L’infermiere in ragione dell’attività espletata, riveste la qualità di incaricato di pubblico servizio, in quanto tale attività persegue finalità pubbliche di rilievo costituzionale, garantendo il diritto alla salute, ai sensi dell’art. 32 Cost.
Nel momento in cui l’infermiere redige la cartella infermieristica esercita anche un’attività amministrativa con poteri certificativi assimilabili a quelli del Pubblico Ufficiale.

Il Caso

Due infermieri di una casa di cura venivano condannati alla pena di mesi nove di reclusione, per i reati di cui agli artt. 81 cpv., 476 e 479 c.p. per avere entrambi (il primo quale materiale esecutore ed il secondo quale istigatore), attestato falsamente nelle schede infermieristiche i valori della diuresi e delle verifiche posturali eseguite su alcuni pazienti, nonché il primo, sempre su istigazione del secondo, per aver apposto su tali schede anche la firma del secondo.

I due infermieri proponevano ricorso per Cassazione lamentando: l’inosservanza o l’erronea applicazione della legge penale ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. b) c.p.p., avendo la Corte territoriale errato nel ritenere che i due imputati fossero investiti di funzioni pubblicistiche rilevanti ex art. 357 c.p..
Secondo i ricorrenti tale qualifica poteva valere per gli infermieri delle strutture pubbliche con riferimento alla compilazione delle cartelle cliniche, da considerarsi alla stregua di atti pubblici, ma non in relazione alle cartelle redatte dal personale di strutture non accreditate con il servizio sanitario nazionale, assimilabili a mere scritture private redatte e conservate al fine di promemoria dell’attività svolta.

La decisione della Cassazione Penale, Sez. V, del 16 dicembre 2019 n. 9393

Due sono le questioni principali che la Suprema Corte ha chiarito con la sentenza in esame:
• la natura delle cartelle cliniche – redatte da un infermiere impiegato in una casa di cura privata;
• il ruolo di incaricato di pubblico servizio che costui riveste.

La Corte ha ribadito come gli infermieri, in ragione dell’attività espletata – attività che persegue finalità pubbliche di rilievo costituzionale poiché tesa a garantire il diritto alla salute, individuale e collettivo – siano da considerarsi a tutti gli effetti incaricati di pubblico servizio.

Tale qualifica va infatti riconosciuta sia agli infermieri che agli operatori tecnici addetti all’assistenza del malato, che abbiano con esso un rapporto diretto e personale, e ciò indipendentemente dal tipo di struttura nella quale viene espletata tale attività sanitaria.

Gli infermieri, pertanto, rivestono il ruolo di incaricati di pubblico servizio, sia se operanti in strutture sanitarie private, private accreditate o pubbliche, in quanto ciò che conta è la finalità cui tende la propria attività, di indubbia rilevanza pubblica, ovvero la cura e l’assistenza del malato, e, in senso lato, la tutela della salute collettiva e individuale.

Da ciò ne deriva che l’infermiere, nel momento in cui redige la cartella infermieristica esercita un’attività amministrativa con poteri assimilabili a quelli del pubblico ufficiale; mentre l’attività svolta, se estranea alle attribuzioni d’ufficio ed al rapporto con il malato, ma compiuta comunque nell’esercizio della professione sanitaria, sarà da intendersi compiuta quale soggetto esercente un servizio di pubblica necessità.

Precisano i Giudici che la cartella infermieristica, o le schede che la compongono (riportando dati, rilievi effettuati, informazioni raccolte, documenti di pertinenza di un determinato paziente, cui viene assicurato un piano di assistenza personalizzato), poiché confluiscono necessariamente nella cartella clinica, ne seguono la natura: ovvero diventano atti pubblici muniti di fede privilegiata circa la loro provenienza ed i fatti in essi attestati.

Dunque l’operatore sanitario che li compila esercita poteri certificativi, in quanto il documento rilasciato ha, senza dubbio, efficacia probatoria e, ai sensi dell’art. 493 c.p., tali atti (redatti in veste di incaricato di un pubblico servizio), costituiscono atti pubblici a tutti gli effetti.

Cliccando questo link potete scaricate la sentenza della Cassazione Penale, Sez. V, 16 dicembre 2019 n. 9393

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Avv. Francesco Pavan