le sole spese di soccombenza e non anche quelle di resistenza, cioè quelle sostenute per remunerare il proprio difensore allo scopo di contrastare la pretesa dell’attore, violando così l’art. 1917 c.c., avendo negato al ricorrente un diritto che costituisce effetto naturale del contratto di assicurazione della responsabilità civile.

A seguito di tali argomentazioni, la Corte di Cassazione accoglie il motivo di ricorso e rinvia gli atti al Giudice di seconda istanza, il quale sarà tenuto ad applicare il seguente principio di diritto: «l’assicurato contro i rischi della responsabilità civile ha diritto di essere tenuto indenne dal proprio assicuratore delle spese processuali che è stato costretto a rifondere al terzo danneggiato, entro i limiti del massimale; nonché delle spese sostenute per resistere alla pretesa di quegli, anche in eccedenza rispetto al massimale, purché entro il limite stabilito dall’art. 1917, comma terzo, cod. civ.».

VEICOLO NON IDENTIFICATO: LA VITTIMA DEL SINISTRO NON HA L'OBBLIGO DI PRESENTARE UNA DENUNICA CONTRO IGNOTI.

La vittima di un sinistro stradale causato da un veicolo non identificato non ha alcun obbligo, per ottenere il risarcimento da parte dell’impresa designata per conto del Fondo di garanzia vittime della strada, di presentare una denuncia od una querela contro ignoti, la cui sussistenza o meno non è che un mero indizio.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza n. 18097/20; depositata il 31 agosto)

L’attore ricorre per cassazione avverso la sentenza con cui il Tribunale aveva confermato il rigetto della sua domanda risarcitoria nei confronti della società designata dal Fondo di garanzia vittime della strada in relazione al sinistro stradale avvenuto a seguito di un tamponamento con un’autovettura della quale il ricorrente era riuscito ad identificare solo marca e modello e non anche il numero di targa.

Considerato il ricorso fondato, la Cassazione ha avuto modo di ribadire che «la vittima di un sinistro stradale causato da un veicolo non identificato non ha alcun obbligo, per ottenere il risarcimento da parte dell’impresa designata per conto del Fondo di garanzia vittime della strada, di presentare una denuncia od una querela contro ignoti, la cui sussistenza o meno non è che un mero indizio» e ciò in quanto «l’accertamento da compiere non deve concernere il profilo della diligenza della vittima nel consentire l’individuazione del responsabile, ma esclusivamente la circostanza che il sinistro sia stato effettivamente provocato da un veicolo non identificato».

Pertanto, chiarisce la Corte, il giudice di merito potrà «tener conto delle modalità con cui, fin dall’inizio, il sinistro è stato prospettato dalla vittima e del fatto che sia stata presentata una denuncia o una querela, ma ciò lo dovrà fare nell’ambito di una valutazione complessiva degli elementi raccolti e senza possibilità di stabilire alcun automatismo fra presentazione della denunzia o querela e accoglimento della pretesa, come pure fra mancata presentazione e rigetto della domanda».
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VEICOLO NON IDENTIFICATO: LA VITTIMA DEL SINISTRO NON HA LOBBLIGO DI PRESENTARE UNA DENUNICA CONTRO IGNOTI.

La vittima di un sinistro stradale causato da un veicolo non identificato non ha alcun obbligo, per ottenere il risarcimento da parte dell’impresa designata per conto del Fondo di garanzia vittime della strada, di presentare una denuncia od una querela contro ignoti, la cui sussistenza o meno non è che un mero indizio.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza n. 18097/20; depositata il 31 agosto)

L’attore ricorre per cassazione avverso la sentenza con cui il Tribunale aveva confermato il rigetto della sua domanda risarcitoria nei confronti della società designata dal Fondo di garanzia vittime della strada in relazione al sinistro stradale avvenuto a seguito di un tamponamento con un’autovettura della quale il ricorrente era riuscito ad identificare solo marca e modello e non anche il numero di targa.

Considerato il ricorso fondato, la Cassazione ha avuto modo di ribadire che «la vittima di un sinistro stradale causato da un veicolo non identificato non ha alcun obbligo, per ottenere il risarcimento da parte dell’impresa designata per conto del Fondo di garanzia vittime della strada, di presentare una denuncia od una querela contro ignoti, la cui sussistenza o meno non è che un mero indizio» e ciò in quanto «l’accertamento da compiere non deve concernere il profilo della diligenza della vittima nel consentire l’individuazione del responsabile, ma esclusivamente la circostanza che il sinistro sia stato effettivamente provocato da un veicolo non identificato».

Pertanto, chiarisce la Corte, il giudice di merito potrà «tener conto delle modalità con cui, fin dall’inizio, il sinistro è stato prospettato dalla vittima e del fatto che sia stata presentata una denuncia o una querela, ma ciò lo dovrà fare nell’ambito di una valutazione complessiva degli elementi raccolti e senza possibilità di stabilire alcun automatismo fra presentazione della denunzia o querela e accoglimento della pretesa, come pure fra mancata presentazione e rigetto della domanda».

ANCHE L'INVESTITORE PIU' ESPERTO HA SEMPRE DIRITTO AD ESSERE INFORMATO SULLE OPERAZIONI FINANZIARIE

In tema di intermediazione finanziaria, pur in presenza di un investitore aduso ad operazioni finanziarie a rischio elevato che risultino dalla sua condotta pregressa, l’intermediario non è mai esonerato dall’assolvimento degli obblighi informativi.

(Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza n. 18153/20; depositata il 31 agosto)

Il Tribunale respingeva tutte le domande proposte dall’attrice contro la banca volte all’accertamento della nullità, inefficacia o annullamento del contratto di negoziazione concluso fra le parti, nonché dei negozi attuativi del medesimo, ed alla condanna della stessa al pagamento di una somma.
Proposto appello, la Corte territoriale lo respingeva e l’attrice proponeva ricorso per cassazione lamentando, in particolare, l’inadempimento della banca dei propri obblighi informativi, ritenuto irrilevante dai Giudici del merito per il solo fatto che ella aveva già operato investendo in titoli di pari rischio.

Sul punto, la Cassazione ha avuto modo di affermare un nuovo principio di diritto con cui ha chiarito che «in tema di intermediazione finanziaria, l’intermediario non è esonerato, in presenza di un investitore pur aduso ad operazioni finanziarie a rischio elevato che risultino dalla sua condotta pregressa, dall’assolvimento degli obblighi informativi, prescritti in generale e senza eccezioni dal d.lgs. n. 58 del 1998, art. 21 con le relative prescrizioni di cui al regolamento Consob n. 11522 del 1998, e successive modificazioni, permanendo in ogni caso l’obbligo primario dell’intermediario di offrire la piena informazione circa la natura, il rendimento ed ogni altra caratteristica del titolo.

Pur non potendo mai il danno derivante all’investitore dall’inadempimento degli obblighi informativi dell’intermediario considerarsi in re ipsa, tuttavia, in assenza dell’assolvimento dell’obbligo informativo dell’intermediario previsto dalla legge, sussiste una presunzione dell’esistenza del nesso di causalità, quanto all’avvenuta effettuazione di una scelta non consapevole da parte dell’investitore, senza che la precedente o la contestuale condotta di investimento in altri titoli rischiosi esoneri dall’adempimento degli obblighi informativi in capo all’intermediario, né integri la prova contraria su di lui gravante».
Ritenuto, dunque, il ricorso fondato, la Suprema Corte lo ha accolto, cassando la sentenza con rinvio alla Corte d’Appello in altra composizione.
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ANCHE LINVESTITORE PIU ESPERTO HA SEMPRE DIRITTO AD ESSERE INFORMATO SULLE OPERAZIONI FINANZIARIE

In tema di intermediazione finanziaria, pur in presenza di un investitore aduso ad operazioni finanziarie a rischio elevato che risultino dalla sua condotta pregressa, l’intermediario non è mai esonerato dall’assolvimento degli obblighi informativi.

(Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza n. 18153/20; depositata il 31 agosto)

Il Tribunale respingeva tutte le domande proposte dall’attrice contro la banca volte all’accertamento della nullità, inefficacia o annullamento del contratto di negoziazione concluso fra le parti, nonché dei negozi attuativi del medesimo, ed alla condanna della stessa al pagamento di una somma.
Proposto appello, la Corte territoriale lo respingeva e l’attrice proponeva ricorso per cassazione lamentando, in particolare, l’inadempimento della banca dei propri obblighi informativi, ritenuto irrilevante dai Giudici del merito per il solo fatto che ella aveva già operato investendo in titoli di pari rischio.

Sul punto, la Cassazione ha avuto modo di affermare un nuovo principio di diritto con cui ha chiarito che «in tema di intermediazione finanziaria, l’intermediario non è esonerato, in presenza di un investitore pur aduso ad operazioni finanziarie a rischio elevato che risultino dalla sua condotta pregressa, dall’assolvimento degli obblighi informativi, prescritti in generale e senza eccezioni dal d.lgs. n. 58 del 1998, art. 21 con le relative prescrizioni di cui al regolamento Consob n. 11522 del 1998, e successive modificazioni, permanendo in ogni caso l’obbligo primario dell’intermediario di offrire la piena informazione circa la natura, il rendimento ed ogni altra caratteristica del titolo.

Pur non potendo mai il danno derivante all’investitore dall’inadempimento degli obblighi informativi dell’intermediario considerarsi in re ipsa, tuttavia, in assenza dell’assolvimento dell’obbligo informativo dell’intermediario previsto dalla legge, sussiste una presunzione dell’esistenza del nesso di causalità, quanto all’avvenuta effettuazione di una scelta non consapevole da parte dell’investitore, senza che la precedente o la contestuale condotta di investimento in altri titoli rischiosi esoneri dall’adempimento degli obblighi informativi in capo all’intermediario, né integri la prova contraria su di lui gravante».
Ritenuto, dunque, il ricorso fondato, la Suprema Corte lo ha accolto, cassando la sentenza con rinvio alla Corte d’Appello in altra composizione.

PRESSIONI,MINACCE E VIOLENZE SUI CONGIUNTI DEL DEBITORE: E' ESTORSIONE

La vicenda riguarda i compensi reclamati da un avvocato. L’uomo sotto processo ha agito in modo illecito anche nei confronti della moglie e del figlio del legale.
Per i Giudici è illogico parlare di esercizio arbitrario delle proprie ragioni.

(Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza n. 24617/20; depositata il 1° settembre)

Sotto accusa un uomo per una vicenda riguardante l’entità dei compensi professionali reclamati da un avvocato. All’interno di questo quadro, però, egli mette in atto «condotte illecite» anche nei confronti di «moglie e figlio» del professionista legale, soggetti del tutto estranei alla questione.
Per i Giudici dell’appello è logico parlare di «esercizio arbitrario delle proprie ragioni», e di conseguenza è legittimo dichiarare il «non doversi procedere per difetto di querela».
Questa decisione, che va in assoluta controtendenza rispetto al giudizio emesso dal Tribunale, viene censurata ora dalla Cassazione, come auspicato nel ricorso presentato dalla Procura.

Per i Giudici del Palazzaccio è evidente l’errore compiuto in appello, laddove non si è adeguatamente considerato il fatto che «la pretesa azionata dall’uomo riguardava l’entità dei compensi per prestazioni professionali reclamati da un avvocato, e rispetto a tale rapporto obbligatorio la moglie ed il figlio del legale – pure destinatari delle condotte illecite in contestazione – erano del tutto estranei». Evidente, quindi, che «la richiesta», avanzata dall’uomo, di «ottenere vantaggi patrimoniali diretti a discapito della moglie e del figlio del legale, terzi estranei, non sarebbe stata in alcun modo coltivabile in giudizio».
Tutto ciò consente di catalogare come «estorsione» la condotta tenuta dall’uomo sotto processo, chiosano dalla Cassazione.

Assolutamente illegittima, quindi, la valutazione compiuta in appello, che dovrà ora riesaminare la vicenda, tenendo ben presente il principio fissato dai Giudici del Palazzaccio, principio secondo cui «integra il reato di estorsione, e non quello di esercizio arbitrario con violenza o minaccia alle persone, la condotta di chi reclami la soddisfazione di un presunto diritto ponendo in essere condotte violente o minacciose in danno (anche) di soggetti terzi, estranei al rapporto obbligatorio dai quale scaturisce, nella prospettiva dell’agente, il diritto vantato».
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PRESSIONI,MINACCE E VIOLENZE SUI CONGIUNTI DEL DEBITORE: E ESTORSIONE

La vicenda riguarda i compensi reclamati da un avvocato. L’uomo sotto processo ha agito in modo illecito anche nei confronti della moglie e del figlio del legale. 
Per i Giudici è illogico parlare di esercizio arbitrario delle proprie ragioni.

(Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza n. 24617/20; depositata il 1° settembre)

Sotto accusa un uomo per una vicenda riguardante l’entità dei compensi professionali reclamati da un avvocato. All’interno di questo quadro, però, egli mette in atto «condotte illecite» anche nei confronti di «moglie e figlio» del professionista legale, soggetti del tutto estranei alla questione.
Per i Giudici dell’appello è logico parlare di «esercizio arbitrario delle proprie ragioni», e di conseguenza è legittimo dichiarare il «non doversi procedere per difetto di querela».
Questa decisione, che va in assoluta controtendenza rispetto al giudizio emesso dal Tribunale, viene censurata ora dalla Cassazione, come auspicato nel ricorso presentato dalla Procura.

Per i Giudici del Palazzaccio è evidente l’errore compiuto in appello, laddove non si è adeguatamente considerato il fatto che «la pretesa azionata dall’uomo riguardava l’entità dei compensi per prestazioni professionali reclamati da un avvocato, e rispetto a tale rapporto obbligatorio la moglie ed il figlio del legale – pure destinatari delle condotte illecite in contestazione – erano del tutto estranei». Evidente, quindi, che «la richiesta», avanzata dall’uomo, di «ottenere vantaggi patrimoniali diretti a discapito della moglie e del figlio del legale, terzi estranei, non sarebbe stata in alcun modo coltivabile in giudizio».
Tutto ciò consente di catalogare come «estorsione» la condotta tenuta dall’uomo sotto processo, chiosano dalla Cassazione. 

Assolutamente illegittima, quindi, la valutazione compiuta in appello, che dovrà ora riesaminare la vicenda, tenendo ben presente il principio fissato dai Giudici del Palazzaccio, principio secondo cui «integra il reato di estorsione, e non quello di esercizio arbitrario con violenza o minaccia alle persone, la condotta di chi reclami la soddisfazione di un presunto diritto ponendo in essere condotte violente o minacciose in danno (anche) di soggetti terzi, estranei al rapporto obbligatorio dai quale scaturisce, nella prospettiva dell’agente, il diritto vantato».

PARCHEGGI RISERVATI AI CONDOMINI

La normativa urbanistica prescrive la destinazione di alcuni spazi a parcheggi, determinando, mediante vincolo pubblicistico, un diritto reale d’uso a favore dei condomini dell’edificio condominiale, fermo restando che qualora manchi un’espressa riserva di proprietà o qualsiasi riferimento inerente ai singoli atti di trasferimento, tali aree devono intendersi parti comuni dell’edificio.
Nel caso di specie, l’individuazione di tali spazi era stata rimessa alle decisioni dell’assemblea condominiale, le quali hanno determinato la riduzione degli stessi per via della realizzazione di un’aiuola.

(Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza n. 18029/20; depositata il 28 agosto)

L’attuale ricorrente si rivolgeva al Tribunale di Palermo esponendo che la controparte si era obbligata nei confronti del Comune di Palermo a vincolare a parcheggio una porzione dell’area scoperta dell’edificio e che con successiva permuta egli, insieme ad altri, aveva acquistato l’uso esclusivo di due posti auto nella suddetta area vincolata mediante modalità che sarebbero state specificate nel regolamento di condominio.
Tale area, però, si era rivelata insufficiente a garantire il parcheggio oggetto dell’atto di permuta, dunque gli attori chiedevano in giudizio l’accertamento del loro diritto di utilizzo, la consegna dei due posti auto ed il risarcimento del danno.
Tuttavia, tanto il Tribunale quanto la Corte d’Appello respingevano le pretese degli attori, sicché uno dei due propone ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando, tra i diversi motivi, il fatto che già prima della stipulazione dell’atto di permuta alcune particelle dell’area erano state alienate ad altri soggetti, riducendo di molto lo spazio residuo da adibire a parcheggio.



Il motivo di ricorso sopra prospettato è infondato.
Dall'accertamento del svolto dal Giudice non solo risultava che la controparte non fosse stata parte dei contratti a causa dei quali si sarebbe ridotta l’area da adibire a parcheggio, ma anche che la regolazione definitiva del diritto di uso dell’area comune tra tutti gli aventi diritto era stata rimessa all’assemblea di condominio, senza attribuire a terzi la titolarità di un diritto esclusivo su singoli spazi.

Quanto sopra esposto, continuano i Giudici di legittimità, è del tutto coerente con la normativa in materia, la quale si limita a prevedere (per i fabbricati di nuova costruzione) la destinazione obbligatoria di appositi spazi a parcheggio «in misura proporzionale alla cubatura totale dell’edificio determinando, mediante vincolo di carattere pubblicistico, un diritto reale d’uso sugli spazi predetti a favore di tutti i condomini dell’edificio, senza imporre all’originario costruttore alcun obbligo di cessione in proprietà degli spazi in questione, fermo però che, ove manchi un’espressa riserva di proprietà o sia stato omesso qualsiasi riferimento, al riguardo, nei singoli atti di trasferimento delle unità immobiliari, le aree in questione, globalmente considerate, devono essere ritenute parti comuni dell’edificio condominiale, ai sensi dell’art. 1117 c.c.».

Richiamato tale principio, i Giudici evidenziano che nel caso concreto l’individuazione dei posti assegnati era stata rimessa alla decisione assembleare, la quale aveva deciso di realizzare un’aiuola.
Dunque, solo successivamente alla costruzione di quest’ultima gli spazi erano divenuti insufficienti, riconducendosi l’atto di violazione del vicolo di destinazione non al contenuto degli atti dispositivi o al comportamento della controparte, bensì alle determinazioni della stessa assemblea condominiale.
Anche per questo motivo, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso.
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PARCHEGGI RISERVATI AI CONDOMINI

La normativa urbanistica prescrive la destinazione di alcuni spazi a parcheggi, determinando, mediante vincolo pubblicistico, un diritto reale d’uso a favore dei condomini dell’edificio condominiale, fermo restando che qualora manchi un’espressa riserva di proprietà o qualsiasi riferimento inerente ai singoli atti di trasferimento, tali aree devono intendersi parti comuni dell’edificio. 
Nel caso di specie, l’individuazione di tali spazi era stata rimessa alle decisioni dell’assemblea condominiale, le quali hanno determinato la riduzione degli stessi per via della realizzazione di un’aiuola.  

(Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza n. 18029/20; depositata il 28 agosto)

L’attuale ricorrente si rivolgeva al Tribunale di Palermo esponendo che la controparte si era obbligata nei confronti del Comune di Palermo a vincolare a parcheggio una porzione dell’area scoperta dell’edificio e che con successiva permuta egli, insieme ad altri, aveva acquistato l’uso esclusivo di due posti auto nella suddetta area vincolata mediante modalità che sarebbero state specificate nel regolamento di condominio. 
Tale area, però, si era rivelata insufficiente a garantire il parcheggio oggetto dell’atto di permuta, dunque gli attori chiedevano in giudizio l’accertamento del loro diritto di utilizzo, la consegna dei due posti auto ed il risarcimento del danno.
Tuttavia, tanto il Tribunale quanto la Corte d’Appello respingevano le pretese degli attori, sicché uno dei due propone ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando, tra i diversi motivi, il fatto che già prima della stipulazione dell’atto di permuta alcune particelle dell’area erano state alienate ad altri soggetti, riducendo di molto lo spazio residuo da adibire a parcheggio.

 

Il motivo di ricorso sopra prospettato è infondato.
Dallaccertamento del svolto dal Giudice non solo risultava che la controparte non fosse stata parte dei contratti a causa dei quali si sarebbe ridotta l’area da adibire a parcheggio, ma anche che la regolazione definitiva del diritto di uso dell’area comune tra tutti gli aventi diritto era stata rimessa all’assemblea di condominio, senza attribuire a terzi la titolarità di un diritto esclusivo su singoli spazi.

Quanto sopra esposto, continuano i Giudici di legittimità, è del tutto coerente con la normativa in materia, la quale si limita a prevedere (per i fabbricati di nuova costruzione) la destinazione obbligatoria di appositi spazi a parcheggio «in misura proporzionale alla cubatura totale dell’edificio determinando, mediante vincolo di carattere pubblicistico, un diritto reale d’uso sugli spazi predetti a favore di tutti i condomini dell’edificio, senza imporre all’originario costruttore alcun obbligo di cessione in proprietà degli spazi in questione, fermo però che, ove manchi un’espressa riserva di proprietà o sia stato omesso qualsiasi riferimento, al riguardo, nei singoli atti di trasferimento delle unità immobiliari, le aree in questione, globalmente considerate, devono essere ritenute parti comuni dell’edificio condominiale, ai sensi dell’art. 1117 c.c.».

Richiamato tale principio, i Giudici evidenziano che nel caso concreto l’individuazione dei posti assegnati era stata rimessa alla decisione assembleare, la quale aveva deciso di realizzare un’aiuola.
Dunque, solo successivamente alla costruzione di quest’ultima gli spazi erano divenuti insufficienti, riconducendosi l’atto di violazione del vicolo di destinazione non al contenuto degli atti dispositivi o al comportamento della controparte, bensì alle determinazioni della stessa assemblea condominiale.
Anche per questo motivo, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso.
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