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DIFETTI DELL'AUTO POCHI MESI DOPO L'ACQUISTO: IL VENDITORE E' RESPONSABILE??

In tema di contratti di vendita di beni di consumo, si presume che i difetti di conformità manifestatisi entro 6 mesi dalla consegna, siano sussistenti già a tale data.
È dunque onere del consumatore allegare la sussistenza del vizio, gravando sulla controparte l’onere di provare la conformità del bene consegnato rispetto al contratto di vendita.

(Corte di Cassazione, sez. II, sentenza n. 13148/20; depositata il 30 giugno)

Dopo aver acquistato un’auto usata, la proprietaria si accorgeva di gravi vizi occulti, regolarmente denunciati ma non riparati dalla società venditrice.
L’acquirente adiva dunque il Tribunale per il risarcimento del danno corrispondente alle somme spese per il ripristino del mezzo e al disagio subito.
Il Tribunale rigettava la domanda accogliendo la tesi del convenuto secondo cui il vizio era stato causato da un uso anomalo del mezzo che al momento della consegna era perfettamente funzionante.
La Corte d’Appello confermava la decisione sottolineando che i vizi si erano manifestati a distanza di 3 mesi dall’acquisto e che la donna aveva ammesso un uso anomalo del veicolo.
La pronuncia è stata impugnata con ricorso per cassazione dall’acquirente che invoca l’applicazione degli artt. 130 e 132 cod. cons., avendo erroneamente i giudici merito ricondotto la fattispecie alla disciplina codicistica del contratto di vendita.

La Corte coglie l’occasione per richiamare l’art. 135, comma 2, cod. cons. che stabilisce in tema di contratto di vendita che le disposizioni del codice civile si applicano per quanto ivi non previsto.
L’assetto normativo modellato dal legislatore esprime dunque una chiara preferenza per la normativa del codice del consumo, con ruolo “sussidiario” delle disposizioni codicistiche.

Ciò posto, dal combinato disposto degli artt. 129 e ss. cod. cons. discende in capo al venditore una responsabilità nei confronti del consumatore per qualsiasi difetto di conformità esistente al momento della consegna del bene e palesatosi entro due anni dalla stessa.
Il consumatore ha in tal caso diversi rimedi, contemplati dall’art. 130 cod. cons., esperibili previa denuncia del difetto al venditore nel termine di due mesi dalla scoperta.

L’art. 132, comma 2, cod. cons. prevede in tal senso una presunzione a favore del consumatore secondo cui si presume che i difetti manifestatisi entro 6 mesi dalla consegna fossero già esistenti in quel momento, salvo che il vizio sia incompatibile con la natura del bene.
Si tratta di una presunzione iuris tantum superabile con prova contraria.
Oltre tale termine, dovrà trovare applicazione la disciplina generale in materia di onere della prova e il consumatore che agisce in giudizio dovrà provare che il difetto fosse presente ab origine nel bene.

La giurisprudenza è dunque giunta a ritenere che la responsabilità da prodotto difettoso abbia natura presunta e non oggettiva in quanto prescinde dall’accertamento della colpevolezza del produttore ma non dalla dimostrazione del difetto nel prodotto.
Pertanto, il consumatore deve dare prova del collegamento causale tra difetto e danno, dopodiché spetta al produttore fornire prova liberatoria.

Ma, in virtù della direttiva 1999/44/CE il nel rimarcare i diritti del consumatore, sottolinea il principio di gratuità e prevede espressamente che la normativa nazionale può solo prevedere l’onere per il consumatore di denunciare il difetto di conformità con comunicazione tempestiva al venditore entro il termine di due mesi dalla scoperta.
Tornando al caso di specie, ferma l’applicabilità della disciplina a favore del consumatore e il relativo regime probatorio agevolato, il ricorso risulta fondato.
... vedi altrovedi meno

DIFETTI DELLAUTO POCHI MESI DOPO LACQUISTO: IL VENDITORE E RESPONSABILE??

In tema di contratti di vendita di beni di consumo, si presume che i difetti di conformità manifestatisi entro 6 mesi dalla consegna, siano sussistenti già a tale data.
È dunque onere del consumatore allegare la sussistenza del vizio, gravando sulla controparte l’onere di provare la conformità del bene consegnato rispetto al contratto di vendita.

(Corte di Cassazione, sez. II, sentenza n. 13148/20; depositata il 30 giugno)

Dopo aver acquistato un’auto usata, la proprietaria si accorgeva di gravi vizi occulti, regolarmente denunciati ma non riparati dalla società venditrice. 
L’acquirente adiva dunque il Tribunale per il risarcimento del danno corrispondente alle somme spese per il ripristino del mezzo e al disagio subito. 
Il Tribunale rigettava la domanda accogliendo la tesi del convenuto secondo cui il vizio era stato causato da un uso anomalo del mezzo che al momento della consegna era perfettamente funzionante. 
La Corte d’Appello confermava la decisione sottolineando che i vizi si erano manifestati a distanza di 3 mesi dall’acquisto e che la donna aveva ammesso un uso anomalo del veicolo. 
La pronuncia è stata impugnata con ricorso per cassazione dall’acquirente che invoca l’applicazione degli artt. 130 e 132 cod. cons., avendo erroneamente i giudici merito ricondotto la fattispecie alla disciplina codicistica del contratto di vendita.

La Corte coglie l’occasione per richiamare l’art. 135, comma 2, cod. cons. che stabilisce in tema di contratto di vendita che le disposizioni del codice civile si applicano per quanto ivi non previsto. 
L’assetto normativo modellato dal legislatore esprime dunque una chiara preferenza per la normativa del codice del consumo, con ruolo “sussidiario” delle disposizioni codicistiche.

Ciò posto, dal combinato disposto degli artt. 129 e ss. cod. cons. discende in capo al venditore una responsabilità nei confronti del consumatore per qualsiasi difetto di conformità esistente al momento della consegna del bene e palesatosi entro due anni dalla stessa. 
Il consumatore ha in tal caso diversi rimedi, contemplati dall’art. 130 cod. cons., esperibili previa denuncia del difetto al venditore nel termine di due mesi dalla scoperta. 

L’art. 132, comma 2, cod. cons. prevede in tal senso una presunzione a favore del consumatore secondo cui si presume che i difetti manifestatisi entro 6 mesi dalla consegna fossero già esistenti in quel momento, salvo che il vizio sia incompatibile con la natura del bene. 
Si tratta di una presunzione iuris tantum superabile con prova contraria. 
Oltre tale termine, dovrà trovare applicazione la disciplina generale in materia di onere della prova e il consumatore che agisce in giudizio dovrà provare che il difetto fosse presente ab origine nel bene.

La giurisprudenza è dunque giunta a ritenere che la responsabilità da prodotto difettoso abbia natura presunta e non oggettiva in quanto prescinde dall’accertamento della colpevolezza del produttore ma non dalla dimostrazione del difetto nel prodotto. 
Pertanto, il consumatore deve dare prova del collegamento causale tra difetto e danno, dopodiché spetta al produttore fornire prova liberatoria. 

Ma, in virtù della direttiva 1999/44/CE il nel rimarcare i diritti del consumatore, sottolinea il principio di gratuità e prevede espressamente che la normativa nazionale può solo prevedere l’onere per il consumatore di denunciare il difetto di conformità con comunicazione tempestiva al venditore entro il termine di due mesi dalla scoperta.
Tornando al caso di specie, ferma l’applicabilità della disciplina a favore del consumatore e il relativo regime probatorio agevolato, il ricorso risulta fondato.

SOCIETA' CANCELLATA DAL REGISTRO DELLE IMPRESE, RISPONDONO I SOCI.

All’atto di cancellazione di una società, per i rapporti facenti capo a questa e ancora pendenti dopo la cancellazione dal registro delle imprese, si determina un fenomeno successorio in capo ai soci, anche per i debiti non definiti in sede di bilancio finale di liquidazione.

Un contribuente, ex rappresentante legale di una s.r.l., unitamente ad un soggetto terzo, impugnava un avviso di accertamento relativo a IVA e IRAP per l‘anno di imposta 2008 con riferimento a società di persone successivamente cancellata dal registro delle imprese.

Sia la Commissione Territoriale Provinciale che quella Regionale dichiaravano inammissibile il ricorso osservando che l’avviso di accertamento non poteva essere indirizzato alla società ormai estinta ma doveva essere rivolto nei confronti dei singoli soci e nei limiti in cui fossero stati distribuiti utili in sede di bilancio finale di liquidazione, circostanza non provata nel caso in esame.
L’Ufficio così impugna tale decisione.

Sul punto la Cassazione ricorda che, all’atto di cancellazione di una società, per i rapporti facenti capo a questa e ancora pendenti dopo la cancellazione dal registro delle imprese, si determina un fenomeno successorio in capo ai soci, anche per i debiti non definiti in sede di bilancio finale di liquidazione, in cui essi succedono ciascuno nei limiti della quota di partecipazione.
Posto che la sentenza impugnata non si è attenuta a tale principio giurisprudenziale, i Giudici id legittimità la cassano con rinvio alla Commissione Territoriale Regionale, in diversa composizione, per nuovo esame.
... vedi altrovedi meno

SOCIETA CANCELLATA DAL REGISTRO DELLE IMPRESE, RISPONDONO I SOCI.

All’atto di cancellazione di una società, per i rapporti facenti capo a questa e ancora pendenti dopo la cancellazione dal registro delle imprese, si determina un fenomeno successorio in capo ai soci, anche per i debiti non definiti in sede di bilancio finale di liquidazione.  

Un contribuente, ex rappresentante legale di una s.r.l., unitamente ad un soggetto terzo, impugnava un avviso di accertamento relativo a IVA e IRAP per l‘anno di imposta 2008 con riferimento a società di persone successivamente cancellata dal registro delle imprese.

Sia la Commissione Territoriale Provinciale che quella Regionale dichiaravano inammissibile il ricorso osservando che l’avviso di accertamento non poteva essere indirizzato alla società ormai estinta ma doveva essere rivolto nei confronti dei singoli soci e nei limiti in cui fossero stati distribuiti utili in sede di bilancio finale di liquidazione, circostanza non provata nel caso in esame. 
L’Ufficio così impugna tale decisione.

Sul punto la Cassazione ricorda che, all’atto di cancellazione di una società, per i rapporti facenti capo a questa e ancora pendenti dopo la cancellazione dal registro delle imprese, si determina un fenomeno successorio in capo ai soci, anche per i debiti non definiti in sede di bilancio finale di liquidazione, in cui essi succedono ciascuno nei limiti della quota di partecipazione.
Posto che la sentenza impugnata non si è attenuta a tale principio giurisprudenziale, i Giudici id legittimità la cassano con rinvio alla Commissione Territoriale Regionale, in diversa composizione, per nuovo esame.

DIVIETO DI FUMO DURANTE L'ORARIO DI LAVORO: CONCEDERSI UNA SIGARETTA PUO' COSTARE IL POSTO??

Nel caso in cui un dipendente contravvenga al divieto di fumo durante le ore di lavoro e tale condotta sia qualificata come giusta causa di licenziamento dal contratto collettivo applicato nell’azienda datrice di lavoro, il giudice non è vincolato dalle previsioni del CCNL ma può escludere che il comportamento del lavoratore costituisca di fatto una giusta causa in considerazione delle circostanze concrete che lo hanno caratterizzato.

(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza n. 12841/20; depositata il 26 giugno)

Ad un lavoratore, che aveva contravvenuto al divieto di fumo durante l’orario di lavoro concedendosi una sigaretta in un’intercapedine dei locali della ditta datrice di lavoro, veniva intimato il licenziamento per giusta causa.
Mentre il Tribunale aveva ritenuto legittimo il licenziamento, la Corte d’Appello aveva accolto la domanda di annullamento dello stesso, rilevando che in luogo del licenziamento fosse da erogare la sanzione conservativa dell’ammonizione o della sospensione dal lavoro e dalla retribuzione.

Avverso la decisione propone ricorso in Cassazione la società datrice di lavoro, lamentando che, per il contratto collettivo nazionale applicato in azienda (nella specie, pulizia-servizi integrati-multiservizi), il divieto di fumare è inderogabile e la clausola contrattuale richiede che il pregiudizio all’incolumità delle persone e alla sicurezza sia anche solo potenziale.

La Cassazione, ritenendo infondato il motivo, rileva che la Corte territoriale ha valutato sia il profilo soggettivo che oggettivo della condotta e ha osservato che il lavoratore è stato trovato intento a fumare in uno spazio privo di attrezzature pericolose e ha ritenuto di escludere la ricorrenza dei requisiti costitutivi della fattispecie contrattuale punita con sanzione espulsiva, non potendosi ritenete integrato un pericolo alla salute derivante dalla combustione della sigaretta.

Pertanto, la Suprema Corte ritiene coretto il percorso logico giuridico seguito dalla sentenza impugnata, poiché rispettoso dei principi per cui «in tema di licenziamento per giusta causa, ai fini della proporzionalità tra addebito e recesso, rileva ogni condotta che, per la sua gravità, possa scuotere la fiducia del datore di lavoro e far ritenere la continuazione del rapporto pregiudizievole agli scopi aziendali.
(...) Spetta al giudice di merito valutare la congruità della sanzione espulsiva, non sulla base di una valutazione astratta dell’addebito, ma tenendo conto di ogni aspetto concreto del fatto, alla luce di un apprezzamento unitario e sistematico della sua gravità, rispetto ad un’utile prosecuzione del rapporto di lavoro, assegnandosi rilievo alla configurazione delle mancanze operata dalla contrattazione collettiva, all’intensità dell’elemento intenzionale, al grado di affidamento richiesto dalle mansioni, alle precedenti modalità di attuazione del rapporto, alla durata dello stesso, all’assenza di pregresse sanzioni, alla natura e alla tipologia del rapporto medesimo».

In particolare, la giusta causa di licenziamento è nozione legale ed il giudice non è vincolato dalle previsioni del contratto collettivo onde lo stesso può ritenere la sussistenza della giusta causa per un grave inadempimento o per un grave comportamento del lavoratore contrario alle norme della comune etica o del comune vivere civile ove tale grave inadempimento o tale grave comportamento, secondo un apprezzamento di fatto non sindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, abbia fatto venire meno il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore e, per altro verso, può escludere altresì che il comportamento del lavoratore costituisca di fatto una giusta causa, pur essendo qualificato tale dal contratto collettivo, in considerazione delle circostanze concrete che lo hanno caratterizzato.
Tuttavia la scala valoriale espressa dal contratto collettivo deve costituire uno dei parametri cui occorre fare riferimento per riempire di contenuto la clausola generale dell’art. 2119 c.c..
La Cassazione respinge il ricorso
... vedi altrovedi meno

DIVIETO DI FUMO DURANTE LORARIO DI LAVORO: CONCEDERSI UNA SIGARETTA PUO COSTARE IL POSTO??

Nel caso in cui un dipendente contravvenga al divieto di fumo durante le ore di lavoro e tale condotta sia qualificata come giusta causa di licenziamento dal contratto collettivo applicato nell’azienda datrice di lavoro, il giudice non è vincolato dalle previsioni del CCNL ma può escludere che il comportamento del lavoratore costituisca di fatto una giusta causa in considerazione delle circostanze concrete che lo hanno caratterizzato.  

(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza n. 12841/20; depositata il 26 giugno)

Ad un lavoratore, che aveva contravvenuto al divieto di fumo durante l’orario di lavoro concedendosi una sigaretta in un’intercapedine dei locali della ditta datrice di lavoro, veniva intimato il licenziamento per giusta causa. 
Mentre il Tribunale aveva ritenuto legittimo il licenziamento, la Corte d’Appello aveva accolto la domanda di annullamento dello stesso, rilevando che in luogo del licenziamento fosse da erogare la sanzione conservativa dell’ammonizione o della sospensione dal lavoro e dalla retribuzione.

Avverso la decisione propone ricorso in Cassazione la società datrice di lavoro, lamentando che, per il contratto collettivo nazionale applicato in azienda (nella specie, pulizia-servizi integrati-multiservizi), il divieto di fumare è inderogabile e la clausola contrattuale richiede che il pregiudizio all’incolumità delle persone e alla sicurezza sia anche solo potenziale.

La Cassazione, ritenendo infondato il motivo, rileva che la Corte territoriale ha valutato sia il profilo soggettivo che oggettivo della condotta e ha osservato che il lavoratore è stato trovato intento a fumare in uno spazio privo di attrezzature pericolose e ha ritenuto di escludere la ricorrenza dei requisiti costitutivi della fattispecie contrattuale punita con sanzione espulsiva, non potendosi ritenete integrato un pericolo alla salute derivante dalla combustione della sigaretta. 

Pertanto, la Suprema Corte ritiene coretto il percorso logico giuridico seguito dalla sentenza impugnata, poiché rispettoso dei principi per cui «in tema di licenziamento per giusta causa, ai fini della proporzionalità tra addebito e recesso, rileva ogni condotta che, per la sua gravità, possa scuotere la fiducia del datore di lavoro e far ritenere la continuazione del rapporto pregiudizievole agli scopi aziendali. 
(...) Spetta al giudice di merito valutare la congruità della sanzione espulsiva, non sulla base di una valutazione astratta dell’addebito, ma tenendo conto di ogni aspetto concreto del fatto, alla luce di un apprezzamento unitario e sistematico della sua gravità, rispetto ad un’utile prosecuzione del rapporto di lavoro, assegnandosi rilievo alla configurazione delle mancanze operata dalla contrattazione collettiva, all’intensità dell’elemento intenzionale, al grado di affidamento richiesto dalle mansioni, alle precedenti modalità di attuazione del rapporto, alla durata dello stesso, all’assenza di pregresse sanzioni, alla natura e alla tipologia del rapporto medesimo».

In particolare, la giusta causa di licenziamento è nozione legale ed il giudice non è vincolato dalle previsioni del contratto collettivo onde lo stesso può ritenere la sussistenza della giusta causa per un grave inadempimento o per un grave comportamento del lavoratore contrario alle norme della comune etica o del comune vivere civile ove tale grave inadempimento o tale grave comportamento, secondo un apprezzamento di fatto non sindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, abbia fatto venire meno il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore e, per altro verso, può escludere altresì che il comportamento del lavoratore costituisca di fatto una giusta causa, pur essendo qualificato tale dal contratto collettivo, in considerazione delle circostanze concrete che lo hanno caratterizzato. 
Tuttavia la scala valoriale espressa dal contratto collettivo deve costituire uno dei parametri cui occorre fare riferimento per riempire di contenuto la clausola generale dell’art. 2119 c.c..
La Cassazione respinge il ricorso

L'ISTRUTTURE INFEDELE PUO' FAR CHIUDERE LA SCUOLA GUIDA

Il titolare della scuola guida è un soggetto incaricato di un pubblico servizio che se attesta false esercitazioni rischia una sanzione penale e la revoca della licenza.

(TAR Lombardia, sez. I, sentenza n. 1101/20; depositata il 17 giugno)

La polizia stradale ha raccolto testimonianze concordanti su false attestazioni rilasciate da una scuola guida circa la regolare effettuazione delle prove pratiche di alcuni candidati.
Oltre alla segnalazione penale della vicenda è stata interessata anche la Provincia di Como che ha adottato un provvedimento di revoca dell’attività di scuola guida ai sensi dell’art. 123, comma 9, c.d.s..
Contro questa determinazione l’interessato ha proposto ricorso, ma senza successo.

La decisione del TAR
I comportamenti accertati dagli organi di polizia giudiziaria sono gravi, precisi e concordanti.
Ed è evidente che questi episodi denotano il venir meno dei requisiti morali e di buona condotta che sono alla base della disciplina di settore.
L’art. 123, comma 9 del codice stradale prevede specificamente la revoca dell’autorizzazione quando siano venuti meno la capacità finanziaria e i requisiti morali del titolare.
In materia l’amministrazione gode di ampia discrezionalità, specifica il Collegio, e certamente possono ritenersi informazioni qualificate quelle acquisite dalla polizia giudiziaria, a prescindere dalla condanna penale.

Nel caso in specie sono state raccolte quattro testimonianze che evidenziano in maniera chiara la non corrispondenza al vero di numerose attestazioni redatte dal titolare della scuola guida quanto ai tempi e alle modalità di effettuazione delle guide. Si tratta di fatti gravi e reiterati che per il loro contenuto incidono negativamente sui requisiti morali del titolare, persona incaricata di un pubblico servizio particolarmente delicato trattandosi di formare i candidati al rispetto delle regole stradali.
... vedi altrovedi meno

LISTRUTTURE INFEDELE PUO FAR CHIUDERE LA SCUOLA GUIDA 

Il titolare della scuola guida è un soggetto incaricato di un pubblico servizio che se attesta false esercitazioni rischia una sanzione penale e la revoca della licenza.

(TAR Lombardia, sez. I, sentenza n. 1101/20; depositata il 17 giugno)

La polizia stradale ha raccolto testimonianze concordanti su false attestazioni rilasciate da una scuola guida circa la regolare effettuazione delle prove pratiche di alcuni candidati. 
Oltre alla segnalazione penale della vicenda è stata interessata anche la Provincia di Como che ha adottato un provvedimento di revoca dell’attività di scuola guida ai sensi dell’art. 123, comma 9, c.d.s..
Contro questa determinazione l’interessato ha proposto ricorso, ma senza successo.

La decisione del TAR
I comportamenti accertati dagli organi di polizia giudiziaria sono gravi, precisi e concordanti. 
Ed è evidente che questi episodi denotano il venir meno dei requisiti morali e di buona condotta che sono alla base della disciplina di settore. 
L’art. 123, comma 9  del codice stradale prevede specificamente la revoca dell’autorizzazione quando siano venuti meno la capacità finanziaria e i requisiti morali del titolare. 
In materia l’amministrazione gode di ampia discrezionalità, specifica il Collegio, e certamente possono ritenersi informazioni qualificate quelle acquisite dalla polizia giudiziaria, a prescindere dalla condanna penale.

Nel caso in specie sono state raccolte quattro testimonianze che evidenziano in maniera chiara la non corrispondenza al vero di numerose attestazioni redatte dal titolare della scuola guida quanto ai tempi e alle modalità di effettuazione delle guide. Si tratta di fatti gravi e reiterati che per il loro contenuto incidono negativamente sui requisiti morali del titolare, persona incaricata di un pubblico servizio particolarmente delicato trattandosi di formare i candidati al rispetto delle regole stradali.

CONDOMINIO: L'ACQUIRENTE RISPONDE DEI DEBITI PRECEDENTI?

Sul punto di è pronunciata la Cassazione Sez. VI Civil, con l'ordinanza n. 12580/20 del 25/06/20.


Un avvocato chiede ad un condomino il pagamento (pro-quota) delle proprie spettanze professionali per l'attività prestate nei confronti del condominio nel periodo 2002-2008.
Il condomino si oppone al precetto sostenendo di aver acquistato l'immobile solo nel 2013 e, pertanto, di non essere tenuto al pagamento del debito sorto in epoca precedente all'acquisto.
Il Tribunale accoglie l'opposizione al precetto ma la Corte d'appello ribalta l'esito del giudizio.

Per la Corte d'Appello l'art. 63, comma 4, disp. att. c.c. stabilisce che «Chi subentra nei diritti di un condomino è obbligato solidalmente con questo al pagamento dei contributi relativi all'anno in corso e a quello precedente». In realtà tale norma metterebbe al sicuro il condomino in quanto, avendo acquistato l'immobile nel 2013, sarebbe responsabile, al limite, per i debiti sorti fino al 2012.

L'art. 1104, comma 3, c.c recita «Il cessionario del partecipante è tenuto in solido con il cedente a pagare i contributi da questo dovuti e non versati».

Il combinato disposto delle due norme viene interpretato dalla Corte d'Appello nel senso che il cessionario (cioè chi compra) sarebbe obbligato, in solido con il cedente (cioè chi vende)verso i terzi.

Il Giudice d'Appello, inoltre, sottolinea che il condominio è caratterizzato dalla ripartizione degli oneri tra i condomini in relazione alle rispettive quote millesimali e che sarebbe oltremodo difficile, per il creditore, individuare chi, realmente, riveste la posizione di condomino nel momento in cui è sorto il credito.

Gli Ermellini sottolineano, al riguardo, che l'art. 1104 c.c. richiamato dalla Corte territoriale, interpretato in maniera restrittiva, si riferisce esclusivamente ai “contributi” ovvero alle quote condominiali richieste e non pagate e non, più genericamente, ai debiti del condominio ovvero ai debiti “pro-quota” del singolo condomino nei confronti dei terzi.

Per la Cassazione, pertanto, l'acquirente dell'unità immobiliare che sia subentrato nel condominio, non può essere ritenuto obbligato in via diretta verso il terzo creditore relativamente ai debiti sorti in un momento precedente all'acquisto.
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CONDOMINIO: LACQUIRENTE RISPONDE DEI DEBITI PRECEDENTI?

Sul punto di è pronunciata la Cassazione Sez. VI Civil, con lordinanza n. 12580/20 del 25/06/20.
    

Un avvocato chiede ad un condomino il pagamento (pro-quota) delle proprie spettanze professionali per lattività prestate nei confronti del condominio nel periodo 2002-2008. 
Il condomino si oppone al precetto sostenendo di aver acquistato limmobile solo nel 2013 e, pertanto, di non essere tenuto al pagamento del debito sorto in epoca precedente allacquisto. 
Il Tribunale accoglie lopposizione al precetto ma la Corte dappello ribalta lesito del giudizio.

Per la Corte dAppello lart. 63, comma 4, disp. att. c.c. stabilisce che «Chi subentra nei diritti di un condomino è obbligato solidalmente con questo al pagamento dei contributi relativi allanno in corso e a quello precedente». In realtà tale norma metterebbe al sicuro il condomino in quanto, avendo acquistato limmobile nel 2013, sarebbe responsabile, al limite, per i debiti sorti fino al 2012.

Lart. 1104, comma 3, c.c recita «Il cessionario del partecipante è tenuto in solido con il cedente a pagare i contributi da questo dovuti e non versati».

Il combinato disposto delle due norme viene interpretato dalla Corte dAppello nel senso che il cessionario (cioè chi compra) sarebbe obbligato, in solido con il cedente (cioè chi vende)verso i terzi.

Il Giudice dAppello, inoltre, sottolinea che il condominio è caratterizzato dalla ripartizione degli oneri tra i condomini in relazione alle rispettive quote millesimali e che sarebbe oltremodo difficile, per il creditore, individuare chi, realmente, riveste la posizione di condomino nel momento in cui è sorto il credito.

Gli Ermellini sottolineano, al riguardo, che lart. 1104 c.c. richiamato dalla Corte territoriale, interpretato in maniera restrittiva, si riferisce esclusivamente ai “contributi” ovvero alle quote condominiali richieste e non pagate e non, più genericamente, ai debiti del condominio ovvero ai debiti “pro-quota” del singolo condomino nei confronti dei terzi.

Per la Cassazione, pertanto, lacquirente dellunità immobiliare che sia subentrato nel condominio, non può essere ritenuto obbligato in via diretta verso il terzo creditore relativamente ai debiti sorti in un momento precedente allacquisto.

ESCLUSA LA COPERTURA ASSICURATIVA SE L'ASSICURATO HA RESO DICHIARAZIONI INESATTE O RETICENTI.

In caso di dichiarazioni inesatte o reticenze dell’assicurato rilevanti ai fini della manifestazione del consenso al contratto da parte dell’assicuratore, quest’ultimo può chiedere l’annullamento del contratto se tale reticenza viene scoperta prima che si verifichi il sinistro.
In caso contrario, potrà rifiutare il pagamento dell’indennizzo lasciando comunque in essere il contratto.
(Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza n. 11905/20; depositata il 19 giugno)

Nell’ambito di una richiesta di risarcimento per i danni conseguenti ad alcuni interventi sanitari subiti dal danneggiato, il medico, condannato in solito con a casa di cura, chiamava in manleva la propria compagnia assicuratrice, ma il Tribunale escludeva l’operatività della polizza sottoscritta in virtù delle condizioni generali previste e dell’art. 1892 c.c. (Dichiarazioni inesatte e reticenze con dolo o colpa grave).

La Corte d’Appello confermava la decisione sottolineando che il contratto sottoscritto prevedeva la copertura per fatti e atti anteriori solo se l’assicurato non ne avesse avuto percezione alla data della stipulazione, né in termini di richiesta risarcitoria né quale percezione, notizia o conoscenza dell’esistenza dei presupposti di responsabilità.
Nel caso di specie invece, alla data di stipula del contratto l’evento dannoso si era già manifestato in tutta la sua evidenza, vi erano stati ricoveri del danneggiato e l’iter terapeutico si era già concluso.
Tali elementi di natura oggettiva erano noti al medico che avrebbe dovuto segnalare alla compagnia assicuratrice la possibile esistenza di un problema con la situazione di quel paziente.
La pronuncia è stata impugnata con ricorso per cassazione.



Il ricorrente lamenta, per quanto d’interesse, la violazione dell’art. 1892 c.c. in quanto la compagnia assicuratrice avrebbe dovuto chiedere l’annullamento del contratto, come previsto dalla norma, entro 3 mesi dalla scoperta dell’inesattezza o reticenza, non potendo diversamente sottrarsi al pagamento dell’indennizzo.

La Corte, ritenendo infondata la doglianza, ricorda che l’onere imposto dall’art. 1892 c.c. all’assicuratore di manifestare, a pena di decadenza, la volontà di agire per l’annullamento del contratto a causa delle dichiarazioni inesatte e delle reticenze dell’assicurato entro 3 mesi dal giorno in cui ha conosciuto la causa dell’annullamento non sussiste laddove il sinistro si sia già verificato.

A maggior ragione tale conclusione opera laddove il sinistro si sia verificato prima ancora che l’assicuratore fosse venuto a conoscenza dell’inesattezza o della reticenza della dichiarazione.
In tal caso, l’assicuratore può sottrarsi al pagamento dell’indennizzo invocando mediante eccezione la violazione dolosa o colposa dell’assicurato di rendere dichiarazioni complete e veritiere sulle circostanze relative al rischio.

Nel caso di specie, il sinistro si era in realtà già verificato prima ancora della stipulazione del contratto, con la conseguenza che l’assicuratore non era tenuto a chiedere l’annullamento del contratto ben potendo opporre in via di eccezione la non operatività della polizza.
In conclusione la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
... vedi altrovedi meno

ESCLUSA LA COPERTURA ASSICURATIVA SE LASSICURATO HA RESO DICHIARAZIONI INESATTE O RETICENTI.

In caso di dichiarazioni inesatte o reticenze dell’assicurato rilevanti ai fini della manifestazione del consenso al contratto da parte dell’assicuratore, quest’ultimo può chiedere l’annullamento del contratto se tale reticenza viene scoperta prima che si verifichi il sinistro. 
In caso contrario, potrà rifiutare il pagamento dell’indennizzo lasciando comunque in essere il contratto. 
(Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza n. 11905/20; depositata il 19 giugno)

Nell’ambito di una richiesta di risarcimento per i danni conseguenti ad alcuni interventi sanitari subiti dal danneggiato, il medico, condannato in solito con a casa di cura, chiamava in manleva la propria compagnia assicuratrice, ma il Tribunale escludeva l’operatività della polizza sottoscritta in virtù delle condizioni generali previste e dell’art. 1892 c.c. (Dichiarazioni inesatte e reticenze con dolo o colpa grave).

La Corte d’Appello confermava la decisione sottolineando che il contratto sottoscritto prevedeva la copertura per fatti e atti anteriori solo se l’assicurato non ne avesse avuto percezione alla data della stipulazione, né in termini di richiesta risarcitoria né quale percezione, notizia o conoscenza dell’esistenza dei presupposti di responsabilità. 
Nel caso di specie invece, alla data di stipula del contratto l’evento dannoso si era già manifestato in tutta la sua evidenza, vi erano stati ricoveri del danneggiato e l’iter terapeutico si era già concluso. 
Tali elementi di natura oggettiva erano noti al medico che avrebbe dovuto segnalare alla compagnia assicuratrice la possibile esistenza di un problema con la situazione di quel paziente. 
La pronuncia è stata impugnata con ricorso per cassazione.

 

Il ricorrente lamenta, per quanto d’interesse, la violazione dell’art. 1892 c.c. in quanto la compagnia assicuratrice avrebbe dovuto chiedere l’annullamento del contratto, come previsto dalla norma, entro 3 mesi dalla scoperta dell’inesattezza o reticenza, non potendo diversamente sottrarsi al pagamento dell’indennizzo.

La Corte, ritenendo infondata la doglianza, ricorda che l’onere imposto dall’art. 1892 c.c. all’assicuratore di manifestare, a pena di decadenza, la volontà di agire per l’annullamento del contratto a causa delle dichiarazioni inesatte e delle reticenze dell’assicurato entro 3 mesi dal giorno in cui ha conosciuto la causa dell’annullamento non sussiste laddove il sinistro si sia già verificato. 

A maggior ragione tale conclusione opera laddove il sinistro si sia verificato prima ancora che l’assicuratore fosse venuto a conoscenza dell’inesattezza o della reticenza della dichiarazione. 
In tal caso, l’assicuratore può sottrarsi al pagamento dell’indennizzo invocando mediante eccezione la violazione dolosa o colposa dell’assicurato di rendere dichiarazioni complete e veritiere sulle circostanze relative al rischio.

Nel caso di specie, il sinistro si era in realtà già verificato prima ancora della stipulazione del contratto, con la conseguenza che l’assicuratore non era tenuto a chiedere l’annullamento del contratto ben potendo opporre in via di eccezione la non operatività della polizza.
In conclusione la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

SULLA RIPARTIZIONE DELLE SPESE PER IL PORTIERE DEL CONDOMINIO.

Nel Condominio, l’attività di custodia e di vigilanza è dal portiere svolta anche nell’interesse dei proprietari delle unità immobiliari accessibili direttamente dalla strada mediante autonomo ingresso e le spese del servizio di portierato vanno ripartite ai sensi dell’art. 1123 c.c., in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno dei condomini.

(Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza n. 12659/20; depositata il 25 giugno)

Nell’ambito di un giudizio instaurato dalla proprietaria di un appartamento per vedersi pagate delle somme per l’ingiustificata utilizzazione ad alloggio del portiere dell’immobile di cui essa era proprietaria per 1/10 destinato, la Cassazione ribadisce (Cass. 12298/2003) che «in tema di condominio negli edifici, l’attività di custodia e di vigilanza è dal portiere svolta anche nell’interesse dei proprietari delle unità immobiliari accessibili direttamente dalla strada mediante autonomo ingresso, e le spese del servizio di portierato vanno ripartite ai sensi dell’art. 1123 c.c., in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno dei condomini».


Alla luce di tale principio i Giudici osservano che la sentenza impugnata non ha precisato la ragione di disapplicazione del criterio normativo, limitandosi a motivare il rigetto con la considerazione che siccome l’immobile era stato riconosciuto gratuitamente al portiere con conseguente riduzione della retribuzione allo stesso spettante, nulla era dovuto alla proprietaria.
A parere del Collegio, tale motivazione non tiene conto della circostanza che la spesa per il portiere rientra fra gli oneri condominiali soggetti al medesimo criterio proporzionale in ragione della proprietà di ciascuna condomino, non potendo ritenersi conforme ad esso il generico richiamo al criterio compensativo.
Pertanto, il ricorso viene accolto e la sentenza cassata con rinvio alla Corte d’appello.
... vedi altrovedi meno

SULLA RIPARTIZIONE DELLE SPESE PER IL PORTIERE DEL CONDOMINIO.

Nel Condominio, l’attività di custodia e di vigilanza è dal portiere svolta anche nell’interesse dei proprietari delle unità immobiliari accessibili direttamente dalla strada mediante autonomo ingresso e le spese del servizio di portierato vanno ripartite ai sensi dell’art. 1123 c.c., in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno dei condomini.  

(Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza n. 12659/20; depositata il 25 giugno)

Nell’ambito di un giudizio instaurato dalla proprietaria di un appartamento per vedersi pagate delle somme per l’ingiustificata utilizzazione ad alloggio del portiere dell’immobile di cui essa era proprietaria per 1/10 destinato, la Cassazione ribadisce (Cass. 12298/2003) che «in tema di condominio negli edifici, l’attività di custodia e di vigilanza è dal portiere svolta anche nell’interesse dei proprietari delle unità immobiliari accessibili direttamente dalla strada mediante autonomo ingresso, e le spese del servizio di portierato vanno ripartite ai sensi dell’art. 1123 c.c., in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno dei condomini».
 

Alla luce di tale principio i Giudici osservano che la sentenza impugnata non ha precisato la ragione di disapplicazione del criterio normativo, limitandosi a motivare il rigetto con la considerazione che siccome l’immobile era stato riconosciuto gratuitamente al portiere con conseguente riduzione della retribuzione allo stesso spettante, nulla era dovuto alla proprietaria. 
A parere del Collegio, tale motivazione non tiene conto della circostanza che la spesa per il portiere rientra fra gli oneri condominiali soggetti al medesimo criterio proporzionale in ragione della proprietà di ciascuna condomino, non potendo ritenersi conforme ad esso il generico richiamo al criterio compensativo.
Pertanto, il ricorso viene accolto e la sentenza cassata con rinvio alla Corte d’appello.

FESTA PAESANA CON FUOCHI D'ARTIFICIO: IL SINDACO RISPONDE PER I DANNI SUBITI DA UNO SPETTATORE COLPITO DA UN TIZZONE.

In caso di danni cagionati da un tizzone sparato dagli addetti allo spettacolo pirotecnico, il sindaco è chiamato a risponderne ai sensi degli artt. 57 TLPS e 54 d.lgs. n. 267/2000.
(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3 , ordinanza n. 12417/20; depositata il 24 giugno)


Durante uno spettacolo pirotecnico, un tizzone sparato dagli addetti allo spettacolo aveva accidentalmente colpito uno degli spettatori che ha citato in giudizio il Comune per il risarcimento del danno subito.
L’amministrazione comunale si costituiva eccependo il difetto di legittimazione passiva che avrebbe dovuto individuarsi in capo alle ditte organizzatrici dello spettacolo. Nel merito, eccepiva l’infondatezza della domanda.
Il Tribunale in accoglimento della domanda attorea condannava in solido al risarcimento del danno l’amministrazione comunale e la ditta che aveva organizzato lo spettacolo.
Il Comune proponeva appello ma la Corte territoriale confermava la decisione di prime cure.
La questione è dunque giunta all’attenzione della Suprema Corte.

Secondo l’amministrazione comunale, il giudice del merito avrebbe erroneamente affermato che il Sindaco aveva agito in qualità di ufficiale di governo nella sola fase prodromica al rilascio della licenza per i fuochi e non anche nel predisporre le successive misure volte a garantire la sicurezza e l’ordine pubblica, con violazione dell’art. 54 d.lgs. n. 267/2000.
Il Collegio ritiene il ricorso privo di specificità.
Infatti la pronuncia impugnata si è conformata ai principi giurisprudenziali secondo cui ai sensi dell’art. 57 TLPS e dell’art. 54 d.lgs. n. 267/2000 è necessaria, per l’accensione di fuochi d’artificio, la licenza dell’autorità di pubblica sicurezza, le cui attribuzioni sono esercitate dal capo del relativo ufficio o, in mancanza, dal sindaco.

In tale veste dunque il sindaco opera come ufficiale di governo e non quale capo dell’amministrazione comunale. Resta comunque inalterata la portata del principio generale del neminem laedere ex art. 2050 c.c. a carico della pubblica amministrazione la quale sarà dunque responsabile del danno ricollegabile ad un comportamento antigiuridico sulla base del nesso eziologico.
Sussiste dunque tale responsabilità ogni volta in cui non siano state osservate ragionevoli cautele per evitare il danno.
Aggiunge poi la Corte che «in considerazione dell’obiettiva pericolosità insita nell’accensione dei fuochi d’artificio, è innegabile che la scelta dei mezzi e delle modalità devoluta all’attività discrezionale della pubblica amministrazione non è esente dai limiti dettati dagli elementari criteri di diligenza e di prudenza».
In conclusione, il ricorso viene dichiarato inammissibile.
... vedi altrovedi meno

FESTA PAESANA CON FUOCHI DARTIFICIO: IL SINDACO RISPONDE PER I DANNI SUBITI DA UNO SPETTATORE COLPITO DA UN TIZZONE.

In caso di danni cagionati da un tizzone sparato dagli addetti allo spettacolo pirotecnico, il sindaco è chiamato a risponderne ai sensi degli artt. 57 TLPS e 54 d.lgs. n. 267/2000.
(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3 , ordinanza n. 12417/20; depositata il 24 giugno)
 

Durante uno spettacolo pirotecnico, un tizzone sparato dagli addetti allo spettacolo aveva accidentalmente colpito uno degli spettatori che ha citato in giudizio il Comune per il risarcimento del danno subito. 
L’amministrazione comunale si costituiva eccependo il difetto di legittimazione passiva che avrebbe dovuto individuarsi in capo alle ditte organizzatrici dello spettacolo. Nel merito, eccepiva l’infondatezza della domanda. 
Il Tribunale in accoglimento della domanda attorea condannava in solido al risarcimento del danno l’amministrazione comunale e la ditta che aveva organizzato lo spettacolo. 
Il Comune proponeva appello ma la Corte territoriale confermava la decisione di prime cure. 
La questione è dunque giunta all’attenzione della Suprema Corte.

Secondo l’amministrazione comunale, il giudice del merito avrebbe erroneamente affermato che il Sindaco aveva agito in qualità di ufficiale di governo nella sola fase prodromica al rilascio della licenza per i fuochi e non anche nel predisporre le successive misure volte a garantire la sicurezza e l’ordine pubblica, con violazione dell’art. 54 d.lgs. n. 267/2000.
Il Collegio ritiene il ricorso privo di specificità. 
Infatti la pronuncia impugnata si è conformata ai principi giurisprudenziali secondo cui ai sensi dell’art. 57 TLPS e dell’art. 54 d.lgs. n. 267/2000 è necessaria, per l’accensione di fuochi d’artificio, la licenza dell’autorità di pubblica sicurezza, le cui attribuzioni sono esercitate dal capo del relativo ufficio o, in mancanza, dal sindaco.

In tale veste dunque il sindaco opera come ufficiale di governo e non quale capo dell’amministrazione comunale. Resta comunque inalterata la portata del principio generale del neminem laedere ex art. 2050 c.c. a carico della pubblica amministrazione la quale sarà dunque responsabile del danno ricollegabile ad un comportamento antigiuridico sulla base del nesso eziologico. 
Sussiste dunque tale responsabilità ogni volta in cui non siano state osservate ragionevoli cautele per evitare il danno.
Aggiunge poi la Corte che «in considerazione dell’obiettiva pericolosità insita nell’accensione dei fuochi d’artificio, è innegabile che la scelta dei mezzi e delle modalità devoluta all’attività discrezionale della pubblica amministrazione non è esente dai limiti dettati dagli elementari criteri di diligenza e di prudenza».
In conclusione, il ricorso viene dichiarato inammissibile.

SUL GODIMENTO DELL'ALLOGGIO ADIBITO A RESIDENZA FAMILIARE ASSEGNATO AL SOCIO DI UNA COOPERATIVA

Nel rapporto di godimento di alloggio adibito a residenza familiare assegnato al socio di cooperativa edilizia di categoria con finalità mutualistica, in caso di separazione personale (sia essa giudiziale o consensuale), succede ex lege e alle stesse condizioni il coniuge assegnatario del diritto di godimento sulla casa coniugale.

(Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza n. 12114/20; depositata il 22 giugno)

Una società cooperativa conveniva in giudizio A. e i suoi aventi causa ritenendo che senza titolo occupavano l’alloggio di cooperativa, concesso in origine alla parte a canone agevolato, essendo stato escluso dalla cooperativa perché aveva ceduto, senza autorizzazione il godimento dell’alloggio alla moglie.
Poiché la cooperativa chiedeva che venisse rilasciato immediatamente l’immobile, il convenuto chiedeva di essere autorizzato alla chiamata in causa della moglie separata e diceva di aver ceduto in godimento l’appartamento alla moglie a seguito del provvedimento di separazione che aveva assegnato alla stessa la casa coniugale, così che ella ne godesse insieme alla figlia minore.

Il Tribunale rigettava la domanda della Cooperativa riconoscendo in capo ad A. il diritto all’assegnazione dell’alloggio occupato dal coniuge separato.
Anche la Corre d’appello rigettava il ricorso proposto dalla Cooperativa, volendo tutelare il superiore interesse alla conservazione dell’ambiente familiare per i figli minori.

Avverso la decisione propone ricorso in Cassazione la Cooperativa lamentando che la Corte territoriale ha errato nel ritenere che nel caso di specie trovi applicazione analogica la disciplina delle locazioni ad uso abitativo (art. 6 l. n. 392/1978), non considerando che in questi casi prevale il profilo associativo e cooperativo.

La Cassazione, ritenendo il ricorso infondato, ricorda che in tema di separazione dei coniugi, il provvedimento che assegna la casa familiare determina la cessione ex lege del relativo contratto di locazione a favore del coniuge assegnatario.
Anche in riferimento ai rapporti dI comodato si è più volte affermato che il comodato di un bene immobile, stipulato senza limiti di durata in favore di un nucleo familiare, ha carattere vincolato rispetto alle esigenze abitative familiari e pertanto il condimento deve essere garantito anche ove ci sia una crisi coniugale.

Alla luce di questo, la Suprema Corte afferma il principio per cui «nel rapporto di godimento di alloggio adibito a residenza familiare assegnato al socio di cooperativa edilizia di categoria con finalità mutualistica, succede ex lege, in caso di separazione personale, sia essa giudiziale o consensuale, alle stesse condizioni, il coniuge assegnatario del diritto di godimento sulla casa coniugale».
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SUL GODIMENTO DELLALLOGGIO ADIBITO A RESIDENZA FAMILIARE ASSEGNATO AL SOCIO DI UNA COOPERATIVA

Nel rapporto di godimento di alloggio adibito a residenza familiare assegnato al socio di cooperativa edilizia di categoria con finalità mutualistica, in caso di separazione personale (sia essa giudiziale o consensuale), succede ex lege e alle stesse condizioni il coniuge assegnatario del diritto di godimento sulla casa coniugale.  

(Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza n. 12114/20; depositata il 22 giugno)

Una società cooperativa conveniva in giudizio A. e i suoi aventi causa ritenendo che senza titolo occupavano l’alloggio di cooperativa, concesso in origine alla parte a canone agevolato, essendo stato escluso dalla cooperativa perché aveva ceduto, senza autorizzazione il godimento dell’alloggio alla moglie. 
Poiché la cooperativa chiedeva che venisse rilasciato immediatamente l’immobile, il convenuto chiedeva di essere autorizzato alla chiamata in causa della moglie separata e diceva di aver ceduto in godimento l’appartamento alla moglie a seguito del provvedimento di separazione che aveva assegnato alla stessa la casa coniugale, così che ella ne godesse insieme alla figlia minore. 

Il Tribunale rigettava la domanda della Cooperativa riconoscendo in capo ad A. il diritto all’assegnazione dell’alloggio occupato dal coniuge separato. 
Anche la Corre d’appello rigettava il ricorso proposto dalla Cooperativa, volendo tutelare il superiore interesse alla conservazione dell’ambiente familiare per i figli minori.

Avverso la decisione propone ricorso in Cassazione la Cooperativa lamentando che la Corte territoriale ha errato nel ritenere che nel caso di specie trovi applicazione analogica la disciplina delle locazioni ad uso abitativo (art. 6 l. n. 392/1978), non considerando che in questi casi prevale il profilo associativo e cooperativo.

La Cassazione, ritenendo il ricorso infondato, ricorda che in tema di separazione dei coniugi, il provvedimento che assegna la casa familiare determina la cessione ex lege del relativo contratto di locazione a favore del coniuge assegnatario. 
Anche in riferimento ai rapporti dI comodato si è più volte affermato che il comodato di un bene immobile, stipulato senza limiti di durata in favore di un nucleo familiare, ha carattere vincolato rispetto alle esigenze abitative familiari e pertanto il condimento deve essere garantito anche ove ci sia una crisi coniugale.

Alla luce di questo, la Suprema Corte afferma il principio per cui «nel rapporto di godimento di alloggio adibito a residenza familiare assegnato al socio di cooperativa edilizia di categoria con finalità mutualistica, succede ex lege, in caso di separazione personale, sia essa giudiziale o consensuale, alle stesse condizioni, il coniuge assegnatario del diritto di godimento sulla casa coniugale».

MULTA PER ECCESSO DI VELOCITA' IN DISCUSSIONE: NON BASTA L'ANNOTAZIONE DEGLI AGENTI SULL'AFFIDABILITA' DELL'AUTOVELOX

Necessario un nuovo processo in Tribunale.
Ai Giudici il compito di controllare se sono state effettuate le fondamentali verifiche sull’apparecchio.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza n. 11776/20; depositata il 18 giugno)

Multa per eccesso di velocità rilevata da un autovelox.
A mettere in discussione la solidità del dato rilevato dall'apparecchio elettronico è la mancata prova sulla omologazione e taratura dell’apparecchiatura.
Su questo punto è centrato il ricorso in Cassazione proposto dal difensore dell’automobilista.

Questa la tesi difensiva: è fondamentale «la taratura periodica per le apparecchiature di rilevazione della velocità» e in questo caso, si è riconosciuta «rilevanza probatoria alla generica attestazione “debitamente omologata e revisionata”» apposta dagli agenti «in relazione all’obbligo circa la taratura e l’omologazione dell’autovelox».
«Tale attestazione, priva di alcuna indicazione in merito alla omologazione ed alla data della prescritta verifica periodica dell’apparecchiatura» non è sufficiente «ai fini dell’affidamento sul regolare funzionamento della strumentazione utilizzata», e quindi non può porre in capo all’automobilista «l’onere di fornire la prova del malfunzionamento» dell’apparecchio.

Le osservazioni proposte sono ritenute corrette, poiché, spiegano i Giudici della Cassazione, «la dicitura che l’apparecchiatura era “debitamente omologata e revisionata” non soddisfa le esigenze di affidabilità dell’omologazione e della taratura» che sono state individuate dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 113/15.

Proprio alla luce della decisione della Consulta si è stabilito che «tutte le apparecchiature di misurazione della velocità devono essere sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura» e si è chiarito che «in caso di contestazioni circa l’affidabilità dell’apparecchio il giudice è tenuto ad accertare se tali verifiche siano state o meno effettuate».

La posizione dell’automobilista dovrà essere nuovamente esaminata in Tribunale, dove i giudici dovranno appurare se siano state effettuate le necessarie verifiche sull’autovelox, non potendo essere sufficiente, in questa ottica, l’annotazione degli agenti.
... vedi altrovedi meno

MULTA PER ECCESSO DI VELOCITA IN DISCUSSIONE: NON BASTA LANNOTAZIONE DEGLI AGENTI SULLAFFIDABILITA DELLAUTOVELOX

Necessario un nuovo processo in Tribunale. 
Ai Giudici il compito di controllare se sono state effettuate le fondamentali verifiche sull’apparecchio.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza n. 11776/20; depositata il 18 giugno)

Multa per eccesso di velocità rilevata da un autovelox.
A mettere in discussione la solidità del dato rilevato dallapparecchio elettronico è la mancata prova sulla omologazione e taratura dell’apparecchiatura.
Su questo punto è centrato il ricorso in Cassazione proposto dal difensore dell’automobilista. 

Questa la tesi difensiva: è fondamentale «la taratura periodica per le apparecchiature di rilevazione della velocità» e in questo caso, si è riconosciuta «rilevanza probatoria alla generica attestazione “debitamente omologata e revisionata”» apposta dagli agenti «in relazione all’obbligo circa la taratura e l’omologazione dell’autovelox». 
«Tale attestazione, priva di alcuna indicazione in merito alla omologazione ed alla data della prescritta verifica periodica dell’apparecchiatura» non è sufficiente «ai fini dell’affidamento sul regolare funzionamento della strumentazione utilizzata», e quindi non può porre in capo all’automobilista «l’onere di fornire la prova del malfunzionamento» dell’apparecchio.

Le osservazioni proposte sono ritenute corrette, poiché, spiegano i Giudici della Cassazione, «la dicitura che l’apparecchiatura era “debitamente omologata e revisionata” non soddisfa le esigenze di affidabilità dell’omologazione e della taratura» che sono state individuate dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 113/15.

Proprio alla luce della decisione della Consulta si è stabilito che «tutte le apparecchiature di misurazione della velocità devono essere sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura» e si è chiarito che «in caso di contestazioni circa l’affidabilità dell’apparecchio il giudice è tenuto ad accertare se tali verifiche siano state o meno effettuate».

La posizione dell’automobilista dovrà essere nuovamente esaminata in Tribunale, dove i giudici dovranno appurare se siano state effettuate le necessarie verifiche sull’autovelox, non potendo essere sufficiente, in questa ottica, l’annotazione degli agenti.

LE REGOLE PER LA PERSONALIZZAZIONE DEL DANNO OPERANO ANCHE IN CASO DI MOBBING.

I principi e le regole giurisprudenziali in tema di personalizzazione del danno, che consentono al giudice di accertare eventuali conseguenze peculiari subite dal danneggiato nel caso specifico tali da giustificare una liquidazione maggiorata rispetto a quella forfettizzata dai criteri tabellari, operano anche in caso di danno subito dal lavoratore per mobbing.

(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza n. 10989/20; depositata il 9 giugno)

Il Tribunale di Grosseto, in accoglimento della domanda di un lavoratore, condannava la banca datrice di lavoro al risarcimento del danno non patrimoniale per le vessazioni subite sul luogo di lavoro, c.d. mobbing.
Adita la Corte d’Appello, il lavoratore otteneva inoltre un superiore inquadramento e le conseguenti differenze contributive.
La pronuncia veniva però impugnata dal lavoratore dinanzi alla Corte di Cassazione.

Tra le diverse doglianze proposte, il lavoratore lamenta l’omessa personalizzazione del danno non patrimoniale per il mobbing subito.
In particolare deduce l’applicazione del solo punto tabellare delle tabelle di Milano senza alcuna personalizzazione del danno biologico sia permanente che temporaneo, nonchè l’omessa motivazione sul danno esistenziale.

In tema di personalizzazione del danno, la giurisprudenza di legittimità afferma pacificamente che tale “operazione” consente al giudice di valorizzare il danno patito dalla vittima, previa adeguata motivazione con riferimento alle risultanza probatorie emerse nel corso del giudizio.
In particolare devono essere evidenziate le circostanze concrete che giustificano una liquidazione maggiorata rispetto a quella forfettizzata dai criteri tabellari (Cass.Civ. n. 2193/17).

Il giudice deve infatti individuare le conseguenze che qualunque vittima subirebbe in casi analoghi e poi accertare eventuali conseguenze peculiari del caso specifico, per monetizzarle poi con un criterio ad hoc scevro da automatismi.
Aggiunge inoltre la Corte che «ai fini della personalizzazione del danno morale non rileva la mera sofferenza derivante dallo sconvolgimento delle abitudini di vita del danneggiato» ma assume rilevanza la «lesione di interessi che assumono consistenza sul piano del disegno costituzionale della vita della persona».

In conclusione «il risarcimento forfettariamente individuato, in base ai meccanismi tabellari, può essere aumentato esclusivamente nel caso in cui il giudice ravvisi circostanze di fatto del tutto peculiari, idonee a superare le conseguenze ordinarie».
Il giudice, in fase di liquidazione, deve dunque considerare tutte le conseguenze patite dalla vittima sia nella sfera morale che in quella dinamico-relazione e tale accertamento deve avvenire in concreto (Cass. Civ. n. 20795/18).

Nel caso di specie, avendo il giudice di merito correttamente applicato tali principi e avendo fornito adeguata motivazione circa il percorso logico giuridico adottato per giungere alla decisione, il ricorso non trova accoglimento.
... vedi altrovedi meno

LE REGOLE PER LA PERSONALIZZAZIONE DEL DANNO OPERANO ANCHE IN CASO DI MOBBING.

I principi e le regole giurisprudenziali in tema di personalizzazione del danno, che consentono al giudice di accertare eventuali conseguenze peculiari subite dal danneggiato nel caso specifico tali da giustificare una liquidazione maggiorata rispetto a quella forfettizzata dai criteri tabellari, operano anche in caso di danno subito dal lavoratore per mobbing.

(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza n. 10989/20; depositata il 9 giugno)

Il Tribunale di Grosseto, in accoglimento della domanda di un lavoratore, condannava la banca datrice di lavoro al risarcimento del danno non patrimoniale per le vessazioni subite sul luogo di lavoro, c.d. mobbing. 
Adita la Corte d’Appello, il lavoratore otteneva inoltre un superiore inquadramento e le conseguenti differenze contributive. 
La pronuncia veniva però impugnata dal lavoratore dinanzi alla Corte di Cassazione.

Tra le diverse doglianze proposte, il lavoratore lamenta l’omessa personalizzazione del danno non patrimoniale per il mobbing subito.
In particolare deduce l’applicazione del solo punto tabellare delle tabelle di Milano senza alcuna personalizzazione del danno biologico sia permanente che temporaneo, nonchè l’omessa motivazione sul danno esistenziale.

In tema di personalizzazione del danno, la giurisprudenza di legittimità afferma pacificamente che tale “operazione” consente al giudice di valorizzare il danno patito dalla vittima, previa adeguata motivazione con riferimento alle risultanza probatorie emerse nel corso del giudizio. 
In particolare devono essere evidenziate le circostanze concrete che giustificano una liquidazione maggiorata rispetto a quella forfettizzata dai criteri tabellari (Cass.Civ. n. 2193/17). 

Il giudice deve infatti individuare le conseguenze che qualunque vittima subirebbe in casi analoghi e poi accertare eventuali conseguenze peculiari del caso specifico, per monetizzarle poi con un criterio ad hoc scevro da automatismi.
Aggiunge inoltre la Corte che «ai fini della personalizzazione del danno morale non rileva la mera sofferenza derivante dallo sconvolgimento delle abitudini di vita del danneggiato» ma assume rilevanza la «lesione di interessi che assumono consistenza sul piano del disegno costituzionale della vita della persona».

In conclusione «il risarcimento forfettariamente individuato, in base ai meccanismi tabellari, può essere aumentato esclusivamente nel caso in cui il giudice ravvisi circostanze di fatto del tutto peculiari, idonee a superare le conseguenze ordinarie». 
Il giudice, in fase di liquidazione, deve dunque considerare tutte le conseguenze patite dalla vittima sia nella sfera morale che in quella dinamico-relazione e tale accertamento deve avvenire in concreto (Cass. Civ. n. 20795/18).

Nel caso di specie, avendo il giudice di merito correttamente applicato tali principi e avendo fornito adeguata motivazione circa il percorso logico giuridico adottato per giungere alla decisione, il ricorso non trova accoglimento.

Pensiero assolutamente condivisibile.MAGISTRATI ITALIANI, TODOS CABALLEROS.

Noi penalisti italiani continuiamo ad insistere, quasi sempre da soli, nella denunzia delle più eclatanti anomalie che caratterizzano, nel mondo, l’ordinamento giudiziario italiano, e che puntualmente non vengono nemmeno sfiorate dalla “epocale” riforma che il Ministro di Giustizia va annunciando in queste settimane. Oggi però non vi parlerò di separazione delle carriere, ma di altre due perle che troverete solo in Italia.
La prima è quella dei c.d. “fuori ruolo”. Ad ogni nuovo governo, quasi 200 magistrati vengono sospesi dalle funzioni giurisdizionali per le quali hanno vinto un concorso, e vengono sparpagliati ad occupare cariche direttive cruciali nei vari Ministeri del nuovo esecutivo, in primis (oltre cento) nel Ministero di Giustizia. Il distacco viene richiesto dai singoli Ministri, e nel CSM opera una Commissione ad hoc che li vaglia e li autorizza. La dimensione del mercato politico che ne viene fuori è agevolmente immaginabile. Con quale credibilità la Magistratura italiana possa denunciare con sdegno l’attentato alla propria indipendenza che sarebbe insita, per esempio, nella prospettiva da tanti di noi auspicata della separazione delle carriere, mentre coltiva e difende con pervicacia questa inaudita (nel mondo, intendo proprio dire) commistione tra potere giudiziario e potere esecutivo, Dio solo lo sa. Ma poiché “gutta cavat lapidem” (la goccia scava la pietra), il Prof. Valerio Onida, giurista insigne, Presidente Emerito della Corte Costituzionale nonché Direttore per alcuni anni della Scuola Superiore della Magistratura, con un ampio e definitivo articolo sul principale quotidiano italiano lancia finalmente il sasso nello stagno. Speriamo che il Ministro Bonafede legga il Corriere della Sera, e si occupi non tanto di precludere carriere direttive dopo i distacchi, ma proprio di abrogare le norme che consentono questa anomalia, dobbiamo ripeterlo, unica al mondo, che letteralmente consegna il Ministero di Giustizia al potere giudiziario.
L’altra anomalia -ancora una volta, mondiale- è quella per la quale nella carriera magistratuale italiana non esistono più le promozioni, come pure pretenderebbe la nostra Costituzione, ma solo le “valutazioni di professionalità” che, guarda un po', finiscono per promuovere tutti e comunque. La percentuale dei magistrati che le superano positivamente -tenetevi forte, non è uno scherzo- è del 99,9%. Insomma, se non sei un assassino, un maniaco, o una persona gravissimamente disturbata, progredirai in carriera automaticamente, raggiungendo il livello massimo di carriera, stipendio, pensione e trattamento di fine rapporto.
Questa incredibile assurdità risale già agli anni 70 (leggi 570/1966 e 831/1973), e da allora la promozione di carriera non corrisponde ad alcuna vacanza organica nei gradi superiori di giurisdizione. Non è che si liberano venti posti di consigliere di Corte di Appello o trenta di consigliere di Cassazione, e tu li metti a concorso, valutando i meritevoli. La progressione in carriera va con il pilota automatico, a prescindere dalle effettive necessità dell’organico. Nel 2007 il legislatore ha tentato di rimediare a questa autentica assurdità, prevedendo criteri di valutazione più severi sanzionati addirittura con la declaratoria di inidoneità alla funzione. Risultato? Se le valutazioni positive di professionalità oscillavano, tra il 1979 ed il 2007, tra il 99,1 ed il 99,6 per cento, dopo il 2007 sono arrivate al 99,9%. È l’autogoverno, bellezza: todos caballeros.
Il risultato è che i magistrati in servizio che ogni anno giungono al vertice della carriera sono circa il 25%. Come se nell’esercito, composto da centomila militari, ci fossero 25mila generali.
Volete qualche numero per fare una comparazione? In Germania il numero dei magistrati giudicati “eccellenti” oscilla tra il 5 ed il 10 per cento, in Francia si assesta sull’8%. Comprenderete che in quei Paesi sarà molto più facile selezionare i meritevoli delle cariche direttive o semidirettive. Mentre qui da noi, l’appiattimento qualitativo rende impossibili giudizi di merito certi, e necessariamente entra in gioco l’appartenenza correntizia. Ecco perché ogni anno in Italia si registrano 250 ricorsi al TAR avverso le nomine operate dal CSM: ogni ricorrente sa che potrà agevolmente contestare che il nominato lo meritasse più di lui.
Sapete in nome di che cosa si è radicato questo scempio unico al mondo? Ma che domande, in nome dell’indipendenza della Magistratura! Un sistema fondato su reali valutazioni di merito si tradurrebbe -questa è la tesi- in possibili controlli politici o condizionamenti del magistrato: meglio promuovere tutti.
Noi difendiamo senza riserve l’indipendenza della Magistratura, ma non quella usata come uno spauracchio per abortire qualunque riforma sgradita alla corporazione. Ed infatti, sta prendendo forma in questi giorni una riforma gattopardesca dell’ordinamento giudiziario, che cambierà qualche cosuccia perché nulla cambi che sia sgradito al più intangibile, incontrollabile potere della nostra Repubblica.
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Pensiero assolutamente condivisibile.

IL CERTIFICATO MEDICO IMPONE IL RIPOSO AL LAVORATORE IN MALATTIA: LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO PER IL LAVORO NEI CAMPI.

Respinte definitivamente le obiezioni mosse dall’oramai ex dipendente nei confronti del provvedimento adottato dall’azienda.
Fatale il resoconto di un investigatore privato: si è così appurato che il lavoratore, come da lui stesso ammesso, aveva svolto del lavoro manuale nei campi.

(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza n. 11535/20; depositata il 15 giugno)

Prima in Tribunale e poi in Appello viene stabilita la legittimità del licenziamento disciplinare deciso dall’azienda.
Fatale il controllo effettuato da un’agenzia investigativa, proprio su incarico della società datrice di lavoro: si è appurato così che il dipendente ha svolto attività nei campi – consistita anche in operazioni di carico manuale della legna – «incompatibile con lo stato di malattia addotto a giustificazione dell’azienda dal lavoro».

La Società datrice di lavoro ha rilevato l’abuso compiuto dal lavoratore e consistito nel «compimento di sforzi non consentiti dalle prescrizioni mediche» e potenzialmente idonei a ritardare il suo rientro nello stabilimento aziendale.

Anche la Cassazione conferma la Sentenza di Appello.
E' mersa infatti «l’idoneità delle condotte tenute dell’uomo a porre in pericolo e a ritardare potenzialmente la sua guarigione», anche perché egli, viene sottolineato, «era tenuto ad astenersi dal compiere attività che potevano comportare un sia pur minimo impegno fisico o anche solo apprezzabili sollecitazioni agli arti superiori».

I Giudici sottolineano come «la censurabilità delle condotte» tenute dall’uomo durante il periodo di assenza dal lavoro «non dipende dalla concreta e accertata incidenza ex post delle attività sul processo di guarigione» bensì «dalla loro potenziale idoneità ad interferire con tale processo».

I Giudici, inoltre, chiariscono che «il dovere di correttezza e buonafede» doveva comunque «indurre il lavoratore ad astenersi da attività, come il carico e scarico della legna o il trasporto di taniche o anche la guida di un trattore, potenzialmente idonee a pregiudicarne il recupero» fisico e a ritardarne il rientro in azienda.
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IL CERTIFICATO MEDICO IMPONE IL RIPOSO AL LAVORATORE IN MALATTIA: LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO PER IL LAVORO NEI CAMPI.

Respinte definitivamente le obiezioni mosse dall’oramai ex dipendente nei confronti del provvedimento adottato dall’azienda. 
Fatale il resoconto di un investigatore privato: si è così appurato che il lavoratore, come da lui stesso ammesso, aveva svolto del lavoro manuale nei campi.

(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza n. 11535/20; depositata il 15 giugno)

Prima in Tribunale e poi in Appello viene stabilita la legittimità del licenziamento disciplinare deciso dall’azienda. 
Fatale il controllo effettuato da un’agenzia investigativa, proprio su incarico della società datrice di lavoro: si è appurato così che il dipendente ha svolto attività nei campi – consistita anche in operazioni di carico manuale della legna – «incompatibile con lo stato di malattia addotto a giustificazione dell’azienda dal lavoro».

La Società datrice di lavoro ha rilevato l’abuso compiuto dal lavoratore e consistito nel «compimento di sforzi non consentiti dalle prescrizioni mediche» e potenzialmente idonei a ritardare il suo rientro nello stabilimento aziendale.

Anche la Cassazione conferma la Sentenza di Appello.
E mersa infatti «l’idoneità delle condotte tenute dell’uomo a porre in pericolo e a ritardare potenzialmente la sua guarigione», anche perché egli, viene sottolineato, «era tenuto ad astenersi dal compiere attività che potevano comportare un sia pur minimo impegno fisico o anche solo apprezzabili sollecitazioni agli arti superiori».

I Giudici sottolineano come «la censurabilità delle condotte» tenute dall’uomo durante il periodo di assenza dal lavoro «non dipende dalla concreta e accertata incidenza ex post delle attività sul processo di guarigione» bensì «dalla loro potenziale idoneità ad interferire con tale processo».

I Giudici, inoltre, chiariscono che «il dovere di correttezza e buonafede» doveva comunque «indurre il lavoratore ad astenersi da attività, come il carico e scarico della legna o il trasporto di taniche o anche la guida di un trattore, potenzialmente idonee a pregiudicarne il recupero» fisico e a ritardarne il rientro in azienda.

QUASI 30 ANNI, STUDENTE UNIVERSITARIO MA CON UN LAVORO PART-TIME: NIENTE MANTENIMENTO DAL PADRE

L’iscrizione all’università non può bastare per sancire il diritto del figlio a percepire il contributo economico del padre.
Rilevante il fatto che il ragazzo abbia allo stesso tempo un contratto di lavoro a tempo indeterminato, seppur part-time.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza n. 11186/20; depositata l’11 giugno)

Vittoria in primo grado per il papà, che vede ridotto a 300 euro «l’assegno dovuto alla ex coniuge per concorso nel mantenimento del figlio» che è maggiorenne ma, secondo i giudici, «non economicamente autosufficiente».
Questa visione è confermata in appello, con conseguente risposta negativa alla richiesta dell’uomo di vedere cancellato il suo onere economico in favore del figlio.

A rimettere tutto in discussione, ritenendo plausibile la domanda avanzata dal padre, è la Cassazione.

L’uomo spiega che «la mera iscrizione del figlio all’università non è sufficiente a giustificare il permanere dell’obbligo» a fornirgli sostegno economico, anche perché è accertato «lo svolgimento di attività lavorativa da parte del figlio in ragione di un contratto di lavoro part-time a tempo indeterminato».

Per i Giudici del Palazzaccio la decisione presa in secondo grado non è condivisibile poiché a fronte dello «svolgimento di attività lavorativa da parte del figlio» e della «prosecuzione della sua formazione professionale attraverso gli studi universitari», non paiono essere emerse circostanze che possano giustificare «il permanere dell’obbligo di mantenimento» a carico del padre, anche tenendo presente l’età – quasi 30 anni – del ragazzo.
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QUASI 30 ANNI, STUDENTE UNIVERSITARIO MA CON UN LAVORO PART-TIME: NIENTE MANTENIMENTO DAL PADRE

L’iscrizione all’università non può bastare per sancire il diritto del figlio a percepire il contributo economico del padre. 
Rilevante il fatto che il ragazzo abbia allo stesso tempo un contratto di lavoro a tempo indeterminato, seppur part-time.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza n. 11186/20; depositata l’11 giugno)

Vittoria in primo grado per il papà, che vede ridotto a 300 euro «l’assegno dovuto alla ex coniuge per concorso nel mantenimento del figlio» che è maggiorenne ma, secondo i giudici, «non economicamente autosufficiente». 
Questa visione è confermata in appello, con conseguente risposta negativa alla richiesta dell’uomo di vedere cancellato il suo onere economico in favore del figlio.

A rimettere tutto in discussione, ritenendo plausibile la domanda avanzata dal padre, è la Cassazione.

L’uomo spiega che «la mera iscrizione del figlio all’università non è sufficiente a giustificare il permanere dell’obbligo» a fornirgli sostegno economico, anche perché è accertato «lo svolgimento di attività lavorativa da parte del figlio in ragione di un contratto di lavoro part-time a tempo indeterminato».

Per i Giudici del Palazzaccio la decisione presa in secondo grado non è condivisibile poiché a fronte dello «svolgimento di attività lavorativa da parte del figlio» e della «prosecuzione della sua formazione professionale attraverso gli studi universitari», non paiono essere emerse circostanze che possano giustificare «il permanere dell’obbligo di mantenimento» a carico del padre, anche tenendo presente l’età – quasi 30 anni – del ragazzo.

A CASA PER INFORTUNIO MA ANDAVA IN GIRO IN BICI E CON IL FIGLIO SULLE SPALLE: LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO.

Confermato il drastico provvedimento adottato dall’azienda.
Evidente per i giudici la gravità del comportamento tenuto dall’operaio di un cantiere.

(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza n. 11697/20; depositata il 17 giugno)

I vertici dell'azienda, che gestiscono un cantiere, affidano a un’agenzia investigativa il compito di controllare il lavoratore che risulta essere ufficialmente in malattia a causa di un trauma contusivo riportato mentre a bordo del proprio scooter si allontanava dal cantiere.
Inequivocabile, almeno in apparenza, il referto del Pronto Soccorso, con tanto di prescrizione di riposo assoluto per alcuni giorni e annessa trasmissione degli atti all’INAIL.

Dai rilievi dell'Agenzia Investigativa emerge come il lavoratore «fosse dedito ad attività fisiche, pedalando per ore» e mentre «camminava per il centro cittadino portava il figlio sulle spalle».
Il resoconto dell’Agenzia Investigativa determina l’azienda a licenziare il dipendente.
La decisione è ritenuta corretta dai giudici di merito, che respingono prima in Tribunale e poi in Appello il reclamo proposto dal lavoratore.

A confermare la correttezza del «licenziamento per giusta causa» decido dalla società datrice di lavoro provvede anche la Cassazione.
Inutili le osservazioni proposte dal lavoratore e centrate anche sulla «illegittimità dei controlli» effettuati dall’Agenzia Investigativa su incarico dell’azienda.

In prima battuta i Giudici del ‘Palazzaccio’ chiariscono che è legittimo «servirsi delle Agenzie Investigative per verificare l’esatto adempimento delle obbligazioni facenti capo al dipendente con riguardo a comportamenti tenuti al di fuori dell’ambito lavorativo disciplinarmente rilevanti» e aggiungono che in questo caso «non si verte in ipotesi di controllo datoriale circa l’esecuzione della prestazione ma, invece, di verifica e controllo di un comportamento extralavorativo illecito, verifica fondata sul sospetto del mancato svolgimento illegittimo dell’attività lavorativa per l’insussistenza della incapacità lavorativa».

In sostanza, quando «il datore di lavoro è indotto a sospettare che il mancato svolgimento dell’attività lavorativa sia riconducibile alla perpetrazione di un illecito», allora «anche il solo sospetto o la mera ipotesi che un illecito sia in corso di esecuzione giustifica l’espletamento del controllo».
E in questa ottica «non rileva la circostanza che si trattasse di infortunio sul lavoro e non di assenza per malattia, e quindi non fosse richiesta reperibilità ed esperibile visita fiscale».
I Giudici tengono ancora a precisare che «le disposizioni in materia di divieto di accertamenti da parte del datore di lavoro sulle infermità per malattia o infortunio del lavoratore dipendente e sulla facoltà dello stesso datore di lavoro di effettuare il controllo delle assenze per infermità solo attraverso i servizi ispettivi degli istituti previdenziali competenti» non impediscono comunque al datore di «procedere, al di fuori delle verifiche di tipo sanitario, ad accertamenti di circostanze di fatto atte a dimostrare l’insussistenza della malattia o la non idoneità della malattia, seppur presente, a determinare uno stato d’incapacità lavorativa e, quindi, a giustificare l’assenza».

Nel caso di specie «gli accertamenti espletati non avevano una finalità di tipo sanitario, mirando esclusivamente ad una verifica della non riscontrabilità della malattia o la inidoneità di essa a giustificare uno stato di incapacità lavorativa rilevante».
Assolutamente legittimo, quindi, «l’accertamento effettuato anche mediante controlli di tipo investigativo, non attenendo essi allo svolgimento dell’attività lavorativa stricto sensu, bensì, all’insussistenza di una situazione atta a ridurre la capacità lavorativa del dipendente».

Per quanto concerne poi la valutazione della sanzione del licenziamento, i Giudici ritengono evidente l’abuso compiuto dal dipendente, che non ha certo tenuto «un comportamento improntato a correttezza e buonafede» nei confronti del proprio datore di lavoro.
Difatti, l’operaio ha prolungato la propria assenza «nonostante l’intervenuta guarigione, dimostrata dallo svolgimento di intensa attività ciclistica nonché di altre attività ludiche», come l’andare a spasso nel centro cittadino portando il figlio sulle proprie spalle.

Evidente la gravità del comportamento tenuto dal lavoratore, che «durante il periodo di riposo prescritto ha svolto assidua attività sportiva ed altre attività, quali prendere sulle spalle i propri figli» e senza in alcun modo comunicare al datore di lavoro «l’intervenuto recupero della propria abilità» fisica.
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A CASA PER INFORTUNIO MA ANDAVA IN GIRO IN BICI E CON IL FIGLIO SULLE SPALLE: LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO.

Confermato il drastico provvedimento adottato dall’azienda. 
Evidente per i giudici la gravità del comportamento tenuto dall’operaio di un cantiere.
 
(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza n. 11697/20; depositata il 17 giugno)
 
I vertici dellazienda, che gestiscono un cantiere, affidano a un’agenzia investigativa il compito di controllare il lavoratore che risulta essere ufficialmente in malattia a causa di un trauma contusivo riportato mentre a bordo del proprio scooter si allontanava dal cantiere.
Inequivocabile, almeno in apparenza, il referto del Pronto Soccorso, con tanto di prescrizione di riposo assoluto per alcuni giorni e annessa trasmissione degli atti all’INAIL. 

Dai rilievi dellAgenzia Investigativa emerge come il lavoratore «fosse dedito ad attività fisiche, pedalando per ore» e mentre «camminava per il centro cittadino portava il figlio sulle spalle».
Il resoconto dell’Agenzia Investigativa determina l’azienda a licenziare il dipendente. 
La decisione è ritenuta corretta dai giudici di merito, che respingono prima in Tribunale e poi in Appello il reclamo proposto dal lavoratore.
 
A confermare la correttezza del «licenziamento per giusta causa» decido dalla società datrice di lavoro provvede anche la Cassazione.
Inutili le  osservazioni proposte dal lavoratore e centrate anche sulla «illegittimità dei controlli» effettuati dall’Agenzia Investigativa su incarico dell’azienda.

In prima battuta i Giudici del ‘Palazzaccio’ chiariscono che è legittimo «servirsi delle Agenzie Investigative per verificare l’esatto adempimento delle obbligazioni facenti capo al dipendente con riguardo a comportamenti tenuti al di fuori dell’ambito lavorativo disciplinarmente rilevanti» e aggiungono che in questo caso «non si verte in ipotesi di controllo datoriale circa l’esecuzione della prestazione ma, invece, di verifica e controllo di un comportamento extralavorativo illecito, verifica fondata sul sospetto del mancato svolgimento illegittimo dell’attività lavorativa per l’insussistenza della incapacità lavorativa».

In sostanza, quando «il datore di lavoro è indotto a sospettare che il mancato svolgimento dell’attività lavorativa sia riconducibile alla perpetrazione di un illecito», allora «anche il solo sospetto o la mera ipotesi che un illecito sia in corso di esecuzione giustifica l’espletamento del controllo». 
E in questa ottica «non rileva la circostanza che si trattasse di infortunio sul lavoro e non di assenza per malattia, e quindi non fosse richiesta reperibilità ed esperibile visita fiscale».
I Giudici tengono ancora a precisare che «le disposizioni in materia di divieto di accertamenti da parte del datore di lavoro sulle infermità per malattia o infortunio del lavoratore dipendente e sulla facoltà dello stesso datore di lavoro di effettuare il controllo delle assenze per infermità solo attraverso i servizi ispettivi degli istituti previdenziali competenti» non impediscono comunque al datore di «procedere, al di fuori delle verifiche di tipo sanitario, ad accertamenti di circostanze di fatto atte a dimostrare l’insussistenza della malattia o la non idoneità della malattia, seppur presente, a determinare uno stato d’incapacità lavorativa e, quindi, a giustificare l’assenza».
 
Nel caso di specie «gli accertamenti espletati non avevano una finalità di tipo sanitario, mirando esclusivamente ad una verifica della non riscontrabilità della malattia o la inidoneità di essa a giustificare uno stato di incapacità lavorativa rilevante».
Assolutamente legittimo, quindi, «l’accertamento effettuato anche mediante controlli di tipo investigativo, non attenendo essi allo svolgimento dell’attività lavorativa stricto sensu, bensì, all’insussistenza di una situazione atta a ridurre la capacità lavorativa del dipendente».

Per quanto concerne poi la valutazione della sanzione del licenziamento, i Giudici ritengono evidente l’abuso compiuto dal dipendente, che non ha certo tenuto «un comportamento improntato a correttezza e buonafede» nei confronti del proprio datore di lavoro. 
Difatti, l’operaio ha prolungato la propria assenza «nonostante l’intervenuta guarigione, dimostrata dallo svolgimento di intensa attività ciclistica nonché di altre attività ludiche», come l’andare a spasso nel centro cittadino portando il figlio sulle proprie spalle.

Evidente la gravità del comportamento tenuto dal lavoratore, che «durante il periodo di riposo prescritto ha svolto assidua attività sportiva ed altre attività, quali prendere sulle spalle i propri figli» e senza in alcun modo comunicare al datore di lavoro «l’intervenuto recupero della propria abilità» fisica.
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