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RAGAZZINO IMPRUDENTE INVESTE CON LA BICI BIMBO DI 4 ANNI: GENITORI COLPEVOLI

Madre e padre del giovane ciclista devono provvedere al risarcimento dei danni subiti dal piccolo centrato dalla bici. Evidente per i Giudici la loro colpa, consistente nel non avere vigilato adeguatamente sul figlio e nel non avergli fornito una adeguata educazione.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile - 3, ordinanza n. 24907/19; depositata il 4 ottobre)

Il fattaccio si verifica nel maggio del 2003 nella provincia di Napoli.
All’interno di un parco un bambino di 4 anni – Vincenzo, nome di fantasia –, che cammina tenuto per mano dalla madre, viene investito da una bici guidata da un ragazzino di 7 anni – Carlo, nome di fantasia – e riporta «una frattura al gomito sinistro» con «postumi permanenti».
L’incidente ha un inevitabile strascico giudiziario e si trasforma in una battaglia tra i genitori dei due bambini.
Così, mamma e papà di Vincenzo accusano i ‘colleghi’ per la condotta imprudente del figlio Carlo.
Ebbene, per i Giudici, prima in Tribunale e poi in Corte d’appello, è evidente la responsabilità della madre e del padre di Carlo, che vengono perciò condannati a «pagare il risarcimento dei danni» subiti da Vincenzo.
Decisivo è il riconoscimento della loro ‘culpa in educando’.
Su questo punto concordano anche i giudici della Cassazione. Inutile si rivela il ricorso proposto dal legale della coppia e centrato sull’osservazione che «l’illecito» compiuto da Carlo in sella alla propria bici «è stato commesso nella sua sfera di autonomia, la cui attività era sottratta al costante controllo dei genitori».
Irrilevante anche la sottolineatura che «l’incidente è avvenuto all’interno di un parco, in bui il bambino svolgeva solite attività di svago» e che quindi «risultava impossibile per i genitori vigilare il figlio».

In premessa viene ricordato che si è valutata come «negligente la condotta di guida della bicicletta» da parte di Carlo, condotta che «ha determinato lo scontro con Vincenzo».
A fronte di questo dato incontestabile, legittimamente, osservano i giudici della Cassazione, si è ritenuta evidente la responsabilità dei genitori per «non avere impartito al figlio una educazione sufficiente ad impostare una corretta vita di relazione» e per «non avere svolto una vigilanza adeguata in relazione all’età, all’indole e al carattere del figlio».
Allargando l’orizzonte, poi, viene preso in considerazione anche il tema – presentato dalla difesa – della «precoce emancipazione dei minori, frutto del costume sociale». Su questo fronte i magistrati spiegano che tale presunta «precoce emancipazione» non può né escludere né attenuare «la responsabilità dei genitori», i quali, anzi, «hanno l’onere di impartire ai figli l’educazione necessaria per non recare danni a terze persone nella loro vita di relazione» e «debbono rispondere delle carenze educative a cui l’illecito commesso dal figlio sia riconducibile».
... vedi altrovedi meno

RAGAZZINO IMPRUDENTE INVESTE CON LA BICI BIMBO DI 4 ANNI: GENITORI COLPEVOLIMadre e padre del giovane ciclista devono provvedere al risarcimento dei danni subiti dal piccolo centrato dalla bici. Evidente per i Giudici la loro colpa, consistente nel non avere vigilato adeguatamente sul figlio e nel non avergli fornito una adeguata educazione.(Corte di Cassazione, sez. VI Civile - 3, ordinanza n. 24907/19; depositata il 4 ottobre)Il fattaccio si verifica nel maggio del 2003 nella provincia di Napoli.
All’interno di un parco un bambino di 4 anni – Vincenzo, nome di fantasia –, che cammina tenuto per mano dalla madre, viene investito da una bici guidata da un ragazzino di 7 anni – Carlo, nome di fantasia – e riporta «una frattura al gomito sinistro» con «postumi permanenti».
L’incidente ha un inevitabile strascico giudiziario e si trasforma in una battaglia tra i genitori dei due bambini.
Così, mamma e papà di Vincenzo accusano i ‘colleghi’ per la condotta imprudente del figlio Carlo.
Ebbene, per i Giudici, prima in Tribunale e poi in Corte d’appello, è evidente la responsabilità della madre e del padre di Carlo, che vengono perciò condannati a «pagare il risarcimento dei danni» subiti da Vincenzo.
Decisivo è il riconoscimento della loro ‘culpa in educando’.
Su questo punto concordano anche i giudici della Cassazione. Inutile si rivela il ricorso proposto dal legale della coppia e centrato sull’osservazione che «l’illecito» compiuto da Carlo in sella alla propria bici «è stato commesso nella sua sfera di autonomia, la cui attività era sottratta al costante controllo dei genitori».
Irrilevante anche la sottolineatura che «l’incidente è avvenuto all’interno di un parco, in bui il bambino svolgeva solite attività di svago» e che quindi «risultava impossibile per i genitori vigilare il figlio».In premessa viene ricordato che si è valutata come «negligente la condotta di guida della bicicletta» da parte di Carlo, condotta che «ha determinato lo scontro con Vincenzo».
A fronte di questo dato incontestabile, legittimamente, osservano i giudici della Cassazione, si è ritenuta evidente la responsabilità dei genitori per «non avere impartito al figlio una educazione sufficiente ad impostare una corretta vita di relazione» e per «non avere svolto una vigilanza adeguata in relazione all’età, all’indole e al carattere del figlio».
Allargando l’orizzonte, poi, viene preso in considerazione anche il tema – presentato dalla difesa – della «precoce emancipazione dei minori, frutto del costume sociale». Su questo fronte i magistrati spiegano che tale presunta «precoce emancipazione» non può né escludere né attenuare «la responsabilità dei genitori», i quali, anzi, «hanno l’onere di impartire ai figli l’educazione necessaria per non recare danni a terze persone nella loro vita di relazione» e «debbono rispondere delle carenze educative a cui l’illecito commesso dal figlio sia riconducibile».

DECIDERE SULLA RESPONSABILITA' GENITORIALE: L'ALTERNATIVA AL CRITERIO DELLA RESIDENZA ABITUALE DEL MINORE

In tema di giurisdizione, per escludere l’applicazione del criterio della residenza abituale del minore è necessaria un’accettazione esplicita della giurisdizione anche sulla materia della responsabilità genitoriale da parte di entrambi i coniugi. Accettazione che deve intervenire alla data in cui il giudice è stato chiamato a decidere sulla domanda di separazione.

(Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, ordinanza n. 24608/19; depositata il 2 ottobre)

Dopo aver contratto matrimonio in Italia, due coniugi si sono recati in Grecia e lì è stato partorita la loro figlia, che ha acquisito doppia cittadinanza, essendo stata la sua nascita dichiarata presso l’ufficiale dello Stato civile in un Comune in provincia di Ancona, dove i coniugi avevano fissato la residenza al momento del matrimonio.
Successivamente iniziano numerosi contrasti tra i coniugi a tal punto che il marito minacciava la moglie di sottrarle la bambina. Si rivolgevano così al Tribunale di Ancona per l’addebito della separazione e l’affido della minore.
Su quest’ultimo aspetto i Giudici del Tribunale dichiarano il non luogo a provvedere essendo la minore nata in un altro stato dell’Unione Europea.
La madre della bimba contestava la sussistenza della giurisdizione del giudice italiano affermando che l’unico criterio per la determinazione della giurisdizione è quello della residenza abituale del minore.
La Corte d’Appello aderiva a tale ultima prospettazione.
Il ricorrente (padre della bambina) dunque propone regolamento di giurisdizione ex art. 41, comma 1, c.p.c..

Innanzitutto va ribadito che quando nel giudizio di divorzio introdotto davanti al giudice italiano siano avanzate istanze relative alla responsabilità genitoriale e al mantenimento dei figli minori non residenti abitualmente in Italia, ma in un altro stato membro dell’U.E., la giurisdizione su queste domande spetta al giudice dello Stato di residenza abituale dei minori al momento della loro proposizione, dovendosi salvaguardare l’interesse dei minori stessi.
Per escludere invece l’applicazione del criterio cogente della residenza abituale del minore è necessaria un’accettazione esplicita della giurisdizione anche sulla materia della responsabilità genitoriale da parte di entrambi i coniugi, intervenuta alla data in cui il giudice è stato adito con la domanda di separazione o al momento della formazione del contraddittorio.
E la proposizione di domande riconvenzionali, come avvenuto nel caso in esame, non basta ad integrare la suddetta inequivoca accettazione della giurisdizione.
Per tale ragione il ricorso deve essere respinto.
... vedi altrovedi meno

DECIDERE SULLA RESPONSABILITA GENITORIALE: LALTERNATIVA AL CRITERIO DELLA RESIDENZA ABITUALE DEL MINOREIn tema di giurisdizione, per escludere l’applicazione del criterio della residenza abituale del minore è necessaria un’accettazione esplicita della giurisdizione anche sulla materia della responsabilità genitoriale da parte di entrambi i coniugi. Accettazione che deve intervenire alla data in cui il giudice è stato chiamato a decidere sulla domanda di separazione.(Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, ordinanza n. 24608/19; depositata il 2 ottobre)Dopo aver contratto matrimonio in Italia, due coniugi si sono recati in Grecia e lì è stato partorita la loro figlia, che ha acquisito doppia cittadinanza, essendo stata la sua nascita dichiarata presso l’ufficiale dello Stato civile in un Comune in provincia di Ancona, dove i coniugi avevano fissato la residenza al momento del matrimonio.
Successivamente iniziano numerosi contrasti tra i coniugi a tal punto che il marito minacciava la moglie di sottrarle la bambina. Si rivolgevano così al Tribunale di Ancona per l’addebito della separazione e l’affido della minore.
Su quest’ultimo aspetto i Giudici del Tribunale dichiarano il non luogo a provvedere essendo la minore nata in un altro stato dell’Unione Europea.
La madre della bimba contestava la sussistenza della giurisdizione del giudice italiano affermando che l’unico criterio per la determinazione della giurisdizione è quello della residenza abituale del minore.
La Corte d’Appello aderiva a tale ultima prospettazione.
Il ricorrente (padre della bambina) dunque propone regolamento di giurisdizione ex art. 41, comma 1, c.p.c..Innanzitutto va ribadito che quando nel giudizio di divorzio introdotto davanti al giudice italiano siano avanzate istanze relative alla responsabilità genitoriale e al mantenimento dei figli minori non residenti abitualmente in Italia, ma in un altro stato membro dell’U.E., la giurisdizione su queste domande spetta al giudice dello Stato di residenza abituale dei minori al momento della loro proposizione, dovendosi salvaguardare l’interesse dei minori stessi.
Per escludere invece l’applicazione del criterio cogente della residenza abituale del minore è necessaria un’accettazione esplicita della giurisdizione anche sulla materia della responsabilità genitoriale da parte di entrambi i coniugi, intervenuta alla data in cui il giudice è stato adito con la domanda di separazione o al momento della formazione del contraddittorio.
E la proposizione di domande riconvenzionali, come avvenuto nel caso in esame, non basta ad integrare la suddetta inequivoca accettazione della giurisdizione.
Per tale ragione il ricorso deve essere respinto.

FINE VITA: LEGITTIMO LO STOP ALLE CURE DECISO DALL'AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO.

Decisione del giudice tutelare del Tribunale di Roma: legittima la richiesta di un uomo che vuole vedere sospese le cure praticate sulla compagna, che è ormai in stato vegetativo irreversibile da quasi due anni.
Decisiva la ricostruzione della volontà della donna, che in passato aveva espresso con familiari e amici la propria contrarietà all’ipotesi di essere tenuta in vita per anni, immobile e incosciente, con i farmaci.

(Tribunale di Roma, sez. IX Civile, decreto 23 settembre 2019)

La donna è ormai immobile da due anni, in stato vegetativo irreversibile.
Il suo compagno – che è anche il suo amministratore di sostegno – chiede di porre fine alle cure che la tengono in vita, e motiva questa richiesta che in passato è stata lei stessa, parlando con amici e familiari, a esprimere questo desiderio, a respingere l’ipotesi di un accanimento terapeutico.
Per dare sostanza a questa ricostruzione l’uomo racconta che la donna «ogni volta che veniva a conoscenza di casi di persone in stato vegetativo, dichiarava che, se fosse accaduto a lei, mai avrebbe voluto proseguire i suoi giorni in quella condizione», e aggiunge che tale «convinzione era stata da lei condivisa» non solo con lui ma anche con altre «persone che le erano vicine, come la mamma, la figlia, le sorelle, il fratello, l’ex marito».
E di tale precisa volontà, aggiunge, erano a conoscenza anche i suoi amici.
Così, indicando le persone che «possono ricostruire le volontà» della compagna che «oggi non può più esprimerle», l'uomo, in qualità di amministratore di sostegno, ha chiesto che «sia provata e certa la volontà della donna» per poi «poter procedere, previo percorso di cure palliative e sedazione profonda, al distacco dai trattamenti sanitari», ritenuti ormai inutili.
Chiara la risposta del giudice tutelare del Tribunale di Roma: «l’amministratore di sostegno», una volta accertata «la volontà della persona amministrata (anche in via presuntiva, alla luce delle dichiarazioni da lei rese in passato, anche alla presenza dello stesso amministratore)», è «pienamente abilitato a rifiutare le cure proposte» dai medici.

Così, applicando il principio stabilito dal giudice romano, si può dedurre che se, in questa vicenda, viene data prova certa della volontà espressa in passato da un soggetto, cioè del suo rifiuto all’ipotesi di rimanere in vita, in stato vegetativo, per anni grazie alle terapie, allora nessuno può opporsi alla richiesta del suo compagno – e suo amministratore di sostegno – di fermare le cure praticatele ormai da quasi due anni e di accompagnarla nel modo meno doloroso possibile alla morte.
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FINE VITA: LEGITTIMO LO STOP ALLE CURE DECISO DALLAMMINISTRATORE DI SOSTEGNO.Decisione del giudice tutelare del Tribunale di Roma: legittima la richiesta di un uomo che vuole vedere sospese le cure praticate sulla compagna, che è ormai in stato vegetativo irreversibile da quasi due anni.
Decisiva la ricostruzione della volontà della donna, che in passato aveva espresso con familiari e amici la propria contrarietà all’ipotesi di essere tenuta in vita per anni, immobile e incosciente, con i farmaci.(Tribunale di Roma, sez. IX Civile, decreto 23 settembre 2019)La donna è ormai immobile da due anni, in stato vegetativo irreversibile.
Il suo compagno – che è anche il suo amministratore di sostegno – chiede di porre fine alle cure che la tengono in vita, e motiva questa richiesta che in passato è stata lei stessa, parlando con amici e familiari, a esprimere questo desiderio, a respingere l’ipotesi di un accanimento terapeutico.
Per dare sostanza a questa ricostruzione l’uomo racconta che la donna «ogni volta che veniva a conoscenza di casi di persone in stato vegetativo, dichiarava che, se fosse accaduto a lei, mai avrebbe voluto proseguire i suoi giorni in quella condizione», e aggiunge che tale «convinzione era stata da lei condivisa» non solo con lui ma anche con altre «persone che le erano vicine, come la mamma, la figlia, le sorelle, il fratello, l’ex marito».
E di tale precisa volontà, aggiunge, erano a conoscenza anche i suoi amici.
Così, indicando le persone che «possono ricostruire le volontà» della compagna che «oggi non può più esprimerle», luomo, in qualità di amministratore di sostegno, ha chiesto che «sia provata e certa la volontà della donna» per poi «poter procedere, previo percorso di cure palliative e sedazione profonda, al distacco dai trattamenti sanitari», ritenuti ormai inutili.
Chiara la risposta del giudice tutelare del Tribunale di Roma: «l’amministratore di sostegno», una volta accertata «la volontà della persona amministrata (anche in via presuntiva, alla luce delle dichiarazioni da lei rese in passato, anche alla presenza dello stesso amministratore)», è «pienamente abilitato a rifiutare le cure proposte» dai medici.Così, applicando il principio stabilito dal giudice romano, si può dedurre che se, in questa vicenda, viene data prova certa della volontà espressa in passato da un soggetto, cioè del suo rifiuto all’ipotesi di rimanere in vita, in stato vegetativo, per anni grazie alle terapie, allora nessuno può opporsi alla richiesta del suo compagno – e suo amministratore di sostegno – di fermare le cure praticatele ormai da quasi due anni e di accompagnarla nel modo meno doloroso possibile alla morte.

LA TARDIVA DENUNCIA DEL SINISTRO FA VENIR MENO IL DIRITTO ALL'INDENNIZZO?

In tema di assicurazione contro i danni, laddove l’assicurato non osservi l’obbligo di dare avviso del sinistro secondo le modalità ed i tempi previsti dall’art. 1913 c.c. ed eventualmente dalla polizza, la garanzia assicurativa non viene meno di per sé occorrendo a tal fine accertare se tale inosservanza abbia carattere doloso o colposo.

(Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza n. 24210/19; depositata il 30 settembre)

Il Tribunale di Torino aveva confermato il rigetto della domanda avanzata da una Carrozzeria, in qualità di cessionaria del credito, diretta ad ottenere dalla compagnia assicurativa l’indennizzo corrispondente alla fattura emessa per le riparazioni effettuate sull’auto di proprietà della cedente a seguito dei danni riportati per una violenta grandinata.
La decisione di prime cure era fondata sull’affermazione per cui l’evento non si era verificato durante il periodo di copertura assicurativa, mentre il giudice dell’appello, pur avendo confermato che la data del sinistro era compresa in quella di operatività della polizza, aveva respinto la domanda ritenendo che l’assicurata aveva tardato la denuncia oltre il termine previsto dalla legge.
La Carrozzeria ha impugnata la decisione dinanzi alla Suprema Corte.

Per quanto d’interesse, risulta fondata la deduzione secondo cui, posto che l’assicurata non aveva rispettato il termine decadenziale stabilità dalle condizioni generali di assicurazione, l’indennizzo doveva soltanto essere ridotto e non escluso, risultando dunque violati gli artt. 1913 e 1915 c.c..
L’art. 1913 c.c. prevede che l’assicurato dia avviso del sinistro all’assicuratore entro 3 giorni da quello in cui il sinistro si è verificato o ne ha avuto conoscenza, mentre l’altra norma citata (art. 1915 c.c.) sancisce la perdita del diritto all’indennità laddove l’assicurato dolosamente non adempia all’obbligo di avviso, mentre in caso di colpevole omissione, l’assicuratore ha diritto di ridurre l’indennità in ragione del pregiudizio sofferto.

La sentenza impugnata non ha correttamente applicato tali norme omettendo di verificare la sussistenza del dolo necessario per la perdita totale dell’indennità, anche in relazione alla ripartizione degli oneri probatori sul tema.

In conclusione, il Collegio accoglie il ricorso cristallizzando il principio secondo cui «in tema di assicurazione contro i danni, l’inosservanza, da parte dell’assicurato dell’obbligo di dare avviso del sinistro secondo le specifiche modalità ed i tempi previsti dall’art. 1913 c.c. ed eventualmente dalla polizza non può implicare di per sé la perdita della garanzia assicurativa, occorrendo a tal fine accertare se detta inosservanza abbia carattere doloso o colposo, dato che, nella seconda ipotesi, il diritto all’indennità non viene meno, ma si riduce in ragione del pregiudizio sofferto e provato dall’assicuratore, ai sensi dell’art. 1915, comma 2, c.c.». Deve inoltre essere aggiunto che l’onere di provare la natura, dolosa o colposa, dell’inadempimento spetta all’assicuratore: nel caso di cui al comma 1 dell’art. 1915 c.c. dovrà essere dimostrato il fine fraudolento dell’assicurato, mentre nell’ipotesi di cui al comma successivo deve essere dimostrato che l’assicurato volontariamente non abbia adempiuto all’obbligo di avviso, nonché la misura del pregiudizio sofferto.
... vedi altrovedi meno

LA TARDIVA DENUNCIA DEL SINISTRO FA VENIR MENO IL DIRITTO ALLINDENNIZZO?In tema di assicurazione contro i danni, laddove l’assicurato non osservi l’obbligo di dare avviso del sinistro secondo le modalità ed i tempi previsti dall’art. 1913 c.c. ed eventualmente dalla polizza, la garanzia assicurativa non viene meno di per sé occorrendo a tal fine accertare se tale inosservanza abbia carattere doloso o colposo.(Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza n. 24210/19; depositata il 30 settembre)Il Tribunale di Torino aveva confermato il rigetto della domanda avanzata da una Carrozzeria, in qualità di cessionaria del credito, diretta ad ottenere dalla compagnia assicurativa l’indennizzo corrispondente alla fattura emessa per le riparazioni effettuate sull’auto di proprietà della cedente a seguito dei danni riportati per una violenta grandinata.
La decisione di prime cure era fondata sull’affermazione per cui l’evento non si era verificato durante il periodo di copertura assicurativa, mentre il giudice dell’appello, pur avendo confermato che la data del sinistro era compresa in quella di operatività della polizza, aveva respinto la domanda ritenendo che l’assicurata aveva tardato la denuncia oltre il termine previsto dalla legge.
La Carrozzeria ha impugnata la decisione dinanzi alla Suprema Corte.Per quanto d’interesse, risulta fondata la deduzione secondo cui, posto che l’assicurata non aveva rispettato il termine decadenziale stabilità dalle condizioni generali di assicurazione, l’indennizzo doveva soltanto essere ridotto e non escluso, risultando dunque violati gli artt. 1913 e 1915 c.c..
L’art. 1913 c.c. prevede che l’assicurato dia avviso del sinistro all’assicuratore entro 3 giorni da quello in cui il sinistro si è verificato o ne ha avuto conoscenza, mentre l’altra norma citata (art. 1915 c.c.) sancisce la perdita del diritto all’indennità laddove l’assicurato dolosamente non adempia all’obbligo di avviso, mentre in caso di colpevole omissione, l’assicuratore ha diritto di ridurre l’indennità in ragione del pregiudizio sofferto.La sentenza impugnata non ha correttamente applicato tali norme omettendo di verificare la sussistenza del dolo necessario per la perdita totale dell’indennità, anche in relazione alla ripartizione degli oneri probatori sul tema.In conclusione, il Collegio accoglie il ricorso cristallizzando il principio secondo cui «in tema di assicurazione contro i danni, l’inosservanza, da parte dell’assicurato dell’obbligo di dare avviso del sinistro secondo le specifiche modalità ed i tempi previsti dall’art. 1913 c.c. ed eventualmente dalla polizza non può implicare di per sé la perdita della garanzia assicurativa, occorrendo a tal fine accertare se detta inosservanza abbia carattere doloso o colposo, dato che, nella seconda ipotesi, il diritto all’indennità non viene meno, ma si riduce in ragione del pregiudizio sofferto e provato dall’assicuratore, ai sensi dell’art. 1915, comma 2, c.c.». Deve inoltre essere aggiunto che l’onere di provare la natura, dolosa o colposa, dell’inadempimento spetta all’assicuratore: nel caso di cui al comma 1 dell’art. 1915 c.c. dovrà essere dimostrato il fine fraudolento dell’assicurato, mentre nell’ipotesi di cui al comma successivo deve essere dimostrato che l’assicurato volontariamente non abbia adempiuto all’obbligo di avviso, nonché la misura del pregiudizio sofferto.

ASSENTE ALLA VISITA MEDICA DOMICILIARE PER AVER ACCOMPAGNATO IL FIGLIO IN OSPEDALE: MULTA LEGITTIMA

Confermata la correttezza della linea seguita dall’azienda. Decisiva per i Giudici la constatazione che l’emergenza si era verificata in orario notturno, mentre il lavoratore era risultato assente la mattina successiva, quando aveva riaccompagnato il figlio in ospedale per il ricovero e non era stato trovato a casa dal medico mandato dall’INPS.

(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza n. 24492/19; depositata il 1° ottobre)

A ritenere corretta la linea seguita dall’azienda provvedono già Tribunale e Corte d’Appello: in entrambi i gradi di giudizio, difatti, nonostante l’opposizione del lavoratore, viene confermata la legittimità della «multa» comminata perché «il dipendente è risultato assente alla visita medica di controllo domiciliare effettuata dall’INPS, senza aver dato alcuna preventiva comunicazione» alla società.
Respinte le osservazioni proposte dal lavoratore, il quale ha giustificato la propria condotta con l’emergenza familiare vissuta: in sostanza, egli ha raccontato di essere stato costretto ad accompagnare il figlioletto al Pronto Soccorso nella notte precedente alla visita medica e di averlo poi dovuto riportare in ospedale per il ricovero proprio la mattina della visita, praticamente in contemporanea con l’orario previsto per l’arrivo del dottore a casa.

Per i Giudici d’Appello, però, la visione proposta dal lavoratore avrebbe potuto avere validità e senso solo se la corsa al Pronto Soccorso e il ricovero urgente del ragazzo si fossero verificati «in orario corrispondente alla visita fiscale (11.35)». Invece, si è appurato che «l’accesso al Pronto Soccorso avvenne ben prima e fu seguito da dimissioni (alle ore 4.59), mentre il ricovero ordinario (o visita di controllo) avvenne nel corso della tarda mattinata» successiva e «non aveva alcuna caratteristica di urgenza», osservano i Giudici, che poi aggiungono che «non era stata neppure allegata l’assenza di altri congiunti disponibili ad assistere il figlio minore».
Per chiudere il cerchio, infine, viene affermato che «la situazione non precludeva» comunque «la possibilità di una previa comunicazione dell’assenza al datore di lavoro».

Ultima tappa della battaglia legale è la Cassazione, dove il lavoratore ribadisce la propria tesi: ci si trova, a suo dire, di fronte a «un allontanamento dal domicilio per giustificato motivo», alla luce dell’«accompagnamento del figlio minore al Pronto Soccorso» e tenendo conto delle «esigenze di solidarietà e vicinanza familiare meritevoli di tutela nell’ambito dei rapporti etico-sociali garantiti dalla Costituzione».
In sostanza, il genitore lavoratore spiega che nella sua condotta «non vi era alcun intento di sottrarsi dolosamente al controllo fiscale» a domicilio.
Questa lettura della vicenda non convince però i giudici della Cassazione, che, invece, aderiscono alla tesi della Corte d’appello e ribadiscono la legittimità della multa emessa dall’azienda a carico del dipendente.
Decisiva la constatazione che «il momento dell’urgenza, effettivamente sussistente in orario notturno (al primo accesso al Pronto Soccorso)» non era presente «al tempo della visita fiscale, avvenuta in tarda mattinata, quando nessuna urgenza era stata dimostrata dal lavoratore idonea a giustificare l’allontanamento dal domicilio durante le fasce di reperibilità».
In questa ottica è ritenuto quindi secondario e non rilevante il fatto che l’uomo abbia accompagnato nuovamente il figlio in ospedale per il ricovero proprio nella fascia oraria in cui era previsto l’arrivo del medico a casa.
... vedi altrovedi meno

ASSENTE ALLA VISITA MEDICA DOMICILIARE PER AVER ACCOMPAGNATO IL FIGLIO IN OSPEDALE: MULTA LEGITTIMAConfermata la correttezza della linea seguita dall’azienda. Decisiva per i Giudici la constatazione che l’emergenza si era verificata in orario notturno, mentre il lavoratore era risultato assente la mattina successiva, quando aveva riaccompagnato il figlio in ospedale per il ricovero e non era stato trovato a casa dal medico mandato dall’INPS.(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza n. 24492/19; depositata il 1° ottobre)A ritenere corretta la linea seguita dall’azienda provvedono già Tribunale e Corte d’Appello: in entrambi i gradi di giudizio, difatti, nonostante l’opposizione del lavoratore, viene confermata la legittimità della «multa» comminata perché «il dipendente è risultato assente alla visita medica di controllo domiciliare effettuata dall’INPS, senza aver dato alcuna preventiva comunicazione» alla società.
Respinte le osservazioni proposte dal lavoratore, il quale ha giustificato la propria condotta con l’emergenza familiare vissuta: in sostanza, egli ha raccontato di essere stato costretto ad accompagnare il figlioletto al Pronto Soccorso nella notte precedente alla visita medica e di averlo poi dovuto riportare in ospedale per il ricovero proprio la mattina della visita, praticamente in contemporanea con l’orario previsto per l’arrivo del dottore a casa.Per i Giudici d’Appello, però, la visione proposta dal lavoratore avrebbe potuto avere validità e senso solo se la corsa al Pronto Soccorso e il ricovero urgente del ragazzo si fossero verificati «in orario corrispondente alla visita fiscale (11.35)». Invece, si è appurato che «l’accesso al Pronto Soccorso avvenne ben prima e fu seguito da dimissioni (alle ore 4.59), mentre il ricovero ordinario (o visita di controllo) avvenne nel corso della tarda mattinata» successiva e «non aveva alcuna caratteristica di urgenza», osservano i Giudici, che poi aggiungono che «non era stata neppure allegata l’assenza di altri congiunti disponibili ad assistere il figlio minore».
Per chiudere il cerchio, infine, viene affermato che «la situazione non precludeva» comunque «la possibilità di una previa comunicazione dell’assenza al datore di lavoro».Ultima tappa della battaglia legale è la Cassazione, dove il lavoratore ribadisce la propria tesi: ci si trova, a suo dire, di fronte a «un allontanamento dal domicilio per giustificato motivo», alla luce dell’«accompagnamento del figlio minore al Pronto Soccorso» e tenendo conto delle «esigenze di solidarietà e vicinanza familiare meritevoli di tutela nell’ambito dei rapporti etico-sociali garantiti dalla Costituzione».
In sostanza, il genitore lavoratore spiega che nella sua condotta «non vi era alcun intento di sottrarsi dolosamente al controllo fiscale» a domicilio.
Questa lettura della vicenda non convince però i giudici della Cassazione, che, invece, aderiscono alla tesi della Corte d’appello e ribadiscono la legittimità della multa emessa dall’azienda a carico del dipendente.
Decisiva la constatazione che «il momento dell’urgenza, effettivamente sussistente in orario notturno (al primo accesso al Pronto Soccorso)» non era presente «al tempo della visita fiscale, avvenuta in tarda mattinata, quando nessuna urgenza era stata dimostrata dal lavoratore idonea a giustificare l’allontanamento dal domicilio durante le fasce di reperibilità».
In questa ottica è ritenuto quindi secondario e non rilevante il fatto che l’uomo abbia accompagnato nuovamente il figlio in ospedale per il ricovero proprio nella fascia oraria in cui era previsto l’arrivo del medico a casa.

UBRIACO AL VOLANTE CAUSA INCIDENTE: NIENTE ATTENUANTE NONOSTANTE IL RISARCIMENTO.

Considerando che l’oggetto giuridico della contravvenzione di cui all’art. 186, comma 2, c.d.s. è la tutela dell’incolumità pubblica, il fatto che tale condotta provochi un incidente stradale aggrava il disvalore oggetto della stessa, rendendo del tutto ad essa estranei i profili risarcitori.

(Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza n. 39736/19; depositata il 27 settembre)

La Corte d’Appello di Ancona confermava la decisione del Giudice di primo grado, il quale aveva ritenuto l’imputato responsabile per il reato di guida in stato di ebbrezza, aggravato dall’aver provocato un incidente stradale con dei feriti.
Contro la suddetta decisione, l’imputato propone ricorso per cassazione, lamentando, tra i diversi motivi, l’inutilizzabilità dell’accertamento ematico a lui effettuato senza che fosse stato avvisato della facoltà di farsi assistere dal proprio difensore di fiducia ed il mancato riconoscimento dell’attenuante dell’avvenuto risarcimento del danno.

La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso.
Quanto al primo motivo di ricorso, gli Ermellini ribadiscono che in sede di legittimità non sono consentite le censure che si risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione delle circostanze già esaminate dal giudice di merito.
Nel caso di specie, gli Ermellini rilevano che l’eccezione relativa alla mancanza dell’avviso rivolto all’imputato di farsi assistere dal difensore di fiducia in sede di prelievi ematici, non è stata da lui sollevata nel giudizio di primo grado, deducendo tali vizi solo dinanzi alla Corte di Cassazione.

Per quanto riguarda, invece, la doglianza relativa al mancato riconoscimento dell’attenuante relativa all’avvenuto risarcimento del danno, la Corte osserva come tale motivo sia stato già dedotto in sede di appello, senza idonea documentazione a tal fine.
Nonostante ciò, la Corte rileva a tal proposito che l’oggetto giuridico dell’art. 186 c.d.s. (comma 2) consiste nella tutela dell’incolumità pubblica, sottoposta a rischio nelle ipotesi di guida di un veicolo in stato di alterazione psicofisica. Il fatto, poi, che il soggetto provochi in tale stato un incidente concretizza quel rischio aggravando il disvalore della sua condotta.
Di conseguenza, il nesso solo “occasionale” tra causazione del sinistro che ha provocato il danno ed il reato oggetto di imputazione esclude che, nel caso concreto, possa parlarsi di risarcimento di un danno derivante da una relazione di “regolarità causale” con il reato contestato ai fini dell’applicazione dell’attenuante di cui all’art. 62, comma 6, c.p.. Dunque, nel caso di specie non può riconoscersi l’attenuante dedotta in considerazione della estraneità dei profili risarcitori in relazione alla struttura del reato e al bene giuridico protetto.
Anche per questi motivi, la Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e della somma di euro 2000 in favore della Cassa delle Ammende.
... vedi altrovedi meno

UBRIACO AL VOLANTE CAUSA INCIDENTE: NIENTE ATTENUANTE NONOSTANTE IL RISARCIMENTO.Considerando che l’oggetto giuridico della contravvenzione di cui all’art. 186, comma 2, c.d.s. è la tutela dell’incolumità pubblica, il fatto che tale condotta provochi un incidente stradale aggrava il disvalore oggetto della stessa, rendendo del tutto ad essa estranei i profili risarcitori.(Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza n. 39736/19; depositata il 27 settembre)La Corte d’Appello di Ancona confermava la decisione del Giudice di primo grado, il quale aveva ritenuto l’imputato responsabile per il reato di guida in stato di ebbrezza, aggravato dall’aver provocato un incidente stradale con dei feriti.
Contro la suddetta decisione, l’imputato propone ricorso per cassazione, lamentando, tra i diversi motivi, l’inutilizzabilità dell’accertamento ematico a lui effettuato senza che fosse stato avvisato della facoltà di farsi assistere dal proprio difensore di fiducia ed il mancato riconoscimento dell’attenuante dell’avvenuto risarcimento del danno.La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso.
Quanto al primo motivo di ricorso, gli Ermellini ribadiscono che in sede di legittimità non sono consentite le censure che si risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione delle circostanze già esaminate dal giudice di merito.
Nel caso di specie, gli Ermellini rilevano che l’eccezione relativa alla mancanza dell’avviso rivolto all’imputato di farsi assistere dal difensore di fiducia in sede di prelievi ematici, non è stata da lui sollevata nel giudizio di primo grado, deducendo tali vizi solo dinanzi alla Corte di Cassazione.Per quanto riguarda, invece, la doglianza relativa al mancato riconoscimento dell’attenuante relativa all’avvenuto risarcimento del danno, la Corte osserva come tale motivo sia stato già dedotto in sede di appello, senza idonea documentazione a tal fine.
Nonostante ciò, la Corte rileva a tal proposito che l’oggetto giuridico dell’art. 186 c.d.s. (comma 2) consiste nella tutela dell’incolumità pubblica, sottoposta a rischio nelle ipotesi di guida di un veicolo in stato di alterazione psicofisica. Il fatto, poi, che il soggetto provochi in tale stato un incidente concretizza quel rischio aggravando il disvalore della sua condotta.
Di conseguenza, il nesso solo “occasionale” tra causazione del sinistro che ha provocato il danno ed il reato oggetto di imputazione esclude che, nel caso concreto, possa parlarsi di risarcimento di un danno derivante da una relazione di “regolarità causale” con il reato contestato ai fini dell’applicazione dell’attenuante di cui all’art. 62, comma 6, c.p.. Dunque, nel caso di specie non può riconoscersi l’attenuante dedotta in considerazione della estraneità dei profili risarcitori in relazione alla struttura del reato e al bene giuridico protetto.
Anche per questi motivi, la Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e della somma di euro 2000 in favore della Cassa delle Ammende.

LANCIARE UN SANITARIO GIU' DAL BALCONE VALE UNA CONDANNA PER TENTATO OMICIDIO.

Non viene risparmiato dalla condanna per tentato omicidio l’imputato che, durante una lite, scaglia un sanitario dal balcone della propria abitazione contro “l’avversario”.
A nulla vale appigliarsi alla mancanza di volontà di ledere o uccidere e neppure tale condotta è giustificata dal fatto di essere stato provocato.

(Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza n. 39347/19; depositata il 25 settembre)

Un imputato veniva condannato per tentato omicidio sia dal Tribunale che dalla Corte d’Appello per aver scagliato, durante una lite, un bidet giù dal balcone del proprio appartamento e colpito un uomo ferendolo gravemente. Avverso la sentenza di condanna l’imputato propone ricorso in Cassazione lamentando che i giudici di merito non abbiano valutato concretamente la circostanza che il sanitario fosse stato lanciato lontano dalla folla, considerando solo in astratto la compatibilità del mezzo utilizzato a produrre l’evento morte in capo alla vittima.
Inoltre, il ricorrente lamenta che la Corte territoriale abbia apoditticamente ritenuto non configurabile la legittima difesa, omettendo la verifica degli elementi su cui la difesa aveva domandato il riconoscimento della causa di giustificazione e abbia solo valutato la mancanza dell’attualità del pericolo.
Inoltre, non è stato tenuto conto del fatto che l’imputato abbia manifestato l’assenza di volontà di colpire effettivamente le persone presenti e che il suo comportamento sia scaturito a seguito di provocazione.

La Suprema Corte, ritenendo infondato il ricorso, osserva che l’imputato ha lanciato il sanitario contro “l’avversario nella lite” dall’interno del suo appartamento, circostanza dalla quale si desume l’insussistenza dell’elemento della costrizione dalla necessità di difesa.
Inoltre, proseguono i Giudici, è infondata anche la censura che fa leva sulla provocazione, posto che vi è netta sproporzione tra le ragioni che hanno causato la lite e la condotta realizzante l’evento delittuoso. Infatti «la circostanza aggravante in oggetto sussiste tutte le volte in cui la determinazione criminosa sia stata indotta da uno stimolo esterno di lieve entità, rispetto alla gravità del reato, da apparire, secondo il comune sentire, assolutamente proporzionato e insufficiente a motivare l’azione criminosa».
Alla luce di tali considerazioni, la Cassazione rigetta il ricorso.
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LANCIARE UN SANITARIO GIU DAL BALCONE VALE UNA CONDANNA PER TENTATO OMICIDIO.Non viene risparmiato dalla condanna per tentato omicidio l’imputato che, durante una lite, scaglia un sanitario dal balcone della propria abitazione contro “l’avversario”.
A nulla vale appigliarsi alla mancanza di volontà di ledere o uccidere e neppure tale condotta è giustificata dal fatto di essere stato provocato.(Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza n. 39347/19; depositata il 25 settembre)Un imputato veniva condannato per tentato omicidio sia dal Tribunale che dalla Corte d’Appello per aver scagliato, durante una lite, un bidet giù dal balcone del proprio appartamento e colpito un uomo ferendolo gravemente. Avverso la sentenza di condanna l’imputato propone ricorso in Cassazione lamentando che i giudici di merito non abbiano valutato concretamente la circostanza che il sanitario fosse stato lanciato lontano dalla folla, considerando solo in astratto la compatibilità del mezzo utilizzato a produrre l’evento morte in capo alla vittima.
Inoltre, il ricorrente lamenta che la Corte territoriale abbia apoditticamente ritenuto non configurabile la legittima difesa, omettendo la verifica degli elementi su cui la difesa aveva domandato il riconoscimento della causa di giustificazione e abbia solo valutato la mancanza dell’attualità del pericolo.
Inoltre, non è stato tenuto conto del fatto che l’imputato abbia manifestato l’assenza di volontà di colpire effettivamente le persone presenti e che il suo comportamento sia scaturito a seguito di provocazione.La Suprema Corte, ritenendo infondato il ricorso, osserva che l’imputato ha lanciato il sanitario contro “l’avversario nella lite” dall’interno del suo appartamento, circostanza dalla quale si desume l’insussistenza dell’elemento della costrizione dalla necessità di difesa.
Inoltre, proseguono i Giudici, è infondata anche la censura che fa leva sulla provocazione, posto che vi è netta sproporzione tra le ragioni che hanno causato la lite e la condotta realizzante l’evento delittuoso. Infatti «la circostanza aggravante in oggetto sussiste tutte le volte in cui la determinazione criminosa sia stata indotta da uno stimolo esterno di lieve entità, rispetto alla gravità del reato, da apparire, secondo il comune sentire, assolutamente proporzionato e insufficiente a motivare l’azione criminosa».
Alla luce di tali considerazioni, la Cassazione rigetta il ricorso.

SINGLE E SENZA FIGLI, MUORE DOPO UN INCIDENTE STRADALE: NIENTE RISARCIMENTO PER COGNATA E NIPOTI.

Respinta la richiesta presentata dai familiari.
Impossibile ritenere provata l’esistenza di un legame morale.
Irrilevante il fatto che l’uomo deceduto non fosse sposato e non avesse figli.

(Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 23632/19; depositata il 24 settembre)

Un uomo viene investito da una vettura e perde la vita. Ricostruito l’episodio, le colpe sono divise a metà tra la vittima e il conducente.
Di conseguenza, si apre il fronte relativo al risarcimento dei danni per i congiunti: accolta la richiesta dei fratelli, respinta, invece, quella avanzata dalla cognata – la moglie del fratello, scomparso anche lui durante il processo – e dai nipoti.
Irrilevante il fatto che la persona deceduta a causa dell’incidente non avesse moglie e figli. Impossibile considerare in automatico fratello, cognata e nipoti come la sua famiglia.

In appello i Giudici osservano che «gli attori e la vittima non erano mai stati conviventi» e, soprattutto, «non erano state allegate e provate circostanze idonee a ritenere che la morte del famigliare abbiano comportato» per la cognata e i nipoti «la perdita di un effettivo e valido sostegno morale».
Identica posizione assumono anche i giudici della Cassazione, respingendo definitivamente la pretesa avanzata da cognata e nipoti. Inutile l’elemento da loro messo sul tavolo, e cioè il fatto che «il loro congiunto», morto a seguito dell’incidente, «non era sposato e non aveva figli». Questa circostanza non è sufficiente per ritenere che «la sua famiglia era costituita unicamente dal fratello, dalla cognata e dai nipoti».
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SINGLE E SENZA FIGLI, MUORE DOPO UN INCIDENTE STRADALE: NIENTE RISARCIMENTO PER COGNATA E NIPOTI.Respinta la richiesta presentata dai familiari.
Impossibile ritenere provata l’esistenza di un legame morale.
Irrilevante il fatto che l’uomo deceduto non fosse sposato e non avesse figli.(Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 23632/19; depositata il 24 settembre)Un uomo viene investito da una vettura e perde la vita. Ricostruito l’episodio, le colpe sono divise a metà tra la vittima e il conducente.
Di conseguenza, si apre il fronte relativo al risarcimento dei danni per i congiunti: accolta la richiesta dei fratelli, respinta, invece, quella avanzata dalla cognata – la moglie del fratello, scomparso anche lui durante il processo – e dai nipoti.
Irrilevante il fatto che la persona deceduta a causa dell’incidente non avesse moglie e figli. Impossibile considerare in automatico fratello, cognata e nipoti come la sua famiglia.In appello i Giudici osservano che «gli attori e la vittima non erano mai stati conviventi» e, soprattutto, «non erano state allegate e provate circostanze idonee a ritenere che la morte del famigliare abbiano comportato» per la cognata e i nipoti «la perdita di un effettivo e valido sostegno morale».
Identica posizione assumono anche i giudici della Cassazione, respingendo definitivamente la pretesa avanzata da cognata e nipoti. Inutile l’elemento da loro messo sul tavolo, e cioè il fatto che «il loro congiunto», morto a seguito dell’incidente, «non era sposato e non aveva figli». Questa circostanza non è sufficiente per ritenere che «la sua famiglia era costituita unicamente dal fratello, dalla cognata e dai nipoti».

L'ONERE DI ACCERTARSI DELLA VERIDICITA' DELLA NOTIZIA, WIKIPEDIA NON BASTA.

In tema di diffamazione su quotidiani – cartacei oppure online – per poter invocare la scriminante del diritto di cronaca o di critica è necessario che l’autore dello scritto abbia compiuto tutti gli opportuni accertamenti sulla veridicità della notizia che intende pubblicare.
A tal riguardo, la ricerca compiuta su motori di ricerca o enciclopedie online del genere Wikipedia non garantisce la reale completezza informativa, necessaria per poter invocare la predetta scriminante.

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 38896/19; depositata il 20 settembre)

Nel caso che ci occupa, un politico viene condannato in primo e secondo grado per diffamazione ai danni di un esponente dell’estrema destra: gli avrebbe attribuito, nientemeno, che un ruolo nella tristemente nota strage di Bologna.
A nulla vale l’invocazione delle scriminanti, anche putative, del diritto di critica e di cronaca giornalistica, fondate sull’adempimento del dovere di verifica della attendibilità della notizia compiuto attraverso ricerche informatiche.

La Cassazione afferma che le notizie riportate erano tra l‘altro incomplete, e il loro accostamento ha prodotto l’effetto suggestivo di far passare un messaggio (il coinvolgimento in un crimine efferato) del tutto erroneo e lontano dalla realtà oggettiva.
Quindi, per poter invocare la scriminante del diritto di cronaca, occorre in prima battuta che il fatto storico che si intende esporre sia vero e che contenga tutti i dettagli necessari ad essere esattamente compreso dal lettore. L’omissione di un “pezzo” della descrizione di un evento, infatti, può generare sgradevoli distorsioni della realtà oggettiva.
Stesso discorso dicasi per la scriminante della critica politica: dove il fatto che anima la critica stessa deve essere vero.
La Cassazione ritiene che la semplice ricerca su Internet o su Wikipedia – nota enciclopedia online – non basta, perché in entrambi i casi si tratta di fonti che non assicurano quel livello di completezza ed attendibilità che ogni notizia giornalistica deve immancabilmente possedere.
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LONERE DI ACCERTARSI DELLA VERIDICITA DELLA NOTIZIA, WIKIPEDIA NON BASTA.In tema di diffamazione su quotidiani – cartacei oppure online – per poter invocare la scriminante del diritto di cronaca o di critica è necessario che l’autore dello scritto abbia compiuto tutti gli opportuni accertamenti sulla veridicità della notizia che intende pubblicare.
A tal riguardo, la ricerca compiuta su motori di ricerca o enciclopedie online del genere Wikipedia non garantisce la reale completezza informativa, necessaria per poter invocare la predetta scriminante.(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 38896/19; depositata il 20 settembre)Nel caso che ci occupa, un politico viene condannato in primo e secondo grado per diffamazione ai danni di un esponente dell’estrema destra: gli avrebbe attribuito, nientemeno, che un ruolo nella tristemente nota strage di Bologna.
A nulla vale l’invocazione delle scriminanti, anche putative, del diritto di critica e di cronaca giornalistica, fondate sull’adempimento del dovere di verifica della attendibilità della notizia compiuto attraverso ricerche informatiche.La Cassazione afferma che le notizie riportate erano tra l‘altro incomplete, e il loro accostamento ha prodotto l’effetto suggestivo di far passare un messaggio (il coinvolgimento in un crimine efferato) del tutto erroneo e lontano dalla realtà oggettiva.
Quindi, per poter invocare la scriminante del diritto di cronaca, occorre in prima battuta che il fatto storico che si intende esporre sia vero e che contenga tutti i dettagli necessari ad essere esattamente compreso dal lettore. L’omissione di un “pezzo” della descrizione di un evento, infatti, può generare sgradevoli distorsioni della realtà oggettiva.
Stesso discorso dicasi per la scriminante della critica politica: dove il fatto che anima la critica stessa deve essere vero.
La Cassazione ritiene che la semplice ricerca su Internet o su Wikipedia – nota enciclopedia online – non basta, perché in entrambi i casi si tratta di fonti che non assicurano quel livello di completezza ed attendibilità che ogni notizia giornalistica deve immancabilmente possedere.

Gli OGGETTI LASCIATI IN AUTO SONO ANCH'ESSI ESPOSTI ALLA PUBBLICA FEDE?

La circostanza aggravante del bene esposto alla pubblica fede sussiste anche quando l’oggetto del furto è costituito da beni lasciati, per necessità o consuetudine, nell’automobile chiusa a chiave.

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 38900/19; depositata il 20 settembre)

La Corte d’Appello, confermando la decisione del Tribunale, condannava l’imputato per furto aggravato e tentato furto aggravato di beni che si trovavano in alcune autovetture parcheggiate in strada.
Avverso la decisione propone ricorso in Cassazione l’imputato lamentando che la Corte territoriale abbia erroneamente interpretato la previsione normativa che configura la sussistenza dell’aggravante della esposizione a pubblica fede, posto che i beni oggetto dei reati non costituivano parte integrante dell’autovettura esposta alla pubblica fede e neppure costituivano suoi accessori, essendo facilmente asportabili dall’auto.

La Cassazione, ritenendo infondato il motivo, chiarisce che sulla questione della configurabilità dell’aggravante dell’esposizione a pubblica fede in relazione ai reati di furto su cose presente nelle auto parcheggiate sulla pubblica via, la giurisprudenza ha manifestato sensibilità diverse negli anni.
Nel caso di specie la Suprema Corte aderisce all’orientamento che pone maggiore attenzione sugli elementi specifici che influenzano il concetto di esposizione a pubblica fede e che più aderisce alla volontà del legislatore di apprestare una vigorosa tutela penale alle cose mobili che sono lasciate senza custodia dal possessore per necessità o per consuetudine.
A tal proposito, la Cassazione chiarisce che «poiché per pubblica fede deve intendersi il senso di affidamento verso la proprietà altrui in cui confida chi deve lasciare una cosa, anche solo temporaneamente, incustodita (Cass. n. 5113/07), tale speciale valutazione di gravità deve essere estesa anche a quei beni che in tale condizione di esposizione alla pubblica fede si trovino in ragione di impellenti bisogni della vita quotidiana ai quali l’offeso è chiamato a far fronte; bisogni non soltanto di ordine straordinario, ma anche di natura ordinariamente connessa ai tempi ed alle modalità con i quali si attende alle incombenze della propria giornata nella società attuale».

Alla luce di ciò i Giudici ritengono che, dato l’uso sempre più frequente dell’auto come base per organizzare la propria giornata di vita professionale o privata, il concetto di cose lasciate per necessità o consuetudine deve comprendere anche quei beni che devono essere lasciati in auto in quanto ingombranti o di peso, senza che siano veri e propri accessori del mezzo di trasporto, nonché gli oggetti lasciati per necessità e comodità (come nel cado dei documenti).

Dunque, nel concetto di cose lasciate per necessità e convenienza rientrano anche gli effetti personali lasciati nell’auto chiusa (posto che la chiusura del veicolo è necessaria per la configurabilità dell’aggravante), le buste della spesa e altri oggetti vari.
Nel caso in esame, l’imputato ha tentato di sottrarre o ha sottratto dall’auto numerosissimi beni rientrati, a giudizio dei Giudici, nel concetto di cose lasciate esposte alla pubblica fede. Per tale motivo il ricorso viene rigettato.
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Gli OGGETTI LASCIATI IN AUTO SONO ANCHESSI ESPOSTI ALLA PUBBLICA FEDE?La circostanza aggravante del bene esposto alla pubblica fede sussiste anche quando l’oggetto del furto è costituito da beni lasciati, per necessità o consuetudine, nell’automobile chiusa a chiave.(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 38900/19; depositata il 20 settembre)La Corte d’Appello, confermando la decisione del Tribunale, condannava l’imputato per furto aggravato e tentato furto aggravato di beni che si trovavano in alcune autovetture parcheggiate in strada.
Avverso la decisione propone ricorso in Cassazione l’imputato lamentando che la Corte territoriale abbia erroneamente interpretato la previsione normativa che configura la sussistenza dell’aggravante della esposizione a pubblica fede, posto che i beni oggetto dei reati non costituivano parte integrante dell’autovettura esposta alla pubblica fede e neppure costituivano suoi accessori, essendo facilmente asportabili dall’auto.La Cassazione, ritenendo infondato il motivo, chiarisce che sulla questione della configurabilità dell’aggravante dell’esposizione a pubblica fede in relazione ai reati di furto su cose presente nelle auto parcheggiate sulla pubblica via, la giurisprudenza ha manifestato sensibilità diverse negli anni.
Nel caso di specie la Suprema Corte aderisce all’orientamento che pone maggiore attenzione sugli elementi specifici che influenzano il concetto di esposizione a pubblica fede e che più aderisce alla volontà del legislatore di apprestare una vigorosa tutela penale alle cose mobili che sono lasciate senza custodia dal possessore per necessità o per consuetudine.
A tal proposito, la Cassazione chiarisce che «poiché per pubblica fede deve intendersi il senso di affidamento verso la proprietà altrui in cui confida chi deve lasciare una cosa, anche solo temporaneamente, incustodita (Cass. n. 5113/07), tale speciale valutazione di gravità deve essere estesa anche a quei beni che in tale condizione di esposizione alla pubblica fede si trovino in ragione di impellenti bisogni della vita quotidiana ai quali l’offeso è chiamato a far fronte; bisogni non soltanto di ordine straordinario, ma anche di natura ordinariamente connessa ai tempi ed alle modalità con i quali si attende alle incombenze della propria giornata nella società attuale».Alla luce di ciò i Giudici ritengono che, dato l’uso sempre più frequente dell’auto come base per organizzare la propria giornata di vita professionale o privata, il concetto di cose lasciate per necessità o consuetudine deve comprendere anche quei beni che devono essere lasciati in auto in quanto ingombranti o di peso, senza che siano veri e propri accessori del mezzo di trasporto, nonché gli oggetti lasciati per necessità e comodità (come nel cado dei documenti).Dunque, nel concetto di cose lasciate per necessità e convenienza rientrano anche gli effetti personali lasciati nell’auto chiusa (posto che la chiusura del veicolo è necessaria per la configurabilità dell’aggravante), le buste della spesa e altri oggetti vari.
Nel caso in esame, l’imputato ha tentato di sottrarre o ha sottratto dall’auto numerosissimi beni rientrati, a giudizio dei Giudici, nel concetto di cose lasciate esposte alla pubblica fede. Per tale motivo il ricorso viene rigettato.

LA MANO MORTA E' VIOLENZA SESSUALE.

Confermata la condanna per un uomo che ha molestato una signora, toccandole il fondoschiena.
Per i Giudici non vi sono dubbi sulla lettura dell’episodio: il palpeggiamento è stato invasivo dell’intimità della donna.

(Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza n. 38606/19; depositata il 18 settembre)

Decisiva la ricostruzione dell’episodio.
Fondamentale il racconto della vittima, la quale ha spiegato che l’uomo sotto processo «le ha messo una mano sul fondochiena».
Nessun dubbio, quindi, sulla gravità del comportamento in discussione, poiché, osservano i Giudici, «il toccamento di quella specifica zona erogena è stato improvviso ed inaspettato, invasivo dell’intimità della donna e animato da chiari impulsi sessuali» percepiti dalla vittima che «protestò energicamente (“gliene ho dette di tutti i colori”)» con l’uomo.

Evidente, quindi, la consumazione del reato di «violenza sessuale», spiegano i giudici della Cassazione, poiché, come detto, «vi fu lascivo contatto con la zona erogena del fondoschiena della donna».
Tale dato è decisivo, poiché «è sufficiente che il colpevole raggiunga le parti intime della persona offesa (zone genitali o comunque erogene), essendo indifferente che il contatto corporeo sia di breve durata o che la vittima sia riuscita a sottrarsi all’azione dell’aggressore o che quest’ultimo consegua» o meno «la soddisfazione erotica».
Tirando le somme, anche il palpeggiamento del sedere è catalogabile come «violenza sessuale», poiché «l’elemento della violenza può estrinsecarsi anche nel compimento insidiosamente rapido dell’azione criminosa, tale da sorprendere la vittima e da superare la sua contraria volontà, così ponendola nell’impossibilità di difendersi».
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LA MANO MORTA E VIOLENZA SESSUALE.Confermata la condanna per un uomo che ha molestato una signora, toccandole il fondoschiena.
Per i Giudici non vi sono dubbi sulla lettura dell’episodio: il palpeggiamento è stato invasivo dell’intimità della donna.(Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza n. 38606/19; depositata il 18 settembre)Decisiva la ricostruzione dell’episodio.
Fondamentale il racconto della vittima, la quale ha spiegato che l’uomo sotto processo «le ha messo una mano sul fondochiena».
Nessun dubbio, quindi, sulla gravità del comportamento in discussione, poiché, osservano i Giudici, «il toccamento di quella specifica zona erogena è stato improvviso ed inaspettato, invasivo dell’intimità della donna e animato da chiari impulsi sessuali» percepiti dalla vittima che «protestò energicamente (“gliene ho dette di tutti i colori”)» con l’uomo.Evidente, quindi, la consumazione del reato di «violenza sessuale», spiegano i giudici della Cassazione, poiché, come detto, «vi fu lascivo contatto con la zona erogena del fondoschiena della donna».
Tale dato è decisivo, poiché «è sufficiente che il colpevole raggiunga le parti intime della persona offesa (zone genitali o comunque erogene), essendo indifferente che il contatto corporeo sia di breve durata o che la vittima sia riuscita a sottrarsi all’azione dell’aggressore o che quest’ultimo consegua» o meno «la soddisfazione erotica».
Tirando le somme, anche il palpeggiamento del sedere è catalogabile come «violenza sessuale», poiché «l’elemento della violenza può estrinsecarsi anche nel compimento insidiosamente rapido dell’azione criminosa, tale da sorprendere la vittima e da superare la sua contraria volontà, così ponendola nell’impossibilità di difendersi».

VERIFICA DEL TASSO ALCOLEMICO, ESISTE IL DIRITTO DI RIFIUTARE DI SOTTOPORSI AGLI ESAMI EMATICI?

La Cassazione ha chiarito che non sussiste, in capo all’automobilista, il diritto di rifiutare di sottoporsi al prelievo ematico volto a verificare il tasso alcolemico o l’assunzione di sostanze stupefacenti, ai fini della configurabilità del reato di guida in stato di ebbrezza o di alterazione psico-fisica.

(Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza n. 38581/19; depositata il 18 settembre)

La Corte d’Appello, confermando la pronuncia di primo grado, condannava l’imputato per i reati di cui agli artt. 186, comma 7, e 187, comma 8, del codice della strada.
Questi ricorreva in Cassazione deducendo che la polizia giudiziaria avesse richiesto l’accertamento ematico per verificare il tasso alcolemico o la presenza di tracce rivelanti l’assunzione di sostanze stupefacenti e dunque per accertare la sussistenza degli estremi del reato imputato all’automobilista, con esclusione di ogni finalità diagnostico-terapeutica.
Lamentava il ricorrente che il rifiuto di sottoposizione al suddetto accertamento, invasivo e incidente sulla libertà personale, non potesse rilevare penalmente, costituendo tale rifiuto l’esercizio di un diritto.

La Corte rileva che la doglianza è manifestatamente infondata.
Infatti, gli artt. 186, comma 7, e art. 187, comma 8, del codice della strada prevedono una sanzione penale per colui che rifiuta di essere sottoposto agli accertamenti idonei ad appurare il tasso alcolemico o l’assunzione di sostanze stupefacenti, al di fuori delle finalità terapeutiche, così da verificare il reato della guida in stato di ebbrezza o di alterazione psico-fisica.
Da questo i Giudici fanno derivare la mancanza di un diritto a rifiutare di sottoporsi al prelievo ematico, posto che inoltre tale condotta integra gli estremi di reato.
Alla luce di ciò, il ricorso viene dichiarato inammissibile.
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VERIFICA DEL TASSO ALCOLEMICO, ESISTE IL DIRITTO DI RIFIUTARE DI SOTTOPORSI AGLI ESAMI EMATICI?La Cassazione ha chiarito che non sussiste, in capo all’automobilista, il diritto di rifiutare di sottoporsi al prelievo ematico volto a verificare il tasso alcolemico o l’assunzione di sostanze stupefacenti, ai fini della configurabilità del reato di guida in stato di ebbrezza o di alterazione psico-fisica.(Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza n. 38581/19; depositata il 18 settembre)La Corte d’Appello, confermando la pronuncia di primo grado, condannava l’imputato per i reati di cui agli artt. 186, comma 7, e 187, comma 8, del codice della strada.
Questi ricorreva in Cassazione deducendo che la polizia giudiziaria avesse richiesto l’accertamento ematico per verificare il tasso alcolemico o la presenza di tracce rivelanti l’assunzione di sostanze stupefacenti e dunque per accertare la sussistenza degli estremi del reato imputato all’automobilista, con esclusione di ogni finalità diagnostico-terapeutica.
Lamentava il ricorrente che il rifiuto di sottoposizione al suddetto accertamento, invasivo e incidente sulla libertà personale, non potesse rilevare penalmente, costituendo tale rifiuto l’esercizio di un diritto.La Corte rileva che la doglianza è manifestatamente infondata.
Infatti, gli artt. 186, comma 7, e art. 187, comma 8, del codice della strada prevedono una sanzione penale per colui che rifiuta di essere sottoposto agli accertamenti idonei ad appurare il tasso alcolemico o l’assunzione di sostanze stupefacenti, al di fuori delle finalità terapeutiche, così da verificare il reato della guida in stato di ebbrezza o di alterazione psico-fisica.
Da questo i Giudici fanno derivare la mancanza di un diritto a rifiutare di sottoporsi al prelievo ematico, posto che inoltre tale condotta integra gli estremi di reato.
Alla luce di ciò, il ricorso viene dichiarato inammissibile.

SI DICHIARA DISOCCUPATO MA NON EVITA LA CONDANNA PER IL MANCATO MANTENIMENTO DELLE FIGLIE.

Confermata la condanna per un uomo, che per quasi quattro anni ha contribuito solo parzialmente al mantenimento delle figlie, non versando integralmente l’assegno stabilito dal Tribunale civile.
Egli ha provato a difendersi spiegando di non avere potuto svolgere alcuna attività lavorativa.
Per i Giudici, però, pur non percependo reddito, egli non ha spiegato come abbia potuto trovare i fondi per il proprio sostentamento.
Plausibile, di conseguenza, che egli abbia lavorato ‘in nero’, e ciò esclude una sua assoluta impossibilità di far fronte all’obbligo nei confronti delle figlie.

(Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza n. 38690/19; depositata il 19 settembre)

Ricostruita la delicata vicenda, il genitore sotto processo viene condannato a «sei mesi di reclusione e 500 euro di multa» per avere tenuto «una condotta contraria alla morale della famiglia» e «omesso di contribuire in maniera adeguata al mantenimento delle figlie minori, non versando integralmente» per quasi quattro anni «l’assegno dell’importo di 400 euro fissato dal Tribunale civile».
In sostanza, l’uomo è ritenuto colpevole di «avere fatto mancare alle figlie i mezzi di sussistenza».
Questa visione, condivisa dai giudici del Tribunale e della Corte d’appello, viene da lui contestata: egli richiama «un sinistro stradale occorsogli» con relativa «incidenza negativa sulla sua capacità lavorativa e, conseguentemente, di produrre reddito».
Chiaro l’obiettivo dell’uomo: convincere i giudici che egli non ha potuto «svolgere l’attività lavorativa di imbianchino» e non ha avuto neanche «la possibilità di ricercare una differente attività lavorativa», a causa della sua «limitata scolarizzazione».

Le obiezioni proposte dall’uomo non convincono però i Giudici della Cassazione, i quali respingono l’ipotesi avanzata dalla difesa, e cioè che ci si trovi di fronte a una oggettiva «impossibilità di far fronte agli adempimenti» in favore delle minorenni.
A rendere indifendibile la posizione del genitore è la constatazione che egli «lavorava ‘in nero’», e quindi «sia il sinistro stradale» che il successivo «intervento chirurgico» non potevano «ritenersi eventi tali da giustificare la parziale e contributiva omissione nella corresponsione di quanto dovuto in favore delle figlie».
Impossibile, in sostanza, parlare di «assoluta incapacità economica» dell’uomo, anche perché, osservano i giudici, «egli ha addotto di non percepire alcun reddito ma non ha poi spiegato attraverso quali mezzi abbia potuto provvedere al proprio sostentamento».
Ciò «assegna credibilità alla versione secondo cui egli esercitava attività lavorativa non dichiarata, con conseguente mancata prova in ordine all’impossibilità di provvedere al pagamento di quanto necessario per il sostentamento delle figlie».
... vedi altrovedi meno

SI DICHIARA DISOCCUPATO MA NON EVITA LA CONDANNA PER IL MANCATO MANTENIMENTO DELLE FIGLIE.Confermata la condanna per un uomo, che per quasi quattro anni ha contribuito solo parzialmente al mantenimento delle figlie, non versando integralmente l’assegno stabilito dal Tribunale civile.
Egli ha provato a difendersi spiegando di non avere potuto svolgere alcuna attività lavorativa.
Per i Giudici, però, pur non percependo reddito, egli non ha spiegato come abbia potuto trovare i fondi per il proprio sostentamento.
Plausibile, di conseguenza, che egli abbia lavorato ‘in nero’, e ciò esclude una sua assoluta impossibilità di far fronte all’obbligo nei confronti delle figlie.(Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza n. 38690/19; depositata il 19 settembre)Ricostruita la delicata vicenda, il genitore sotto processo viene condannato a «sei mesi di reclusione e 500 euro di multa» per avere tenuto «una condotta contraria alla morale della famiglia» e «omesso di contribuire in maniera adeguata al mantenimento delle figlie minori, non versando integralmente» per quasi quattro anni «l’assegno dell’importo di 400 euro fissato dal Tribunale civile».
In sostanza, l’uomo è ritenuto colpevole di «avere fatto mancare alle figlie i mezzi di sussistenza».
Questa visione, condivisa dai giudici del Tribunale e della Corte d’appello, viene da lui contestata: egli richiama «un sinistro stradale occorsogli» con relativa «incidenza negativa sulla sua capacità lavorativa e, conseguentemente, di produrre reddito».
Chiaro l’obiettivo dell’uomo: convincere i giudici che egli non ha potuto «svolgere l’attività lavorativa di imbianchino» e non ha avuto neanche «la possibilità di ricercare una differente attività lavorativa», a causa della sua «limitata scolarizzazione».Le obiezioni proposte dall’uomo non convincono però i Giudici della Cassazione, i quali respingono l’ipotesi avanzata dalla difesa, e cioè che ci si trovi di fronte a una oggettiva «impossibilità di far fronte agli adempimenti» in favore delle minorenni.
A rendere indifendibile la posizione del genitore è la constatazione che egli «lavorava ‘in nero’», e quindi «sia il sinistro stradale» che il successivo «intervento chirurgico» non potevano «ritenersi eventi tali da giustificare la parziale e contributiva omissione nella corresponsione di quanto dovuto in favore delle figlie».
Impossibile, in sostanza, parlare di «assoluta incapacità economica» dell’uomo, anche perché, osservano i giudici, «egli ha addotto di non percepire alcun reddito ma non ha poi spiegato attraverso quali mezzi abbia potuto provvedere al proprio sostentamento».
Ciò «assegna credibilità alla versione secondo cui egli esercitava attività lavorativa non dichiarata, con conseguente mancata prova in ordine all’impossibilità di provvedere al pagamento di quanto necessario per il sostentamento delle figlie».

LA CURVA DI WIDMARK NON BASTA PER CONDANNARE L'AUTOMOBILISTA PER GUIDA IN STATO DI EBREZZA.

In tema di prova scientifica del nesso causale nell’ambito della fattispecie di guida in stato di ebbrezza, la regola della curva di Widmark prevede che la concentrazione di alcool ha un andamento ascendente tra i 20 e i 60 minuti dall’assunzione, per poi procedere in via decrescente dopo aver raggiunto il picco massimo di assorbimento. Il giudice di merito non può però fondare la condanna sulla mera attribuzione di certezza assoluta di tale regola.

(Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza n. 38382/19; depositata il 17 settembre)

La Corte d’Appello di Trieste, in parziale riforma della pronuncia di prime cure, ha ridotto la pena inflitta all’imputato per il reato di guida in stato di ebbrezza alcolemica con ex art. 186, comma 2, lett. c), c.d.s., con l’aggravante di aver provocato un incidente stradale. L’accertamento eseguito dai carabinieri giunti sul luogo del sinistro tramite due prove con etilometro aveva segnalato un tasso alcolemico di 1,70 g/l alla prima prova e 1,40 g/l alla seconda.
L’imputato ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza deducendo l’erronea qualificazione del fatto che avrebbe dovuto essere ricondotto all’ipotesi di cui alla lett. b) dell’art. 186, comma 2, c.d.s.. I Giudici di merito hanno infatti configurato il reato più grave in applicazione della regola della curva di Widmark, secondo cui la concentrazione di alcool ha un andamento ascendente tra i 20 e i 60 minuti dall’assunzione, per poi procedere in via decrescente dopo aver raggiungo il picco massimo di assorbimento.
Secondo il ricorrente però tale regola non può assumere rilievo di scientificità, dovendo invece i giudici considerare le diverse variabili soggettive che alterano l’assorbimento di alcool nell’organismo.

La Corte, ritenendo fondato il ricorso, ricorda che in tema di prova scientifica del nesso causale ai fini dell’assoluzione dell’imputato è sufficiente il solo serie dubbio in seno alla comunità scientifica sul rapporto di causalità tra la condotta e l’evento; la condanna deve invece essere fondata su un sapere scientifico largamente accreditato tra gli studiosi in modo da poter ritenere provata la colpevolezza dell’imputato “al di là di ogni ragionevole dubbio”.
Con specifico riferimento alla verifica tecnica dello stato di ebbrezza, la giurisprudenza di legittimità ha già avuto modo di affermare che «le tempistiche di assorbimento e di smaltimento delle sostanze alcoliche ingerite non costituiscono dati determinabili in astratto e validi per la generalità dei casi, ma, posto un andamento generale basato sulla nota “curva di Widmark” […] variano da soggetto a soggetto e dipendono da numerosi fattori che sfuggono alla possibilità astratta di previsione».
Nella vicenda in esame, la Corte territoriale ha attribuito rilievo alla prima prova etilometrica piuttosto che alla seconda, eseguita a distanza di circa 15 minuti e che ha restituito un dato che, se isolatamente considerato, sarebbe stato compreso nella fattispecie di minor gravità di cui alla lett. b della norma citata.
La motivazione offerta dal giudice di secondo cure risulta però mancante non avendo fornito alcun elemento idoneo a verificare la correttezza metodologica dell’approccio scientifico utilizzato, limitandosi ad attribuire certezza assoluta alla regola della curva di Widmark.
In conclusione, accogliendo il ricorso, la Cassazione annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della medesima Corte d’Appello.
... vedi altrovedi meno

LA CURVA DI WIDMARK NON BASTA PER CONDANNARE LAUTOMOBILISTA PER GUIDA IN STATO DI EBREZZA.In tema di prova scientifica del nesso causale nell’ambito della fattispecie di guida in stato di ebbrezza, la regola della curva di Widmark prevede che la concentrazione di alcool ha un andamento ascendente tra i 20 e i 60 minuti dall’assunzione, per poi procedere in via decrescente dopo aver raggiunto il picco massimo di assorbimento. Il giudice di merito non può però fondare la condanna sulla mera attribuzione di certezza assoluta di tale regola.(Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza n. 38382/19; depositata il 17 settembre)La Corte d’Appello di Trieste, in parziale riforma della pronuncia di prime cure, ha ridotto la pena inflitta all’imputato per il reato di guida in stato di ebbrezza alcolemica con ex art. 186, comma 2, lett. c), c.d.s., con l’aggravante di aver provocato un incidente stradale. L’accertamento eseguito dai carabinieri giunti sul luogo del sinistro tramite due prove con etilometro aveva segnalato un tasso alcolemico di 1,70 g/l alla prima prova e 1,40 g/l alla seconda.
L’imputato ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza deducendo l’erronea qualificazione del fatto che avrebbe dovuto essere ricondotto all’ipotesi di cui alla lett. b) dell’art. 186, comma 2, c.d.s.. I Giudici di merito hanno infatti configurato il reato più grave in applicazione della regola della curva di Widmark, secondo cui la concentrazione di alcool ha un andamento ascendente tra i 20 e i 60 minuti dall’assunzione, per poi procedere in via decrescente dopo aver raggiungo il picco massimo di assorbimento.
Secondo il ricorrente però tale regola non può assumere rilievo di scientificità, dovendo invece i giudici considerare le diverse variabili soggettive che alterano l’assorbimento di alcool nell’organismo.La Corte, ritenendo fondato il ricorso, ricorda che in tema di prova scientifica del nesso causale ai fini dell’assoluzione dell’imputato è sufficiente il solo serie dubbio in seno alla comunità scientifica sul rapporto di causalità tra la condotta e l’evento; la condanna deve invece essere fondata su un sapere scientifico largamente accreditato tra gli studiosi in modo da poter ritenere provata la colpevolezza dell’imputato “al di là di ogni ragionevole dubbio”.
Con specifico riferimento alla verifica tecnica dello stato di ebbrezza, la giurisprudenza di legittimità ha già avuto modo di affermare che «le tempistiche di assorbimento e di smaltimento delle sostanze alcoliche ingerite non costituiscono dati determinabili in astratto e validi per la generalità dei casi, ma, posto un andamento generale basato sulla nota “curva di Widmark” […] variano da soggetto a soggetto e dipendono da numerosi fattori che sfuggono alla possibilità astratta di previsione».
Nella vicenda in esame, la Corte territoriale ha attribuito rilievo alla prima prova etilometrica piuttosto che alla seconda, eseguita a distanza di circa 15 minuti e che ha restituito un dato che, se isolatamente considerato, sarebbe stato compreso nella fattispecie di minor gravità di cui alla lett. b della norma citata.
La motivazione offerta dal giudice di secondo cure risulta però mancante non avendo fornito alcun elemento idoneo a verificare la correttezza metodologica dell’approccio scientifico utilizzato, limitandosi ad attribuire certezza assoluta alla regola della curva di Widmark.
In conclusione, accogliendo il ricorso, la Cassazione annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della medesima Corte d’Appello.
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