Rimani collegato al nostro Social Wall

In questa pagina potrai visualizzare tutti i post della nostra fanpage

Cover for Pavan & Girotto Studio Legale
297
Pavan & Girotto Studio Legale

Pavan & Girotto Studio Legale

Ogni problema ha almeno una soluzione, la nostra missione è trovarla e realizzarla per Voi.
Never Give In.

Comments Box SVG iconsUsed for the like, share, comment, and reaction icons

UCCIDE PEDONE PERCHE' ABBAGLIATO DAI RGGI SOLARI: CONDANNATO IL CONDUCENTE

L’abbagliamento dai raggi solari «non integra un caso fortuito e perciò non esclude la penale responsabilità per i danni che ne siano derivati alle persone. In una tale situazione, infatti, il conducente è tenuto a ridurre la velocità e anche ad interrompere la marcia e ad attendere di superare gli effetti del fenomeno impeditivo della visibilità».

Cass. pen., sez. IV, ud. 4 maggio 2022 (dep. 12 maggio 2022), n. 18748.

La Corte d'Appello aveva infatti condannato l'imputato a due anni di reclusione per essersi dato alla fuga dopo aver investito, a causa dell'abbagliamento causato dai raggi solari, un anziano signore che stava attraversando la strada in diagonale.

Il conducente del veicolo ricorre in Cassazione, denunciando, tra i vari motivi, la violazione dell'art. 606 lett. b) e lett. e) c.p.c.
Secondo l'imputato, infatti, la pronuncia impugnata non avrebbe fornito una motivazione adeguata relativamente alla possibilità per il conducente di evitare l'investimento e non avrebbe indicato in cosa sarebbe dovuta consistere la doverosa condotta alternativa.

La doglianza è infondata.

La motivazione della sentenza impugnata, infatti, non è contraddittoria o illogica, in quanto ha applicato il principio secondo cui la responsabilità del conducente può essere esclusa solo nel caso in cui il guidatore, «per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza, si sia trovato nell'oggettiva impossibilità di notare il pedone e di osservarne tempestivamente i movimenti […]» (Cass n. 33207/2013).

Come sottolineato dalla suddetta sentenza, però, tale circostanza non ricorre nel caso di specie, siccome i movimenti del pedone, che avanzava lentamente perché era anziano, erano facilmente avvistabili.
Il tratto di strada, inoltre, era rettilineo e su di esso non c'erano segni di frenata.

Per quanto riguarda poi l'abbagliamento dai raggi solari, esso «non integra un caso fortuito e perciò non esclude la penale responsabilità per i danni che ne siano derivati alle persone.
In una tale situazione, infatti, il conducente è tenuto a ridurre la velocità e anche ad interrompere la marcia e ad attendere di superare gli effetti del fenomeno impeditivo della visibilità» (Cass. n. 17390/2018).

I giudici, quindi, hanno escluso la possibilità che l'impatto fosse inevitabile, come invece sostiene l'imputato, ritenendo al contrario che il conducente, il quale procedeva ad una velocità modesta, non fosse riuscito a scorgere la presenza del passante perché era «distratto alla guida ovvero accecato dal sole».

Per questi motivi, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso.
... Guarda di piùGuarda di meno

UCCIDE PEDONE PERCHE ABBAGLIATO DAI RGGI SOLARI: CONDANNATO IL CONDUCENTE

L’abbagliamento dai raggi solari «non integra un caso fortuito e perciò non esclude la penale responsabilità per i danni che ne siano derivati alle persone. In una tale situazione, infatti, il conducente è tenuto a ridurre la velocità e anche ad interrompere la marcia e ad attendere di superare gli effetti del fenomeno impeditivo della visibilità».

Cass. pen., sez. IV, ud. 4 maggio 2022 (dep. 12 maggio 2022), n. 18748.

La Corte dAppello aveva infatti condannato limputato a due anni di reclusione per essersi dato alla fuga dopo aver investito, a causa dellabbagliamento causato dai raggi solari, un anziano signore che stava attraversando la strada in diagonale.

Il conducente del veicolo ricorre in Cassazione, denunciando, tra i vari motivi, la violazione dellart. 606 lett. b) e lett. e) c.p.c. 
Secondo limputato, infatti, la pronuncia impugnata non avrebbe fornito una motivazione adeguata relativamente alla possibilità per il conducente di evitare linvestimento e non avrebbe indicato in cosa sarebbe dovuta consistere la doverosa condotta alternativa.

La doglianza è infondata.

La motivazione della sentenza impugnata, infatti, non è contraddittoria o illogica, in quanto ha applicato il principio secondo cui la responsabilità del conducente può essere esclusa solo nel caso in cui il guidatore, «per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza, si sia trovato nelloggettiva impossibilità di notare il pedone e di osservarne tempestivamente i movimenti […]» (Cass n. 33207/2013).

Come sottolineato dalla suddetta sentenza, però, tale circostanza non ricorre nel caso di specie, siccome i movimenti del pedone, che avanzava lentamente perché era anziano, erano facilmente avvistabili.
Il tratto di strada, inoltre, era rettilineo e su di esso non cerano segni di frenata.

Per quanto riguarda poi labbagliamento dai raggi solari, esso «non integra un caso fortuito e perciò non esclude la penale responsabilità per i danni che ne siano derivati alle persone.
In una tale situazione, infatti, il conducente è tenuto a ridurre la velocità e anche ad interrompere la marcia e ad attendere di superare gli effetti del fenomeno impeditivo della visibilità» (Cass. n. 17390/2018).

I giudici, quindi, hanno escluso la possibilità che limpatto fosse inevitabile, come invece sostiene limputato, ritenendo al contrario che il conducente, il quale procedeva ad una velocità modesta, non fosse riuscito a scorgere la presenza del passante perché era «distratto alla guida ovvero accecato dal sole».

Per questi motivi, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso.

PER L'INSTALLAZIONE DEL SISTEMA DI VIDEOSORVEGLIANZA IN UN CONDOMINIO NON SERVE L'UNANIMITA' DI TUTTI I CONDOMINI.

Questo quanto deciso dalla Corte di Cassazione sul ricorso di una condomina di uno stabile di Torino.

Cass. civ., sez. II, ord., 11 maggio 2022, n. 14969

Una condomina di uno stabile di Torino impugnava la delibera del suo Condominio riguardante la spesa per l'installazione di un sistema di videosorveglianza.

Il Tribunale dichiarava inammissibile l'impugnativa, decisione identica anche per la Corte d'Appello.

Avverso la sentenza di secondo grado la donna proponeva ricorso per Cassazione sulla base di due motivi di doglianza.

Il ricorso è stato rigettato.

Con il più importante motivo di doglianza la condomina lamentava che la Corte d'Appello non avesse tenuto conto della maggioranza occorrente per l'installazione dell'impianto di videosorveglianza, non bastando secondo la ricorrente quella semplice.

Il motivo come detto è infondato.

Ricorda la Corte di Cassazione che prima della riforma del Condominio la materia relativa alla videosorveglianza condominiale era confusa e che c'erano diversi orientamenti talvolta contrastanti fra loro.

Il legislatore tuttavia, per fare luce sulla questione, ha introdotto l'art. 1122-ter c.c. per disciplinare in modo chiaro la materia.

La nuova disposizione prevede che le delibere relative all'installazione degli impianti oggetto della presente causa debbano essere approvati con la maggioranza dell'assemblea prevista dall'art. 1136, comma 1 c.c. (ossia tanti condomini che rappresentino i due terzi del valore dell'intero edificio e la maggioranza dei partecipanti al condominio).

Per questi motivi la Corte di Cassazione rigetta il ricorso.
... Guarda di piùGuarda di meno

PER LINSTALLAZIONE DEL SISTEMA DI VIDEOSORVEGLIANZA IN UN CONDOMINIO NON SERVE LUNANIMITA DI TUTTI I CONDOMINI.

Questo quanto deciso dalla Corte di Cassazione sul ricorso di una condomina di uno stabile di Torino.

Cass. civ., sez. II, ord., 11 maggio 2022, n. 14969

Una condomina di uno stabile di Torino impugnava la delibera del suo Condominio riguardante la spesa per linstallazione di un sistema di videosorveglianza.

Il Tribunale dichiarava inammissibile limpugnativa, decisione identica anche per la Corte dAppello.

Avverso la sentenza di secondo grado la donna proponeva ricorso per Cassazione sulla base di due motivi di doglianza.

Il ricorso è stato rigettato.

Con il più importante motivo di doglianza la condomina lamentava che la Corte dAppello non avesse tenuto conto della maggioranza occorrente per linstallazione dellimpianto di videosorveglianza, non bastando secondo la ricorrente quella semplice.

Il motivo come detto è infondato.

Ricorda la Corte di Cassazione che prima della riforma del Condominio la materia relativa alla videosorveglianza condominiale era confusa e che cerano diversi orientamenti talvolta contrastanti fra loro.

Il legislatore tuttavia, per fare luce sulla questione, ha introdotto lart. 1122-ter c.c. per disciplinare in modo chiaro la materia.

La nuova disposizione prevede che le delibere relative allinstallazione degli impianti oggetto della presente causa debbano essere approvati con la maggioranza dellassemblea prevista dallart. 1136, comma 1 c.c. (ossia tanti condomini che rappresentino i due terzi del valore dellintero edificio e la maggioranza dei partecipanti al condominio).

Per questi motivi la Corte di Cassazione rigetta il ricorso.

CARTA FEDELTA' USATA IN MODO ILLECITO: LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO DELLA CASSIERA.

Evidente sia secondo l’azienda che secondo i Giudici la gravità dei comportamenti tenuti dalla lavoratrice, che, in sostanza, ha accumulato illecitamente punti poi da lei utilizzati per pagare la propria spesa personale.

Cass. civ., sez. lav, sent., 10 maggi0 2022, n. 14760

Legittimo il licenziamento della cassiera beccata a utilizzare ripetutamente e in modo indebito, durante il proprio turno di lavoro, la tessera fedeltà, così accumulando illecitamente punti poi utilizzati per pagare la propria spesa, e, peraltro, erogando sconti non dovuti a clienti non aderenti al programma fedeltà.

Contesto della vicenda è un supermercato nel Napoletano.
A finire sotto accusa è una cassiera, che nell'ottobre del 2016 si ritrova licenziata per giusta causa a fronte delle condotte tenute in diverse giornate durante il proprio turno di lavoro.

Nello specifico, la società datrice di lavoro sostiene che «a seguito di accertamenti effettuati dall'Ufficio Sicurezza è emerso che la lavoratrice ha utilizzato la tessera fedeltà numerose volte» nell'arco di diverse giornate «nel corso di transazioni effettuate con clienti privi di tessera», e lo ha fatto «allo scopo di accumulare illecitamente punti fedeltà, poi da lei utilizzati per pagare i suoi acquisti personali» e peraltro «erogando sconti non dovuti a clienti non aderenti al programma fedeltà».

In Tribunale, però, viene ritenuta eccessiva la sanzione decisa dall'azienda a fronte dei comportamenti censurabili tenuti dalla lavoratrice.

Di parere opposto sono invece i giudici d'Appello, i quali condividono la tesi proposta dalla società proprietaria del supermercato e riconoscono la legittimità del licenziamento.
Ciò perché «i fatti accertati sono molto gravi, anche per le mansioni di cassiera svolte, e tali da ledere in modo irreversibile il rapporto fiduciario» con l'azienda, spiegano i giudici, i quali ritengono, di conseguenza, evidente «la proporzionalità della sanzione espulsiva» adottata nei confronti della lavoratrice.

Inutile il ricorso proposto in Cassazione dalla cassiera del supermercato.

In prima battuta viene sottolineato, a proposito del quadro probatorio, che «i giudici di secondo grado non hanno attribuito valenza confessoria alle dichiarazioni rese dalla lavoratrice in sede di audizione nel procedimento disciplinare, ma le hanno valutate nel contesto di tutto il materiale probatorio acquisito, svolgendo un giudizio di attendibilità tra quanto affermato in quella sede rispetto a quanto, poi, da lei dichiarato in sede di libero interrogatorio, e ritenendo il primo racconto più veritiero alla luce di tutte le risultanze istruttorie».

Accertati, quindi, i fatti contestati alla dipendente. In sostanza, è provato che «la lavoratrice, nei giorni e negli orari oggetto della contestazione disciplinare, era addetta alla cassa». Quindi, non può la cassiera difendersi sostenendo genericamente di «essersi alzata dalla posta per essere indenne da ogni responsabilità in ordine ai fatti addebitati», ma deve «dimostrare chi l'ha sostituita» fisicamente, ma questa prova non è stata da lei fornita.

I Giudici di Cassazione confermano la proporzionalità del licenziamento, vista «la gravità dei fatti commessi dalla lavoratrice, tale da ledere, in modo irreversibile, il rapporto fiduciario» con l'azienda, e ciò «indipendentemente dal valore dei beni da lei acquistati personalmente» grazie ai punti fedeltà accumulati in modo illecito.
... Guarda di piùGuarda di meno

CARTA FEDELTA USATA IN MODO ILLECITO: LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO DELLA CASSIERA.

Evidente sia secondo l’azienda che secondo i Giudici la gravità dei comportamenti tenuti dalla lavoratrice, che, in sostanza, ha accumulato illecitamente punti poi da lei utilizzati per pagare la propria spesa personale.

Cass. civ., sez. lav, sent., 10 maggi0 2022, n. 14760

Legittimo il licenziamento della cassiera beccata a utilizzare ripetutamente e in modo indebito, durante il proprio turno di lavoro, la tessera fedeltà, così accumulando illecitamente punti poi utilizzati per pagare la propria spesa, e, peraltro, erogando sconti non dovuti a clienti non aderenti al programma fedeltà.

Contesto della vicenda è un supermercato nel Napoletano. 
A finire sotto accusa è una cassiera, che nellottobre del 2016 si ritrova licenziata per giusta causa a fronte delle condotte tenute in diverse giornate durante il proprio turno di lavoro.

Nello specifico, la società datrice di lavoro sostiene che «a seguito di accertamenti effettuati dallUfficio Sicurezza è emerso che la lavoratrice ha utilizzato la tessera fedeltà numerose volte» nellarco di diverse giornate «nel corso di transazioni effettuate con clienti privi di tessera», e lo ha fatto «allo scopo di accumulare illecitamente punti fedeltà, poi da lei utilizzati per pagare i suoi acquisti personali» e peraltro «erogando sconti non dovuti a clienti non aderenti al programma fedeltà».

In Tribunale, però, viene ritenuta eccessiva la sanzione decisa dallazienda a fronte dei comportamenti censurabili tenuti dalla lavoratrice. 

Di parere opposto sono invece i giudici dAppello, i quali condividono la tesi proposta dalla società proprietaria del supermercato e riconoscono la legittimità del licenziamento. 
Ciò perché «i fatti accertati sono molto gravi, anche per le mansioni di cassiera svolte, e tali da ledere in modo irreversibile il rapporto fiduciario» con lazienda, spiegano i giudici, i quali ritengono, di conseguenza, evidente «la proporzionalità della sanzione espulsiva» adottata nei confronti della lavoratrice.

Inutile il ricorso proposto in Cassazione dalla cassiera del supermercato.

In prima battuta viene sottolineato, a proposito del quadro probatorio, che «i giudici di secondo grado non hanno attribuito valenza confessoria alle dichiarazioni rese dalla lavoratrice in sede di audizione nel procedimento disciplinare, ma le hanno valutate nel contesto di tutto il materiale probatorio acquisito, svolgendo un giudizio di attendibilità tra quanto affermato in quella sede rispetto a quanto, poi, da lei dichiarato in sede di libero interrogatorio, e ritenendo il primo racconto più veritiero alla luce di tutte le risultanze istruttorie».

Accertati, quindi, i fatti contestati alla dipendente. In sostanza, è provato che «la lavoratrice, nei giorni e negli orari oggetto della contestazione disciplinare, era addetta alla cassa». Quindi, non può la cassiera difendersi sostenendo genericamente di «essersi alzata dalla posta per essere indenne da ogni responsabilità in ordine ai fatti addebitati», ma deve «dimostrare chi lha sostituita» fisicamente, ma questa prova non è stata da lei fornita.

I Giudici di Cassazione confermano la proporzionalità del licenziamento, vista «la gravità dei fatti commessi dalla lavoratrice, tale da ledere, in modo irreversibile, il rapporto fiduciario» con lazienda, e ciò «indipendentemente dal valore dei beni da lei acquistati personalmente» grazie ai punti fedeltà accumulati in modo illecito.

LA RIPARTIZIONE TRA I CONIUGI DELLE SPESE STRAORDINARIE DEI FIGLI.

In tema di riparto delle spese straordinarie dei figli, «il concorso dei genitori, separati o divorziati, o della cui responsabilità si discuta in procedimenti relativi ai figli nati fuori del matrimonio, non deve essere necessariamente fissato in misura pari alla metà per ciascuno […]».

Cass. civ., sez. VI-1, ord., 10 maggio 2022, n. 14813

Con la pronuncia in esame, la Corte di Cassazione si è espressa su una vicenda riguardante la ripartizione tra due coniugi delle spese straordinarie della figlia.

La Corte d'Appello, infatti, aveva in parte rigettato il reclamo proposto dal marito avverso il provvedimento del giudice di prime cure con cui era stato disposto che la spesa straordinaria relativa allo sport equestre della figlia dovesse essere sostenuta all'80% dal padre e al 20% della madre.

Il marito ricorre in Cassazione, denunciando la violazione di legge e il vizio di motivazione. Il ricorrente, infatti, sostiene che la Corte d'Appello, con un provvedimento abnorme, abbia ripartito in maniera arbitraria le spese straordinarie della figlia, le quali erano state fissate in sede di divorzio al 50% per entrambi i coniugi.

La doglianza è infondata.

Per quanto riguarda il riparto delle spese straordinarie dei figli, «il concorso dei genitori, separati o divorziati, o della cui responsabilità si discuta in procedimenti relativi ai figli nati fuori del matrimonio, non deve essere necessariamente fissato in misura pari alla metà per ciascuno, secondo il principio generale vigente in materia di debito solidale, ma in misura proporzionale al reddito di ognuno di essi, tenendo conto delle risorse di entrambi e della valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti» (Cass. n. 35710/2021).

Pertanto, nel caso di specie, non si riscontra né una pronuncia ultra petita, né una violazione dell'accertamento effettuato in sede di divorzio.

Il giudice di merito, infatti, nel calcolo dei redditi dei genitori, ha preso in considerazione i profitti del ricorrente derivanti dalla sua attività di avvocato e dalla proprietà di un prestigioso complesso immobiliare.
... Guarda di piùGuarda di meno

LA RIPARTIZIONE TRA I CONIUGI DELLE SPESE STRAORDINARIE DEI FIGLI.

In tema di riparto delle spese straordinarie dei figli, «il concorso dei genitori, separati o divorziati, o della cui responsabilità si discuta in procedimenti relativi ai figli nati fuori del matrimonio, non deve essere necessariamente fissato in misura pari alla metà per ciascuno […]».

Cass. civ., sez. VI-1, ord., 10 maggio 2022, n. 14813

Con la pronuncia in esame, la Corte di Cassazione si è espressa su una vicenda riguardante la ripartizione tra due coniugi delle spese straordinarie della figlia.

La Corte dAppello, infatti, aveva in parte rigettato il reclamo proposto dal marito avverso il provvedimento del giudice di prime cure con cui era stato disposto che la spesa straordinaria relativa allo sport equestre della figlia dovesse essere sostenuta all80% dal padre e al 20% della madre.

Il marito ricorre in Cassazione, denunciando la violazione di legge e il vizio di motivazione. Il ricorrente, infatti, sostiene che la Corte dAppello, con un provvedimento abnorme, abbia ripartito in maniera arbitraria le spese straordinarie della figlia, le quali erano state fissate in sede di divorzio al 50% per entrambi i coniugi.

La doglianza è infondata.

Per quanto riguarda il riparto delle spese straordinarie dei figli, «il concorso dei genitori, separati o divorziati, o della cui responsabilità si discuta in procedimenti relativi ai figli nati fuori del matrimonio, non deve essere necessariamente fissato in misura pari alla metà per ciascuno, secondo il principio generale vigente in materia di debito solidale, ma in misura proporzionale al reddito di ognuno di essi, tenendo conto delle risorse di entrambi e della valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti» (Cass. n. 35710/2021).

Pertanto, nel caso di specie, non si riscontra né una pronuncia ultra petita, né una violazione dellaccertamento effettuato in sede di divorzio.

Il giudice di merito, infatti, nel calcolo dei redditi dei genitori, ha preso in considerazione i profitti del ricorrente derivanti dalla sua attività di avvocato e dalla proprietà di un prestigioso complesso immobiliare.

PRELIEVO ILLECITO DAL BANCOMAT, E' LA BANCA CHE DEVE FORNIRE LA PROVA DELLA RICONDUCIBILITA' DELL'OPERAZIONE AL CLIENTE.

In caso di furto del bancomat e conseguente prelievo illecito di somme dal conto del titolare, la Banca deve rimborsare il cliente se non dimostra che il prelievo sia dovuto a colpa grave di quest'ultimo.

G.d.P. Ferrentino, sez. civile, sent., 10 febbraio 2022

La vicenda da cui trae origine la questione sottoposta all'esame del giudice di Pace di Ferentino riguarda la denuncia sporta dalla titolare di un conto corrente presso un noto ente postale in conseguenza del furto del bancomat subito mentre prelevava allo sportello.

In particolare, la donna denunciava che le telecamere di sorveglianza della filiale presso cui risultavano essere state prelevate le somme non avevano rilevato alcun accesso allo sportello, con la conseguenza che il codice di accesso alla carta era stato acquisito grazie ad una falla nel sistema informatico dell'istituto.

Alla luce dei fatti sopra esposti, il Giudice di Pace ha ritenuto responsabile l'ente postale in ordine al prelievo effettuato sul conto corrente del cliente, in quanto non aveva adottato le misure di sicurezza idonee, e non era riuscito a dimostrare la riconducibilità del prelievo alla volontà della ricorrente, né a provare la negligente custodia sia della carta, sia del pin, da parte di quest'ultima.

Ai sensi del d.lgs. n. 11/2010, la banca deve infatti fornire la prova della riconducibilità dell'operazione al cliente, in quanto grava sull'ente finanziatore l'onere di dimostrare che l'operazione posta in essere illecitamente dal terzo sia stata effettuata correttamente e che non vi sia stata anomalia che abbia consentito l'operazione fraudolenta.

A sostegno di ciò, il Giudice richiama numerose pronunce, di merito e di legittimità, che in simili casi hanno costantemente ricondotto la responsabilità dell'accaduto in capo all'ente bancario/postale, quando questo non riesca a dimostrare la negligenza o colpa grave del cliente nella custodia del bancomat e del codice segreto di accesso.

In particolare, il Giudice ha evidenziato che non spetta al cliente dimostrare l'onere di avere la diligente custodia del bancomat, in quanto, in tema di responsabilità della banca in caso di operazioni effettuate a mezzo di strumenti elettronici, anche al fine di garantire la fiducia degli utenti nella sicurezza del sistema, «è del tutto ragionevole ricondurre nell'area del rischio professionale del prestatore dei servizi di pagamento la possibilità di una utilizzazione dei codice di accesso al sistema da parte dei terzi, non attribuibile a dolo o a grave negligenza del titolare (Cass. civ., n. 9721/2020).

Pertanto, in caso di furto del bancomat e conseguente prelievo illecito di somme dal conto del titolare, la banca deve rimborsare il cliente se non dimostra che il prelievo sia dovuto a colpa grave di quest'ultimo.

Ciò premesso, il Giudice di Pace condanna l'ente postale al rimborso della somma illecitamente prelevata e delle spese del giudizio a favore della ricorrente.
... Guarda di piùGuarda di meno

PRELIEVO ILLECITO DAL BANCOMAT, E LA BANCA CHE DEVE FORNIRE LA PROVA DELLA RICONDUCIBILITA DELLOPERAZIONE AL CLIENTE.

In caso di furto del bancomat e conseguente prelievo illecito di somme dal conto del titolare, la Banca deve rimborsare il cliente se non dimostra che il prelievo sia dovuto a colpa grave di questultimo.

G.d.P. Ferrentino, sez. civile, sent., 10 febbraio 2022

La vicenda da cui trae origine la questione sottoposta allesame del giudice di Pace di Ferentino riguarda la denuncia sporta dalla titolare di un conto corrente presso un noto ente postale in conseguenza del furto del bancomat subito mentre prelevava allo sportello.

In particolare, la donna denunciava che le telecamere di sorveglianza della filiale presso cui risultavano essere state prelevate le somme non avevano rilevato alcun accesso allo sportello, con la conseguenza che il codice di accesso alla carta era stato acquisito grazie ad una falla nel sistema informatico dellistituto.

Alla luce dei fatti sopra esposti, il Giudice di Pace ha ritenuto responsabile lente postale in ordine al prelievo effettuato sul conto corrente del cliente, in quanto non aveva adottato le misure di sicurezza idonee, e non era riuscito a dimostrare la riconducibilità del prelievo alla volontà della ricorrente, né a provare la negligente custodia sia della carta, sia del pin, da parte di questultima.

Ai sensi del d.lgs. n. 11/2010, la banca deve infatti fornire la prova della riconducibilità delloperazione al cliente, in quanto grava sullente finanziatore lonere di dimostrare che loperazione posta in essere illecitamente dal terzo sia stata effettuata correttamente e che non vi sia stata anomalia che abbia consentito loperazione fraudolenta.

A sostegno di ciò, il Giudice richiama numerose pronunce, di merito e di legittimità, che in simili casi hanno costantemente ricondotto la responsabilità dellaccaduto in capo allente bancario/postale, quando questo non riesca a dimostrare la negligenza o colpa grave del cliente nella custodia del bancomat e del codice segreto di accesso.

In particolare, il Giudice ha evidenziato che non spetta al cliente dimostrare lonere di avere la diligente custodia del bancomat, in quanto, in tema di responsabilità della banca in caso di operazioni effettuate a mezzo di strumenti elettronici, anche al fine di garantire la fiducia degli utenti nella sicurezza del sistema, «è del tutto ragionevole ricondurre nellarea del rischio professionale del prestatore dei servizi di pagamento la possibilità di una utilizzazione dei codice di accesso al sistema da parte dei terzi, non attribuibile a dolo o a grave negligenza del titolare (Cass. civ., n. 9721/2020).

Pertanto, in caso di furto del bancomat e conseguente prelievo illecito di somme dal conto del titolare, la banca deve rimborsare il cliente se non dimostra che il prelievo sia dovuto a colpa grave di questultimo.

Ciò premesso, il Giudice di Pace condanna lente postale al rimborso della somma illecitamente prelevata e delle spese del giudizio a favore della ricorrente.
Per saperne di più