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LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO PER LA GUIDA PERICOLOSA CON L'AUTO DI SERVIZIO.

Inutili le obiezioni proposte dal lavoratore.
Evidente, secondo i Giudici, la gravità del comportamento tenuto dall’uomo prima alla guida dell’auto di servizio e poi nel confronto con gli agenti della Polizia stradale che lo hanno fermato per multarlo.

(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza n. 9304/21; depositata il 7 aprile)

La vicenda riguarda un uomo, dipendente di una società che si occupa della riscossione dei tributi per conto di un Comune.
A suscitare perplessità è il comportamento da lui tenuto in un’occasione in strada: nello specifico, «egli ha violato le norme di sicurezza stradale, immettendosi, all’altezza dell’incrocio tra due strade, contromano su un viadotto, con rischio di procurare un incidente, mentre si trovava alla guida dell’auto di servizio» e successivamente «ha reagito al controllo degli agenti della Polizia stradale, cercando prima di convincerli a non elevare la contravvenzione e poi di intimidirli, dettando al proprio cellulare a voce alta il numero di targa della ‘volante’ che lo aveva fermato, adducendo inesistenti ragioni di servizio che avrebbero giustificato la sua violazione e utilizzando così il nome della società datrice di lavoro a fini propri utilitaristici».

Il lavoratore riceve la missiva con cui l’azienda gli comunica «il licenziamento disciplinare».
Il provvedimento è ritenuto legittimo dai Giudici di primo e di secondo grado. In particolare, in Appello è evidenziata «la gravità del comportamento tenuto dal lavoratore» e considerata perciò «proporzionale la sanzione espulsiva».

Nel ricorso per Cassazione il Lavoratore contesta «la sanzione espulsiva» decisa dall’azienda, ritenendola, «non proporzionata all’effettiva gravità della condotta, punibile con una sanzione conservativa, come i precedenti comportamenti così sanzionati, con evidente significazione di una tolleranza datoriale modulata sul concreto andamento del rapporto lavorativo in ragione delle mansioni, così da giustificarne la compatibilità con la prosecuzione del rapporto stesso».

I Giudici del ‘Palazzaccio’ ritengono invece corretta la valutazione compiuta tra primo e secondo grado, valutazione con cui si è «qualificato il licenziamento per giusta causa» alla luce della «gravità dell’inadempimento del lavoratore ai propri obblighi, tale da far venire meno il rapporto fiduciario» con la società.

Una volta accertato il comportamento del lavoratore, legittimamente, osservano i Giudici di terzo grado, si è esclusa «l’applicabilità di una sanzione conservativa», sia in riferimento all’elemento soggettivo «per la sufficiente rimproverabilità della condotta sotto il profilo della colpa», sia in riferimento all’elemento oggettivo.
... vedi altrovedi meno

LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO PER LA GUIDA PERICOLOSA CON LAUTO DI SERVIZIO.

Inutili le obiezioni proposte dal lavoratore.
Evidente, secondo i Giudici, la gravità del comportamento tenuto dall’uomo prima alla guida dell’auto di servizio e poi nel confronto con gli agenti della Polizia stradale che lo hanno fermato per multarlo.  

(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza n. 9304/21; depositata il 7 aprile)

La vicenda riguarda un uomo, dipendente di una società che si occupa della riscossione dei tributi per conto di un Comune. 
A suscitare perplessità è il comportamento da lui tenuto in un’occasione in strada: nello specifico, «egli ha violato le norme di sicurezza stradale, immettendosi, all’altezza dell’incrocio tra due strade, contromano su un viadotto, con rischio di procurare un incidente, mentre si trovava alla guida dell’auto di servizio» e successivamente «ha reagito al controllo degli agenti della Polizia stradale, cercando prima di convincerli a non elevare la contravvenzione e poi di intimidirli, dettando al proprio cellulare a voce alta il numero di targa della ‘volante’ che lo aveva fermato, adducendo inesistenti ragioni di servizio che avrebbero giustificato la sua violazione e utilizzando così il nome della società datrice di lavoro a fini propri utilitaristici».

Il lavoratore riceve la missiva con cui l’azienda gli comunica «il licenziamento disciplinare».
Il provvedimento è ritenuto legittimo dai Giudici di primo e di secondo grado. In particolare, in Appello è evidenziata «la gravità del comportamento tenuto dal lavoratore» e considerata perciò «proporzionale la sanzione espulsiva».

Nel ricorso per Cassazione il Lavoratore contesta «la sanzione espulsiva» decisa dall’azienda, ritenendola, «non proporzionata all’effettiva gravità della condotta, punibile con una sanzione conservativa, come i precedenti comportamenti così sanzionati, con evidente significazione di una tolleranza datoriale modulata sul concreto andamento del rapporto lavorativo in ragione delle mansioni, così da giustificarne la compatibilità con la prosecuzione del rapporto stesso».

I Giudici del ‘Palazzaccio’ ritengono invece corretta la valutazione compiuta tra primo e secondo grado, valutazione con cui si è «qualificato il licenziamento per giusta causa» alla luce della «gravità dell’inadempimento del lavoratore ai propri obblighi, tale da far venire meno il rapporto fiduciario» con la società.

Una volta accertato il comportamento del lavoratore, legittimamente, osservano i Giudici di terzo grado, si è esclusa «l’applicabilità di una sanzione conservativa», sia in riferimento all’elemento soggettivo «per la sufficiente rimproverabilità della condotta sotto il profilo della colpa», sia in riferimento all’elemento oggettivo.

LO ZAINO APERTO DELLA VITTIMA NON ESCLUDE LA DESTREZZA DEL BORSEGGIATORE.

Necessario un nuovo processo per valutare il riconoscimento dell’aggravante della destrezza in merito alle condotte di due uomini, ritenuti colpevoli di furto.
Secondo i Giudici della Cassazione l’apertura dello zaino o della borsa non è dettaglio decisivo per ritenere che il ladro non debba agire con accortezza e con astuzia.

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 13071/21; depositata il 7 aprile)

A finire sotto processo sono due uomini, accusati di furto per avere prelevato dallo zainetto – aperto – di un ignaro passante un portafoglio contenente denaro.
I dettagli dell’episodio sono sufficienti, secondo i Giudici di merito, per arrivare a una condanna.
In Tribunale, però, viene esclusa «la circostanza aggravante della destrezza», proprio evidenziando che lo zainetto preso di mira dai due uomini non era chiuso.
Secondo i Giudici, quindi, i due ladri «si sono limitati ad infilare la mano e ad estrarre il borsellino».
Irrilevante, sempre secondo i Giudici, il fatto che «la persona offesa non si era accorta di nulla, essendosi allarmata solo dopo che un altro passante l’aveva avvertita che il suo zainetto risultava essere aperto».

Dalla Procura ritengono però illogico escludere l’aggravante della destrezza. Ecco spiegato il ricorso in Cassazione, mirato a porre in evidenza la condotta tenuta dai due uomini sotto processo, condotta concretizzatasi «nell’introdurre la mano nello zainetto, nell’estrarre il portafoglio e nell’evitare che la persona offesa si accorgesse di tale manovra».

Prima di esaminare la vicenda, i Giudici di terzo grado tengono a chiarire che «la circostanza della destrezza sussiste ogniqualvolta l’autore del reato abbia utilizzato una particolare abilità, come ordinariamente avviene nella classica ipotesi del borseggio, quando, cioè, alla vittima del reato venga sottratto un bene, il portafogli od altro, custodito o direttamente sulla propria persona o in una borsa, agendo repentinamente ed in modo da non essere colto sul fatto, pur agendo a stretto contatto con la vittima del reato».
E «nel caso in cui si sia sottratto un oggetto dalla borsa, o dallo zaino portato indosso, non può considerarsi decisiva la circostanza che la borsa o lo zaino siano, oltre che portati indosso, anche chiusi con una cerniera o con un altro meccanismo, che, peraltro, in molte borse notoriamente manca), posto che anche in tale evenienza il borseggiatore deve agire con particolare cautela ed abilità».
Per fare chiarezza, infine, i magistrati precisano che «l’eventuale mancata chiusura della borsa o dello zaino portati sulla propria persona» non rappresenta «quella disattenzione che consente all’autore del furto di agire senza mostrare la necessaria destrezza».

In sostanza, acclarata la responsabilità penale dei due ladri, è necessario un nuovo processo in Tribunale per decidere, alla luce delle indicazioni fornite dalla Cassazione, sul riconoscimento della «destrezza».
... vedi altrovedi meno

LO ZAINO APERTO DELLA VITTIMA NON ESCLUDE LA DESTREZZA DEL BORSEGGIATORE.

Necessario un nuovo processo per valutare il riconoscimento dell’aggravante della destrezza in merito alle condotte di due uomini, ritenuti colpevoli di furto. 
Secondo i Giudici della Cassazione l’apertura dello zaino o della borsa non è dettaglio decisivo per ritenere che il ladro non debba agire con accortezza e con astuzia.  

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 13071/21; depositata il 7 aprile)

A finire sotto processo sono due uomini, accusati di furto per avere prelevato dallo zainetto – aperto – di un ignaro passante un portafoglio contenente denaro.
I dettagli dell’episodio sono sufficienti, secondo i Giudici di merito, per arrivare a una condanna. 
In Tribunale, però, viene esclusa «la circostanza aggravante della destrezza», proprio evidenziando che lo zainetto preso di mira dai due uomini non era chiuso. 
Secondo i Giudici, quindi, i due ladri «si sono limitati ad infilare la mano e ad estrarre il borsellino».
Irrilevante, sempre secondo i Giudici, il fatto che «la persona offesa non si era accorta di nulla, essendosi allarmata solo dopo che un altro passante l’aveva avvertita che il suo zainetto risultava essere aperto».

Dalla Procura ritengono però illogico escludere l’aggravante della destrezza. Ecco spiegato il ricorso in Cassazione, mirato a porre in evidenza la condotta tenuta dai due uomini sotto processo, condotta concretizzatasi «nell’introdurre la mano nello zainetto, nell’estrarre il portafoglio e nell’evitare che la persona offesa si accorgesse di tale manovra».

Prima di esaminare la vicenda, i Giudici di terzo grado tengono a chiarire che «la circostanza della destrezza sussiste ogniqualvolta l’autore del reato abbia utilizzato una particolare abilità, come ordinariamente avviene nella classica ipotesi del borseggio, quando, cioè, alla vittima del reato venga sottratto un bene, il portafogli od altro, custodito o direttamente sulla propria persona o in una borsa, agendo repentinamente ed in modo da non essere colto sul fatto, pur agendo a stretto contatto con la vittima del reato». 
E «nel caso in cui si sia sottratto un oggetto dalla borsa, o dallo zaino portato indosso, non può considerarsi decisiva la circostanza che la borsa o lo zaino siano, oltre che portati indosso, anche chiusi con una cerniera o con un altro meccanismo, che, peraltro, in molte borse notoriamente manca), posto che anche in tale evenienza il borseggiatore deve agire con particolare cautela ed abilità».
Per fare chiarezza, infine, i magistrati precisano che «l’eventuale mancata chiusura della borsa o dello zaino portati sulla propria persona» non rappresenta «quella disattenzione che consente all’autore del furto di agire senza mostrare la necessaria destrezza».

In sostanza, acclarata la responsabilità penale dei due ladri, è necessario un nuovo processo in Tribunale per decidere, alla luce delle indicazioni fornite dalla Cassazione, sul riconoscimento della «destrezza».

TRUFFA DELLO SPECCHIETTO AGGRAVATA SE LA VITTIMA SI PRESENTA DEBOLE E REMISSIVA

Confermata la misura cautelare adottata nei confronti dell’uomo sotto accusa. Inequivocabile la condotta da lui tenuta: egli ha chiesto e ottenuto denaro per ben tre volte dalla vittima della truffa.
E ha potuto fare ciò perché si è reso conto di avere di fronte un soggetto non solo anziano ma anche debole e remissivo.

(Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza n. 12801/21; depositata il 2 aprile)

Terreno di scontro è la misura cautelare personale applicata nei confronti dell’uomo accusato di avere realizzato la cosiddetta truffa dello specchietto ai danni di un’automobilista di età avanzata.
Su questo punto GIP e Tribunale ritengono giusto «l’obbligo di dimora», considerando concreta la possibile reiterazione del reato e tenendo presente «l’esistenza di numerose e specifiche pendenze e l’assenza di attività lavorativa e di una fissa dimora».

A rendere grave la posizione dell’uomo, poi, è il fatto non solo di «avere indotto la vittima, con artifici e raggiri, a credere di aver prodotto un danno alla sua autovettura, così facendosi consegnare la somma di 1.100 euro» ma anche di «aver approfittato dell’età della persona offesa (nata nel 1940) e di averle cagionato un danno di rilevante gravità».

Col ricorso in Cassazione l’uomo sotto accusa contesta soprattutto l’aggravante prevista in caso di minorata difesa della vittima.
A questo proposito, egli osserva che «alcuna investigazione è stata eseguita circa le capacità psico-fisiche della persona offesa» e aggiunge che «il mero dato dell’età della vittima» – oltre 75 anni di età – non può essere ritenuto sufficiente.

In terzo grado i Giudici riconoscono che «l’età avanzata della persona offesa non realizza una presunzione assoluta di minorata difesa per la ridotta capacità di resistenza della vittima» mentre deve essere «valutata la ricorrenza di situazioni che denotano la particolare vulnerabilità del soggetto passivo» da cui l’autore del reato «trae consapevolmente vantaggio».

In questo caso specifico, però, viene subito aggiunto, dalla dinamica dei fatti emerge che l’uomo sotto accusa «ha approfittato dell’età della persona offesa, ponendo in essere una condotta al limite della estorsione in ordine alla aggressività del suo comportamento, che ha indotto la vittima ad un comportamento denotante particolare timore e poca lucidità».
A testimoniarlo è il fatto che «la persona offesa non soltanto aveva elargito una prima somma di danaro, ma anche una seconda, tornando a casa, ed una terza, attraverso un prelievo al bancomat, avvenute, queste ultime dazioni, sempre venendo seguito dall’autore della truffa, il quale, anche quindici giorni dopo il fatto, aveva tentato di ottenere ulteriore denaro, avendo compreso che la vittima era persona debole e manipolabile».

Nessun dubbio è possibile, quindi, sul riconoscimento dell’aggravate prevista per la «minorata difesa» della vittima, proprio tenendo presente «la richiesta di denaro quindici giorni dopo» il fatto, a dimostrazione della consapevolezza della persona sotto accusa che «la persona offesa, oltre che anziana, era soggetto debole e remissivo, del quale si poteva approfittare».

Confermata, di conseguenza, la misura cautelare decisa dal Tribunale.
... vedi altrovedi meno

TRUFFA DELLO SPECCHIETTO AGGRAVATA SE LA VITTIMA SI PRESENTA DEBOLE E REMISSIVA

Confermata la misura cautelare adottata nei confronti dell’uomo sotto accusa. Inequivocabile la condotta da lui tenuta: egli ha chiesto e ottenuto denaro per ben tre volte dalla vittima della truffa. 
E ha potuto fare ciò perché si è reso conto di avere di fronte un soggetto non solo anziano ma anche debole e remissivo.

(Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza n. 12801/21; depositata il 2 aprile)

Terreno di scontro è la misura cautelare personale applicata nei confronti dell’uomo accusato di avere realizzato la cosiddetta truffa dello specchietto ai danni di un’automobilista di età avanzata. 
Su questo punto GIP e Tribunale ritengono giusto «l’obbligo di dimora», considerando concreta la possibile reiterazione del reato e tenendo presente «l’esistenza di numerose e specifiche pendenze e l’assenza di attività lavorativa e di una fissa dimora».

A rendere grave la posizione dell’uomo, poi, è il fatto non solo di «avere indotto la vittima, con artifici e raggiri, a credere di aver prodotto un danno alla sua autovettura, così facendosi consegnare la somma di 1.100 euro» ma anche di «aver approfittato dell’età della persona offesa (nata nel 1940) e di averle cagionato un danno di rilevante gravità».

Col ricorso in Cassazione l’uomo sotto accusa contesta soprattutto l’aggravante prevista in caso di minorata difesa della vittima.
A questo proposito, egli osserva che «alcuna investigazione è stata eseguita circa le capacità psico-fisiche della persona offesa» e aggiunge che «il mero dato dell’età della vittima» – oltre 75 anni di età – non può essere ritenuto sufficiente.

In terzo grado i Giudici riconoscono che «l’età avanzata della persona offesa non realizza una presunzione assoluta di minorata difesa per la ridotta capacità di resistenza della vittima» mentre deve essere «valutata la ricorrenza di situazioni che denotano la particolare vulnerabilità del soggetto passivo» da cui l’autore del reato «trae consapevolmente vantaggio».

In questo caso specifico, però, viene subito aggiunto, dalla dinamica dei fatti emerge che l’uomo sotto accusa «ha approfittato dell’età della persona offesa, ponendo in essere una condotta al limite della estorsione in ordine alla aggressività del suo comportamento, che ha indotto la vittima ad un comportamento denotante particolare timore e poca lucidità». 
A testimoniarlo è il fatto che «la persona offesa non soltanto aveva elargito una prima somma di danaro, ma anche una seconda, tornando a casa, ed una terza, attraverso un prelievo al bancomat, avvenute, queste ultime dazioni, sempre venendo seguito dall’autore della truffa, il quale, anche quindici giorni dopo il fatto, aveva tentato di ottenere ulteriore denaro, avendo compreso che la vittima era persona debole e manipolabile».

Nessun dubbio è possibile, quindi, sul riconoscimento dell’aggravate prevista per la «minorata difesa» della vittima, proprio tenendo presente «la richiesta di denaro quindici giorni dopo» il fatto, a dimostrazione della consapevolezza della persona sotto accusa che «la persona offesa, oltre che anziana, era soggetto debole e remissivo, del quale si poteva approfittare».

Confermata, di conseguenza, la misura cautelare decisa dal Tribunale.

A SPASSO CON UN COLTELLO IN TASCA: IL LUOGO AFFOLLATO RENDE GRAVE LA CONDOTTA

Condanna definitiva per un uomo, beccato con un cutter nella tasca dei pantaloni mentre passeggiava nella zona della Stazione Centrale di Milano. Per i Giudici a certificare la gravità del comportamento è non solo l’oggetto ma anche lo scenario, caratterizzato dalla presenza di numerose persone.

(Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza n. 12393/21, depositata il 31 marzo)

Ricostruito l’episodio, verificatosi a Milano, l’uomo sotto processo viene ritenuto responsabile, sia in primo che in secondo grado, della contravvenzione prevista dall’art. 4 della l. n. 110/1975 per «avere portato, senza giustificato motivo, fuori dalla propria abitazione un cutter, aventi due lame – una di due centimetri e l’altra di sette centimetri –».
Consequenziale la pena, fissata in «quattro mesi di arresta e 600 euro di ammenda».

Col ricorso in Cassazione il difensore prova a ridimensionare il comportamento del suo cliente.
In particolare, il legale ritiene plausibile l’applicazione della “non punibilità”, poiché «l’uomo non è stato dichiarato delinquente abituale» e «il generico richiamo ai suo precedenti penali non può essere ritenuto indicativo di comportamento abituale».
In aggiunta, poi, l’avvocato sottolinea che «l’oggetto portato» dall’uomo «nella tasca dei propri pantaloni (con due lame di modeste dimensioni) era dotato di minima capacità offensiva», e lamenta il fatto che «non si è accertato se il cutter era dotato di un meccanismo di blocco delle lame, ovvero di un meccanismo di scatto, o, ancora, se dette lame erano affilate o meno».

Per i magistrati della Cassazione, però, le obiezioni difensive non scalfiscono minimamente la valutazione compiuta in Appello.
Ciò perché i Giudici di merito hanno apprezzato «la tipologia del coltello, dotato di due lame – di cui una, quella lunga sette centimetri – azionabile con un pulsante» e «il contesto in cui i fatti si sono verificati, ossia la Stazione Centrale di Milano, affollata da viaggiatori e persone di passaggio». Senza dimenticare, poi, «l’uso in passato di oggetto analogo in occasione della consumazione di delitti contro il patrimonio» e il fatto che l’uomo «è stato per due volte condannato per il medesimo reato, previsto dall’articolo 4 della legge numero 110 del 1975».
Tirando le somme, «l’applicazione della causa di non punibilità non soltanto è impedita dalla dichiarazione di delinquenza abituale, ma anche dalla commissione di condotte che sono espressive di un comportamento trasgressivo non episodico, tale da escludere il lieve disvalore del fatto», chiariscono i Giudici, ribadendo il valore riconosciuto alle «caratteristiche del coltello» e alle «circostanze di luogo in cui si è accertato il possesso del coltello».
... vedi altrovedi meno

A SPASSO CON UN COLTELLO IN TASCA: IL LUOGO AFFOLLATO RENDE GRAVE LA CONDOTTA 

Condanna definitiva per un uomo, beccato con un cutter nella tasca dei pantaloni mentre passeggiava nella zona della Stazione Centrale di Milano. Per i Giudici a certificare la gravità del comportamento è non solo l’oggetto ma anche lo scenario, caratterizzato dalla presenza di numerose persone.  

(Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza n. 12393/21, depositata il 31 marzo)

Ricostruito l’episodio, verificatosi a Milano, l’uomo sotto processo viene ritenuto responsabile, sia in primo che in secondo grado, della contravvenzione prevista dall’art. 4 della l. n. 110/1975 per «avere portato, senza giustificato motivo, fuori dalla propria abitazione un cutter, aventi due lame – una di due centimetri e l’altra di sette centimetri –». 
Consequenziale la pena, fissata in «quattro mesi di arresta e 600 euro di ammenda».

Col ricorso in Cassazione il difensore prova a ridimensionare il comportamento del suo cliente.
In particolare, il legale ritiene plausibile l’applicazione della “non punibilità”, poiché «l’uomo non è stato dichiarato delinquente abituale» e «il generico richiamo ai suo precedenti penali non può essere ritenuto indicativo di comportamento abituale».
In aggiunta, poi, l’avvocato sottolinea che «l’oggetto portato» dall’uomo «nella tasca dei propri pantaloni (con due lame di modeste dimensioni) era dotato di minima capacità offensiva», e lamenta il fatto che «non si è accertato se il cutter era dotato di un meccanismo di blocco delle lame, ovvero di un meccanismo di scatto, o, ancora, se dette lame erano affilate o meno».
 
Per i magistrati della Cassazione, però, le obiezioni difensive non scalfiscono minimamente la valutazione compiuta in Appello. 
Ciò perché i Giudici di merito hanno apprezzato «la tipologia del coltello, dotato di due lame – di cui una, quella lunga sette centimetri – azionabile con un pulsante» e «il contesto in cui i fatti si sono verificati, ossia la Stazione Centrale di Milano, affollata da viaggiatori e persone di passaggio». Senza dimenticare, poi, «l’uso in passato di oggetto analogo in occasione della consumazione di delitti contro il patrimonio» e il fatto che l’uomo «è stato per due volte condannato per il medesimo reato, previsto dall’articolo 4 della legge numero 110 del 1975».
Tirando le somme, «l’applicazione della causa di non punibilità non soltanto è impedita dalla dichiarazione di delinquenza abituale, ma anche dalla commissione di condotte che sono espressive di un comportamento trasgressivo non episodico, tale da escludere il lieve disvalore del fatto», chiariscono i Giudici, ribadendo il valore riconosciuto alle «caratteristiche del coltello» e alle «circostanze di luogo in cui si è accertato il possesso del coltello».

16.04. 2021 ore 20.00
Evento informativo sull' ECOBONUS 110% organizzato dalla Camera Avvocati di San Donà di Piave con il patrocinio del Comune di San Donà di Piave.
L'evento sarà trasmesso in diretta sulla pagina Facebook del Comune di San Donà di Piave e si potrà interagire con i relatori ponendo domande.
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16.04. 2021 ore 20.00
Evento informativo sull ECOBONUS 110% organizzato dalla Camera Avvocati di San Donà di Piave con il patrocinio del Comune di San Donà di Piave.
Levento sarà trasmesso in diretta sulla pagina Facebook del Comune di San Donà di Piave e si potrà interagire con i relatori ponendo domande.

LO STALKING PER UN GIORNO NON E' REATO

La Corte di Cassazione ha annullato la condanna di un imputato accusato nuovamente di stalking. Nel caso di specie il delitto, avendo natura di reato necessariamente abituale, non è configurabile nel caso di un’unica, per quanto grave, condotta di molestia e minaccia.

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 12041/21; depositata il 30 marzo)

Il Tribunale di Caltanissetta affermava la responsabilità di un imputato per il reato di stalking in danno ad una donna, limitatamente alle condotte poste in essere il 10 settembre 2018.
La Corte d’Appello di Caltanissetta riformava la decisione di primo grado, ritenendo che il fatto commesso dall’accusato fosse stato posto in esecuzione del medesimo disegno criminoso commesso in precedenza e per il quale egli aveva già riportato condanna irrevocabile.

L’imputato ricorre in Cassazione lamentandosi, tra i vari motivi, per l’erronea applicazione della legge penale in quanto nella specie la condotta per cui egli è stato condannato sarebbe unica e non reiterata.

La doglianza è fondata in quanto nel caso di specie egli si sarebbe recato presso l’abitazione della donna ed avrebbe suonato due volte il citofono della stessa, invitandola a scendere per poterci parlare.
La donna molto agitata avrebbe richiesto immediatamente l’intervento dei Carabinieri.
Ma dal suo agire molesto, non risulta che nel brevissimo arco temporale ci sia stata soluzione di continuità

La Corte di Cassazione ha già chiarito a riguardo che «in tema di atti persecutori, nel caso in cui un soggetto già condannato per tale delitto, gli atti successivi possono essere collegati a quelli precedenti, ai sensi dell’art. 81 cod.pen., solo nel caso in cui diano vita ad un reato completo in tutti i suoi elementi, ossia ad un serie di condotte da cui consegue uno degli eventi di cui all’art. 612-bis cod.pen. e ciò in quanto il delitto in questione, avendo natura di reato necessariamente abituale, non è configurabile nel caso di un’unica, per quanto grave, condotta di molestia e minaccia» (Cass. 11925/2020).

Inoltre, il Collegio ha anche già sottolineato che «integrano il delitto di atti persecutori di cui all’art. 612-bis c.p. anche due sole condotte di minacce, molestie o lesioni, pur se commesse in un breve arco di tempo, idonee a costituire la "reiterazione" richiesta dalla norma incriminatrice, non essendo invece necessario che gli atti persecutori si manifestino in una prolungata sequenza temporale» (Cass. n. 33842/2018) e che «è configurabile il delitto di atti persecutori anche quando le singole condotte sono reiterate in un arco di tempo molto ristretto, a condizione che si tratti di atti autonomi e che la reiterazione di questi, pur concentrata in un brevissimo arco temporale, sia la causa effettiva di uno degli eventi considerati dalla norma incriminatrice» (Cass. n. 38306/2016).

Per questi motivi la Corte di Cassazione annulla senza rinvio la sentenza impugnata, perché il fatto non sussiste e revoca le statuizioni civili.
... vedi altrovedi meno

LO STALKING PER UN GIORNO NON E REATO

La Corte di Cassazione ha annullato la condanna di un imputato accusato nuovamente di stalking. Nel caso di specie il delitto, avendo natura di reato necessariamente abituale, non è configurabile nel caso di un’unica, per quanto grave, condotta di molestia e minaccia.  

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 12041/21; depositata il 30 marzo)

Il Tribunale di Caltanissetta affermava la responsabilità di un imputato per il reato di stalking in danno ad una donna, limitatamente alle condotte poste in essere il 10 settembre 2018.
La Corte d’Appello di Caltanissetta riformava la decisione di primo grado, ritenendo che il fatto commesso dall’accusato fosse stato posto in esecuzione del medesimo disegno criminoso commesso in precedenza e per il quale egli aveva già riportato condanna irrevocabile.

L’imputato ricorre in Cassazione lamentandosi, tra i vari motivi, per l’erronea applicazione della legge penale in quanto nella specie la condotta per cui egli è stato condannato sarebbe unica e non reiterata.

La doglianza è fondata in quanto nel caso di specie egli si sarebbe recato presso l’abitazione della donna ed avrebbe suonato due volte il citofono della stessa, invitandola a scendere per poterci parlare. 
La donna molto agitata avrebbe richiesto immediatamente l’intervento dei Carabinieri. 
Ma dal suo agire molesto, non risulta che nel brevissimo arco temporale ci sia stata soluzione di continuità

La Corte di Cassazione ha già chiarito a riguardo che «in tema di atti persecutori, nel caso in cui un soggetto già condannato per tale delitto, gli atti successivi possono essere collegati a quelli precedenti, ai sensi dell’art. 81 cod.pen., solo nel caso in cui diano vita ad un reato completo in tutti i suoi elementi, ossia ad un serie di condotte da cui consegue uno degli eventi di cui all’art. 612-bis cod.pen. e ciò in quanto il delitto in questione, avendo natura di reato necessariamente abituale, non è configurabile nel caso di un’unica, per quanto grave, condotta di molestia e minaccia» (Cass. 11925/2020).

Inoltre, il Collegio ha anche già sottolineato che «integrano il delitto di atti persecutori di cui all’art. 612-bis c.p. anche due sole condotte di minacce, molestie o lesioni, pur se commesse in un breve arco di tempo, idonee a costituire la reiterazione richiesta dalla norma incriminatrice, non essendo invece necessario che gli atti persecutori si manifestino in una prolungata sequenza temporale» (Cass. n. 33842/2018) e che «è configurabile il delitto di atti persecutori anche quando le singole condotte sono reiterate in un arco di tempo molto ristretto, a condizione che si tratti di atti autonomi e che la reiterazione di questi, pur concentrata in un brevissimo arco temporale, sia la causa effettiva di uno degli eventi considerati dalla norma incriminatrice» (Cass. n. 38306/2016).

Per questi motivi la Corte di Cassazione annulla senza rinvio la sentenza impugnata, perché il fatto non sussiste e revoca le statuizioni civili.

LA BEVANDA ALCOLICA IN MANO A UN MINORENNE FUORI DA UN BAR NON BASTA PER CONDANNARE IL TITOLARE DEL LOCALE.

Vacilla l’accusa nei confronti del proprietario del locale.
Necessario ricostruire, spiegano i Giudici, le modalità che hanno consentito alla minorenne di ottenere la disponibilità della bevanda alcolica.

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 12058/21, depositata il 30 marzo)

All’origine della vicenda c’è un controllo effettuato dalle forze dell’ordine all’uscita di un locale in Sicilia.
A richiamare l’attenzione è la presenza di una ragazzina – di neanche 16 anni di età – che ha in mano una bevanda.
Quella bevanda risulterà essere alcolica, come riscontrato a livello olfattivo dagli agenti.

Il titolare del locale finisce sotto processo e viene condannato per «somministrazione di bevande alcoliche a minorenni».

Questa decisione viene contestata col ricorso in Cassazione, ricorso con cui l’uomo sostiene sia mancata «la dimostrazione dell’effettiva attività di somministrazione, risultando la mera assunzione della ragazzina, con conseguente assoluta incertezza di una effettiva attività di cessione di bevande alcoliche in suo favore» ad opera dei dipendenti del locale.

Dando per acclarate l’età della ragazza e la presenza nelle sue mani di una bevanda alcolica, i Giudici della Cassazione ritengono necessario un approfondimento – con una nuova decisione del Giudice di Pace – in merito alla condotta del titolare del locale.

Viene ribadito che in linea generale «il reato di somministrazione di bevande alcoliche a minori» si può concretizzare nella «condotta di colui che, in qualità di gestore di bar, somministri bevande alcoliche» ad un ragazzino che non ha ancora 16 anni.
Per «somministrazione» si deve intendere letteralmente «il concetto di erogazione, ovvero di una forma di cessione a titolo oneroso», mentre «in termini giuridici la somministrazione è il contratto con il quale una parte si obbliga, dietro corrispettivo di un prezzo, ad eseguire prestazioni in favore dell’altra parte».
Di conseguenza, «stante la natura di reato di pericolo della contravvenzione in questione, la condotta penalmente sanzionata deve ricondursi alla nozione di cessione, anche in unica soluzione», e ciò richiede, precisano i Giudici, «la prova della diretta datio di bevande alcoliche da parte del gestore di un pubblico esercizio».

Ciò comporta che non vi è responsabilità del titolare del locale se il soggetto minorenne «ha direttamente prelevato la bevanda dal frigo bar (servendosi da sé, cosiddetto self service), in quanto, in tal caso, la richiesta della merce avviene attraverso un comportamento concludente ed il cliente può consumarla prima ancora di pagarla, con la conseguenza che né il titolare né il gestore dell’esercizio prestano alcun consenso in ordine al prelievo ed al consumo della bevanda e, pertanto, essi non rivestono una posizione di garanzia nei confronti dei clienti».

Logico, quindi, affermare che per il reato di «somministrazione di bevande alcoliche a minorenni» è necessaria «la dimostrazione dell’effettiva somministrazione di bevande alcoliche» a soggetti che non hanno ancora 16 anni «da parte del gestore del locale o dei suoi dipendenti, solo a tale condotta potendo riferirsi la specifica posizione di garanzia, che non si estende ex se al consumo».
Per fare chiarezza è ora necessario ricostruire in modo certo «le modalità attraverso le quali la ragazzina ha ricevuto la bevanda che stava consumando all’esterno del locale».
... vedi altrovedi meno

LA BEVANDA ALCOLICA IN MANO A UN MINORENNE FUORI DA UN BAR NON BASTA PER CONDANNARE IL TITOLARE DEL LOCALE.

Vacilla l’accusa nei confronti del proprietario del locale. 
Necessario ricostruire, spiegano i Giudici, le modalità che hanno consentito alla minorenne di ottenere la disponibilità della bevanda alcolica.  

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 12058/21, depositata il 30 marzo) 

All’origine della vicenda c’è un controllo effettuato dalle forze dell’ordine all’uscita di un locale in Sicilia. 
A richiamare l’attenzione è la presenza di una ragazzina – di neanche 16 anni di età – che ha in mano una bevanda. 
Quella bevanda risulterà essere alcolica, come riscontrato a livello olfattivo dagli agenti.

Il titolare del locale finisce sotto processo e viene condannato per «somministrazione di bevande alcoliche a minorenni».

Questa decisione viene contestata col ricorso in Cassazione, ricorso con cui l’uomo sostiene sia mancata «la dimostrazione dell’effettiva attività di somministrazione, risultando la mera assunzione della ragazzina, con conseguente assoluta incertezza di una effettiva attività di cessione di bevande alcoliche in suo favore» ad opera dei dipendenti del locale.

Dando per acclarate l’età della ragazza e la presenza nelle sue mani di una bevanda alcolica, i Giudici della Cassazione ritengono necessario un approfondimento – con una nuova decisione del Giudice di Pace – in merito alla condotta del titolare del locale.

Viene ribadito che in linea generale «il reato di somministrazione di bevande alcoliche a minori» si può concretizzare nella «condotta di colui che, in qualità di gestore di bar, somministri bevande alcoliche» ad un ragazzino che non ha ancora 16 anni.
Per «somministrazione» si deve intendere letteralmente «il concetto di erogazione, ovvero di una forma di cessione a titolo oneroso», mentre «in termini giuridici la somministrazione è il contratto con il quale una parte si obbliga, dietro corrispettivo di un prezzo, ad eseguire prestazioni in favore dell’altra parte». 
Di conseguenza, «stante la natura di reato di pericolo della contravvenzione in questione, la condotta penalmente sanzionata deve ricondursi alla nozione di cessione, anche in unica soluzione», e ciò richiede, precisano i Giudici, «la prova della diretta datio di bevande alcoliche da parte del gestore di un pubblico esercizio».

Ciò comporta che non vi è responsabilità del titolare del locale se il soggetto minorenne «ha direttamente prelevato la bevanda dal frigo bar (servendosi da sé, cosiddetto self service), in quanto, in tal caso, la richiesta della merce avviene attraverso un comportamento concludente ed il cliente può consumarla prima ancora di pagarla, con la conseguenza che né il titolare né il gestore dell’esercizio prestano alcun consenso in ordine al prelievo ed al consumo della bevanda e, pertanto, essi non rivestono una posizione di garanzia nei confronti dei clienti».

Logico, quindi, affermare che per il reato di «somministrazione di bevande alcoliche a minorenni» è necessaria «la dimostrazione dell’effettiva somministrazione di bevande alcoliche» a soggetti che non hanno ancora 16 anni «da parte del gestore del locale o dei suoi dipendenti, solo a tale condotta potendo riferirsi la specifica posizione di garanzia, che non si estende ex se al consumo».
Per fare chiarezza è ora necessario ricostruire in modo certo «le modalità attraverso le quali la ragazzina ha ricevuto la bevanda che stava consumando all’esterno del locale».

PROFILO SOCIAL VERO, FOTO RUBATA: CONDANNATO

Nessuna giustificazione per un uomo, ritenuto colpevole di sostituzione di persona e illecito trattamento di dati personali.
Fatale l’avere utilizzato per il proprio profilo su un sito una foto, reperita tramite Google, appartenente a un’altra persona.

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 12062/21, depositata il 30 marzo)

Assolutamente lecito iscriversi a un sito web destinato ai single e mirato a favorire amicizie, relazioni e incontri. Molto meno lecito, invece, utilizzare per il proprio profilo la foto di un’altra persona: questa azione, difatti, può costare una condanna penale per i reati di sostituzione di persona e violazione della privacy


A finire sotto processo è un uomo,Tizio, beccato a utilizzare la fotografia di un altro uomo, Caio, per il profilo creato sul noto social network Badoo.

Ricostruita la vicenda, grazie soprattutto al materiale reperibile in rete, Tizio viene condannato, sia in primo che in secondo grado, per «sostituzione di persona» e «illecito trattamento di dati personali».
In aggiunta egli viene anche obbligato a risarcire i danni subiti da Caio, che era assolutamente all’oscuro del fatto che una sua foto, reperita tramite Google, fosse stata utilizzata in modo abusivo.

Col ricorso in Cassazione, Tizio prova a ridimensionare la gravità della propria condotta.

In particolare, egli sostiene che «l’utilizzazione sul profilo ‘Badoo’ di tre immagini di persone diverse dimostra l’intento meramente decorativo, atteso, tra l’altro, che la fotografia della parte offesa era stata reperita tramite Google» e aggiunge che «difetta l’evento del reato, perché non è stato provato che qualcuno sia stato indotto in errore».

Secondo Tizio, quindi, «non è configurabile il tentativo di sostituzione di persona», e va esclusa la violazione della normativa sulla privacy, poiché «la fotografia utilizzata su ‘Badoo’ era già di dominio pubblico, in quanto postata dalla parte offesa sul proprio profilo Facebook».

I Giudici della Cassazione ribadiscono, difatti, che «integra il delitto di sostituzione di persona la condotta di colui che crea ed utilizza un profilo su un social network servendosi abusivamente dell’immagine di un diverso soggetto (e inconsapevole), in quanto idonea alla rappresentazione di un’identità digitale non corrispondente al soggetto che ne fa uso».
Inoltre, «la descrizione di un profilo poco lusinghiero sul social network evidenzia sia il fine di vantaggio, consistente nell’agevolazione delle comunicazioni e degli scambi di contenuti in rete, sia il fine di danno per il terzo di cui è abusivamente usata l’immagine e comporta che gli utilizzatori del servizio vengano tratti in inganno sulla disponibilità della persona associata all’immagine a ricevere comunicazioni a sfondo sessuale o sentimentale».

Allo stesso tempo, i Giudici precisano che «il reato di illecito trattamento dei dati personali è integrato dall’ostensione di dati personali del loro titolare ai frequentatori di un social network attraverso il loro inserimento, previa creazione di un falso profilo, sul relativo sito», e «il nocumento che ne deriva al titolare medesimo si identifica in un qualsiasi pregiudizio giuridicamente rilevante di natura patrimoniale o non patrimoniale subito dal soggetto cui si riferiscono i dati protetti oppure da terzi quale conseguenza dell’illecito trattamento».

Irrilevante, quindi, il richiamo difensivo al fatto che «l’immagine della persona offesa era di dominio pubblico», poiché «il profilo Facebook della persona offesa, in cui l’immagine stessa era postata, non può, infatti, qualificarsi come un luogo virtuale pubblico, in quanto protetto da particolari misure atte a non consentirne l’accesso se non a persone previamente selezionate dal titolare del profilo stesso».

Nessun dubbio, quindi, sulla colpevolezza di Tizio, obbligato anche a risarcire i danni subiti da Caio.
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PROFILO SOCIAL VERO, FOTO RUBATA: CONDANNATO

Nessuna giustificazione per un uomo, ritenuto colpevole di sostituzione di persona e illecito trattamento di dati personali. 
Fatale l’avere utilizzato per il proprio profilo su un sito una foto, reperita tramite Google, appartenente a un’altra persona.  

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 12062/21, depositata il 30 marzo)

Assolutamente lecito iscriversi a un sito web destinato ai single e mirato a favorire amicizie, relazioni e incontri. Molto meno lecito, invece, utilizzare per il proprio profilo la foto di un’altra persona: questa azione, difatti, può costare una condanna penale per i reati di sostituzione di persona e violazione della privacy
 

A finire sotto processo è un uomo,Tizio, beccato a utilizzare la fotografia di un altro uomo, Caio, per il profilo creato sul noto social network Badoo.

Ricostruita la vicenda, grazie soprattutto al materiale reperibile in rete, Tizio viene condannato, sia in primo che in secondo grado, per «sostituzione di persona» e «illecito trattamento di dati personali». 
In aggiunta egli viene anche obbligato a risarcire i danni subiti da Caio, che era assolutamente all’oscuro del fatto che una sua foto, reperita tramite Google, fosse stata utilizzata in modo abusivo.

Col ricorso in Cassazione, Tizio prova a ridimensionare la gravità della propria condotta.

In particolare, egli sostiene che «l’utilizzazione sul profilo ‘Badoo’ di tre immagini di persone diverse dimostra l’intento meramente decorativo, atteso, tra l’altro, che la fotografia della parte offesa era stata reperita tramite Google» e aggiunge che «difetta l’evento del reato, perché non è stato provato che qualcuno sia stato indotto in errore».

Secondo Tizio, quindi, «non è configurabile il tentativo di sostituzione di persona», e va esclusa la violazione della normativa sulla privacy, poiché «la fotografia utilizzata su ‘Badoo’ era già di dominio pubblico, in quanto postata dalla parte offesa sul proprio profilo Facebook».

I Giudici della Cassazione ribadiscono, difatti, che «integra il delitto di sostituzione di persona la condotta di colui che crea ed utilizza un profilo su un social network servendosi abusivamente dell’immagine di un diverso soggetto (e inconsapevole), in quanto idonea alla rappresentazione di un’identità digitale non corrispondente al soggetto che ne fa uso». 
Inoltre, «la descrizione di un profilo poco lusinghiero sul social network evidenzia sia il fine di vantaggio, consistente nell’agevolazione delle comunicazioni e degli scambi di contenuti in rete, sia il fine di danno per il terzo di cui è abusivamente usata l’immagine e comporta che gli utilizzatori del servizio vengano tratti in inganno sulla disponibilità della persona associata all’immagine a ricevere comunicazioni a sfondo sessuale o sentimentale».

Allo stesso tempo, i Giudici precisano che «il reato di illecito trattamento dei dati personali è integrato dall’ostensione di dati personali del loro titolare ai frequentatori di un social network attraverso il loro inserimento, previa creazione di un falso profilo, sul relativo sito», e «il nocumento che ne deriva al titolare medesimo si identifica in un qualsiasi pregiudizio giuridicamente rilevante di natura patrimoniale o non patrimoniale subito dal soggetto cui si riferiscono i dati protetti oppure da terzi quale conseguenza dell’illecito trattamento».

Irrilevante, quindi, il richiamo difensivo al fatto che «l’immagine della persona offesa era di dominio pubblico», poiché «il profilo Facebook della persona offesa, in cui l’immagine stessa era postata, non può, infatti, qualificarsi come un luogo virtuale pubblico, in quanto protetto da particolari misure atte a non consentirne l’accesso se non a persone previamente selezionate dal titolare del profilo stesso».

Nessun dubbio, quindi, sulla colpevolezza di Tizio, obbligato anche a risarcire i danni subiti da Caio.

URLA DURANTE LA MESSA, CHIEDE SOLDI PER STARE ZITTO: CONDANNATO PER ESTORSIONE.

Respinta la tesi difensiva, mirata a presentare i comportamenti incriminati come meramente molesti.
Evidente, invece, come l’uomo abbia agito col chiaro scopo di ottenere del denaro.

(Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza n. 11949/21, depositata il 29 marzo)

Contesto dell’assurda vicenda è una parrocchia nella periferia di Roma.
Lì un uomo si presenta sistematicamente in chiesa durante lo svolgimento della messa per arrecare fastidio ai fedeli e al sacerdote, a cui chiede poi denaro per smetterla con quel comportamento molesto.
Gli incresciosi episodi si ripetono nel corso del tempo, con le funzioni sacre interrotte da urla e blasfemie.
Alla fine il parroco segnala la situazione alle forze dell’ordine.
Inevitabile il processo per l’uomo, facilmente identificato.
E inevitabile la condanna per il reato di estorsione.

La linea tracciata dai Giudici di merito, sia in primo che in secondo grado, viene condivisa e fatta propria anche dalla Cassazione.
Nessun dubbio sulla condotta tenuta dall’uomo, che ha «costretto il parroco a versargli piccole somme di denaro – tra i 15 euro e i 40 euro – disturbando ripetutamente la celebrazione delle funzioni sacre con schiamazzi ed urla e minacciando il sacerdote di non cessare l’azione di disturbo» senza la dazione dei soldi.

Respinta la tesi difensiva, mirata a inquadrare i comportamenti dell’uomo come meramente «molesti».
Per i Giudici del ‘Palazzaccio’, difatti, è evidente il «delitto di estorsione», poiché «vi è stata la coartazione del soggetto passivo che – in quanto ministro di culto – era messo nella sostanziale impossibilità di svolgere la sua funzione dalle attività di disturbo dell’uomo che – ben conoscendo la presenza di simili condotte perpetrate anche da parte di un’altra persona – aveva avuto facile gioco nell’ottenere un corrispettivo per la cessazione delle proprie gridate esibizioni».
Evidente, infine, che «le azioni di disturbo» messe in atto dall’uomo hanno assunto «una finalizzazione patrimoniale del tutto estranea al reato di molestie e coessenziale al delitto di estorsione», concludono i Giudici della Cassazione.
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URLA DURANTE LA MESSA, CHIEDE SOLDI PER STARE ZITTO: CONDANNATO PER ESTORSIONE.

Respinta la tesi difensiva, mirata a presentare i comportamenti incriminati come meramente molesti. 
Evidente, invece, come l’uomo abbia agito col chiaro scopo di ottenere del denaro.  

(Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza n. 11949/21, depositata il 29 marzo)

Contesto dell’assurda vicenda è una parrocchia nella periferia di Roma. 
Lì un uomo si presenta sistematicamente in chiesa durante lo svolgimento della messa per arrecare fastidio ai fedeli e al sacerdote, a cui chiede poi denaro per smetterla con quel comportamento molesto.
Gli incresciosi episodi si ripetono nel corso del tempo, con le funzioni sacre interrotte da urla e blasfemie. 
Alla fine il parroco segnala la situazione alle forze dell’ordine.
Inevitabile il processo per l’uomo, facilmente identificato. 
E inevitabile la condanna per il reato di estorsione.

La linea tracciata dai Giudici di merito, sia in primo che in secondo grado, viene condivisa e fatta propria anche dalla Cassazione.
Nessun dubbio sulla condotta tenuta dall’uomo, che ha «costretto il parroco a versargli piccole somme di denaro – tra i 15 euro e i 40 euro – disturbando ripetutamente la celebrazione delle funzioni sacre con schiamazzi ed urla e minacciando il sacerdote di non cessare l’azione di disturbo» senza la dazione dei soldi.

Respinta la tesi difensiva, mirata a inquadrare i comportamenti dell’uomo come meramente «molesti».
Per i Giudici del ‘Palazzaccio’, difatti, è evidente il «delitto di estorsione», poiché «vi è stata la coartazione del soggetto passivo che – in quanto ministro di culto – era messo nella sostanziale impossibilità di svolgere la sua funzione dalle attività di disturbo dell’uomo che – ben conoscendo la presenza di simili condotte perpetrate anche da parte di un’altra persona – aveva avuto facile gioco nell’ottenere un corrispettivo per la cessazione delle proprie gridate esibizioni».
Evidente, infine, che «le azioni di disturbo» messe in atto dall’uomo hanno assunto «una finalizzazione patrimoniale del tutto estranea al reato di molestie e coessenziale al delitto di estorsione», concludono i Giudici della Cassazione.

DUE RAGAZZINE INVIANO SELFIE NUDE AD UN UOMO: ESLCUSA LA VIOLENZA SESSUALE

Confermata, invece, la responsabilità penale dell’uomo per i reati di pornografia minorile e produzione di materiale pedopornografico.
Decisivo il riferimento a video e immagini a carattere sessuale che le due ragazzine hanno trasmesso all’uomo tramite smartphone.

(Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza n. 11623/21, depositata il 26 marzo)

All’origine della vicenda c’è il contatto su Instagram tra un uomo e due ragazzine, di neanche 14 anni.
Passaggio successivo è la comunicazione tramite smartphone.
Su entrambi i fronti, però, ciò che rileva è l’invio all’uomo da parte delle due ragazzine di foto e video a carattere sessuale.

Per i Giudici di merito è evidente la colpevolezza dell’uomo, condannato sia per «violenza sessuale» che per «pornografia minorile», e sanzionato in Appello con quattro anni di reclusione.

In Cassazione l’uomo prova a ridimensionare la propria condotta, sostenendo di avere pensato di avere a che fare con «ragazze entrambe adulte e consapevoli» e rimarcando, in questa ottica, che «il primo contatto era avvenuto tramite il social network Instagram, che prevede l’iscrizione solamente di soggetti maggiorenni».

Inoltre, l’uomo sostiene anche un presunto «atteggiamento colposo delle ragazze, emerso anche dalle volontarie e anteriori pubblicazioni di altre foto, in pose erotiche e in costume da bagno, in differenti pagine Instagram».
Egli spiega di «essere stato indotto ad una rappresentazione distorta della realtà», e pone anche in evidenza «l’omissione di controllo da parte dei genitori delle ragazze».

Infine, l’uomo contesta anche l’accusa di «pornografia minorile», spiegando che da parte sua non vi era alcuna «finalità di utilizzo delle fotografie a fini speculativi».

In prima battuta i Giudici della Cassazione ricordano che è catalogabile come «violenza sessuale» la condotta di chi «per soddisfare o eccitare il proprio istinto sessuale, mediante comunicazioni telematiche che non comportino contatto fisico, induca la vittima al compimento di atti che comunque ne coinvolgano la corporeità sessuale e siano idonei a violarne la libertà personale e non la mera tranquillità».
Ma in questa vicenda si parla della «realizzazione indotta di fotografie ritraenti le nudità delle giovani ragazze», senza però «il compimento ovvero la sopportazione di atti sessuali».
Ciò comporta l’esclusione della violenza sessuale.
Con necessità di un nuovo giudizio in Appello per rideterminare la pena.

Indiscutibile, invece, la responsabilità penale per il reato di «pornografia minorile».
Su questo fronte i magistrati ribadiscono che «in tema di reati contro la libertà sessuale commessi in danno di persona minore degli anni 14, l’ignoranza da parte del soggetto agente dell’età della persona offesa scrimina la condotta solo qualora egli, pur avendo diligentemente proceduto ai dovuti accertamenti, sia indotto a ritenere, sulla base di elementi univoci, che il minorenne sia maggiorenne».
Invece, l’uomo ha proposto «considerazioni di natura generale relativamente allo scarso controllo genitoriale sulle giovani e alla già avvenuta pubblicazione di fotografie ‘spinte’ delle ragazze in siti con accesso consentito solamente a soggetti maggiorenni».

Per quanto concerne, infine, il reato di produzione di materiale pedopornografico, i Giudici chiariscono che «non è richiesto l’accertamento del concreto pericolo di diffusione di detto materiale», e precisano che risponde di tale delitto «anche colui che, pur non realizzando materialmente la produzione di materiale pedopornografico, abbia istigato o indotto il minore a farlo, facendo sorgere in questi il relativo proposito, prima assente, ovvero rafforzando l’intenzione già esistente, ma non ancora consolidata, in quanto tali condotte costituiscono una forma di manifestazione dell’utilizzazione del minore, che implica una strumentalizzazione del minore stesso, sebbene l’azione sia posta in essere solo da quest’ultimo».
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DUE RAGAZZINE INVIANO SELFIE NUDE AD UN UOMO: ESLCUSA LA VIOLENZA SESSUALE 

Confermata, invece, la responsabilità penale dell’uomo per i reati di pornografia minorile e produzione di materiale pedopornografico. 
Decisivo il riferimento a video e immagini a carattere sessuale che le due ragazzine hanno trasmesso all’uomo tramite smartphone.  

(Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza n. 11623/21, depositata il 26 marzo)

All’origine della vicenda c’è il contatto su Instagram tra un uomo e due ragazzine, di neanche 14 anni. 
Passaggio successivo è la comunicazione tramite smartphone. 
Su entrambi i fronti, però, ciò che rileva è l’invio all’uomo da parte delle due ragazzine di foto e video a carattere sessuale.

Per i Giudici di merito è evidente la colpevolezza dell’uomo, condannato sia per «violenza sessuale» che per «pornografia minorile», e sanzionato in Appello con quattro anni di reclusione.

In Cassazione l’uomo prova a ridimensionare la propria condotta, sostenendo di avere pensato di avere a che fare con «ragazze entrambe adulte e consapevoli» e rimarcando, in questa ottica, che «il primo contatto era avvenuto tramite il social network Instagram, che prevede l’iscrizione solamente di soggetti maggiorenni».

Inoltre, l’uomo sostiene anche un presunto «atteggiamento colposo delle ragazze, emerso anche dalle volontarie e anteriori pubblicazioni di altre foto, in pose erotiche e in costume da bagno, in differenti pagine Instagram». 
Egli spiega di «essere stato indotto ad una rappresentazione distorta della realtà», e pone anche in evidenza «l’omissione di controllo da parte dei genitori delle ragazze».

Infine, l’uomo contesta anche l’accusa di «pornografia minorile», spiegando che da parte sua non vi era alcuna «finalità di utilizzo delle fotografie a fini speculativi».

In prima battuta i Giudici della Cassazione ricordano che è catalogabile come «violenza sessuale» la condotta di chi «per soddisfare o eccitare il proprio istinto sessuale, mediante comunicazioni telematiche che non comportino contatto fisico, induca la vittima al compimento di atti che comunque ne coinvolgano la corporeità sessuale e siano idonei a violarne la libertà personale e non la mera tranquillità». 
Ma in questa vicenda si parla della «realizzazione indotta di fotografie ritraenti le nudità delle giovani ragazze», senza però «il compimento ovvero la sopportazione di atti sessuali». 
Ciò comporta l’esclusione della violenza sessuale.
Con necessità di un nuovo giudizio in Appello per rideterminare la pena.

Indiscutibile, invece, la responsabilità penale per il reato di «pornografia minorile».
Su questo fronte i magistrati ribadiscono che «in tema di reati contro la libertà sessuale commessi in danno di persona minore degli anni 14, l’ignoranza da parte del soggetto agente dell’età della persona offesa scrimina la condotta solo qualora egli, pur avendo diligentemente proceduto ai dovuti accertamenti, sia indotto a ritenere, sulla base di elementi univoci, che il minorenne sia maggiorenne». 
Invece, l’uomo ha proposto «considerazioni di natura generale relativamente allo scarso controllo genitoriale sulle giovani e alla già avvenuta pubblicazione di fotografie ‘spinte’ delle ragazze in siti con accesso consentito solamente a soggetti maggiorenni».

Per quanto concerne, infine, il reato di produzione di materiale pedopornografico, i Giudici chiariscono che «non è richiesto l’accertamento del concreto pericolo di diffusione di detto materiale», e precisano che risponde di tale delitto «anche colui che, pur non realizzando materialmente la produzione di materiale pedopornografico, abbia istigato o indotto il minore a farlo, facendo sorgere in questi il relativo proposito, prima assente, ovvero rafforzando l’intenzione già esistente, ma non ancora consolidata, in quanto tali condotte costituiscono una forma di manifestazione dell’utilizzazione del minore, che implica una strumentalizzazione del minore stesso, sebbene l’azione sia posta in essere solo da quest’ultimo».

IL TESTIMONE AMMETTE DI AVER RESO UNA FALSA TESTIMONIANZA E L'IMPUTATA REGISTRA LA CONVERSAZIONE: QUALE VALORE?

La registrazione fonografica di conversazioni o comunicazioni realizzata, anche all’insaputa dell’interlocutore, dall’imputato partecipe o autorizzato ad assistervi, costituisce prova documentale che può essere acquisita nel processo; tuttavia, il contenuto di tale registrazione deve essere valutato dal giudice in modo rigoroso e fornendo adeguata motivazione.

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 11418/21; depositata il 24 marzo)

Una donna è stata condannata dal giudice di pace per percosse e minacce ai danni dell’ex suocera, ma la sentenza è stata riformata dal giudice d’appello perché l’imputata forniva una registrazione in cui il testimone, parlando con essa, ammetteva di aver reso una falsa testimonianza.
Questo elemento di prova conduce il tribunale a ritenere sospette di falsità tutte le dichiarazioni dei testimoni d’accusa e, dunque, assolve l’imputata per insussistenza del fatto.

Ad adire la Corte di Cassazione è la sola parte civile; pertanto, è da ritenere definitiva l’assoluzione ai fini penali.

Secondo la parte civile, poiché il testimone aveva reso dichiarazioni alla polizia giudiziaria e, successivamente, era stato avvicinato dall’imputata che aveva registrato il colloquio a sua insaputa, la registrazione sarebbe inutilizzabile perché assunta in violazione delle norme che regolano l’attività investigativa del difensore (nello specifico, la norma che vieta al difensore di sentire, sulle domande formulate o sulle risposte date, le persone già sentite dalla polizia giudiziaria).
Nello specifico, dopo aver rilasciato dichiarazioni durante le indagini preliminari e dopo la conversazione registrata, il testimone, in dibattimento, aveva confermato le accuse e la difesa dell’imputata nulla aveva contestato. La registrazione, unitamente alla relativa trascrizione, veniva acquisita dal giudice su accordo delle parti.

La Corte si sofferma sulle registrazioni fatte da chiunque prima e al di fuori del processo, affermando che tali registrazioni, costituendo documenti e, quindi, fonti di prova precostituite che attengono ai fatti storici anche se dichiarativi, sono acquisibili e utilizzabili.
Ciò vale, in particolare, quando tali registrazioni abbiano ad oggetto fatti in ordine ai quali nessuno dubita della praticabilità della testimonianza de relato.
La vox mortua proveniente dall’incisione fonografica finisce con l’assolvere l’identica funzione della vox viva del teste, perché riferisce, come riferirebbe un testimone, le parole di chi ha emesso la dichiarazione (S.U. Torcasio).

Invero, costituisce prova documentale – a condizione che non si tratti di riproduzione di atti processuali – la registrazione fonografica di conversazioni o comunicazioni realizzata, anche clandestinamente, da soggetto partecipe di dette comunicazioni o comunque autorizzato ad assistervi; nondimeno la registrazione non può sostituirsi a fonti di prova delle quali la legge vieta l’acquisizione.

La Corte di Cassazione ha affermato che l’acquisizione al processo della registrazione può avvenire in quanto documento; nello specifico la registrazione è la documentazione fonografica del colloquio che può integrare la prova.
Nondimeno, non deve trattarsi di riprodurre atti processuali che sono escluse dal novero di prove documentali.

La Corte afferma che il documento dimostra che la registrazione c’è stata e ha avuto quel contenuto.
Ma quale sia il valore probatorio delle dichiarazioni registrate è compito affidato al giudice che deve esaminare quelle dichiarazioni rese in maniera informale, senza obbligo di dire la verità, e dirette all’imputato.
Il giudice deve dunque porre quelle dichiarazioni a confronto con le altre rese nel corso della deposizione testimoniale, nel contraddittorio tra le parti, con l’assunzione dell’obbligo di dire la verità.
Sul giudice graverà l’obbligo di fornire adeguata e specifica motivazione delle valutazioni compiute e delle scelte effettuate.

La sentenza è stata annullata con rinvio perché il giudice d’appello ha omesso di indicare gli specifici elementi di fatto dai quali ha tratto il convincimento che il testimone nella registrazione abbia ammesso di aver riferito il falso, nonché di spiegare perché le dichiarazioni registrate debbano assumere valenza superiore e possano travolgere la testimonianza resa in dibattimento e, infine, di chiarire come l’ipotetica falsità di una testimonianza possa automaticamente, e per ciò solo, travolgere anche l’affidabilità delle dichiarazioni rese dagli altri testimoni di accusa.
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IL TESTIMONE AMMETTE DI AVER RESO UNA FALSA TESTIMONIANZA E LIMPUTATA REGISTRA LA CONVERSAZIONE: QUALE VALORE?

La registrazione fonografica di conversazioni o comunicazioni realizzata, anche all’insaputa dell’interlocutore, dall’imputato partecipe o autorizzato ad assistervi, costituisce prova documentale che può essere acquisita nel processo; tuttavia, il contenuto di tale registrazione deve essere valutato dal giudice in modo rigoroso e fornendo adeguata motivazione.  

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 11418/21; depositata il 24 marzo)

Una donna è stata condannata dal giudice di pace per percosse e minacce ai danni dell’ex suocera, ma la sentenza è stata riformata dal giudice d’appello perché l’imputata forniva una registrazione in cui il testimone, parlando con essa, ammetteva di aver reso una falsa testimonianza.
Questo elemento di prova conduce il tribunale a ritenere sospette di falsità tutte le dichiarazioni dei testimoni d’accusa e, dunque, assolve l’imputata per insussistenza del fatto.

Ad adire la Corte di Cassazione è la sola parte civile; pertanto, è da ritenere definitiva l’assoluzione ai fini penali.

Secondo la parte civile, poiché il testimone aveva reso dichiarazioni alla polizia giudiziaria e, successivamente, era stato avvicinato dall’imputata che aveva registrato il colloquio a sua insaputa, la registrazione sarebbe inutilizzabile perché assunta in violazione delle norme che regolano l’attività investigativa del difensore (nello specifico, la norma che vieta al difensore di sentire, sulle domande formulate o sulle risposte date, le persone già sentite dalla polizia giudiziaria).
Nello specifico, dopo aver rilasciato dichiarazioni durante le indagini preliminari e dopo la conversazione registrata, il testimone, in dibattimento, aveva confermato le accuse e la difesa dell’imputata nulla aveva contestato. La registrazione, unitamente alla relativa trascrizione, veniva acquisita dal giudice su accordo delle parti.

La Corte si sofferma sulle registrazioni fatte da chiunque prima e al di fuori del processo, affermando che tali registrazioni, costituendo documenti e, quindi, fonti di prova precostituite che attengono ai fatti storici anche se dichiarativi, sono acquisibili e utilizzabili. 
Ciò vale, in particolare, quando tali registrazioni abbiano ad oggetto fatti in ordine ai quali nessuno dubita della praticabilità della testimonianza de relato. 
La vox mortua proveniente dall’incisione fonografica finisce con l’assolvere l’identica funzione della vox viva del teste, perché riferisce, come riferirebbe un testimone, le parole di chi ha emesso la dichiarazione (S.U. Torcasio).

Invero, costituisce prova documentale – a condizione che non si tratti di riproduzione di atti processuali – la registrazione fonografica di conversazioni o comunicazioni realizzata, anche clandestinamente, da soggetto partecipe di dette comunicazioni o comunque autorizzato ad assistervi; nondimeno la registrazione non può sostituirsi a fonti di prova delle quali la legge vieta l’acquisizione.

La Corte di Cassazione ha affermato che l’acquisizione al processo della registrazione può avvenire in quanto documento; nello specifico la registrazione è la documentazione fonografica del colloquio che può integrare la prova. 
Nondimeno, non deve trattarsi di riprodurre atti processuali che sono escluse dal novero di prove documentali. 

La Corte afferma che il documento dimostra che la registrazione c’è stata e ha avuto quel contenuto. 
Ma quale sia il valore probatorio delle dichiarazioni registrate è compito affidato al giudice che deve esaminare quelle dichiarazioni rese in maniera informale, senza obbligo di dire la verità, e dirette all’imputato. 
Il giudice deve dunque porre quelle dichiarazioni a confronto con le altre rese nel corso della deposizione testimoniale, nel contraddittorio tra le parti, con l’assunzione dell’obbligo di dire la verità. 
Sul giudice graverà l’obbligo di fornire adeguata e specifica motivazione delle valutazioni compiute e delle scelte effettuate.

La sentenza è stata annullata con rinvio perché il giudice d’appello ha omesso di indicare gli specifici elementi di fatto dai quali ha tratto il convincimento che il testimone nella registrazione abbia ammesso di aver riferito il falso, nonché di spiegare perché le dichiarazioni registrate debbano assumere valenza superiore e possano travolgere la testimonianza resa in dibattimento e, infine, di chiarire come l’ipotetica falsità di una testimonianza possa automaticamente, e per ciò solo, travolgere anche l’affidabilità delle dichiarazioni rese dagli altri testimoni di accusa.

PUBBLICA UNA FOTO SU FB OFFENDENDO QUATTRO OPERAI COMUNALI AL LAVORO: CONDANNATO

La Corte di Cassazione rigetta il ricorso di un imputato condannato per il reato di diffamazione, avendo pubblicato sul proprio profilo Facebook una fotografia che riprendeva quattro operai del Comune di Cecina durante lo svolgimento delle loro mansioni con annessa una didascalia denigratoria.

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 11426/21; depositata il 24 marzo)

La Corte d’Appello di Firenze confermava la decisione di primo grado concernente la responsabilità di un imputato, in relazione al reato di diffamazione contestatogli per aver pubblicato sul proprio profilo Facebook una fotografia che riprendeva quattro operai del Comune di Cecina durante lo svolgimento delle loro mansioni con la seguente didascalia: «stazione di Cecina, uno lavora, uno tiene il secchio e due si occupano di relazioni istituzionali, una specie di corpo diplomatico».

L’imputato ricorre in Cassazione sottolineando che con la didascalia suddetta non intendeva riferirsi ai due dipendenti comunali effettivamente impegnati e che quindi la Corte d’Appello avrebbe erroneamente affrontato la questione all’esimente della critica politica, non considerando il più generale profilo del diritto di critica.

Nel caso di specie però avendo l’imputato dovuto difendere successivamente i quattro operai dai vari attacchi che si sono susseguiti dopo la pubblicazione della foto pubblicata, dimostra che la motivazione con la quale i Giudici di merito hanno ricostruito la portata diffamatoria della comunicazione coinvolgente i lavoratori fotografati additati come “sfaticati” anche da coloro che seguivano il profilo dell’accusato, non presentava dubbi di logicità.

La Corte sottolinea inoltre che «non è sufficiente un qualunque collegamento con singoli episodi a giustificare conclusioni critiche che, aspre o non che siano nei toni, offendono la reputazione dei soggetti interessati, finendo per essere suggestive ed insinuanti, nella misura in cui lasciano intendere ai destinatari della comunicazione, ossia non risponde al vero – espressione di una condotta generalizzata».

Per questi motivi la Corte di Cassazione rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
... vedi altrovedi meno

PUBBLICA UNA FOTO SU FB OFFENDENDO QUATTRO OPERAI COMUNALI AL LAVORO: CONDANNATO

La Corte di Cassazione rigetta il ricorso di un imputato condannato per il reato di diffamazione, avendo pubblicato sul proprio profilo Facebook una fotografia che riprendeva quattro operai del Comune di Cecina durante lo svolgimento delle loro mansioni con annessa una didascalia denigratoria.  

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 11426/21; depositata il 24 marzo)

La Corte d’Appello di Firenze confermava la decisione di primo grado concernente la responsabilità di un imputato, in relazione al reato di diffamazione contestatogli per aver pubblicato sul proprio profilo Facebook una fotografia che riprendeva quattro operai del Comune di Cecina durante lo svolgimento delle loro mansioni con la seguente didascalia: «stazione di Cecina, uno lavora, uno tiene il secchio e due si occupano di relazioni istituzionali, una specie di corpo diplomatico».

L’imputato ricorre in Cassazione sottolineando che con la didascalia suddetta non intendeva riferirsi ai due dipendenti comunali effettivamente impegnati e che quindi la Corte d’Appello avrebbe erroneamente affrontato la questione all’esimente della critica politica, non considerando il più generale profilo del diritto di critica.

Nel caso di specie però avendo l’imputato dovuto difendere successivamente i quattro operai dai vari attacchi che si sono susseguiti dopo la pubblicazione della foto pubblicata, dimostra che la motivazione con la quale i Giudici di merito hanno ricostruito la portata diffamatoria della comunicazione coinvolgente i lavoratori fotografati additati come “sfaticati” anche da coloro che seguivano il profilo dell’accusato, non presentava dubbi di logicità.

La Corte sottolinea inoltre che «non è sufficiente un qualunque collegamento con singoli episodi a giustificare conclusioni critiche che, aspre o non che siano nei toni, offendono la reputazione dei soggetti interessati, finendo per essere suggestive ed insinuanti, nella misura in cui lasciano intendere ai destinatari della comunicazione, ossia non risponde al vero – espressione di una condotta generalizzata».

Per questi motivi la Corte di Cassazione rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

PRESENZA E ATTENZIONE DEL PADRE PER I FIGLI NON BASTANO A RENDERE MENO GRAVE IL MANCATO VERSAMENTO DEL MANTENIMENTO.

Definitiva la condanna per il genitore.
Inutile, innanzitutto, il richiamo alla solidità economica della moglie.
Inutile anche il riferimento alla capacità dell’uomo di stare vicino ai figli e di venire incontro alle loro esigenze.

(Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza n 11195/21; depositata il 23 marzo)

I dettagli della vicenda convincono i Giudici di merito a sancire la condanna dell’uomo, reo di avere, in tre diversi periodi, «violato gli obblighi di assistenza familiare, non versando all’ex moglie l’importo di 300 euro mensile stabilito a suo carico dal Tribunale, con sentenza relativa alla separazione coniugale, per il mantenimento dei tre figli minori».

Il legale dell’uomo contesta la visione tracciata in secondo grado, osservando, innanzitutto, che «i tre figli non si sono mai trovati in uno stato di bisogno né a loro sono venuti a mancare i mezzi di sussistenza, dato che essi hanno vissuto con la madre che ha avuto significative capacità economiche e reddituali e che è stata pure aiutata dai genitori».
Invece, «l’uomo, pur trovandosi in precarie condizioni economiche ed avendo violato solo un obbligo civilistico, non ha mai mancato di garantire ai tre bambini la sua presenza e la sua attenzione, venendo incontro, per quanto gli è stato possibile, alle loro esigenze personali, mediche e scolastiche», sottolinea il legale.

A margine, poi, l’uomo ha anche trovato, dodici mesi fa, «un accordo con la ex moglie, definendo ogni pendenza patrimoniale anche riguardante il passato», aggiunge il legale.

Le obiezioni difensive non convincono i Giudici della Cassazione.

In premessa viene ricordato che «in tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, l’incapacità economica dell’obbligato, intesa come impossibilità di far fronte agli adempimenti sanzionati dall’articolo 570 del Codice Penale, deve essere assoluta e deve altresì integrare una situazione di persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilità di introiti» e che «la minore età del figlio, a favore del quale è previsto l’obbligo di contribuzione al mantenimento, rappresenta in re ipsa una condizione soggettiva di stato di bisogno che obbliga i genitori a contribuire al loro mantenimento, assicurando i mezzi di sussistenza, con la conseguenza che il reato sussiste anche quando uno dei genitori ometta la prestazione dei mezzi di sussistenza in favore dei figli minori ed al mantenimento della prole provveda in via sussidiaria l’altro genitore».

Nella vicenda presa in esame in Cassazione è emerso che «il padre ha in maniera sistematica disatteso l’obbligo di versamento dell’importo mensile per il mantenimento dei tre figli minori, stabilito a suo carico dal giudice della separazione».
Ciò rende irrilevanti, chiariscono i magistrati, «tanto il fatto che egli non ha violato l’obbligo di incontrare periodicamente i tre bambini, quanto le sue vicissitudini economiche», anche perché, comunque, «egli non si è trovato nell’assoluta impossibilità di adempiere al versamento mensile del mantenimento, essendo stato anzi provato che ha acquistato un immobile, ha avuto la disponibilità di una vettura di ‘fascia alta’ ed ha svolto attività lavorativa come geometra».

Inutile è poi il richiamo difensivo al fatto che «i tre figli sono stati adeguatamente mantenuti dalla madre, che ha un proprio lavoro ed è stata aiutata dai genitori».
Ed inutile è anche la circostanza che «l’uomo non ha, comunque, fatto mancare la sua attenzione verso i bambini».
Su quest’ultimo punto, in particolare, i Giudici tengono a precisare che «il genitore non può modificare arbitrariamente i contenuti dell’obbligazione economica al mantenimento posta a suo carico», cioè non può, ad esempio, limitarsi «ad ospitare i figli nella propria abitazione e a provvedere in tale periodo ai loro bisogni, trattandosi di iniziative estemporanee, in ogni caso inidonee a compensare il mancato versamento dell’assegno su cui l’altro genitore deve poter fare affidamento per il soddisfacimento delle esigenze primarie dei minori».

Privo di valore poi, secondo i Giudici, anche il riferimento difensivo alle «spese affrontate dall’uomo per recarsi periodicamente ad incontrare i tre figli minori che vivono con la madre».
In sostanza, «quelle spese di viaggio e di pernottamento che il genitore ha dovuto sostenere per frequentare i figli sono state già considerate dal giudice civile della separazione al momento di stabilire l’entità dell’assegno mensile dovuto dall’uomo».

Ininfluente, infine, il fatto che gli ex coniugi abbiano raggiunto una intesa per definire le reciproche pendenze economiche, concludono i Giudici della Cassazione.
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PRESENZA E ATTENZIONE DEL PADRE PER I FIGLI NON BASTANO A RENDERE MENO GRAVE IL MANCATO VERSAMENTO DEL MANTENIMENTO.

Definitiva la condanna per il genitore. 
Inutile, innanzitutto, il richiamo alla solidità economica della moglie. 
Inutile anche il riferimento alla capacità dell’uomo di stare vicino ai figli e di venire incontro alle loro esigenze.  

(Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza n 11195/21; depositata il 23 marzo)

I dettagli della vicenda convincono i Giudici di merito a sancire la condanna dell’uomo, reo di avere, in tre diversi periodi, «violato gli obblighi di assistenza familiare, non versando all’ex moglie l’importo di 300 euro mensile stabilito a suo carico dal Tribunale, con sentenza relativa alla separazione coniugale, per il mantenimento dei tre figli minori».

Il legale dell’uomo contesta la visione tracciata in secondo grado, osservando, innanzitutto, che «i tre figli non si sono mai trovati in uno stato di bisogno né a loro sono venuti a mancare i mezzi di sussistenza, dato che essi hanno vissuto con la madre che ha avuto significative capacità economiche e reddituali e che è stata pure aiutata dai genitori». 
Invece, «l’uomo, pur trovandosi in precarie condizioni economiche ed avendo violato solo un obbligo civilistico, non ha mai mancato di garantire ai tre bambini la sua presenza e la sua attenzione, venendo incontro, per quanto gli è stato possibile, alle loro esigenze personali, mediche e scolastiche», sottolinea il legale.

A margine, poi, l’uomo ha anche trovato, dodici mesi fa, «un accordo con la ex moglie, definendo ogni pendenza patrimoniale anche riguardante il passato», aggiunge il legale.

Le obiezioni difensive non convincono i Giudici della Cassazione.

In premessa viene ricordato che «in tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, l’incapacità economica dell’obbligato, intesa come impossibilità di far fronte agli adempimenti sanzionati dall’articolo 570 del Codice Penale, deve essere assoluta e deve altresì integrare una situazione di persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilità di introiti» e che «la minore età del figlio, a favore del quale è previsto l’obbligo di contribuzione al mantenimento, rappresenta in re ipsa una condizione soggettiva di stato di bisogno che obbliga i genitori a contribuire al loro mantenimento, assicurando i mezzi di sussistenza, con la conseguenza che il reato sussiste anche quando uno dei genitori ometta la prestazione dei mezzi di sussistenza in favore dei figli minori ed al mantenimento della prole provveda in via sussidiaria l’altro genitore».

Nella vicenda presa in esame in Cassazione è emerso che «il padre ha in maniera sistematica disatteso l’obbligo di versamento dell’importo mensile per il mantenimento dei tre figli minori, stabilito a suo carico dal giudice della separazione». 
Ciò rende irrilevanti, chiariscono i magistrati, «tanto il fatto che egli non ha violato l’obbligo di incontrare periodicamente i tre bambini, quanto le sue vicissitudini economiche», anche perché, comunque, «egli non si è trovato nell’assoluta impossibilità di adempiere al versamento mensile del mantenimento, essendo stato anzi provato che ha acquistato un immobile, ha avuto la disponibilità di una vettura di ‘fascia alta’ ed ha svolto attività lavorativa come geometra».

Inutile è poi il richiamo difensivo al fatto che «i tre figli sono stati adeguatamente mantenuti dalla madre, che ha un proprio lavoro ed è stata aiutata dai genitori». 
Ed inutile è anche la circostanza che «l’uomo non ha, comunque, fatto mancare la sua attenzione verso i bambini». 
Su quest’ultimo punto, in particolare, i Giudici tengono a precisare che «il genitore non può modificare arbitrariamente i contenuti dell’obbligazione economica al mantenimento posta a suo carico», cioè non può, ad esempio, limitarsi «ad ospitare i figli nella propria abitazione e a provvedere in tale periodo ai loro bisogni, trattandosi di iniziative estemporanee, in ogni caso inidonee a compensare il mancato versamento dell’assegno su cui l’altro genitore deve poter fare affidamento per il soddisfacimento delle esigenze primarie dei minori».

Privo di valore poi, secondo i Giudici, anche il riferimento difensivo alle «spese affrontate dall’uomo per recarsi periodicamente ad incontrare i tre figli minori che vivono con la madre». 
In sostanza, «quelle spese di viaggio e di pernottamento che il genitore ha dovuto sostenere per frequentare i figli sono state già considerate dal giudice civile della separazione al momento di stabilire l’entità dell’assegno mensile dovuto dall’uomo».

Ininfluente, infine, il fatto che gli ex coniugi abbiano raggiunto una intesa per definire le reciproche pendenze economiche, concludono i Giudici della Cassazione.

L'AMMINISTRATORE DI CONDOMINIO REVOCATO SENZA GIUSTA CAUSA HA DIRITTO AL RISARCIMENTO DEL DANNO.

In caso di revoca dell'amministratore di condominio prima della scadenza del termine previsto nell’atto di nomina, egli ha diritto, oltre che al soddisfacimento dei propri eventuali crediti, altresì al risarcimento dei danni, in applicazione dell’art. 1725, comma 1, c.c., salvo che sussista una giusta causa, indicativamente ravvisabile tra quelle che giustificano la revoca giudiziale dello stesso incarico.

(Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza n. 7874/21; depositata il 19 marzo)

Il Tribunale di Palermo accoglieva solo in parte l’appello di una condomina contro la sentenza del Giudice di Pace, affermando che all’appellante, ex amministratrice di un Condominio, spettasse solo il saldo del compenso fino all’esaurimento del rapporto e non anche il risarcimento del danno, ai sensi dell’art. 1725 c.c., norma inapplicabile al recesso in materia di professioni intellettuali in quanto disciplinato dall’art. 2237 c.c..

La condomina ricorre in Cassazione deducendo la violazione e falsa applicazione degli artt. 2237 e 1725 in relazione all’art. 1229 c.c., sostenendo che al rapporto tra Condominio e amministratore non possa applicarsi l’art. 2237 c.c., in quanto norma attinente al contratto d’opera intellettuale e dovendosi assimilare l’amministratore condominiale ad un mandatario con rappresentanza.

La Corte di Cassazione enuncia a riguardo il seguente principio di diritto: «l’amministratore di condominio, in ipotesi di revoca deliberata dall’assemblea prima della scadenza del termine previsto nell’atto di nomina, ha diritto, oltre che al soddisfacimento dei propri eventuali crediti, altresì al risarcimento dei danni, in applicazione dell’art. 1725, primo comma, c.c., salvo che sussista una giusta causa, indicativamente ravvisabile tra quelle che giustificano la revoca giudiziale dello stesso incarico».

Per questi motivi la Suprema Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa al Tribunale di Palermo, in persona di diverso magistrato, anche per le spese processuali.
... vedi altrovedi meno

LAMMINISTRATORE DI CONDOMINIO REVOCATO SENZA GIUSTA CAUSA HA DIRITTO AL RISARCIMENTO DEL DANNO.

In caso di revoca dellamministratore di condominio prima della scadenza del termine previsto nell’atto di nomina, egli ha diritto, oltre che al soddisfacimento dei propri eventuali crediti, altresì al risarcimento dei danni, in applicazione dell’art. 1725, comma 1, c.c., salvo che sussista una giusta causa, indicativamente ravvisabile tra quelle che giustificano la revoca giudiziale dello stesso incarico.  

(Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza n. 7874/21; depositata il 19 marzo)

Il Tribunale di Palermo accoglieva solo in parte l’appello di una condomina contro la sentenza del Giudice di Pace, affermando che all’appellante, ex amministratrice di un Condominio, spettasse solo il saldo del compenso fino all’esaurimento del rapporto e non anche il risarcimento del danno, ai sensi dell’art. 1725 c.c., norma inapplicabile al recesso in materia di professioni intellettuali in quanto disciplinato dall’art. 2237 c.c..

La condomina ricorre in Cassazione deducendo la violazione e falsa applicazione degli artt. 2237 e 1725 in relazione all’art. 1229 c.c., sostenendo che al rapporto tra Condominio e amministratore non possa applicarsi l’art. 2237 c.c., in quanto norma attinente al contratto d’opera intellettuale e dovendosi assimilare l’amministratore condominiale ad un mandatario con rappresentanza.

La Corte di Cassazione enuncia a riguardo il seguente principio di diritto: «l’amministratore di condominio, in ipotesi di revoca deliberata dall’assemblea prima della scadenza del termine previsto nell’atto di nomina, ha diritto, oltre che al soddisfacimento dei propri eventuali crediti, altresì al risarcimento dei danni, in applicazione dell’art. 1725, primo comma, c.c., salvo che sussista una giusta causa, indicativamente ravvisabile tra quelle che giustificano la revoca giudiziale dello stesso incarico».

Per questi motivi la Suprema Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa al Tribunale di Palermo, in persona di diverso magistrato, anche per le spese processuali.

UN CANE PRIVO DI MUSERUOLA E GUNZAGLIO AGGREDISCE UN UOMO: CONDANNATA LA COMPAGNA DEL PADRONE

Ricostruito l’episodio, i Giudici ritengono evidente le lacune nel comportamento della compagna del padrone del cane.
Ella ha aperto la portiera della vettura e ha consentito all’aggressivo quadrupede di scendere e raggiungere la strada senza prima dotarlo di museruola e guinzaglio.
Definitiva la condanna a pagare 2mila e 500 euro di ammenda.

(Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza n. 10192/21; depositata il 17 marzo)

I dettagli dell’episodio, delineati grazie alle dichiarazioni della persona offesa e di alcuni testimoni, sono inequivocabili secondo i Giudici di merito: così, prima il Giudice di pace e poi i Giudici del Tribunale condannano la compagna del padrone del pitbull, ritenendola colpevole del reato di «lesioni personali colpose» e sanzionandola con 2mila e 500 euro di multa.

Nessun dubbio, in sostanza, sul fatto che la donna abbia «colposamente cagionato all’uomo» aggredito dal pitbull «lesioni personali, consistite in ferita lacero-contusa alla mano destra ed escoriazioni e graffiature alle braccia». Secondo i Giudici di merito ella «non ha provveduto a dotare di guinzaglio e museruola il cane che si trovava in auto con lei» e gli ha consentito «di scendere e di aggredire la persona offesa che stava transitando con il proprio cane di piccola taglia, che rimaneva ucciso».

Col ricorso in Cassazione la donna prova a fornire una lettura diversa dell’episodio.
In particolare, ella osserva che «il cane non era dotato di guinzaglio e museruola perché si trovava all’interno dell’autovettura, da cui uscì sfondando il tettuccio di plastica decapottabile, per andare ad aggredire il cagnolino della parte offesa, senza che lei potesse fare nulla per impedirlo». Ciò significa, sostiene la donna, che «non corrisponde al vero quanto riferito dalla persona offesa che, certamente in modo poco lucido, visto quanto accaduto, ha riferito che lei ad aprire la portiera dell’auto, non impedendo che l’animale uscisse» e raggiungesse la strada.
In sostanza, la padrona del pitbull sostiene che «nessuna imprudenza, negligenza o imperizia le è addebitabile».

La linea difensiva non convince però i Giudici della Cassazione, anche perché in merito alla ricostruzione dell’episodio «le dichiarazioni di una testimone possono essere considerate confermative della versione dei fatti resa dall’uomo», in quanto ella raccolse il racconto della persona offesa «nell’immediatezza dei fatti».
In sostanza, «la corrispondenza fra quanto riferito dalla parte offesa in giudizio e quanto narrato dalla teste, dunque, proprio per la prossimità fra l’evento e le informazioni ricevute da quest’ultima da parte del ferito» è sufficiente per ritenere non contestabile «la credibilità della versione fornita» dall’uomo aggredito dal pitbull.
A corroborare questa visione, poi, osservano i Giudici, vi è «la mancanza di riscontri alle dichiarazioni della padrona del cane», con particolare riferimento al presunto «sfondamento del tettuccio decappottabile dell’auto» da parte del quadrupede e all’assenza di conferme in merito a un interessamento nei confronti della persona offesa, subito dopo l’aggressione compiuta dal suo cane.

Evidente perciò la colpa della donna, proprio perché si è accertato che «il cane uscì dalla portiera dell’auto, aperta dalla padrona, la quale omise di assicurarsi che un cane così aggressivo non potesse uscire dall’abitacolo, né lo dotò di una museruola» al fine di evitare eventuali suoi comportamenti aggressivi. In sostanza, ella non ha adottato le misure necessarie «per evitare che il pitbull, di proprietà del compagno, cagionasse danni a terze persone».
... vedi altrovedi meno

UN CANE PRIVO DI MUSERUOLA E GUNZAGLIO AGGREDISCE UN UOMO: CONDANNATA LA COMPAGNA DEL PADRONE

Ricostruito l’episodio, i Giudici ritengono evidente le lacune nel comportamento della compagna del padrone del cane. 
Ella ha aperto la portiera della vettura e ha consentito all’aggressivo quadrupede di scendere e raggiungere la strada senza prima dotarlo di museruola e guinzaglio. 
Definitiva la condanna a pagare 2mila e 500 euro di ammenda.  

(Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza n. 10192/21; depositata il 17 marzo)

I dettagli dell’episodio, delineati grazie alle dichiarazioni della persona offesa e di alcuni testimoni, sono inequivocabili secondo i Giudici di merito: così, prima il Giudice di pace e poi i Giudici del Tribunale condannano la compagna del padrone del pitbull, ritenendola colpevole del reato di «lesioni personali colpose» e sanzionandola con 2mila e 500 euro di multa.

Nessun dubbio, in sostanza, sul fatto che la donna abbia «colposamente cagionato all’uomo» aggredito dal pitbull «lesioni personali, consistite in ferita lacero-contusa alla mano destra ed escoriazioni e graffiature alle braccia». Secondo i Giudici di merito ella «non ha provveduto a dotare di guinzaglio e museruola il cane che si trovava in auto con lei» e gli ha consentito «di scendere e di aggredire la persona offesa che stava transitando con il proprio cane di piccola taglia, che rimaneva ucciso».

Col ricorso in Cassazione la donna prova a fornire una lettura diversa dell’episodio. 
In particolare, ella osserva che «il cane non era dotato di guinzaglio e museruola perché si trovava all’interno dell’autovettura, da cui uscì sfondando il tettuccio di plastica decapottabile, per andare ad aggredire il cagnolino della parte offesa, senza che lei potesse fare nulla per impedirlo». Ciò significa, sostiene la donna, che «non corrisponde al vero quanto riferito dalla persona offesa che, certamente in modo poco lucido, visto quanto accaduto, ha riferito che lei ad aprire la portiera dell’auto, non impedendo che l’animale uscisse» e raggiungesse la strada.
In sostanza, la padrona del pitbull sostiene che «nessuna imprudenza, negligenza o imperizia le è addebitabile».

La linea difensiva non convince però i Giudici della Cassazione, anche perché in merito alla ricostruzione dell’episodio «le dichiarazioni di una testimone possono essere considerate confermative della versione dei fatti resa dall’uomo», in quanto ella raccolse il racconto della persona offesa «nell’immediatezza dei fatti». 
In sostanza, «la corrispondenza fra quanto riferito dalla parte offesa in giudizio e quanto narrato dalla teste, dunque, proprio per la prossimità fra l’evento e le informazioni ricevute da quest’ultima da parte del ferito» è sufficiente per ritenere non contestabile «la credibilità della versione fornita» dall’uomo aggredito dal pitbull.
A corroborare questa visione, poi, osservano i Giudici, vi è «la mancanza di riscontri alle dichiarazioni della padrona del cane», con particolare riferimento al presunto «sfondamento del tettuccio decappottabile dell’auto» da parte del quadrupede e all’assenza di conferme in merito a un interessamento nei confronti della persona offesa, subito dopo l’aggressione compiuta dal suo cane.

Evidente perciò la colpa della donna, proprio perché si è accertato che «il cane uscì dalla portiera dell’auto, aperta dalla padrona, la quale omise di assicurarsi che un cane così aggressivo non potesse uscire dall’abitacolo, né lo dotò di una museruola» al fine di evitare eventuali suoi comportamenti aggressivi. In sostanza, ella non ha adottato le misure necessarie «per evitare che il pitbull, di proprietà del compagno, cagionasse danni a terze persone».
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