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4 settimane fa

Pavan & Girotto Studio Legale Associato

UNDICESIMO COMANDAMENTO: NON BESTEMMIARE MANI PULITE

Non sono gli insulti la cosa più grave; ci si può scivolare, nella foga polemica, nel contesto emozionale. Per noi è già acqua passata. E’ la mancanza di argomenti e di idee che lascia basiti. La duplice reazione in fotocopia -della Giunta di ANM prima, della corrente davighiana Autonomia ed Indipendenza poi- al documento della Giunta UCPI - Unione Camere Penali Italiane su ciò che a nostro avviso è stata ed ancora significa l’epopea di Mani Pulite, scaglia anatemi, trasuda indignazione e sdegno, ma non affronta uno che sia uno dei temi che abbiamo posto.
Non siamo stati noi a trasformare i giorni di lutto per la scomparsa di un importante ed autorevole magistrato nella occasione per fare di quella (almeno controversa, ce lo concedete?) stagione giudiziaria che lo vide protagonista una sorta di gloriosa nuova resistenza, una specie di atto ri-fondativo della Repubblica nata dalla Resistenza (quella vera, questa volta).
Ed allora, se non stiamo parlando più della persona, ma di un buon decennio di indagini e processi, del dissolvimento per via giudiziaria di una intera classe politica democratica (e qualche suicidio), i penalisti italiani sentono il dovere di dire la loro. Con garbo, educazione, fermezza. E’ un’altra narrazione di quella epopea, se ancora è consentito.
Abbiamo detto: nasce lì la trasfigurazione in un indebito soggetto politico degli Uffici di Procura. Al punto -abbiamo ricordato- che tre o quattro Pubblici Funzionari ritennero di poter apparire in televisione per letteralmente impedire, grazie all’enorme consenso populista (eh già!) acquisito con la loro opera di Pubblici Ministeri in quella inchiesta, che un Governo ed una maggioranza legittimamente eletti dal popolo potessero approvare un decreto-legge che essi non condividevano e giudicavano (a torto o a ragione, è del tutto irrilevante) letale per il Paese. E lo impedirono! E’ accaduto o è stata una nostra allucinazione?
Una evoluzione (noi diciamo: degenerazione) politica talmente definitiva da consentire una intervista al maggiore quotidiano del Paese per dire che quei magistrati, se il Capo dello Stato avesse “chiamato”, sarebbero stati pronti a rispondere. E’ verità, o volgare menzogna propagandistica?
Provate a simulare qualcosa anche solo di vagamente analogo oggi, e comprenderete di cosa stiamo parlando.
Ed ancora, abbiamo detto: la Procura di Milano iscrisse tutte le decine e forse centinaia di indagini mano a mano sorte all’epoca, da Mario Chiesa ad Enimont, sotto una unica notizia di reato. Un solo numero di Ruolo Generale delle Notizie di Reato. Risultato? Sempre e solo lo stesso GIP a vegliare sulla fondatezza e correttezza delle indagini, sulle misure cautelari, sui rinvii a giudizio. Vero o falso? Tutto normale? Nulla da dire? E’ dunque un modello virtuoso e replicabile? E cosa ne pensano davvero i magistrati giudicanti, i GIP, i giudici di Tribunale?
Abbiamo ancora detto: uno stesso fatto veniva qualificato a seconda della collaborazione prestata dall’imprenditore; il quale entrava in Procura come concusso, dunque parte offesa, e ne usciva come corruttore se non confermava l’ipotesi accusatoria, o viceversa. Vero o falso? E se fu vero, sono queste le regole della qualificazione giuridica del fatto?
Sono temi almeno meritevoli di essere discussi. Ancor più oggi, di fronte ad una crisi della Magistratura che, a nostro avviso, non potrà mai essere risolta se ci si illude di affrontarla solo nella chiave di una brutta pagina scritta da un gruppetto di magistrati infedeli.
Questa è una crisi di sistema, di assetti ordinamentali, all’origine della quale vi è il peso politico indebito e sproporzionato del titolare dell’azione penale. Uno squilibrio letale, perché un sistema democratico, qualunque sistema democratico, non può tollerare a lungo che vi sia un potere politico irresponsabile, che cioè non risponde a nessuno delle proprie scelte politiche.
Il risultato inesorabile è che la Politica chiede ed ottiene di essere partecipe di quell’immenso potere, ed è una esigenza quasi fisiologica ancorchè impropria, che finisce per esserle riconosciuta, anche se nella riservatezza di incontri e luoghi ora violati dal Trojan.
E perciò, abbiamo detto, tutto nasce da lì, da Mani Pulite, da quell’ubriacatura di potere politico da parte di un organo al quale quel potere non è riconosciuto, ed anzi è negato, dalla stessa Costituzione.
Finiti gli insulti e sbolliti gli anatemi, possiamo cominciare a sentire o leggere qualche buon argomento contrario?
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4 settimane fa

Pavan & Girotto Studio Legale Associato

IL DOVERE DI DIFENDERE
www.camerapenaleveneziana.it/news/visual.php?num=2901
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1 mese fa

Pavan & Girotto Studio Legale Associato

Il dovere di difendere, ricordato anche ad alcuni avvocati.

La tragedia dei due ragazzini uccisi a Vittoria, ripropone il tema del diritto e del dovere di difesa, da ricordare incredibilmente anche ad alcuni avvocati.
Il documento della Giunta e dell’Osservatorio difesa d’ufficio 'Paola Rebecchi'

➡️ bit.ly/2XKSVdz

La tragedia di Vittoria – con la morte di due ragazzini travolti da un’autovettura il cui conducente sarebbe risultato anche positivo ai test sull’uso di sostanze alcoliche e stupefacenti – sta riproponendo, con forza, il tema del diritto (e del dovere) di difesa.

In questi giorni, purtroppo, anche alcuni avvocati – forse nel malcelato tentativo di acquisire consenso tra la pubblica opinione, particolarmente scossa in situazioni come questa – hanno deciso di cavalcare l’ondata emotiva che la notizia ha inevitabilmente determinato, affermando pubblicamente che certe persone neppure meriterebbero di essere difese, con ciò esprimendo (inaccettabili) accostamenti e sovrapposizioni tra il difensore, l’imputato e i fatti di cui quest’ultimo è chiamato a rispondere.

Riteniamo doveroso intervenire, atteso che alcune prese di posizione hanno chiamato in causa anche la difesa d’ufficio e una – prospettata – “obiezione di coscienza” da parte dei difensori d’ufficio chiamati ad assistere persone accusate dei crimini più odiosi.

Sono affermazioni errate e pericolose.

Errate, perché contrastano con il dettato della legge professionale – che sancisce espressamente un dovere di difesa per il difensore d’ufficio – e di alcune norme deontologiche, che impongono all’avvocato, iscritto nell’elenco dei difensori d’ufficio e nominato, di prestare il proprio patrocinio.

Pericolose, perché in un ordinamento democratico e liberale non vi è spazio per decisioni sulla libertà personale prese al di fuori del processo e senza la presenza – indefettibile – del difensore.

L’Avvocato non difende le azioni dell’accusato, ma il suo – irrinunciabile – diritto ad un processo giusto, celebrato nel pieno rispetto delle regole.

Di questa fondamentale garanzia, molto spesso, l’Avvocato d’ufficio è il solo ed ultimo custode.

Nel difendere il diritto ad un processo giusto anche per l’ultimo degli imputati del più grave ed odioso crimine, l’Avvocato d’ufficio è posto a tutela di diritti fondamentali che appartengono a tutti, perché non ammettono deroghe ed eccezioni.

Fuori dal processo, celebrato nel rispetto delle forme e con la presenza del difensore, non c’è spazio per la giustizia in uno Stato democratico e liberale.

Non possiamo accettare che siano (addirittura!) degli avvocati a mettere in discussione queste conquiste di civiltà.

La Giunta

L’Osservatorio difesa d’ufficio UCPI



Roma, 15 luglio 2019
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1 mese fa

Pavan & Girotto Studio Legale Associato

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1 mese fa

Pavan & Girotto Studio Legale Associato

Convenzione ADS: sottoscritta con partecipazione dei dieci comuni del Basso Piave, dal Sindaco di San Donà dott. Cereser ed il Presidente del Tribunale dott. Laganà. Per la Camera Avvocati di San Donà “Giorgio Pavan” ha firmato il presidente Victor Rampazzo. Presenti anche il segretario Francesco Pavan ed il pastpresident Alberto Vigani. ... vedi altrovedi meno

1 mese fa

Pavan & Girotto Studio Legale Associato

Camera Avvocati di San Dona' di Piave “Giorgio Pavan”
Firma protocollo Sportello di Prossimità.
La Camera Avvocati di San Donà di Piave "Giorgio Pavan" a servizio dei cittadini.
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1 mese fa

Pavan & Girotto Studio Legale Associato

L’Ordine degli Avvocati di Padova ricorda l’attualità dell’esempio dell’Avvocato #GiorgioAmbrosoli a quarant’anni dal suo assassinio

Ricorre oggi il quarantesimo anniversario del barbaro assassinio dell’Avvocato Giorgio Ambrosoli, la cui figura sarà commemorata oggi, con un’importante iniziativa organizzata dall’@Ordine degli Avvocati di Milano.

La commemorazione potrà essere seguita in diretta, a partire dalle ore 11.00, al seguente link: www.oamtv.it

Anche se sono passati quarant’anni, il ricordo di Giorgio Ambrosoli, avvocato ucciso per la sua fedeltà agli ideali di libertà ed ai principi di giustizia e responsabilità, è vivo più che mai, anche grazie alle energie profuse dall’amico e Collega Umberto Ambrosoli, che ha onorato il Foro padovano con la sua presenza a numerosi momenti di riflessione comune.

Giorgio Ambrosoli era un uomo giusto, “vittima” del suo senso di responsabilità e della sua incorruttibilità.

Un eroe della legalità e della Giustizia.

Sapeva che avrebbe pagato a caro prezzo la sua onestà, ma decise di non piegarsi agli interessi criminali. Il suo è un altissimo esempio di come il coraggio debba essere inteso quale virtù civica, che consente di liberarsi dalla paura, per passione verso la professione, amore della libertà e vocazione alla responsabilità.

Bertolt Brecht ha detto “Guai a quel Paese che ha bisogno di eroi”.

Certo sarebbe più confortante pensare di vivere in una realtà sociale che non ha bisogno di eroi, ma il nostro Paese non è soltanto ricco di furbizie palesi, ma è anche corroso da sopraffazioni occulte.

Per questo possono essere necessari gli eroi, come ne abbiamo bisogno noi avvocati.

Giorgio Ambrosoli è un esempio per i colleghi troppo stanchi di lottare e per i giovani impazienti di intraprendere la nostra professione senza sogni.

Padova, 11 luglio 2019.

Il Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Padova
Avv. Leonardo Arnau

ordineavvocati.padova.it/lordine-degli-avvocati-di-padova-ricorda-lattualita-dellesempio-dellavvo...
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Lode ai Fenici.

#avvocati
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Lode ai Fenici.#avvocati

NON PROVATO IL LEGAME AFFETTIVO: NIENTE RISARCIMENTO AL NONNO PER LA PERDITA DELLA NIPOTE.

Respinta la richiesta presentata dall’uomo a seguito del decesso della nipote, rimasta vittima di un bruttissimo incidente stradale.
Per i Giudici non vi sono i presupposti per parlare di forte legame affettivo tra i due familiari.
Irrilevanti, a questo proposito, i contatti telefonici e l’appartenenza alla stessa fede religiosa.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile - 3, ordinanza n. 12280/19; depositata il 9 maggio)

L’origine della vicenda risale ai primi mesi del 2009, quando una ragazza muore a seguito di un brutto incidente stradale.
Unico colpevole è il conducente della vettura su cui viaggiava la vittima.
A gravare sull’automobilista vi è, poi, anche la «richiesta di risarcimento» presentata dal nonno della ragazza. L’uomo pretende un ristoro economico per «la sofferenza affettiva» subita a causa della «perdita della nipote».
Ma i Giudici, prima in Tribunale e poi in appello, respingono la domanda, ritenendo non provata «l’intensità del vincolo affettivo tra nonno e nipote (non conviventi)».
Tale visione è ritenuta corretta e confermata anche dalla Cassazione, che respinge definitivamente le obiezioni proposte dal legale del nonno.

Riflettori puntati, spiegano i Giudici, sulla «esistenza di un intenso vincolo» tra i due familiari, e ciò a prescindere dalla convivenza.
Ebbene, su questo fronte, il nonno ha solo provato «l’appartenenza sua e della nipote alla medesima religione e la frequenza tra di loro di contatti telefonici».
Tutti elementi che non sono idonei a dare sostanza all’ipotesi di un vero legame tra nonno e nipote, concludono i magistrati.
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NON PROVATO IL LEGAME AFFETTIVO: NIENTE RISARCIMENTO AL NONNO PER LA PERDITA DELLA NIPOTE.Respinta la richiesta presentata dall’uomo a seguito del decesso della nipote, rimasta vittima di un bruttissimo incidente stradale.
Per i Giudici non vi sono i presupposti per parlare di forte legame affettivo tra i due familiari.
Irrilevanti, a questo proposito, i contatti telefonici e l’appartenenza alla stessa fede religiosa.(Corte di Cassazione, sez. VI Civile - 3, ordinanza n. 12280/19; depositata il 9 maggio)
L’origine della vicenda risale ai primi mesi del 2009, quando una ragazza muore a seguito di un brutto incidente stradale.
Unico colpevole è il conducente della vettura su cui viaggiava la vittima.
A gravare sull’automobilista vi è, poi, anche la «richiesta di risarcimento» presentata dal nonno della ragazza. L’uomo pretende un ristoro economico per «la sofferenza affettiva» subita a causa della «perdita della nipote».
Ma i Giudici, prima in Tribunale e poi in appello, respingono la domanda, ritenendo non provata «l’intensità del vincolo affettivo tra nonno e nipote (non conviventi)».
Tale visione è ritenuta corretta e confermata anche dalla Cassazione, che respinge definitivamente le obiezioni proposte dal legale del nonno.Riflettori puntati, spiegano i Giudici, sulla «esistenza di un intenso vincolo» tra i due familiari, e ciò a prescindere dalla convivenza.
Ebbene, su questo fronte, il nonno ha solo provato «l’appartenenza sua e della nipote alla medesima religione e la frequenza tra di loro di contatti telefonici».
Tutti elementi che non sono idonei a dare sostanza all’ipotesi di un vero legame tra nonno e nipote, concludono i magistrati.

VITA DI RELAZIONE E RISORSE ECONOMICHE PER LEI: QUESTI ELEMENTI NON ESCLUDONO LE VESSAZIONI COMPIUTE DAL COMPAGNO.

Condanna definitiva per il convivente, ritenuto colpevole di maltrattamenti e lesioni nei confronti di quella che è stata la sua partner per 8 anni.
Respinta la linea difensiva, secondo cui l’autonomia della donna era incompatibile con l’ipotesi di vessazioni fisiche e morali.

(Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza n. 19776/19; depositata l’8 maggio)

Libertà nella propria vita di relazione e risorse economiche a disposizione. Questi ‘riconoscimenti’ – così letti in un’ottica "maschilista" – in favore della donna non possono certo rendere meno gravi le vessazioni, fisiche e morali, da lei subite ad opera del compagno, che, invece, va condannato perché colpevole di “maltrattamenti in famiglia” e “lesioni personali dolose”

Ricostruita la vicenda, cioè una lunga relazione tra uomo e donna, durata diversi anni e caratterizzata anche dai soprusi di lui ai danni di lei, i Giudici, prima in Tribunale e poi in appello, ritengono evidente l’esistenza del reato di «maltrattamenti in famiglia».
Consequenziale la condanna dell’uomo, ritenuto colpevole anche di «lesioni personali dolose» nei confronti della compagna.

Questa visione è condivisa e fatta propria anche dalla Cassazione.
Respinte le obiezioni difensive, centrate soprattutto sulla presunta «episodicità delle manifestazioni violente» nei confronti della donna.
A fronte della «accertata esistenza di plurimi episodi di prevaricazione nel corso di una relazione sentimentale protrattasi per otto anni», i Giudici considerano irrilevante il fatto che la parte offesa «avesse una sua vita di relazione autonoma e potesse disporre di risorse economiche».
Tali circostanze sono «perfettamente compatibili con un più generale clima di umiliante sopraffazione» ai danni della donna, concludono i magistrati.
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VITA DI RELAZIONE E RISORSE ECONOMICHE PER LEI: QUESTI ELEMENTI NON ESCLUDONO LE VESSAZIONI COMPIUTE DAL COMPAGNO.Condanna definitiva per il convivente, ritenuto colpevole di maltrattamenti e lesioni nei confronti di quella che è stata la sua partner per 8 anni.
Respinta la linea difensiva, secondo cui l’autonomia della donna era incompatibile con l’ipotesi di vessazioni fisiche e morali.(Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza n. 19776/19; depositata l’8 maggio)Libertà nella propria vita di relazione e risorse economiche a disposizione. Questi ‘riconoscimenti’ – così letti in un’ottica maschilista – in favore della donna non possono certo rendere meno gravi le vessazioni, fisiche e morali, da lei subite ad opera del compagno, che, invece, va condannato perché colpevole di “maltrattamenti in famiglia” e “lesioni personali dolose”Ricostruita la vicenda, cioè una lunga relazione tra uomo e donna, durata diversi anni e caratterizzata anche dai soprusi di lui ai danni di lei, i Giudici, prima in Tribunale e poi in appello, ritengono evidente l’esistenza del reato di «maltrattamenti in famiglia».
Consequenziale la condanna dell’uomo, ritenuto colpevole anche di «lesioni personali dolose» nei confronti della compagna.Questa visione è condivisa e fatta propria anche dalla Cassazione.
Respinte le obiezioni difensive, centrate soprattutto sulla presunta «episodicità delle manifestazioni violente» nei confronti della donna.
A fronte della «accertata esistenza di plurimi episodi di prevaricazione nel corso di una relazione sentimentale protrattasi per otto anni», i Giudici considerano irrilevante il fatto che la parte offesa «avesse una sua vita di relazione autonoma e potesse disporre di risorse economiche».
Tali circostanze sono «perfettamente compatibili con un più generale clima di umiliante sopraffazione» ai danni della donna, concludono i magistrati.

IL RUOLO DELLA BANCA NEGOZIATRICE IN CASO DI SMARRIMENTO DELL'ASSEGNO BANCARIO.

La banca negoziatrice che, smarrito l’assegno versato dal prenditore, non sia riuscita a ripeterne l’importo a causa dell’inadempimento della banca trattaria, è legittimata ad agire in via contrattuale avverso quest’ultima.

(Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza n. 12048/19; depositata l’8 maggio)

Il GdP accoglieva la domanda attorea nei confronti di Poste Italiane Spa, istituto negoziatore, volta ad ottenere il risarcimento del danno avuto con lo smarrimento dell’assegno bancario tratto da una banca e consegnato all’ufficio postale presso il quale il primo aveva acceso il proprio conto corrente.
La banca negoziatrice lo aveva smarrito in fase di spedizione ed aveva comunicato al correntista erroneamente il numero dell’assegno determinando il protrarsi della procedura di ammortamento e maggiori oneri per l’attore.

Il Tribunale, in secondo grado adito da Poste Italiane Spa, rigettava l’appello che aveva ad oggetto le statuizioni prima adottate nei confronti della banca e confermava l’impugnata sentenza di primo grado.
Così Poste Italiane Spa ricorre in Cassazione e la banca trattaria resiste con controricorso.

Sul tema la Suprema Corte ribadisce che, qualora un assegno bancario venga versato dal prenditore presso la propria banca e questa, una volta accreditato l’importo al soggetto versante, non sia in grado di ripeterlo dalla banca trattaria per smarrimento del titolo di credito, colui che emette l’assegno stesso, che veda estinguersi il suo debito verso il prenditore per mero effetto del soddisfacimento di quest’ultimo a seguito dell’accredito fatto a suo favore, «ottiene un’indebita locupletazione e resta conseguentemente assoggettato all’azione di arricchimento della banca del prenditore, ai sensi e nei limiti di cui all’art. 2041 cod. civ.».

Sulla base di detto principio di diritto, la sentenza impugnata, con cui il Tribunale in secondo grado riteneva non accogliere l’azione di danno contrattuale esercitata dalla banca negoziatrice nei confronti della trattaria, nell’inosservanza dei doveri di informazione e collaborazione tra istituti di credito e per difetto del nesso causale tra il preteso inadempimento della trattaria e il pregiudizio dedotto, deve essere cassata e rinviata allo stesso Tribunale, in diversa composizione, per nuovo esame.
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IL RUOLO DELLA BANCA NEGOZIATRICE IN CASO DI SMARRIMENTO DELLASSEGNO BANCARIO.La banca negoziatrice che, smarrito l’assegno versato dal prenditore, non sia riuscita a ripeterne l’importo a causa dell’inadempimento della banca trattaria, è legittimata ad agire in via contrattuale avverso quest’ultima.(Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza n. 12048/19; depositata l’8 maggio)Il GdP accoglieva la domanda attorea nei confronti di Poste Italiane Spa, istituto negoziatore, volta ad ottenere il risarcimento del danno avuto con lo smarrimento dell’assegno bancario tratto da una banca e consegnato all’ufficio postale presso il quale il primo aveva acceso il proprio conto corrente.
La banca negoziatrice lo aveva smarrito in fase di spedizione ed aveva comunicato al correntista erroneamente il numero dell’assegno determinando il protrarsi della procedura di ammortamento e maggiori oneri per l’attore.Il Tribunale, in secondo grado adito da Poste Italiane Spa, rigettava l’appello che aveva ad oggetto le statuizioni prima adottate nei confronti della banca e confermava l’impugnata sentenza di primo grado.
Così Poste Italiane Spa ricorre in Cassazione e la banca trattaria resiste con controricorso.Sul tema la Suprema Corte ribadisce che, qualora un assegno bancario venga versato dal prenditore presso la propria banca e questa, una volta accreditato l’importo al soggetto versante, non sia in grado di ripeterlo dalla banca trattaria per smarrimento del titolo di credito, colui che emette l’assegno stesso, che veda estinguersi il suo debito verso il prenditore per mero effetto del soddisfacimento di quest’ultimo a seguito dell’accredito fatto a suo favore, «ottiene un’indebita locupletazione e resta conseguentemente assoggettato all’azione di arricchimento della banca del prenditore, ai sensi e nei limiti di cui all’art. 2041 cod. civ.».Sulla base di detto principio di diritto, la sentenza impugnata, con cui il Tribunale in secondo grado riteneva non accogliere l’azione di danno contrattuale esercitata dalla banca negoziatrice nei confronti della trattaria, nell’inosservanza dei doveri di informazione e collaborazione tra istituti di credito e per difetto del nesso causale tra il preteso inadempimento della trattaria e il pregiudizio dedotto, deve essere cassata e rinviata allo stesso Tribunale, in diversa composizione, per nuovo esame.

DEFAULT ARGENTINA: L'INTERMEDIARIO FINANZIARIO DEVE RISARCIRE L'INVESTITORE?

In tema di intermediazione finanziaria, la valutazione di adeguatezza dell’operazione al profilo di rischio del cliente e la sua buona conoscenza del mercato non escludono la gravità dell’inadempimento, da parte dell’intermediario, degli obblighi informativi prevista dalla normativa di settore.

(Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza n. 12051/19; depositata l'8 maggio)

La Corte d’Appello di Roma, riformando la pronuncia di primo grado, ha respinto la domanda proposta da un uomo nei confronti di una banca per il risarcimento dei danni subiti a seguito della sottoscrizione di obbligazioni argentine.
Il soccombente ha proposto ricorso per cassazione dolendosi per aver i Giudici di merito trascurato di verificare l’effettivo adempimento da parte della banca degli obblighi informativi nei confronti dell’investitore volti a valutare l’adeguatezza ed il grado di rischio sotteso all’operazione.

Il Collegio, richiamando la motivazione offerta dal provvedimento impugnato, ne sottolinea la manifesta erroneità per aver la Corte d’Appello posposto il giudizio sulla violazione degli obblighi infornativi rispetto alla sussistenza del nesso di causalità tra l’asserita violazione degli stessi ed il danno lamentato ritenendo, di conseguenza, che il danno non poteva essere imputato alla banca in quanto l’investitore avrebbe comunque attuato l’operazione.

Deve infatti essere richiamato il principio secondo cui, in tema di intermediazione finanziaria, il riparto dell’onere probatorio nelle azioni di responsabilità per danni subiti dall’investitore, presupponendo l’accertamento del diligente adempimento delle obbligazioni scaturenti dal contratto di negoziazione, impone al danneggiato di allegare l’inadempimento della controparte, di fornire la prova del danno e del nesso di causalità.

Dall’altra parte, l’intermediario deve provare l’avvenuto adempimento delle specifiche obbligazioni a suo carico e, sotto il profilo soggettivo, la specifica diligenza richiesta.
In relazione all’estensione degli obblighi informativi, la giurisprudenza ha inoltre chiarito che essi sono diretti a consentire all’investitore di operare in modo pienamente consapevole, avendo acquisito l’intero ventaglio delle informazioni, specifiche e personalizzate, che alla luce del parametro di diligenza applicabile, debbano essere fornire tenuto conto delle caratteristiche dell’investitore.
Di conseguenza, «una volta doverosamente acquisite le informazioni necessarie, l’intermediario deve esemplificativamente rendere edotto l’investitore del rating, della eventuale offering circolar e delle caratteristiche del mercato ove il prodotto è collocato, di eventuali situazioni di grey market e, se del caso, finanche del rischio di default dell’emittente sempre che resti apprezzabile da esso intermediario».
È stato poi precisato che la propensione al rischio dell’investitore non vale a liberare l’intermediario dall’obbligo di offrire le appropriate informazioni.

In conclusione è possibile escludere la responsabilità dell’intermediario per difetto del nesso di causalità tra violazioni e pregiudizio sofferto, quantomeno nel caso in cui venga accertato che l’investitore anche se correttamente informato avrebbe deciso comunque di dar corso all’investimento.
Ciò non esclude però la necessità di verificare che gli siano state fornite le corrette informazioni al fine di valutare i rischi, non rilevando in tal senso che l’operazione sia risultata adeguata alla profilazione del cliente.
Per questi motivi, la Corte accoglie il ricorso e cassa la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’Appello di Roma.
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DEFAULT ARGENTINA: LINTERMEDIARIO FINANZIARIO DEVE RISARCIRE LINVESTITORE?In tema di intermediazione finanziaria, la valutazione di adeguatezza dell’operazione al profilo di rischio del cliente e la sua buona conoscenza del mercato non escludono la gravità dell’inadempimento, da parte dell’intermediario, degli obblighi informativi prevista dalla normativa di settore.(Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza n. 12051/19; depositata l8 maggio)La Corte d’Appello di Roma, riformando la pronuncia di primo grado, ha respinto la domanda proposta da un uomo nei confronti di una banca per il risarcimento dei danni subiti a seguito della sottoscrizione di obbligazioni argentine.
Il soccombente ha proposto ricorso per cassazione dolendosi per aver i Giudici di merito trascurato di verificare l’effettivo adempimento da parte della banca degli obblighi informativi nei confronti dell’investitore volti a valutare l’adeguatezza ed il grado di rischio sotteso all’operazione.Il Collegio, richiamando la motivazione offerta dal provvedimento impugnato, ne sottolinea la manifesta erroneità per aver la Corte d’Appello posposto il giudizio sulla violazione degli obblighi infornativi rispetto alla sussistenza del nesso di causalità tra l’asserita violazione degli stessi ed il danno lamentato ritenendo, di conseguenza, che il danno non poteva essere imputato alla banca in quanto l’investitore avrebbe comunque attuato l’operazione.Deve infatti essere richiamato il principio secondo cui, in tema di intermediazione finanziaria, il riparto dell’onere probatorio nelle azioni di responsabilità per danni subiti dall’investitore, presupponendo l’accertamento del diligente adempimento delle obbligazioni scaturenti dal contratto di negoziazione, impone al danneggiato di allegare l’inadempimento della controparte, di fornire la prova del danno e del nesso di causalità.Dall’altra parte, l’intermediario deve provare l’avvenuto adempimento delle specifiche obbligazioni a suo carico e, sotto il profilo soggettivo, la specifica diligenza richiesta.
In relazione all’estensione degli obblighi informativi, la giurisprudenza ha inoltre chiarito che essi sono diretti a consentire all’investitore di operare in modo pienamente consapevole, avendo acquisito l’intero ventaglio delle informazioni, specifiche e personalizzate, che alla luce del parametro di diligenza applicabile, debbano essere fornire tenuto conto delle caratteristiche dell’investitore.
Di conseguenza, «una volta doverosamente acquisite le informazioni necessarie, l’intermediario deve esemplificativamente rendere edotto l’investitore del rating, della eventuale offering circolar e delle caratteristiche del mercato ove il prodotto è collocato, di eventuali situazioni di grey market e, se del caso, finanche del rischio di default dell’emittente sempre che resti apprezzabile da esso intermediario».
È stato poi precisato che la propensione al rischio dell’investitore non vale a liberare l’intermediario dall’obbligo di offrire le appropriate informazioni.In conclusione è possibile escludere la responsabilità dell’intermediario per difetto del nesso di causalità tra violazioni e pregiudizio sofferto, quantomeno nel caso in cui venga accertato che l’investitore anche se correttamente informato avrebbe deciso comunque di dar corso all’investimento.
Ciò non esclude però la necessità di verificare che gli siano state fornite le corrette informazioni al fine di valutare i rischi, non rilevando in tal senso che l’operazione sia risultata adeguata alla profilazione del cliente.
Per questi motivi, la Corte accoglie il ricorso e cassa la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’Appello di Roma.

QUAL E' IL FORO COMPETENTE SULLE CAUSE CONTRO I CONDOMINI MOROSI RESIDENTI IN ALTRO STATO UE?

L’art. 7, punto 1, lett. a), Regolamento (UE) n. 1215/2012, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (Bruxelles I bis), deve essere interpretato nel senso che una controversia vertente su di un’obbligazione di pagamento risultante da una decisione dell’assemblea dei condomini di un immobile costituito di appartamenti (sprovvista di personalità giuridica e specialmente istituita ex lege per esercitare taluni diritti), adottata a maggioranza dei suoi membri e vincolante per tutti gli stessi, deve considerarsi riconducibile alla nozione di «materia contrattuale» ai sensi di tale disposizione.

(Corte di Giustizia UE, Prima Sezione, sentenza 8 maggio 2019, C-25/18)

L’amministratore di un condominio, sito a Bansko in Bulgaria, citava innanzi al competente Tribunale distrettuale bulgaro una coppia di condomini, residenti in Irlanda, per non aver versato integralmente i contributi per le spese di manutenzione delle parti comuni per gli anni 2012-2017, il cui importo era stato stabilito dall’assemblea condominiale con varie delibere.
La Corte si dichiarò incompetente a favore dell’Irlanda, in base alla regola generale dell’art. 4 §.1 Bruxelles I bis (foro del convenuto), non tenendo conto che il caso, come sostenuto dall’amministratore ed avallato dalla CGUE, rientrava tra le eccezioni ex art. 7 perciò ne aveva la piena giurisdizione.
Il giudice di rinvio, adito in appello, ha sospeso la causa chiedendo lumi alla CGUE.

QUESTA LA DECISIONE:

La regola generale del foro del convenuto può essere derogata in rari e tassativi casi in cui è istituita una competenza speciale ed esclusiva.
L’art. 7 stabilisce, in materia contrattuale, la competenza esclusiva della «autorità giurisdizionale del luogo di esecuzione dell’obbligazione dedotta in giudizio», ossia dove la stessa è stata o deve essere eseguita.
La prassi costante e concorde della CGUE ha rilevato che per ravvisarsi un’obbligazione contrattuale non è necessario che sia stato siglato un contratto.
Infatti la nozione di “materia contrattuale” ai sensi dell’art. 7 «presuppone la determinazione di un’obbligazione giuridica assunta liberamente da un soggetto nei confronti di un altro e su cui si fonda l’azione del ricorrente» (EU:C:2016:286 e 2015:37 nella rassegne del 6/5/16 e 30/1/15).

La decisione presa dall’assemblea dei condomini («sprovvista di personalità giuridica e istituita specialmente ex lege per esercitare taluni diritti») adottata a maggioranza e vincolante per tutti rientra in questa nozione di “materia contrattuale”.

Appurata la natura contrattuale si deve capire se questo accordo rientri in un contratto avente ad oggetto un diritto reale immobiliare od una prestazione di servizi ex art. 4 §.1 Lett. c) e b) Roma I: nel primo caso sarà disciplinato dalla legge del paese in cui l’immobile è situato, nell’altro da quella dello Stato in cui risiede abitualmente il prestatore dei servizi.
Più precisamente il contratto avente ad oggetto un diritto reale immobiliare riguarda tutte quelle azioni dirette «da un lato, a determinare l’estensione, la consistenza, la proprietà, il possesso di un bene immobile o l’esistenza di altri diritti reali su tali beni e, dall’altro, ad assicurare ai titolari di questi diritti la protezione delle prerogative derivanti dal loro titolo» (EU:C:2016:881 nella rassegna dell’8/11/16).
L’azione promossa contro i condomini morosi per il recupero delle spese di manutenzione di beni di cui sono comproprietari, i cui importi sono stabiliti dall’assemblea condominiale, però, esula da questa categoria rientrando chiaramente in quella del contratto di prestazione di servizi.: la nozione di servizi, infatti, implica che «la parte che li fornisce effettui una determinata attività in cambio di un corrispettivo» (EU:C:2018:173).
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QUAL E IL FORO COMPETENTE SULLE CAUSE CONTRO I CONDOMINI MOROSI RESIDENTI IN ALTRO STATO UE?L’art. 7, punto 1, lett. a), Regolamento (UE) n. 1215/2012, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (Bruxelles I bis), deve essere interpretato nel senso che una controversia vertente su di un’obbligazione di pagamento risultante da una decisione dell’assemblea dei condomini di un immobile costituito di appartamenti (sprovvista di personalità giuridica e specialmente istituita ex lege per esercitare taluni diritti), adottata a maggioranza dei suoi membri e vincolante per tutti gli stessi, deve considerarsi riconducibile alla nozione di «materia contrattuale» ai sensi di tale disposizione.(Corte di Giustizia UE, Prima Sezione, sentenza 8 maggio 2019, C-25/18)L’amministratore di un condominio, sito a Bansko in Bulgaria, citava innanzi al competente Tribunale distrettuale bulgaro una coppia di condomini, residenti in Irlanda, per non aver versato integralmente i contributi per le spese di manutenzione delle parti comuni per gli anni 2012-2017, il cui importo era stato stabilito dall’assemblea condominiale con varie delibere.
La Corte si dichiarò incompetente a favore dell’Irlanda, in base alla regola generale dell’art. 4 §.1 Bruxelles I bis (foro del convenuto), non tenendo conto che il caso, come sostenuto dall’amministratore ed avallato dalla CGUE, rientrava tra le eccezioni ex art. 7 perciò ne aveva la piena giurisdizione.
Il giudice di rinvio, adito in appello, ha sospeso la causa chiedendo lumi alla CGUE.QUESTA LA DECISIONE:La regola generale del foro del convenuto può essere derogata in rari e tassativi casi in cui è istituita una competenza speciale ed esclusiva.
L’art. 7 stabilisce, in materia contrattuale, la competenza esclusiva della «autorità giurisdizionale del luogo di esecuzione dell’obbligazione dedotta in giudizio», ossia dove la stessa è stata o deve essere eseguita.
La prassi costante e concorde della CGUE ha rilevato che per ravvisarsi un’obbligazione contrattuale non è necessario che sia stato siglato un contratto.
Infatti la nozione di “materia contrattuale” ai sensi dell’art. 7 «presuppone la determinazione di un’obbligazione giuridica assunta liberamente da un soggetto nei confronti di un altro e su cui si fonda l’azione del ricorrente» (EU:C:2016:286 e 2015:37 nella rassegne del 6/5/16 e 30/1/15).La decisione presa dall’assemblea dei condomini («sprovvista di personalità giuridica e istituita specialmente ex lege per esercitare taluni diritti») adottata a maggioranza e vincolante per tutti rientra in questa nozione di “materia contrattuale”.Appurata la natura contrattuale si deve capire se questo accordo rientri in un contratto avente ad oggetto un diritto reale immobiliare od una prestazione di servizi ex art. 4 §.1 Lett. c) e b) Roma I: nel primo caso sarà disciplinato dalla legge del paese in cui l’immobile è situato, nell’altro da quella dello Stato in cui risiede abitualmente il prestatore dei servizi.
Più precisamente il contratto avente ad oggetto un diritto reale immobiliare riguarda tutte quelle azioni dirette «da un lato, a determinare l’estensione, la consistenza, la proprietà, il possesso di un bene immobile o l’esistenza di altri diritti reali su tali beni e, dall’altro, ad assicurare ai titolari di questi diritti la protezione delle prerogative derivanti dal loro titolo» (EU:C:2016:881 nella rassegna dell’8/11/16).
L’azione promossa contro i condomini morosi per il recupero delle spese di manutenzione di beni di cui sono comproprietari, i cui importi sono stabiliti dall’assemblea condominiale, però, esula da questa categoria rientrando chiaramente in quella del contratto di prestazione di servizi.: la nozione di servizi, infatti, implica che «la parte che li fornisce effettui una determinata attività in cambio di un corrispettivo» (EU:C:2018:173).
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