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Pavan & Girotto Studio Legale

Pavan & Girotto Studio Legale

Fondato nel 1982 dall'Avv. Giorgio Pavan, dal 1994 diviene Studio Associato.

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IL COMPRATORE PUO' COMUNQUE OTTENERE UNA RIDUZIONE DEL PREZZO ANCHE SE SAPEVA DEL DIFETTO DELL'AUTO USATA.

Bisogna valutare con attenzione la mancanza di chiarezza, da parte della concessionaria, sull’origine e sulla gravità del difetto e sulle possibili conseguenze per la sicurezza della vettura.
Possibile anche riconoscere al compratore un adeguato risarcimento.

Cass. civ., sez. VI-2, ord., 17 novembre 2022, n. 33926

Riflettori puntati sulle condizioni di una vettura usata acquistata da una donna a chiusura di regolare contratto con una concessionaria.
Nello specifico, il venditore ha precisato, in fase di trattativa, che il veicolo presentava «il difetto del catalizzatore e della sonda lambda», ma, secondo l'acquirente, non ha fatto chiarezza sull'origine e sulla gravità del problema e sulle possibili ripercussioni sul fronte della sicurezza della vettura.
Per il Giudice di pace le osservazioni proposte dalla donna hanno un solido fondamento.
Di conseguenza, le vengono riconosciuti «la riduzione del prezzo di vendita» e «il risarcimento dei danni».
Di parere opposto, invece, i giudici del Tribunale, i quali accolgono le obiezioni proposte dalla concessionaria e respingono l'istanza della donna, poiché ella «era a conoscenza del difetto» che caratterizzava l'automobile.

Col ricorso in Cassazione il legale che rappresenta la donna lamenta l'erronea applicazione del Codice del consumo, con particolare riferimento alla tutela prevista in favore del consumatore in caso di bene non conforme al contratto di vendita.
Su questo tema i giudici sottolineano che «l'obiettivo primario della normativa è la promozione dello sviluppo di una capacità di adeguata autodeterminazione dei consumatori nelle scelte relative all'acquisto di beni e di servizi e nella tutela dei loro diritti».
Poi, con riferimento alle «regole di correttezza nell'informazione precontrattuale», il Codice del consumo «indica le informazioni dovute ai consumatori, che devono, quale soglia minima ed essenziale, riguardare la sicurezza, la composizione e la qualità dei prodotti e dei servizi e devono essere fornite in modo chiaro e comprensibile, così da assicurare la consapevolezza del consumatore».
Proprio ragionando nell'ottica tracciata dal Codice del consumo, è necessario ora «un esame completo dell'informazione concretamente fornita» dalla concessionaria all'acquirente della vettura, sanciscono i giudici della Cassazione.
Palla passata, quindi, a giudici del Tribunale, i quali dovranno «verificare se è stata garantita la completezza dell'informazione circa la sicurezza e la qualità del veicolo».
E in questa ottica è necessario tenere presente, concludono dalla Cassazione, che «una volta che il difetto del catalizzatore e della sonda lambda erano stati fatti presenti prima dell'acquisto, l'informazione aggiuntiva, relativa alla erronea causa – pregresso utilizzo per tragitti corti – del vizio, lungi dall'essere neutra, è idonea a confondere l'acquirente circa la gravità del difetto e la sicurezza del veicolo acquistato», anche perché «un conto è un malfunzionamento da usura ed un conto è un malfunzionamento da rottura».
... Guarda di piùGuarda di meno

IL COMPRATORE PUO COMUNQUE OTTENERE UNA RIDUZIONE DEL PREZZO ANCHE SE SAPEVA DEL DIFETTO DELLAUTO USATA.

Bisogna valutare con attenzione la mancanza di chiarezza, da parte della concessionaria, sull’origine e sulla gravità del difetto e sulle possibili conseguenze per la sicurezza della vettura. 
Possibile anche riconoscere al compratore un adeguato risarcimento.

Cass. civ., sez. VI-2, ord., 17 novembre 2022, n. 33926

Riflettori puntati sulle condizioni di una vettura usata acquistata da una donna a chiusura di regolare contratto con una concessionaria. 
Nello specifico, il venditore ha precisato, in fase di trattativa, che il veicolo presentava «il difetto del catalizzatore e della sonda lambda», ma, secondo lacquirente, non ha fatto chiarezza sullorigine e sulla gravità del problema e sulle possibili ripercussioni sul fronte della sicurezza della vettura. 
Per il Giudice di pace le osservazioni proposte dalla donna hanno un solido fondamento. 
Di conseguenza, le vengono riconosciuti «la riduzione del prezzo di vendita» e «il risarcimento dei danni».
Di parere opposto, invece, i giudici del Tribunale, i quali accolgono le obiezioni proposte dalla concessionaria e respingono listanza della donna, poiché ella «era a conoscenza del difetto» che caratterizzava lautomobile.

Col ricorso in Cassazione il legale che rappresenta la donna lamenta lerronea applicazione del Codice del consumo, con particolare riferimento alla tutela prevista in favore del consumatore in caso di bene non conforme al contratto di vendita. 
Su questo tema i giudici sottolineano che «lobiettivo primario della normativa è la promozione dello sviluppo di una capacità di adeguata autodeterminazione dei consumatori nelle scelte relative allacquisto di beni e di servizi e nella tutela dei loro diritti».
Poi, con riferimento alle «regole di correttezza nellinformazione precontrattuale», il Codice del consumo «indica le informazioni dovute ai consumatori, che devono, quale soglia minima ed essenziale, riguardare la sicurezza, la composizione e la qualità dei prodotti e dei servizi e devono essere fornite in modo chiaro e comprensibile, così da assicurare la consapevolezza del consumatore».
Proprio ragionando nellottica tracciata dal Codice del consumo, è necessario ora «un esame completo dellinformazione concretamente fornita» dalla concessionaria allacquirente della vettura, sanciscono i giudici della Cassazione. 
Palla passata, quindi, a giudici del Tribunale, i quali dovranno «verificare se è stata garantita la completezza dellinformazione circa la sicurezza e la qualità del veicolo». 
E in questa ottica è necessario tenere presente, concludono dalla Cassazione, che «una volta che il difetto del catalizzatore e della sonda lambda erano stati fatti presenti prima dellacquisto, linformazione aggiuntiva, relativa alla erronea causa – pregresso utilizzo per tragitti corti – del vizio, lungi dallessere neutra, è idonea a confondere lacquirente circa la gravità del difetto e la sicurezza del veicolo acquistato», anche perché «un conto è un malfunzionamento da usura ed un conto è un malfunzionamento da rottura».

E' POSSIBILE IL SEQUESTRO DI DENARO DI PROVENIENZA LECITA E SUCCESSIVA AL REATO.

«Debbono ritenersi suscettibili di confisca diretta le somme di denaro presenti sui conti correnti di una società che ha tratto profitto dalla condotta illecita dei suoi legali rappresentanti, evadendo le imposte, anche se le rimesse su tali rapporti siano di provenienza lecita e siano pervenute dopo la commissione del reato».

Cass. pen., sez. III, ud. 20 settembre 2022 (dep. 10 novembre 2022), n. 42616

La sentenza in commento tra origine da un corposo sequestro di denaro operato sui conti correnti di una società, a seguito di contestazioni di reati tributari a carico dei legali rappresentanti della medesima.
La peculiarità del caso in esame si rinviene nel fatto che il sequestro aveva inizialmente attinto somme relativamente modeste (tale essendo la disponibilità al momento della notifica del provvedimento di sequestro all'Istituto di credito), per poi estendersi a somme ben più consistenti, oggetto di successive rimesse sui medesimi conti correnti già bloccati dalla Banca.
Non solo, dunque, le somme oggetto del sequestro erano di comprovata provenienza lecita successiva alla commissione dei reati contestati, ma erano confluite sui conti correnti dopo la prima notificazione alla Banca del sequestro e, quindi, dopo che lo stesso Istituto di credito aveva reso la prima dichiarazione relativa alla consistenza patrimoniale in essere su quei conti.

Nel dettaglio, a marzo 2021, al momento della notifica del sequestro alla Banca, il provvedimento cautelare aveva attinto una somma di circa 150.000,00 euro; a giugno dello stesso anno la GdF redigeva verbale di sequestro di oltre 900.000,00 euro colpendo successive rimesse pervenute su quei conti correnti.
Avverso il provvedimento di rigetto con cui il GIP aveva respinto l'istanza di dissequestro proponeva appello il difensore e contro la successiva ordinanza di conferma del Tribunale del Riesame veniva proposto ricorso per Cassazione.

Nei motivi di ricorso si evidenziava come, secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, non fosse legittimo il sequestro delle somme di denaro entrate nel patrimonio del reo in base ad un credito sorto dopo la commissione del reato e aventi, dunque, certa origine lecita.
Si sottolineava, altresì, che pur avendo il sequestro di denaro natura diretta e non per equivalente, stante la natura di bene fungibile per eccellenza, i casi esaminati dalle SS.UU. n. 42415/2021 avevano ad oggetto situazioni in cui il denaro, seppur di provenienza lecita, giaceva sui conti correnti da data anteriore alla commissione del reato, mentre nel caso in esame era stato oggetto di rimesse ben successive.
Nel dettaglio, sosteneva il ricorrente, secondo costante giurisprudenza, in tema di reati tributari è consentita la confisca diretta delle somme presenti sui conti correnti solo laddove si provi che le somme stesse costituiscono il risparmio di spesa conseguito con l'omesso versamento delle imposte avente penale rilevanza.

Con altro motivo, il ricorrente si doleva del fatto che al momento della notifica del sequestro la banca aveva evidenziato una disponibilità di poco superiore ai 150.000,00 euro, mentre il verbale di esecuzione, redatto quattro mesi dopo, aveva attinto oltre 900.000,00 euro, valendosi di rimesse pervenute successivamente, con violazione del dettato degli artt. 543 e 547 c.p.c. applicabili ai sensi dell'art. 104 disp. att. c.p.p..

Ricorda la Cassazione che, sin dal 2013, le SS.UU. Adami (18374/2013) hanno chiarito che, anche in tema di reati tributari, costituisce profitto confiscabile anche il risparmio dovuto dal mancato pagamento di imposte, interessi e sanzioni costituenti il delitto tributario.
Più articolata, invece, la posizione della giurisprudenza sul tema della confiscabilità diretta delle somme di denaro rinvenute nella disponibilità della persona giuridica quale profitto del reato tributario commesso dai suoi legali rappresenti.
Se infatti, sin dalle SS.UU. Gubert (10561/2014), non si è mai messo in discussione il sequestro diretto del profitto rimasto nella disponibilità della persona giuridica, non potendosi la stessa ritenersi terza rispetto al reato commesso dal suo legale rappresentante, più articolato è il tema della confiscabilità diretta di denaro rinvenuto nella disponibilità dell'ente.
Da un lato, infatti, sin dalle SS.UU. Lucci (n. 31617/2015) si è affermato che la confisca del denaro presente su un conto corrente rappresenta sempre una forma di confisca diretta, in considerazione della natura di bene fungibile per eccellenza del denaro, non occorrendo dunque la prova di alcun nesso fra la somma ablata ed il reato contestato.
Diverse pronunce successive della terza Sezione penale avevano, tuttavia, limitato la portata di detto principio, chiarendo che non era consentito il sequestro diretto delle somme depositate sul conto corrente di una società solo successivamente alla data di consumazione del reato da parte del legale rappresentante dell'ente.
Dopo le SS.UU. n. 42415/2021, che avevano ribadito che anche nei reati tributati l'accrescimento del patrimonio e il mancato decremento sono concetti equivalenti, pronunce delle Sezioni semplici avevano comunque rimarcato che il profitto consiste di sovente in un risparmio di spesa e, quindi, non è un aumento di patrimonio, ma una mancata decurtazione dello stesso, per cui il denaro acquisito successivamente alla commissione del reato costituisce una unità di misura equivalente al risparmio fiscale e, dunque, confiscabile solo nei limiti in cui sia possibile la confisca per equivalente e non quella diretta.

Ritiene la Cassazione non condivisibile il predetto orientamento delle Sezioni semplici, in quanto non esiste alcun principio normativo per distinguere l'accrescimento patrimoniale dal risparmio di spesa.
Il denaro, si sottolinea, non solo è il bene fungibile per essenza, ma anche l'archetipo di bene corrispettivo del valore, in quanto parametro di valutazione unificante del valore di cose diverse tra loro.
Pertanto, anche nel risparmio di spesa, viene in rilievo il denaro quale somma non versata in conseguenza del reato.
Diversamente pensando – prosegue la Corte – si dovrebbe affermare che il risparmio di spesa non può mai essere costituito da denaro, perché non vi è mai una somma di denaro fisicamente identificata che entra nel patrimonio del beneficiato. Se così fosse si dovrebbe escludere la confisca diretta tutte le volte in cui il profitto del reato sia integrato da un risparmio di spesa. Al contrario, osserva la Corte, vi è un preciso dato normativo rappresentato dall'art. 12-bis del d.lgs. n. 74/2000 che prevede come misura ordinaria la confisca diretta proprio per quei reati – quali sono i delitti tributari – in cui normalmente il profitto è rappresentato da un risparmio di spese. Ne consegue, conclude la Corte, che debbono ritenersi suscettibili di confisca diretta le somme di denaro presenti sui conti correnti di una società che ha tratto profitto dalla condotta illecita dei suoi legali rappresentanti, evadendo le imposte, anche se le rimesse su tali rapporti siano di provenienza lecita e siano pervenute dopo la commissione del reato.

Quanto alla seconda doglianza, osserva la Corte che il richiamo operato dall'art. 104 disp. att. c.p.p. alle norme del c.p.c. è limitato alle stesse “in quanto compatibili” e che, comunque, nulla preclude al terzo pignorato (nel caso di specie la Banca) di rendere più dichiarazioni, con la conseguenza che anche le somme pervenute sul c/c dopo la notifica del sequestro alla Banca ed alla sua prima dichiarazione sono suscettibili di sequestro.
... Guarda di piùGuarda di meno

E POSSIBILE IL SEQUESTRO DI DENARO DI PROVENIENZA LECITA E SUCCESSIVA AL REATO.

«Debbono ritenersi suscettibili di confisca diretta le somme di denaro presenti sui conti correnti di una società che ha tratto profitto dalla condotta illecita dei suoi legali rappresentanti, evadendo le imposte, anche se le rimesse su tali rapporti siano di provenienza lecita e siano pervenute dopo la commissione del reato».

Cass. pen., sez. III, ud. 20 settembre 2022 (dep. 10 novembre 2022), n. 42616

La sentenza in commento tra origine da un corposo sequestro di denaro operato sui conti correnti di una società, a seguito di contestazioni di reati tributari a carico dei legali rappresentanti della medesima. 
La peculiarità del caso in esame si rinviene nel fatto che il sequestro aveva inizialmente attinto somme relativamente modeste (tale essendo la disponibilità al momento della notifica del provvedimento di sequestro allIstituto di credito), per poi estendersi a somme ben più consistenti, oggetto di successive rimesse sui medesimi conti correnti già bloccati dalla Banca. 
Non solo, dunque, le somme oggetto del sequestro erano di comprovata provenienza lecita successiva alla commissione dei reati contestati, ma erano confluite sui conti correnti dopo la prima notificazione alla Banca del sequestro e, quindi, dopo che lo stesso Istituto di credito aveva reso la prima dichiarazione relativa alla consistenza patrimoniale in essere su quei conti. 

Nel dettaglio, a marzo 2021, al momento della notifica del sequestro alla Banca, il provvedimento cautelare aveva attinto una somma di circa 150.000,00 euro; a giugno dello stesso anno la GdF redigeva verbale di sequestro di oltre 900.000,00 euro colpendo successive rimesse pervenute su quei conti correnti. 
Avverso il provvedimento di rigetto con cui il GIP aveva respinto listanza di dissequestro proponeva appello il difensore e contro la successiva ordinanza di conferma del Tribunale del Riesame veniva proposto ricorso per Cassazione.

Nei motivi di ricorso si evidenziava come, secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, non fosse legittimo il sequestro delle somme di denaro entrate nel patrimonio del reo in base ad un credito sorto dopo la commissione del reato e aventi, dunque, certa origine lecita. 
Si sottolineava, altresì, che pur avendo il sequestro di denaro natura diretta e non per equivalente, stante la natura di bene fungibile per eccellenza, i casi esaminati dalle SS.UU. n. 42415/2021 avevano ad oggetto situazioni in cui il denaro, seppur di provenienza lecita, giaceva sui conti correnti da data anteriore alla commissione del reato, mentre nel caso in esame era stato oggetto di rimesse ben successive. 
Nel dettaglio, sosteneva il ricorrente, secondo costante giurisprudenza, in tema di reati tributari è consentita la confisca diretta delle somme presenti sui conti correnti solo laddove si provi che le somme stesse costituiscono il risparmio di spesa conseguito con lomesso versamento delle imposte avente penale rilevanza.

Con altro motivo, il ricorrente si doleva del fatto che al momento della notifica del sequestro la banca aveva evidenziato una disponibilità di poco superiore ai 150.000,00 euro, mentre il verbale di esecuzione, redatto quattro mesi dopo, aveva attinto oltre 900.000,00 euro, valendosi di rimesse pervenute successivamente, con violazione del dettato degli artt. 543 e 547 c.p.c. applicabili ai sensi dellart. 104 disp. att. c.p.p..

Ricorda la Cassazione che, sin dal 2013, le SS.UU. Adami (18374/2013) hanno chiarito che, anche in tema di reati tributari, costituisce profitto confiscabile anche il risparmio dovuto dal mancato pagamento di imposte, interessi e sanzioni costituenti il delitto tributario. 
Più articolata, invece, la posizione della giurisprudenza sul tema della confiscabilità diretta delle somme di denaro rinvenute nella disponibilità della persona giuridica quale profitto del reato tributario commesso dai suoi legali rappresenti.
Se infatti, sin dalle SS.UU. Gubert (10561/2014), non si è mai messo in discussione il sequestro diretto del profitto rimasto nella disponibilità della persona giuridica, non potendosi la stessa ritenersi terza rispetto al reato commesso dal suo legale rappresentante, più articolato è il tema della confiscabilità diretta di denaro rinvenuto nella disponibilità dellente. 
Da un lato, infatti, sin dalle SS.UU. Lucci (n. 31617/2015) si è affermato che la confisca del denaro presente su un conto corrente rappresenta sempre una forma di confisca diretta, in considerazione della natura di bene fungibile per eccellenza del denaro, non occorrendo dunque la prova di alcun nesso fra la somma ablata ed il reato contestato. 
Diverse pronunce successive della terza Sezione penale avevano, tuttavia, limitato la portata di detto principio, chiarendo che non era consentito il sequestro diretto delle somme depositate sul conto corrente di una società solo successivamente alla data di consumazione del reato da parte del legale rappresentante dellente. 
Dopo le SS.UU. n. 42415/2021, che avevano ribadito che anche nei reati tributati laccrescimento del patrimonio e il mancato decremento sono concetti equivalenti, pronunce delle Sezioni semplici avevano comunque rimarcato che il profitto consiste di sovente in un risparmio di spesa e, quindi, non è un aumento di patrimonio, ma una mancata decurtazione dello stesso, per cui il denaro acquisito successivamente alla commissione del reato costituisce una unità di misura equivalente al risparmio fiscale e, dunque, confiscabile solo nei limiti in cui sia possibile la confisca per equivalente e non quella diretta.

Ritiene la Cassazione non condivisibile il predetto orientamento delle Sezioni semplici, in quanto non esiste alcun principio normativo per distinguere laccrescimento patrimoniale dal risparmio di spesa. 
Il denaro, si sottolinea, non solo è il bene fungibile per essenza, ma anche larchetipo di bene corrispettivo del valore, in quanto parametro di valutazione unificante del valore di cose diverse tra loro. 
Pertanto, anche nel risparmio di spesa, viene in rilievo il denaro quale somma non versata in conseguenza del reato. 
Diversamente pensando – prosegue la Corte – si dovrebbe affermare che il risparmio di spesa non può mai essere costituito da denaro, perché non vi è mai una somma di denaro fisicamente identificata che entra nel patrimonio del beneficiato. Se così fosse si dovrebbe escludere la confisca diretta tutte le volte in cui il profitto del reato sia integrato da un risparmio di spesa. Al contrario, osserva la Corte, vi è un preciso dato normativo rappresentato dallart. 12-bis del d.lgs. n. 74/2000 che prevede come misura ordinaria la confisca diretta proprio per quei reati – quali sono i delitti tributari – in cui normalmente il profitto è rappresentato da un risparmio di spese. Ne consegue, conclude la Corte, che debbono ritenersi suscettibili di confisca diretta le somme di denaro presenti sui conti correnti di una società che ha tratto profitto dalla condotta illecita dei suoi legali rappresentanti, evadendo le imposte, anche se le rimesse su tali rapporti siano di provenienza lecita e siano pervenute dopo la commissione del reato.

Quanto alla seconda doglianza, osserva la Corte che il richiamo operato dallart. 104 disp. att. c.p.p. alle norme del c.p.c. è limitato alle stesse “in quanto compatibili” e che, comunque, nulla preclude al terzo pignorato (nel caso di specie la Banca) di rendere più dichiarazioni, con la conseguenza che anche le somme pervenute sul c/c dopo la notifica del sequestro alla Banca ed alla sua prima dichiarazione sono suscettibili di sequestro.

FATTURAZIONE IN ACCONTO OPERE SUPERBONUS 110%: RISCHIO CONDANNA FATTURAZIONE PER OPERE INESISTENTI

Integra il delitto di emissione di fatture per operazioni inesistenti chi, monetizzando il credito da “superbonus 110%” tramite cessione o “sconto in fattura”, emetta fatture “in acconto” inerenti a spese per opere non ancora ultimate e, anche solo, prive di uno “stato di avanzamento lavori”.
L’emissione di tali fatture, invero, simula l’esistenza di spese non ancora sostenute e, comunque, crea fittiziamente il presupposto costitutivo del diritto alla detrazione.

Cass. pen., sez. III, ud. 13 ottobre 2022 (dep. 8 novembre 2022), n. 42012

A seguito di complesse e articolate indagini per i reati di emissione di fatture per operazioni inesistenti e truffa aggravata ai danni dello Stato (art. 8, d.lgs. n. 74/2000, art. 640, cpv. n. 1, c.p.), il GIP ha disposto il decreto di sequestro preventivo per le quote e le aziende di alcune società e per i crediti di imposta nelle disponibilità delle medesime, oltre ai ceduti.
Tra i crediti di imposta sopracitati sono stati, così, compresi anche quelli presso terzi cessionari.
Nel caso specifico, il Giudice ha ordinato il blocco per l'importo complessivo del sequestro sul portale dell'Agenzia delle Entrate, con corrispondente riduzione del plafond di crediti fiscali compensabili nei rispettivi cassetti fiscali e nomina di un amministratore giudiziario.
Alla base del sequestro v'è stata l'emissione di fatture - in acconto - per opere sotto “superbonus 110%”, non ancora realizzate. La questione è finita dinanzi la Cassazione.

La difesa ha sostenuto, inter alia, che i giudici del riesame avrebbero omesso di considerare che si tratta di fatture emesse in acconto, ossia in anticipo rispetto alla materiale esecuzione dei lavori, come previsto dalla normativa in tema di ecobonus» (i cui regimi agevolativi sono ora confluiti nel c.d. “superbonus”).
Con la pronuncia in esame, la Cassazione ha, di contro, confermato la sussistenza del delitto di emissione di false fatture per operazioni inesistenti, individuata dal Giudice del riesame.
In particolare, la Corte nel ritenere l'inesistenza delle operazioni fatturate in acconto (e dunque, configurabile il delitto di cui all'art. 8, d.lgs. n. 74 del 2000), ha osservato come la fruizione dei bonus fiscali per gli interventi edilizi è indissolubilmente vincolata all'esecuzione completa degli stessi, secondo quanto indicato nei relativi atti abilitativi e nei tempi previsti dagli atti stessi. In tal senso - spiega la Corte: «le agevolazioni sono infatti concesse per l'esecuzione di interventi edilizi: per questo i suddetti interventi devono essere completati».

I giudici di legittimità riconoscono, inoltre, l'applicabilità al caso di specie del sequestro preventivo.
A tal proposito, hanno precisato come non possa trovare applicazione l'indirizzo giurisprudenziale, secondo cui in tema di emissione di fatture per operazioni inesistenti, non può essere disposto il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente, sui beni dell'emittente per il valore corrispondente al profitto conseguito dall'utilizzatore delle fatture medesime.
Nel caso di specie, le società coinvolte hanno emesso fatture, reciprocamente, l'una nei confronti dell'altra, per importi rilevanti e pari quasi alla totalità dei costi. Talché, i crediti di imposta generati da false fatture costituiscono il profitto del reato, pertanto possono essere oggetto del sequestro ai sensi dell'art. 12-bis del d.lgs. n. 74 del 2000, anche se inerenti a opere riconducibili al “superbonus”.

Sul crinale delle considerazioni che precedono la Corte di Cassazione ha dunque rigettato i ricorsi, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
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FATTURAZIONE IN ACCONTO OPERE SUPERBONUS 110%: RISCHIO CONDANNA FATTURAZIONE PER OPERE INESISTENTI

Integra il delitto di emissione di fatture per operazioni inesistenti chi, monetizzando il credito da “superbonus 110%” tramite cessione o “sconto in fattura”, emetta fatture “in acconto” inerenti a spese per opere non ancora ultimate e, anche solo, prive di uno “stato di avanzamento lavori”.
L’emissione di tali fatture, invero, simula l’esistenza di spese non ancora sostenute e, comunque, crea fittiziamente il presupposto costitutivo del diritto alla detrazione.

Cass. pen., sez. III, ud. 13 ottobre 2022 (dep. 8 novembre 2022), n. 42012

A seguito di complesse e articolate indagini per i reati di emissione di fatture per operazioni inesistenti e truffa aggravata ai danni dello Stato (art. 8, d.lgs. n. 74/2000, art. 640, cpv. n. 1, c.p.), il GIP ha disposto il decreto di sequestro preventivo per le quote e le aziende di alcune società e per i crediti di imposta nelle disponibilità delle medesime, oltre ai ceduti.
Tra i crediti di imposta sopracitati sono stati, così, compresi anche quelli presso terzi cessionari.
Nel caso specifico, il Giudice ha ordinato il blocco per limporto complessivo del sequestro sul portale dellAgenzia delle Entrate, con corrispondente riduzione del plafond di crediti fiscali compensabili nei rispettivi cassetti fiscali e nomina di un amministratore giudiziario.
Alla base del sequestro vè stata lemissione di fatture - in acconto - per opere sotto “superbonus 110%”, non ancora realizzate. La questione è finita dinanzi la Cassazione.

La difesa ha sostenuto, inter alia, che i giudici del riesame avrebbero omesso di considerare che si tratta di fatture emesse in acconto, ossia in anticipo rispetto alla materiale esecuzione dei lavori, come previsto dalla normativa in tema di ecobonus» (i cui regimi agevolativi sono ora confluiti nel c.d. “superbonus”).
Con la pronuncia in esame, la Cassazione ha, di contro, confermato la sussistenza del delitto di emissione di false fatture per operazioni inesistenti, individuata dal Giudice del riesame.
In particolare, la Corte nel ritenere linesistenza delle operazioni fatturate in acconto (e dunque, configurabile il delitto di cui allart. 8, d.lgs. n. 74 del 2000), ha osservato come la fruizione dei bonus fiscali per gli interventi edilizi è indissolubilmente vincolata allesecuzione completa degli stessi, secondo quanto indicato nei relativi atti abilitativi e nei tempi previsti dagli atti stessi. In tal senso - spiega la Corte: «le agevolazioni sono infatti concesse per lesecuzione di interventi edilizi: per questo i suddetti interventi devono essere completati».

I giudici di legittimità riconoscono, inoltre, lapplicabilità al caso di specie del sequestro preventivo.
A tal proposito, hanno precisato come non possa trovare applicazione lindirizzo giurisprudenziale, secondo cui in tema di emissione di fatture per operazioni inesistenti, non può essere disposto il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente, sui beni dellemittente per il valore corrispondente al profitto conseguito dallutilizzatore delle fatture medesime.
Nel caso di specie, le società coinvolte hanno emesso fatture, reciprocamente, luna nei confronti dellaltra, per importi rilevanti e pari quasi alla totalità dei costi. Talché, i crediti di imposta generati da false fatture costituiscono il profitto del reato, pertanto possono essere oggetto del sequestro ai sensi dellart. 12-bis del d.lgs. n. 74 del 2000, anche se inerenti a opere riconducibili al “superbonus”.

Sul crinale delle considerazioni che precedono la Corte di Cassazione ha dunque rigettato i ricorsi, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

UCCIDE PEDONE SULLE STRISCE: L'ABBAGLIAMENTO PROVOCATO DA UN ALTRO VEICOLO NON E' SEMPRE UNA GIUSTIFICAZIONE.

Definitiva la condanna per il reato di omicidio.
Evidente l’inadeguata condotta tenuta dal conducente, anche tenendo presenti il contesto, caratterizzato da case e attraversamenti pedonali, e l’insufficiente illuminazione.
Irrilevante anche il richiamo difensivo all’abbagliamento provocato da una vettura proveniente in direzione opposta.

Cass. pen., sez. IV, ud. 29 settembre 2022 (dep. 8 novembre 2022), n. 42019

Ricostruito il drammatico episodio, verificatosi in Campania, i giudici di merito ritengono colpevole, sia in primo che in secondo grado, l'automobilista – una donna – sotto accusa.
Nessun dubbio, difatti, sulla condotta tenuta dalla donna alla guida della propria vettura: nello specifico, ella, «nel percorrere in orario serale un tratto rettilineo di una strada statale fiancheggiata da abitazioni e caratterizzata da attraversamenti pedonali e segnalazioni di pericolo per il possibile attraversamento di bambini», «ha investito, in condizioni di visibilità non ottimale ma sufficiente, una persona intenta ad attraversare la carreggiata – da sinistra verso destra rispetto al senso di marcia della vettura e previo utilizzo delle apposite strisce – e ne ha causato la morte». Palese, secondo i giudici, «la colpa non solo generica ma anche specifica» attribuibile alla donna e consistita nella violazione del codice della strada.
Logico, quindi, ritenere l'automobilista responsabile.

Col ricorso in Cassazione, però, il legale che rappresenta la donna prova a fornire una chiave di lettura diversa del drammatico episodio.
In questa ottica, egli ritiene fragile la tesi accusatoria che addebita alla sua cliente «una condotta di guida non adeguata alle condizioni spazio-temporali ed alla presenza dell'attraversamento pedonale», soprattutto perché «la velocità accertata dal consulente della difesa è risultata pari a 58 chilometri orari con riferimento a un tratto di strada con limite di velocità fissato a 60 chilometri orari» e «l'impatto è avvenuto a distanza di circa dodici metri dalla strisce pedonali, comunque risultate usurate».
Secondo il legale, quindi, va valutata «l'incidenza della condotta colposa della persona offesa». In aggiunta, poi, il legale sottolinea «la scarsa illuminazione pubblica presente in zona, a causa del non funzionamento di alcuni lampioni» e l'abbagliamento subito dalla sua cliente «ad opera di una vettura procedente nel senso opposto di marcia», causa, quest'ultima, dell'investimento della persona offesa.

I giudici di terzo grado ribattono alle obiezioni difensive sottolineando un dettaglio non certo secondario: «l'automobilista non ha accordato al pedone attraversante sulle apposite strisce la dovuta precedenza, a cagione di una condotta di guida caratterizzata da una velocità, indicata dal consulente della difesa in 58 chilometri orari, cioè ai limiti di quella consentita, non consona alle condizioni delia circolazione che», precisano i giudici, «imponeva di arrestare l'automobile e concedere la precedenza».
E questa condotta, se attuata nel rispetto della regola cautelare, avrebbe evitato il drammatico evento.
Peraltro, non si può ignorare che la donna alla guida «stava percorrendo, in ora serale, una strada rettilinea con illuminazione non perfettamente efficiente in tutti i tratti, costeggiata da abitazioni e caratterizzata da attraversamenti pedonali, composti da strisce visibili ancorché usurate. Circostanze, queste, che avrebbero quindi dovuto esortare la conducente ad una maggiore cautela».

Infine, i giudici precisano che «la condotta di guida della donna non è stata influenzata da abbagliamento ad opera di altra vettura».
A questo proposito, «l'abbagliamento da parte di un veicolo incrociante può discriminare la condotta del conducente che, in conseguenza di quella circostanza, abbia determinato l'incidente, soltanto quando egli abbia proceduto con una condotta di guida che non costituisca pericolo per la sicurezza delle persone e delle cose e allorché l'abbagliamento si sia verificato in modo del tutto imprevisto ed imprevedibile».
E non va dimenticato, aggiungono i giudici, che «il conducente di un veicolo che venga abbagliato dai fari di un altro veicolo procedente in senso inverso è tenuto a rallentare la velocità al massimo e, occorrendo, anche a fermarsi al fine di evitare l'insorgenza di una situazione di pericolo e, ove non adotti tali cautele, risponde delle conseguenti lesioni personali e dell'omicidio conseguenti ad un investimento della persona offesa, la cui eventuale colpa non esclude la responsabilità del guidatore, da intendersi quale soggetto deputato a governare il relativo rischio».
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UCCIDE PEDONE SULLE STRISCE: LABBAGLIAMENTO PROVOCATO DA UN ALTRO VEICOLO NON E SEMPRE UNA GIUSTIFICAZIONE.

Definitiva la condanna per il reato di omicidio. 
Evidente l’inadeguata condotta tenuta dal conducente, anche tenendo presenti il contesto, caratterizzato da case e attraversamenti pedonali, e l’insufficiente illuminazione. 
Irrilevante anche il richiamo difensivo all’abbagliamento provocato da una vettura proveniente in direzione opposta.

Cass. pen., sez. IV, ud. 29 settembre 2022 (dep. 8 novembre 2022), n. 42019

Ricostruito il drammatico episodio, verificatosi in Campania, i giudici di merito ritengono colpevole, sia in primo che in secondo grado, lautomobilista – una donna – sotto accusa. 
Nessun dubbio, difatti, sulla condotta tenuta dalla donna alla guida della propria vettura: nello specifico, ella, «nel percorrere in orario serale un tratto rettilineo di una strada statale fiancheggiata da abitazioni e caratterizzata da attraversamenti pedonali e segnalazioni di pericolo per il possibile attraversamento di bambini», «ha investito, in condizioni di visibilità non ottimale ma sufficiente, una persona intenta ad attraversare la carreggiata – da sinistra verso destra rispetto al senso di marcia della vettura e previo utilizzo delle apposite strisce – e ne ha causato la morte». Palese, secondo i giudici, «la colpa non solo generica ma anche specifica» attribuibile alla donna e consistita nella violazione del codice della strada. 
Logico, quindi, ritenere lautomobilista responsabile.

Col ricorso in Cassazione, però, il legale che rappresenta la donna prova a fornire una chiave di lettura diversa del drammatico episodio. 
In questa ottica, egli ritiene fragile la tesi accusatoria che addebita alla sua cliente «una condotta di guida non adeguata alle condizioni spazio-temporali ed alla presenza dellattraversamento pedonale», soprattutto perché «la velocità accertata dal consulente della difesa è risultata pari a 58 chilometri orari con riferimento a un tratto di strada con limite di velocità fissato a 60 chilometri orari» e «limpatto è avvenuto a distanza di circa dodici metri dalla strisce pedonali, comunque risultate usurate». 
Secondo il legale, quindi, va valutata «lincidenza della condotta colposa della persona offesa». In aggiunta, poi, il legale sottolinea «la scarsa illuminazione pubblica presente in zona, a causa del non funzionamento di alcuni lampioni» e labbagliamento subito dalla sua cliente «ad opera di una vettura procedente nel senso opposto di marcia», causa, questultima, dellinvestimento della persona offesa.

I giudici di terzo grado ribattono alle obiezioni difensive sottolineando un dettaglio non certo secondario: «lautomobilista non ha accordato al pedone attraversante sulle apposite strisce la dovuta precedenza, a cagione di una condotta di guida caratterizzata da una velocità, indicata dal consulente della difesa in 58 chilometri orari, cioè ai limiti di quella consentita, non consona alle condizioni delia circolazione che», precisano i giudici, «imponeva di arrestare lautomobile e concedere la precedenza». 
E questa condotta, se attuata nel rispetto della regola cautelare, avrebbe evitato il drammatico evento.
Peraltro, non si può ignorare che la donna alla guida «stava percorrendo, in ora serale, una strada rettilinea con illuminazione non perfettamente efficiente in tutti i tratti, costeggiata da abitazioni e caratterizzata da attraversamenti pedonali, composti da strisce visibili ancorché usurate. Circostanze, queste, che avrebbero quindi dovuto esortare la conducente ad una maggiore cautela».

Infine, i giudici precisano che «la condotta di guida della donna non è stata influenzata da abbagliamento ad opera di altra vettura». 
A questo proposito, «labbagliamento da parte di un veicolo incrociante può discriminare la condotta del conducente che, in conseguenza di quella circostanza, abbia determinato lincidente, soltanto quando egli abbia proceduto con una condotta di guida che non costituisca pericolo per la sicurezza delle persone e delle cose e allorché labbagliamento si sia verificato in modo del tutto imprevisto ed imprevedibile».
E non va dimenticato, aggiungono i giudici, che «il conducente di un veicolo che venga abbagliato dai fari di un altro veicolo procedente in senso inverso è tenuto a rallentare la velocità al massimo e, occorrendo, anche a fermarsi al fine di evitare linsorgenza di una situazione di pericolo e, ove non adotti tali cautele, risponde delle conseguenti lesioni personali e dellomicidio conseguenti ad un investimento della persona offesa, la cui eventuale colpa non esclude la responsabilità del guidatore, da intendersi quale soggetto deputato a governare il relativo rischio».

CONDANNATO PER TRUFFA IL TECNICO ASSEVERATORE SUPERBONUS 110%

Il professionista ricorre in Cassazione deducendo l’insussistenza del fumus del reato di truffa - in tema di Superbonus - e del periculum in mora, chiedendo la revoca del sequestro preventivo del suo conto corrente e la restituzione del profitto del reato.

Cass. pen., sez. III, ud. 13 ottobre 2022 (dep. 8 novembre 2022), n. 42010

Nel caso di specie, il Tribunale rilevava che la firma apposta dall'imputato appariva «“prima facie non autografa” apposta tramite un file immagine, sempre identica, espressione di una modalità “automatica” di asseverazione compiuta in difetto dei necessari controlli e delle verifiche previste dalla legge».
Inoltre, come appare dal prospetto riepilogativo delle asseverazioni trasmesse sul portale dell'ENEA in relazione ai lavori del Consorzio SGAI inerenti alle agevolazioni del c.d. Superbonus 110%, l'accusato risulta aver svolto il compito di tecnico asseveratore in ben 139 casi.

I Giudici del riesame sottolineano a riguardo alcune anomalie:

1) il premio di uno di questi risulterebbe pagato dal Consorzio stesso, atteso che spetta al tecnico asseveratore sottoscrivere la polizza assicurativa a garanzia di eventuali danni provocati dalla sua attività e non l'impresa che effettua i lavori sui quali si svolge la verifica del tecnico;

2) il protagonista della vicenda non avrebbe emesso alcuna fattura (né ne ha prodotte in sede di riesame) a fronte dei pagamenti ricevuti dal Consorzio;

3) non sono nemmeno state disconosciute le firme cit. dall'imputato, il quale ha ammesso di aver ricevuto il pagamento per l'attività svolta.

Ne consegue che il denaro ricevuto dal Consorzio costituisce il profitto che l'accusato ha ricavato dall'attività criminosa posta in essere. Infatti, le SSUU hanno avuto già modo di evidenziare a riguardo che «la confisca del denaro costituente profitto o prezzo del reato, comunque rinvenuto nel patrimonio dell'autore della condotta e che rappresenti l'effettivo accrescimento patrimoniale monetario conseguito va sempre qualificata come diretta, e non per equivalente, in considerazione della natura fungibile del bene, con la conseguenza che non è ostativa alla sua adozione l'allegazione o la prova dell'origine lecita della specifica somma di denaro oggetto di apprensione» (Cass. n. 42415/2021).

Per tutti questi motivi ne segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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CONDANNATO PER TRUFFA IL TECNICO ASSEVERATORE SUPERBONUS 110%

Il professionista ricorre in Cassazione deducendo l’insussistenza del fumus del reato di truffa - in tema di Superbonus - e del periculum in mora, chiedendo la revoca del sequestro preventivo del suo conto corrente e la restituzione del profitto del reato.

Cass. pen., sez. III, ud. 13 ottobre 2022 (dep. 8 novembre 2022), n. 42010

Nel caso di specie, il Tribunale rilevava che la firma apposta dallimputato appariva «“prima facie non autografa” apposta tramite un file immagine, sempre identica, espressione di una modalità “automatica” di asseverazione compiuta in difetto dei necessari controlli e delle verifiche previste dalla legge».
Inoltre, come appare dal prospetto riepilogativo delle asseverazioni trasmesse sul portale dellENEA in relazione ai lavori del Consorzio SGAI inerenti alle agevolazioni del c.d. Superbonus 110%, laccusato risulta aver svolto il compito di tecnico asseveratore in ben 139 casi. 

I Giudici del riesame sottolineano a riguardo alcune anomalie:

1) il premio di uno di questi risulterebbe pagato dal Consorzio stesso, atteso che spetta al tecnico asseveratore sottoscrivere la polizza assicurativa a garanzia di eventuali danni provocati dalla sua attività e non limpresa che effettua i lavori sui quali si svolge la verifica del tecnico;

2) il protagonista della vicenda non avrebbe emesso alcuna fattura (né ne ha prodotte in sede di riesame) a fronte dei pagamenti ricevuti dal Consorzio;

3) non sono nemmeno state disconosciute le firme cit. dallimputato, il quale ha ammesso di aver ricevuto il pagamento per lattività svolta.
 
Ne consegue che il denaro ricevuto dal Consorzio costituisce il profitto che laccusato ha ricavato dallattività criminosa posta in essere. Infatti, le SSUU hanno avuto già modo di evidenziare a riguardo che «la confisca del denaro costituente profitto o prezzo del reato, comunque rinvenuto nel patrimonio dellautore della condotta e che rappresenti leffettivo accrescimento patrimoniale monetario conseguito va sempre qualificata come diretta, e non per equivalente, in considerazione della natura fungibile del bene, con la conseguenza che non è ostativa alla sua adozione lallegazione o la prova dellorigine lecita della specifica somma di denaro oggetto di apprensione» (Cass. n. 42415/2021).

Per tutti questi motivi ne segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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